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Full text of "Marietta de'Ricci ovvero Firenze al tempo dell'assedio racconto storico"

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MARIETTA  DE' RICCI 


OVVERO 


FIRENZE 

AL    TEMPO    DELL'ASSEDIO 


Il  presente  riserba  il  diritto  della  Legge 
del  17  Dicembre  1840. 


MARIETT A  DE'  RICCI 


OVVERO 


FIRENZE  AL  TEMPO  DELL'ASSEDIO 

RACCONTO  STORICO 

SECONDA  EDIZIONE 

CON    CORREZIONI    E    AGGIUNTE 


PIÙ      CURA 


DI     L  l  I  li  I     PASSEBIII 


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FIRENZE 

STABILIMENTO  CHIARI 
184S 


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CAPITOLO     XXIIL 


^P=a  notte  successiva  al  giorno  della  proces- 
sione della  Madonna  dell'  Impruneta ,  propriamente 
nel  cuore  della  pestilenza,  tornava  Niccolò  Benintendi 
alle  sue  case  in  via  dell'  Amore  accompagnato  da 
Federico  de' Ricci;  e  siccome  quest'ultimo  era  di 
quelli  che  pensavano  a  straviziare  per  sfuggire  la 
melanconia  del  tempo  che  correva,  aveva  condotto 
in  quella  sera  Niccolò  ad  un  ritrovo  di  amici,  onde 
si  scuotesse  dalla  mestizia  in  lui  cagionata  per  il 
disimpegno  del  suo  Ufficio  di  Commissario  di  Sanità, 
alla  vista  continova  di  tante  miserie. 

I  gentiluomini  della  comitiva  di  Federico,  la  quale 
ogni  giorno  era  scema  di  qualche  compagno,  perchè 
il  contagio  ne  involava  di  continuo,  si  radunavano 
seralmente  all'osterìa  del  pennello  situata  sulla  piaz- 
zetta di  S.  Martino. 


20115^ 


—   116(i  — 

In  quei  tempi  non  sognavasi  ancora  l'uso  del 
caffè  e  del  cioccolatte;  quindi  i  luoghi  di  passatempo, 
lungi  dall'essere  come  lo  sono  stati  in  seguito  i  caffè 
ed  i  teatri,  erano  le  spezierìe,  tra  le  quali  frequen- 
tatissime di  oziosi  furono  sempre  quella  del  Diamante 
al  canto  di  questo  nome,  quelle  del  Giglio  e  della 
Croce  rossa,  e  più  di  tutte  quella  del  Saracino  sulla 
cantonata  della  piazza  di  S.  Giovanni  e  Borgo  S. 
Lorenzo,  ossia  sul  Canto  alla  Paglia,  appartenente 
alla  famiglia  Grazzini,  della  quale  era  Anton-France- 
sco detto  il  Lasca,  celebre  poeta  ed  uno  dei  fonda- 
tori dell'Accademia  Fiorentina. 

I  curiali  per  il  solito  passavano  il  tempo  sulle 
panche  del  Proconsolo,  e  la  gioventù  nobile  e  citta- 
dina si  tratteneva  ancora  sulla  piazza  di  Mercato 
Nuovo,  al  Pancone  degli  Spini  e  nella  Loggia  de'Tor- 
naquinci. 

Frequentate  più  d'ogni  altro  luogo  furono  le 
osterìe,  andando  in  queste  le  brigate  a  fare  i  loro 
ritrovati.  11  vitto  dei  Fiorentini  fu  semplice  e  parco, 
e  con  incredibile  mondizia,  e  si  può  asserire  che 
molti  manifattori  ed  altre  genti  del  basso  popolo  vi- 
venti alla  giornata  con  il  prodotto  delle  loro  braccia, 
si  nutrivano  in  Firenze  meglio  che  i  più  agiati  delle 
altre  città. 

I  cittadini  poi  ed  i  gentiluomini  Fiorentini  non 
credevano  avvilita  la  loro  dignità,  andando  ora  alla 
Taverna  di  Michel  del  Bello  in  via  de' Pilastri  (1),  fa- 
mosa per  gl'intingoli,  frastingoli,  guazzetti  e  mirausti; 
ora  a  quelle  di  Frascati  e  del  Pievano,  frequentate 
per   le   buone  mortadelle,   capacolli,   pappardelle,   e 


—  1167  — 

polpette;  e  correvano  volentieri  dalla  Sandrona  alla 
Neghittosa  e  al  Fico  dal  Campanile  (2),  dove  si 
trovavano  i  più  squisiti  biancomangiari,  crostate, 
cervellate  e  gelatine.  Per  gli  agnellotti,  lasagnotti  e 
maccheroni  bisognava  andare  nel  chiasso  della  Mal- 
vagia (3):  ma  sopra  tutti  Stivale  dell'osterìa  del  Por- 
co (4)  era  noto  per  i  granelli,  le  frittelle,  e  le  toma- 
selle.  I  Fiorentini  giornalmente  e  volentieri  si  porta- 
vano alle  taverne  dove  sentivano  che  si  mesceva  il 
buon  vino,  senza  darsi  pensiero,  attendendo  a  vi- 
vere lietamente  ed  a  godere. 

Erano  poche  le  famiglie  che  nelle  loro  case  non 
conservassero  regola  e  misura,  non  eccedendo  la  de- 
cente mediocrità;  ma  quelle  poche  disprezzavano  la 
parsimonia  tuttora  generalmente  vigente,  e  splendi- 
dissimamente trattavano  gli  amici.  Le  principali  fa- 
miglie di  Firenze  che  principescamente  viveano  al 
tempo  antecedente  ai  giorni  tristi,  che  distrussero  ogni 
letizia,  erano  gli  Antinori,  i  Borromei  (5),  i  Torna- 
buoni  (6),  i  Pazzi,  i  Borgherini,  i  Gaddi,  i  Rucellai, 
tra  i  Salviati  (7)  la  famiglia  di  Alamanno,  senza 
parlare  della  splendida  magnificenza  di  Filippo  Strozzi, 
e  della  Corte  Medicea  aumentata  da  quell^flel  Car- 
dinal Passerini  tutore  d'Ippolito  e  di  Alessandro  nipoti 
di  Clemente. 

Ma  tutti  i  sollazzi  che  queste  famiglie  procura- 
vano ai  Fiorentini  essendo  cessati,  massimamente  per 
causa  del  contagio,  avvenne  che  coloro  i  quali  vo- 
levano sollevarsi  dalle  cure  giornaliere,  bisognava 
che  facessero  come  da  molti  anni  faceva  Alessandro 
Allori  : 


—  1168  — 

Nel  verno  poi  che  m' è  tanto  nemico 
Per  le  botteghe  mi  starò  a  caldani 
0  a  descomolle  al  Buco,  al  Porco,  al  Fico. 

E  così  appunto  si  chiamavano  le  tre  principali  osterìe 
di  Firenze  anche  nel  tempo  a  cui  risale  il  mio  Rac- 
conto (8). 

La  comitiva  di  Federico  De' Ricci,  della  quale  il 
caporione  era  Giovanni  Bandini,  s'adunava  all'osterìa 
del  Pennello,  nuovamente  aperta  nel  1526,  celebre 
per  le  salsiccie,  i  tortelli  e  gli  arrosti,  chiamata  del 
Pennello  dall'insegna  che  suoleva  tenersi  sulla  porta. 

Messer  Mariotto  erane  il  bettoliere,  uomo  di  buon 
tempo,  che  odiava  la  fatica  e  sommamente  era  con- 
tento quando  intorno  a  se  vedeva  vuotare  i  caratelli 
di  vino,  inebriandosi  ancor  esso  dell'  altrui  ilarità. 

Fin  qui  o  benevolo  Lettore,  non  avrai  indovinato 
al  certo  che  nell'oste  io  ti  presentassi  uno  dei  migliori 
pittori  del  secolo,  non  inferiore  al  Frate,  scambiato 
qualche  volta  con  Raffaello,  e  che  ti  conducessi  al- 
l' osterìa  aperta  nella  casa  che  fu  abitazione  e  pro- 
prietà del  sublime  e  sapiente  poeta  che  giammai  fosse 
ricord afljfcnegli  annali  delle  lettere. 

Adesso  la  loggia  sotto  la  quale  fu  l' osterìa  di 
Mariotto  è  chiusa;  ma  io  che  amo  far  conoscere  non 
r  osterìa,  ma  la  casa  dove  essa  fu  aperta,  ti  prego 
di  seguitarmi  nel  breve  cammino. 

Quando  tu  pervenga  nella  via  del  Proconsolo,  di 
faccia  a  quella  che  prende  nome  dai  Pandolfini,  tro- 
verai una  strada  che  nella  linea  di  ponente  ti  conduce 
sulla  piazzetta  de'Cimatori  (9). 


—  1169  — 

Entrato  in  questa  strada,  che  dalla  famiglia  Ric- 
ciardi fu  detta  via  Ricciarda,  fermati  nel  punto  dove 
sbocca  sulla  piazzetta  di  fronte  alla  chiesina  di  San 
Martino  (10)  sull'angolo  del  convento  della  Badìa.  Ivi 
ti  trovi  dominato  dall'  alta  torre  in  quello  compresa , 
una  volta  chiamata  —  Bocca  di  Ferro  —  poi  la 
—  Castagna  —  senza  che  mi  sia  riuscito  indovinare 
l'etimologìa  storica  di  questi  nomi,  sebbene  sappia 
che  servì  ad  uso  dei  Priori  della  Repubblica  intorno 
al  1282,  quando  risiedevano  nelle  case  poi  aggregate 
nel  convento  dei  Monaci  della  Badìa. 

La  torre  resterà  alla  tua  sinistra;  alla  destra  ve- 
drai una  porta,  che  sebbene  piccola,  sebbene  di  rozze 
pietre,  ti  sorprenderà  per  l'antichità  che  tuttora  di- 
mostra nell'architrave  retto  da  due  mensole  con  so- 
pra un  archetto  a  sesto  acuto  di  maniera  gotica. 
Accanto  a  questa  porta,  che  oggi  ritiene  il  numero 
comunale  632  mezzo  cancellato,  si  vedono  tre  arcate 
di  pietrame,  che  sebbene  serrate  ad  uso  di  botteghe, 
dimostrano  indubitatamente  la  loggia  antica,  dove  fu 
l' osterìa  di  Mariotto. 

Or  sappi  che  questa  casa  fu  quella  in  cui  nacque 
e  visse  Dante  Alighieri,  fino  a  che  T  ingrana  Firenze 
lo  scacciò  a  guisa  di  matrigna.  Dentro  queste  mura 
cotanto  in  apparenza  meschine,  Dante  ammaestrato 
da  Brunetto  Latini,  abbelliva  e  nobilitava  l'idea  del 
Tesoro,  libro  del  suo  maestro;  colla  potenza  immen- 
surabile del  suo  Genio  creatore;  qui  l'Alighieri  ad  un 
tratto  si  levò  come  gigante,  e  non  solo  avanzò  quanti 
lo  avevano  preceduto,  ma  si  locò  in  così  alta  sede 
da  non  essergli  mai  tolta.   In  un  secolo  sì  lontano, 

T.    IV.  2 


—  1170  — 

dopo  tanta  barbarie  e  fra  così  debili  principj,  chi  non 
rimane  maravigliato  nel  sapere,  che  dentro  così  me- 
schino albergo  (meschino  al  confronto  de1  nostri  pa- 
lazzi non  già  delle  case  dei  modesti  Fiorentini  del 
secolo  di  Dante,  nel  quale  anche  i  Medici  avevano 
case  di  aspetto  non  migliore  di  quella  di  cui  parlo), 
un  uomo  fece  prendere  alla  Poesìa  e  alla  Lingua 
Italiana  un  passo  tanto  sicuro  ed  un  volo  tanto  ar- 
dito? 

Ne'versi  di  Dante,  ogni  persona  ed  ogni  oggetto 
che  volle  dipingere,  agisce  e  si  muove;  la  forza  delle 
sue  espressioni  percuote  e  rapisce,  il  loro  patetico 
commove;  spesso  la  loro  franchezza  incanta,  la  loro 
originalità  dà  ad  ogni  istante  il  diletto  della  sorpresa; 
i  suoi  paragoni  frequenti  ordinariamente  brevi  e  ta- 
lora anche  distesi  come  quelli  d'Omero,  quando  nobili 
e  dignitosi,  quando  comuni  e  tolti  da  oggetti  meno 
scelti,  sempre  pittoreschi  e  poeticamente  espressi,  pre- 
sentano un  numero  infinito  d'imagini  vive  e  naturali, 
e  dipinte  con  tanta  verità,  che  diresti  averle  sotto 
gli  occhi. 

Il  desiderio  di  comunicare  il  suo  sapere  al  suo 
secolo,  d'illuminare  gli  uomini  sulla  sorte  che  gli 
aspettava  nella  vita  futura;  la  brama  di  rivestire  coi 
colori  della  Poesia  i  profondi  misteri  della  Teologìa: 
il  trasporto  di  appagare  le  sue  passioni  politiche,  crea- 
rono a  Dante  il  gran  Poema.  In  tutti  tre  i  regni  egli 
ebbe  per  fondo  inesauribile  la  sua  immaginazione  va- 
sta, feconda,  alta,  sensibile,  suscettibile  delle  impres- 
sioni più  dolci  ed  aggradevoli,  e  insieme  più  dolorose 
e  più  terribili. 


—   1171   — 

Come  io  qui,  così  uno  straniero  ragionava  quan- 
do gli  fu  accennata  la  casa  di  Dante  Alighieri,  dove 
è  indubitata  cosa  che  il  Poema  Divino  fosse  ideato, 
gettato,  e  per  i  primi  sette  Canti  compito;  dove  in- 
somma il  gran  Poeta  anelava  ritornare  a  riposarsi 
dalle  pene  sofferte  nella  terra  d'esilio,  come  ben  si 
esprimeva: 

Se  mai  continga  che  il  poema  sacro 
Al  quale  han  posto  mano  e  cielo  è  terra, 
Sì  che  m'ha  fatto  per  più  anni  macro, 

Vinca  la  crudeltà  che  fuor  mi  serra 
Del  bello  ovile,  ov'io  dormi' agnello 
Nimico  a  lupi  che  gli  danno  guerra. 

Nel  tuo  cuore,  o  Lettore,  troverò  la  scusa  della 
mia  entusiastica  digressione,  quando  alla  vista  delle 
meschine  dimore  di  Dante,  di  Machiavello,  e  di  Gali- 
leo, (11),  non  potrai  restare  indifferente,  e  sentirai  la 
più  dolce  emozione,  per  cui  queste  rozze  pietre  ti  di- 
verranno più  ammirande  de' tanti  superbi  edifizj  sì 
pubblici  che  privati  della  città,  che  fu  cuna  al  triun- 
virato  così  eminentemente  sublime. 

Torno  all'oste  del  pennello.  Per  giudicarlo,  se 
amasi  conoscere  quanto  Mariotto  Albertinelli  valesse 
nella  pittura,  adesso  non  si  può  indicare  la  chiesa  di 
S.  Giuliano  perchè  soppressa  (12),  ma  alcune  sue  pit- 
ture però  si  trovano  in  S.  Trinità,  dove  si  vede  il 
bellissimo  suo  quadro  con  Gesù,  Maria  ed  i  Santi  Gi- 
rolamo e  Zanobi;  quello  celebre  della  Visitazione,  che 
dalla  Congrega  de' Preti  di  via  San  Gallo  fu  portato 


—  1172  — 

nella  Gallerìa  di  Firenze,  ebbe  luogo  nel  punto  più 
onorato  della  medesima,  quale  è  la  Tribuna. 

Dopo  ciò  farà  specie  che  un  Artista  così  finito 
gettasse  i  pennelli  per  far  lo  spilla-botti  e  il  betto- 
liere;  eppure  la  cosa  fu  realmente  così. 

L'Albertinelli,  uomo  di  natura  inquieta  e  carnale 
nelle  faccende  d'amore,  vide  che  il  buon  tempo  nelle 
cose  del  vivere  era  perduto,  se  proseguiva  a  star 
dietro  alle  soperchierìe,  come  diceva,  ed  agli  strilla- 
menti  di  cervello  della  pittura;  essendo  spesso  morso 
dai  denti  e  punto  dalle  lingue  degli  invidi  pittori 
(come  fu  ed  è  continua  usanza  ereditaria  dei  profes- 
sori delle  scienze,  delle  lettere,  e  delle  arti  belle),  si 
risolvette  darsi  a  più  bassa,  meno  faticosa  e  più  al- 
legra occupazione. 

Allora  aperse  una  bella  osterìa  presso  al  Ponte 
Vecchio;  avvedutosi  che  la  vicina  dimora  di  una  squa- 
dra di  sbirri,  che  teneva  il  suo  quartiere  nella  Bigun- 
ciola,  ossia  nella  nera  torre  Amidei  di  faccia  alla 
stradella  che  conduce  a  S.  Stefano,  allontanava  la 
gioventù  più  allegra,  che  non  voleva  intorno  così 
odiosi  testimonj,  trasportò  la  sua  taverna  fuori  della 
porta  S.  Gallo.  Questo  luogo  troppo  lontano  dal  cen- 
tro, produsse  l'istesso  inconveniente,  ed  allora  nel 
luogo  della  bottega  di  un  cimatore  di  lana  fallito, 
aprì  la  sua  osterìa  del  pennello  sulla  piazza  di  S. 
Martino  sotto  la  casa  di  Dante.  Quivi  giornalmente 
frequentavano  in  lieta  brigata  Giuliano  Bugiardini, 
Innocenzio  da  Imola,  (che,  stati  scolari  dell' Alberti- 
nelli,  venivano  volentieri  ad  assaggiare  il  suo  vino), 
Benvenuto    Cellini,    Michelangiolo   Buonarroti,    Maso 


—   1173  — 

Manzuoli,  Pontormo  (13),  e  Andrea  del  Sarto,  sebbe- 
ne l'ultimo  vi  andasse  meno  frequentemente  degli 
altri.  Con  questi  Artisti  concorrevano  alla  taverna 
di  Mariotto  tutte  le  persone  eulte,  di  spirito,  ed  amanti 
di  godere  la  conversazione  di  tanti  cervelli  singolari. 

Albertinelli,  che  spesso  si  trovava  interrogato 
sulla  metamorfosi  sua,  rispondeva:  avere  presa  quel- 
l'arte del  vinajo,  perchè  era  senza  muscoli,  senza 
prospettive,  e  quel  che  più  importava,  senza  biasimo; 
che  quella  lasciata  era  contraria  a  questa,  perchè 
imitava  la  carne  e  il  sangue,  e  questa  faceva  il  san- 
gue e  la  carne;  che  quivi  ognora  si  sentiva  lodare 
avendo  buon  vino,  e  a  quella  ogni  giorno  si  sentiva 
biasimare. 

La  sera  che  nell'osterìa  del  pennello  fu  condotto 
Messer  Niccolò  Benintendi,  eravi  una  malvagia  che 
invitava  i  bevitori;  egli  non  molto  dedito  al  vino,  in 
quella  sera  uscì  dai  manichi,  ed  allegro  si  comportò 
in  modo  inusitato. 

Tornando  alla  sua  casa,  sentiva  una  mala  voglia 
nel  camminare,  un  abbattimento,  una  fiacchezza  di 
gambe,  una  gravezza  di  respiro,  un'arsura,  che  avreb- 
be voluto  attribuire  in  tutto  al  vino,  alla  veglia,  alla 
stagione.  Non  fece  motto  per  tutta  la  strada,  e  giunto 
a  casa  si  licenziò  da  Federico  De'Ricci,  ed  ordinando 
al  servo  di  fargli  lume,  si  ridusse  nella  sua  camera. 
11  servo  osservò  la  faccia  del  padrone  travolta,  acce- 
sa, gli  occhi  in  fuori  e  lustri  lustri,  e  si  tenne  disco- 
sto, perchè  in  quelle  circostanze  ognuno  aveva  do- 
vuto farsi,  come  si  dice,  l'occhio  medico.  —  Sto 
bene,  disse  Messer  Niccolò,  che  lesse  nell'atto  del 


—  1174  — 

servo  il  pensiero  che  gli  passava  per  la  mente,  sto 
benone,  ma  ho  bevuto  troppo  di  quella  malvagia. 
Che  eccellente  malvagia  tu   avessi  sentito!   Ma  con 

buona  dormita  tutto  se  ne  va Levami  un 

po'quel  lume  dinanzi,  che  mi  abbaglia.  ...  mi  dà 
noja.  .  .  !  —  11  servo  tolse  il  lume,  e  augurata  la 
buona  notte  al  padrone,  se  ne  andò  in  fretta,  mentre 
Niccolò  spogliato  entrava  nel  letto  e  si  cacciava  sotto 
la  coperta. 

Sbuffava  però  dal  caldo;  la  coperta  gli  pesava, 
e  la  gittò  via;  si  rannicchiò  per  dormire,  ma  appena 
chiusi  gli  occhi,  si  destava  in  sussulto,  come  se  gli 
fosse  dato  un  crollo;  sentiva  cresciuto  il  caldo,  cre- 
sciuta la  smania.  Dopo  un  lungo  agitarsi  si  addor- 
mentò; ma  principiarono  i  più  scuri  e  scompigliati 
sogni,  e  tra  questi  non  lasciò  di  funestarlo  lo  spetta- 
colo della  esecuzione  di  Pandolfo  Puccini,  la  vista 
del  frate  Bartolommeo  che  gli  rimproverava  d'avere 
ricusato  alla  moglie  la  lettera  che  poteva  salvarlo; 
anzi  gli  pareva  che  molti  soldati  delle  Bande  Nere  si 
gettassero  contro  di  lui  come  per  vendicare  il  capi- 
tano; egli  voleva  farsi  largo;  gli  sembrava  che  qual- 
cuno con  la  punta  della  picca  già  lo  ferisse  al  lato 
sinistro  tra  il  cuore  e  l'ascella,  il  che  gli  faceva  sen- 
tire una  puntura  pressante;  infuriato  volle  por  mano 
alla  spada,  non  la  trovò  al  suo  luogo;  gli  era  salita 
sii  lungo  la  vita,  e  il  pomo  di  essa  gli  calcava  in 
quel  punto  creduto  ferito;  ma  cacciandovi  la  mano 
non  trovò  la  spada,  e  al  suo  tocco  stesso  sentì 
una  fitta  più  forte,  e  cacciando  un  grand' urlo  si 
destò. 


—  1175  — 

Era  giorno,  il  sogno  svanito,  riconobbe  la  sua 
camera,  e  Manetta  De' Ricci  che  stava  assisa  accanto 
al  suo  letto. 

Il  servo,  appena  lasciato  il  padrone,  era  andato 
a  raccontare  alla  Signora  i  suoi  dubbj,  chiedendo 
consiglio,  se  dovesse  chiamare  qualcuno.  Ma  siccome 
nulla  eravi  di  positivo,  Marietta  inibì  al  domestico 
di  farne  ad  altri  parola,  e  volle  accertarsi  dello  stato 
del  marito. 

S'introdusse  nella  sua  camera,  né  più  si  mosse, 
attentamente  considerando  il  convulso  suo  sonno. 
Passò  la  notte  in  preghiera,  spruzzando  sul  viso  del 
delirante,  vino  bianco,  perchè,  risentendosi  dal  so- 
pore, si  sollevasse  alquanto;  attese,  e  si  convinse 
della  malattìa  del  marito. 

Quando  Niccolò  si  fu  risvegliato,  si  avvide  che 
la  parte  dogliosa  era  occupata  da  un  sozzo  gavac- 
ciolo  d'un  livido  paonazzo.  Si  fece  morto;  il  terrore 
Io  invase,  e  più  di  tutto  temeva  d'essere  mandato 
alle  baracche  del  Lazzeretto.  Maria  cercò  d'infondere 
nel  marito  il  coraggio  che  ella  stessa  non  aveva; 
giurò  che  nessuno  avrebbe  penetrato  la  sua  malattìa, 
onde  non  fosse  altrove  asportato,  e  procurò  tutti  i 
rimedj  che  si  dicevano  efficaci  a  guarire  dal  conta- 
gio, e  nulla  curando  la  propria  salvezza,  tutta  si  de- 
dicò a  quella  del  consorte. 

Poche  erano  le  case  che  non  avessero  pronti 
tutti  quei  farmaci  capaci  a  comporre  la  ricetta  salu- 
tare più  in  voga;  quindi  Marietta  prese  gli  olj  di 
gigli  bianchi,  di  mandorle  dolci,  di  camomilla,  e  di 


—  1176  — 

euforbio,  e  mescolandoli  con  unguento  di  noccioletto, 
ne  confricò  più  volte  con  panno  lano  il  bubbone  o 
gavacciolo  pestifero  del  marito:  indi  fece  un  impia- 
stro maturativo  di  foglie  di  viole  mammole,  di  malva, 
di  cipolle,  e  di  gigli  bianchi,  con  acqua  di  malva  e 
farina  d'orzo;  in  questo  impiastro  mescolò  aquilon 
semplice,  grasso  di  cappone,  sugna  di  porco  rancida, 
olio  di  mandorle  dolci,  burro  vecchio,  olio  di  eufor- 
bio, di  gigli  e  triaca.  Mescolato  il  tutto,  soprappose 
questo  impiastro  alla  parte  offesa,  e  quindi  diede  per 
bocca  all'ammalato  alcune  cucchiaiate  di  giulebbe  di 
Niccole,  inventato  da  Niccolò  Falcucci  (14).  Il  delirio 
dell'appestato  fu  grande,  ma  egli  senza  avvedersene 
in  due  giorni  superò  la  violenza  del  male,  da  potere 
sperare  d'essere  in  breve  guarito  (15). 

Non  fu  così  di  Federico  De' Ricci;  e  Marietta,  nel 
tempo  che  di  nuli' altro  si  occupava  che  del  consorte, 
perdette  lo  zio  ed  il  padre,  che  andarono  al  Creatore 
vittime  del  Contagio. 

Cessata  finalmente  in  Firenze  la  violenza  della 
peste,  Niccolò  Benintendi  ristabilito,  pareva  che  la 
quiete  fosse  tornata  anche  intorno  a  Marietta,  tanto 
più  che  aveva  molto  goduto  di  trovare  nella  moglie 
una  persona  a  lui  realmente  affezionata,  non  ostante 
le  di  lei  smanie  amorose,  del  che  ella  gli  aveva 
dato  un  luminoso  attestato  a  rischio  evidente  della 
di  lei  vita  medesima. 

Sebbene  lo  stato  morale  di  Maria  continuasse  a 
persistere  nell'avvilimento  in  cui  piomba  chi  vive 
senza   alcuna  speranza,   si   era  rassegnata  alla  sua 


—   1177  — 

sorte,  dacché  vide  che  neppure  la  morte  tanto  desi- 
derata aveva  voluto  consolarla  troncando  una  vita 
del  tutto  disperata. 

La  debolezza  della  sua  mente,  non  del  tutto  sva- 
nita dopo  il  colpo  tremendo  che  aveva  risentito,  le 
era  anzi  di  giovamento  a  tener  lontane  quelle  idee 
fatalissime  al  suo  riposo  ed  al  suo  senno. 

Ma  eravi  un  tale  fra  le  persone  intervenienti  in 
casa  Benintendi,  che  disprezzando  la  delicata  pietà 
usata  da.  tutti,  e  particolarmente  da  Lodovico  Mar- 
telli avanti  che  si  assentasse  affatto  da  quella  casa, 
pareva  che  ad  arte  andasse  rammemorando  a  Maria 
quelle  dolorosissime  circostanze,  sulle  quali  essa  al- 
lora si  struggeva  in  pianto,  e  di  cui  parlava  come 
una  dissennata.  Questi  era  Giovanni  Bandini,  che  par- 
ticolarmente dopo  l'allontanamento  di  Martelli  da  lui 
certamente  temuto  rivale,  procurava  farsi  strada  al 
cuore  di  quella  gentildonna  infelicissima,  esasperando 
le  piaghe  d'amore  per  un  estinto,  nella  speranza  di 
farle  sanguinare  a  vantaggio  di  un  vivo,  cioè  di  se 
stesso. 

Più  furono  in  Firenze  le  famiglie  Bandini,  essen- 
dovi quella  addetta  all'Arte  de'Pianellai,  che  ebbe  un 
Priore  nel  Supremo  Magistrato  l'anno  1382,  l'altra 
all'Arte  de' Vinattieri,  e  la  terza  si  diceva  de'Bandini 
di  Oltrarno,  dai  quali  sortirono  sei  Priori  ed  un  Gon- 
faloniere, avendo  per  Arme  una  banda  vermiglia  oriz- 
zontale sullo  scudo  bianco. 

A  niuna  di  queste  appartenne  Giovanni  Bandini. 
Più  grande,  più  antica  e  più  doviziosa  fu  la  sua  fa- 
miglia, perchè  era  la  stessa  che  quella  de'Baroncelli, 

T.     IV.  3 


—  1178  — 

onorata  nella  Repubblica  da  nove  Gonfalonieri  e  da 
quaranta  Priori,  discesa  in  Firenze  dalla  sua  rocca 
di  Baroncello  posta  tre  miglia  lungi  dalla  città,  in 
cima  ad  un  monte  che  ne  conserva  il  nome,  mutuato 
ancora  alla  parrocchia  di  S.  Tommaso  a  Baroncello, 
che  si  trova  sopra  al  Bagno  a  Ripoli. 

In  Firenze  appartennero  ai  Baroncelli  e  Bandini 
tutte  le  torri  e  case  che  circondavano  la  piazza  de' Si- 
gnori dai  lati  di  S.  Cecilia  e  della  Loggia  dell'  Orga- 
gna,  fabbricata  sul  suolo  delle  case  Bandini  cedute 
alla  Repubblica  per  erigervi  queir edifizio.  Ancora  una 
torre  si  vede  sull'angolo,  che  dal  tetto  de' Pisani  volta 
in  via  Vacchereccia ,  dove  l'arme  della  famiglia  Ba- 
roncelli, composta  di  tre  bande  rosse  poste  in  tra- 
verso sghembo  sullo  scudo  bianco,  conferma  quello 
che  io  asserisco.  A  quattro  famiglie  Baroncelli  die- 
dero vita  Messer  Bivigliano,  Messer  Vanni,  Messer 
Piero,  e  Messer  Giammoro  (16). 

Vanni  fu  padre  di  Bandino,  che  ascrittosi  all'Arte 
della  Lana  fu  tritavo  di  Giovanni,  il  tristo  soggetto 
di  cui  dovrò  occuparmi  in  questo  racconto. 

Domenico  figlio  di  Vanni  come  Ghibellino  fu 
ammonito  dai  Capitani  di  parte  guelfa  nel  1360; 
sdegnato  si  collegò  con  Niccolò  del  Buono,  Bartolom- 
meo  De' Medici  ed  altri  per  atterrare  l'autorità  tiran- 
nica di  quel  Magistrato,  che  aveva  usurpato  di  fatto 
ogni  potere  nella  Repubblica.  I  congiurati  dovevano 
introdurre  in  Firenze  i  Visconti  di  Milano;  ma  Ber- 
narduolo  Ruzzo  Milanese  per  25000  fiorini  d'oro  ri- 
levò il  segreto  alla  Signorìa,  ed  allora  Domenico  fu 
decapitato,  e   gli  altri   Bandini  confinati  in  Francia. 


—  1179  — 

dove  Francesco  divenne  Signore  di  Javon ,  e  suo 
figlio  Pier-Antonio  fu  insignito  dell'ordine  di  S.  Mi- 
chele. Questi  tornò  in  Firenze  assieme  con  suo  fra- 
tello Bernardo,  ed  ammogliatosi  con  Maria  Boncia- 
ni  (17)  generò  Giovanni,  Francesco  e  Margherita. 

Pier  Antonio  disimpegnò  con  generale  applauso 
l'uffizio  di  Commissario  nella  guerra  di  Pisa,  susci- 
tata dopo  la  seconda  cacciata  de' Medici,  e  sali  in 
alta  riputazione  di  libertino  ed  odiatore  della  potenza 
medicea;  riputazione  che  poi  rese  accetto  ai  Fioren- 
tini Giovanni  suo  figlio,  nel  quale  si  scorgevano  le 
qualità  di  Bernardo  suo  zio,  dopo  quella  rivoluzione 
divenuto  di  cara  memoria. 

E  qui  cade  in  acconcio  che  io  parli  della  celebre 
congiura  de' Pazzi  nella  quale  Bernardo  ebbe  la  parte 
principale. 

Dissipatore  delle  sue  sostanze  nella  gioventù,  si 
trovò  giunto  alla  virilità  circondato  da  tanti  bisogni, 
che  per  rimediarvi  si  accostò  intimamente  alla  fami- 
glia de' Pazzi,  sperando  dalla  sua  ricchezza  trovare 
riparo  alle  proprie  sregolatezze. 

Sisto  IV  odiava  la  famiglia  De' Medici,  perchè 
Lorenzo  il  Magnifico  colla  sua  preponderante  influenza 
aveva  impedito  l'innalzamento  del  suo  nipote  Conte 
Girolamo  Riario.  Per  questo,  vacato  l'Arcivescovado 
di  Pisa,  lo  conferì  a  Francesco  Salviati  capitale  ne- 
mico di  Lorenzo.  11  Papa  tolse  ai  Medici  la  Tesorerìa 
di  Roma  e  la  conferì  a  Francesco  Pazzi,  famiglia 
sommamente  contraria  alla  Medicea,  allora  divisa  in 
due  rami.  Uno  comprendeva  Galeotto,  Andrea,  Nic- 
colò e  Giovanni;  formavano  l'altro  Guglielmo,  Fran- 


—   1180  — 

roseo  e  Giovanni,  oltre  Jacopo  il  Vecchio  riguardalo 
come  il  capo  della  famiglia  (18). 

Cosimo  Padre  della  Patria,  con  occhio  di  previ- 
denza, conoscendo  la  rivalità  e  potere  dei  Pazzi, 
cercò  di  unirli  a' suoi  interessi  dando  per  moglie  a 
Guglielmo  Bianca  sua  nipote  figlia  di  Piero.  Si  fece 
la  parentela,  non  l'amicizia;  perché  da  una  parte 
l'ansietà  di  dominare  sulla  patria  esclusivamente,  dal- 
l'altra la  gelosìa  e  rivalità,  non  solo  tennero  diffi- 
denti le  due  famiglie,  ma  ancora  apertamente  nemi- 
che. Pretendendo  Lorenzo  e  sdegnando  i  Pazzi  di 
dipendere  da  lui,  erano  privati  anche  della  minima 
parte  nel  governo  della  Repubblica.  Inoltre  i  Pazzi 
soffrivano  dai  Medici  de' frequenti  torti.  A  Giovanni 
De'Pazzi  apparteneva  la  pingue  eredità  di  Giovanni 
Borromei,  avendone  sposata  l'unica  figlia  superstite, 
ma  Carlo  nipote  del  Borromei  col  favore  di  Lorenzo 
ne  spogliò  la  legittima  erede.  Gli  odj  andavano  cre- 
scendo, e  Francesco  Pazzi,  il  più  sdegnoso  e  irritabile, 
come  tesoriere  del  Papa  era  in  grado  di  conversare 
seco  lui  e  con  il  Conte  Girolamo  Riario.  In  questi 
colloqui  ebbe  il  primo  getto  la  congiura  celeberrima, 
che  in  quanto  agli  attori  al  luogo,  ed  alle  circostanze 
è  unica  nella  Storia. 

Non  racconterò  qui  le  arti  usate  dal  Papa  e  dal 
Conte  Riario  per  tirare  a  Roma  Lorenzo  e  Giuliano 
De' Medici  onde  ucciderli,  né  quanti  progetti  si  faces- 
sero per  spegnerli  in  Firenze. 

Francesco  De'Pazzi  venne  in  questa  città.  La 
morte  del  Signore  di  Faenza  diede  giusto  motivo  a 
far   muovere    duemila    cavalli   verso    la    Toscana,    e 


—  1181   — 

mandare  a  Firenze  il  loro  Condottiero  Gio.  Battista  Da 
Montesecco  col  prelesto  di  parlare  a  Lorenzo  degli 
interessi  del  Conte  Riario.  Francesco  Pazzi  aveva 
fatto  partecipe  della  congiura  i  parenti  ed  il  Salviati 
Arcivescovo  di  Pisa;  e  nelle  sue  vedute,  come  ese- 
cutori subalterni,  entrarono  due  Salviati  l'uno  fratello 
e  l'altro  cugino  dell'Arcivescovo,  Napoleone  Franze- 
si  (19)  e  un  uomo  il  più  ardito  e  risoluto  di  tutti, 
cioè  Bernardo  Bandini,  nella  cui  casa  posta  sull'an- 
golo delie  vie  de' Cerchi  ed  Antellesi  si  stabilì  il  piano 
d'esecuzione. 

Per  avere  pretesto  di  unire  i  Medici  in  qualche 
festa  o  convito,  i  congiurati  fecero  venire  da  Pisa, 
dove  studiava,  il  Cardinale  Riario  giovinetto  nipote 
del  Conte  Girolamo. 

Il  Cardinale  si  fermò  presso  Firenze  alla  Loggia 
de' Pazzi  (20),  e  di  là  fu  invitato  da  Lorenzo  De' Me- 
dici alla  sua  Villa  di  Fiesole:  ma  Giuliano  non  vi 
andò,  ed  i  congiurati  reputarono  bene  differire  il 
colpo.  Fecero  dire  dal  Cardinale,  che  il  dì  appresso 
egli  bramava  udire  la  messa  in  S.  Maria  del  Fiore  e 
vedere  le  ricche  suppellettili  della  casa  Medici;  fu 
perciò  invitato  da  Lorenzo,  che  il  ricevè  con  il  più 
splendido  apparato. 

Era  il  26  Aprile  1478  giorno  della  Domenica 
avanti  l'Ascensione,  ed  i  congiurati  deliberarono  di 
trucidare  i  due  fratelli  Medici  in  Duomo  in  tempo 
della  Messa,  fissando  per  segno  l'elevazione  della 
Eucaristìa.  Montesecco  ricusò  di  adoprare  lo  stile  come 
aveva  promesso,  assunsero  l'impegno  Stefano  Da  Ba- 


—  1182  — 

gnone  pievano  di  Montemurlo  e  Antonio  Maflei.  Questi 
due  dovevano  trucidare  Lorenzo;  Francesco  Pazzi  e 
Bernardo  Bandini  avevano  l'incarico  di  pugnalare  Giu- 
liano. Tutto  era  all'ordine,  ma  Giuliano  non  compa- 
riva. Bandini,  che  aveva  secolui  molta  familiarità, 
andò  a  prenderlo  al  palazzo,  e  strada  facendo  acca- 
rezzandolo tentò  conoscere,  se  avesse  sotto  le  vesti 
armatura  o  maglia.  Il  cardinale  secondo  il  costume 
fu  collocato  nel  pulpito,  ed  i  due  fratelli  Medici  senza 
sospetto  alcuno  si  fecero  attorniare  dai  congiurati. 
Giunto  il  momento  della  elevazione,  il  Bandini  tra- 
fisse Giuliano ,  che  subito  cadde  morto.  Francesco 
Pazzi  gettatosi  sul  cadavere  seguitò  a  dargli  colpi 
con  tanta  furia,  che  si  feri  gravemente  una  gamba. 
Lorenzo  assalito  nel  tempo  istesso  scampò,  perchè, 
andato  in  fallo  il  primo  colpo  che  solo  leggermente 
lo  ferì  nel  collo,  tratta  la  spada  si  difese  animosa- 
mente, ed  ajutato  da  Andrea  e  da  Lorenzo  Cavalcanti 
potè  allontanarsi  e  fuggire  nella  sagrestìa  oggi  detta 
de' Canonici,  dove  serrate  le  porte  si  difese  dal  furore 
del  Bandini,  il  quale  dopo  Giuliano  aveva  ucciso 
Francesco  Nori  amicissimo  de' Medici  (21),  e  si  era 
scagliato  in  cerca  di  Lorenzo.  Frattanto  è  indescrivi- 
bile la  confusione  ed  il  tumulto  che  successe  nel 
Duomo,  per  il  che  Bandini,  veduto  disperato  il  caso, 
si  mescolò  tra  la  folla,  né  volendo  azzardarsi  ad  uscire 
di  chiesa,  salita  la  scaletta  che  introduceva  nel  Cam- 
panile, andò  a  nascondervisi.  A  notte  avanzata,  me- 
diante la  fune  di  una  campana,  che  attaccò  ad  un 
colonnino  delle  finestre,  discese  nella  piazza,  e  con 


—  1183  — 

cautela  potè  l'uggire  da  Firenze,  portandosi  a  Costan- 
tinopoli, dove  supponeva  che  il  braccio  di  Lorenzo 
non  lo  potesse  raggiungere. 

Frattanto  che  queste  cose  succedevano  in  Duomo, 
era  convenuto  tra  i  congiurati  di  fare  l'istesso  saluto 
preparato  ai  Medici,  anco  alla  Signorìa.  Per  questo 
l'Arcivescovo  Salviati  con  molti  seguaci  andò  al  pa- 
lazzo; parte  ne  lasciò  sulla  porta  perchè  la  occupasse 
appena  fosse  levato  rumore,  e  parte  ne  condusse  seco 
in  alto,  facendola  nascondere  nella  Cancellerìa,  den- 
tro la  quale  inavvedutamente  si  chiuse,  essendo 
la  serratura  fatta  in  modo  che  senza  la  chiave  non 
si  poteva  aprire.  Cesare  Petrucci  (22)  Gonfaloniere 
pranzava  con  i  Signori,  quando  sentì  che  l'Arcive- 
scovo voleva  parlargli.  Si  alzò  da  tavola,  andando  a 
riceverlo  in  altra  stanza.  Postisi  a  sedere,  l'Arcive- 
scovo, che  per  arrestar  lui  e  gli  altri  della  Signorìa 
attendeva  invano  i  compagni,  che  racchiusi  non  po- 
tevano comparire,  turbato  cominciò  a  parlare  così 
sconnessamente,  mutando  colore,  voltandosi  spesso 
verso  l'uscio,  e  spurgando  forte,  che  il  Gonfaloniere, 
uso  ai  sospetti  delle  congiure,  pensò  che  sotto  vi  co- 
vasse qualche  attentato;  si  alzò  e  si  ritirò,  vedendo 
uno  dei  congiurati.  Ciò  sempre  più  confermando  il 
Gonfaloniere  in  quello  che  era,  chiamò  ajuto  e  fece 
arrestare  l'Arcivescovo. 

Nello  stesso  tempo,  udito  tumulto  in  piazza,  si 
vide  Jacopo  De' Pazzi,  che  invece  di  Francesco  ina- 
bile per  la  ferita,  si  era  posto  alla  testa  de' suoi  e 
chiamava  il  popolo  a  libertà.  La  Signorìa  udito  dalle 


—  1 184  — 

finestre  il  tragico  avvenimento  del  Duomo,  lece  tru- 
cidare ed  impiccare  alle  finestre  del  palazzo  tutti  i 
congiurati  caduti  nelle  sue  mani,  fra  i  quali  l'Arci- 
vescovo di  Pisa.  Il  Cardinale  Riario,  senza  saperlo, 
passivo  istrumento  di  questa  tragedia,  salvato  dalle 
mani  del  popolo  irato,  fu  condotto  nella  casa  Medici, 
indi  nel  convento  della  SS.  Nunziata,  e  nel  12  Giugno 
rilasciato  andare  a  Roma. 

11  popolo  si  sollevò  a  favore  di  Lorenzo,  e  ve- 
dendolo ferito,  infuriò  in  modo  crudele  non  solo  sopra 
i  congiurati,  ma  ancora  contro  tutti  quelli  che  gli 
erano  sospetti.  La  casa  dei  Pazzi  assalita  dalla  plebe 
fu  saccheggiata,  e  Francesco,  che  stava  nudo  ferito 
in  letto,  fu  tratto  semivivo  per  le  strade,  e  al  palazzo 
dei  Signori,  e  alla  stessa  finestra  e  sul  corpo  dell'Ar- 
civescovo, appiccato.  Questi  ancor  semivivo  addentò 
il  nudo  petto  di  Francesco,  e  colla  di  lui  mammella 
fra  i  denti  stretti  dalla  convulsione  della  morte  e  con 
gli  occhi  furiosamente  aperti  fu  trovato,  quando,  ta- 
gliate le  funi,  si  fecero  cadere  i  cadaveri  sulla  piazza. 
Gli  altri  due  Salviati  ebbero  la  stessa  sorte.  Furono 
presi  quasi  tutti  i  Pazzi  in  Firenze  nascosti  o  mentre 
fuggivano.  Napoleone  Franzesi  si  salvò  come  il  Ran- 
dini;  Antonio  Da  Ragnone  e  Maffei  (23),  i  due  sicarj 
che  dovevano  uccidere  Lorenzo,  si  erano  nascosti 
in  Radia,  ma  scoperti  furono  morti  con  mille  strazj. 
La  strage  fu  grande  per  la  città,  e  più  di  settanta 
cittadini,  tra'  quali  molti  che  nulla  sapevano  della 
congiura ,  furono  strascinati  per  le  strade.  Jacopo 
Pazzi  e  Montesecco    con   il   loro  supplizio  finirono  le 


—  1185  — 

tragiche  scene  del  26  Aprile  1478.  Indi  cominciarono 
i  processi,  le  persecuzioni,  e  gli  esilj;  indi  i  fulmini 
del  Vaticano  contro  Firenze;  indi  l'aumento  immenso 
dell'autorità  medicea. 

Frattanto  Bernardo  Bandini  non  sospettava  che 
Maometto  II,  di  fresco  conquistatore  di  Costantino- 
poli, fosse  ammiratore  di  Lorenzo  il  Magnifico,  e 
quando  meno  se  lo  aspettava  fu  arrestato,  si  dice, 
senza  le  ricerche  di  Lorenzo  De' Medici  (24). 

Un  Bernardo  Peruzzi  mercante,  ne  diede  avviso 
alla  Repubblica  per  ordine  del  Sultano,  e  questa 
scrisse  al  Console  Battista  Frescobaldi  nei  seguenti 
termini:  —  Per  le  lettere  di  Bernardo  Peruzzi  abbia- 
mo inteso  con  grandissimo  piacere  come  codesto  glo- 
riosissimo Principe  ha  preso  Bernardo  Bandini  scelle- 
ratissimo parricida  e  traditore  alla  sua  patria,  e  dice 
volerne  fare  quello  vorremo  noi.  Ci  maravigliamo  che 
l'ambasciatore  non  n'abbia  scritto;  gl'imponghiamo 
di  ringraziare  l'Imperatore,  e  manderemo  a  bella  po- 
sta ambasciatore  per  ringraziarlo  formalmente.  Die 
XVIII  Junii  1479.  — 

Infatti  Antonio  De' Medici  fu  inviato  a  ringraziare 
Maometto,  e  a  ricevere  il  Bandini.  Fu  ordinato  all'in- 
caricato con  lettera  del  17  Dicembre  1479  che  con- 
ducesse il  prigioniero  a  Firenze,  e  se  si  trovasse  in 
circostanze  che  potesse  fuggirgli,  lo  facesse  morire. 
Condotto  in  Firenze,  fu  immediatamente  impiccato  alle 
finestre  del  palazzo  del  Potestà;  invano  sperando  la 
sua  salute  nella  clemenza  di  Lorenzo  che  allora  era 
assente,  essendo  andato  a  Napoli  a  trattare  la  pace 
col  Re  Ferdinando. 

T.    IV.  4 


—   1 18G  — 

Tornando  adesso  ai  nipoti  di  Bernardo,  figli  di 
Pier-Antonio  Bandini,  dirò,  che  Margherita  fu  maritata 
a  Giovanni  De'Pazzi,  e  in  seconde  nozze  a  Jacopo 
Spini;  il  lettore  si  rammenterà  di  questa  traviata  gen- 
tildonna, e  della  sua  virtuosa  condotta  nel  tempo  del 
contagio. 

Francesco  si  ammogliò  con  Ginevra  d'Alamanno 
Salviati,  ed  essendo  affezionatissimo  alla  libertà,  fu 
sostenuto  insieme  con  Francesco  d'Alessandro  Na- 
si (25),  Giovanni  di  Lanfredino  Lanfredini,  Giannozzo 
De'Nerli,  ed  altri.  La  rivoluzione  del  Maggio  1527 
aprì  loro  la  prigione,  e  Francesco  si  comportò  da 
leale  repubblicano. 

Giovanni  Bandini  nella  sua  gioventù  fu  amante 
di  andar  vagando  per  varj  paesi,  perlochè  apprese 
molte  lingue  e  molte  cognizioni.  A  Prato  commise  un 
omicidio;  ed  il  Governo  Mediceo  gli  diede  alcune 
commissioni  per  allontanarlo  da  Firenze.  Fu  allora 
che,  conosciuto  da  Carlo  V  e  dal  Principe  d'Oranges 
per  mezzo  del  Segretario  di  quest'ultimo  Bernardino 
Altarlirano,  divenne  tanto  accetto  all'Imperatore,  che 
gli  assegnò  una  rendita  annua  di  trecento  scudi  sullo 
Stato  di  Milano,  lo  fece  Conte  Palatino,  e  chiaman- 
dolo Cavaliere,  gli  concesse  l'ordine  dell'Aquila  Bian- 
ca. In  vero  io  non  ho  saputo  rinvenire  la  causa  pa- 
lese di  tanto  esaltamento.  La  causa  segreta  vi  era 
pur  troppo,  ed  i  Fiorentini  ne  ebbero  memoria  per 
lunga  stagione!  Molto  familiare  degli  Strozzi,  Gio- 
vanni era  appunto  tornato  da  Ostia  con  Clarice  mo- 
glie di  Filippo  sul  principio  del  1527,  stile  fiorentino, 
e  con   lei  si  trovava  nella   villa  della  Selva  sopra  a 


—  1187  — 

Signa ,  luogo  molto  caro  a  quella  Dama.  Quando 
successe  la  terza  cacciata  de' Medici  si  condusse  in 
Firenze  per  raccogliere  frutto  da  quella  rivolu- 
zione. 

Giovanni  Bandini  era  l'uomo  il  più  dissoluto,  e 
nel  tempo  istesso  il  più  ippocrita  che  avesse  avuto  i 
natali  in  Firenze. 

La  natura,  la  fortuna,  l'arte  lo  avevano  circondato 
di  tutti  quei  doni  apparenti  da  renderlo  l'uomo  il  più 
brillante  ed  attraente  della  società.  Se  affettava  la 
noncuranza  per  i  costumi  nazionali,  imitava  però 
quelli  della  nazione  Francese  tanto  amata  dai  Fioren- 
tini: e  questo  che  in  altri  sarebbe  stato  un  demerito, 
egli  aveva  l'arte  di  cangiarlo  in  vantaggiosa  simpatìa. 
Perciò  soleva  portare  lunghi  capelli  cadenti  oltre  le 
orecchie  tagliati  in  giro;  la  cappa  soppannata  di  pelli, 
il  giustacuore  di  velluto  bruno,  i  calzoni  di  panno 
bianco  strettissimi,  le  scarpe  di  pelle,  tutto  annunziava 
l'abbigliamento  parigino. 

A  questo  aggiungeva  una  libera  franchezza  nei 
modi,  sotto  i  quali  nascondendo  la  sfrenatezza  di  un 
libertino,  sapeva  ricoprire  il  tutto  con  un  manto  di 
simulazione  proficua  ai  suoi  divisamenti.  Particolar- 
mente riteneva  come  fole  l'amore  della  patria  e 
l'onore  delle  donne  quando  erano  per  esigere  qualche 
sacrifizio;  i  suoi  Dei  erano  l'interesse  e  l'egoismo, 
ed  a  questi  opinava  essere  lecito  ogni  sacrifizio. 

Giovanni  contuttociò  per  la  memoria  dei  suoi 
maggiori  era  reputato  per  uno  dei  più  affezionati  alla 
libertà  di  Firenze.  Ma  egli  dal  capestro  fruttato  ai 
suoi  parenti  dal  liberalismo  appunto  aveva  imparato 


—  1188  — 

una  trista  lezione,  e  si  proponeva  di  non  sposare  al- 
cuno dei  partiti  che  laceravano  la  sua  patria,  adot- 
tando la  politica  di  gettarsi  sempre  in  quello  che 
trionfava,  senza  abbandonare  le  vedute  del  partito 
vinto,  qualora  lo  avesse  reputato  conveniente  al  pro- 
prio interesse.  Per  questo  fu  Pallesco  lusingando  le 
idee  degli  Arrabbiati  finché  i  Medici  dominarono; 
scacciati  questi  figurò  di  smascherarsi  a  favore  dei 
Piagnoni  Libertini  senza  irritare  gli  arrabbiati  e  lu- 
singando i  Medicei;  arrabbiatissimo  divenne  sotto  il 
Carducci,  intrattenendosi  segretamente  con  gli  altri 
partiti,  pronto  a  diventare  palese  imperiale  e  medi- 
ceo, quando  ne  fosse  tornata  la  fortuna.  E  per  meglio 
illudere  le  fazioni,  delle  quali  se  la  rideva,  costumava 
di  portare  nella  tasca  destra  il  ritratto  del  Savona- 
rola, nella  sinistra  l'arme  de' Medici;  e  se  incontrava 
un  Piagnone,  torceva  il  collo,  inumidiva  il  ciglio  e 
a  lungo  gli  commentava  la  profezìa  del  frate:  —  Fio- 
renza flagellabitur,  et  post  flagellum  renovabitur  et 
prosperabit  — ,  sicché  lo  lasciava  edificato  delle  dot- 
trine sue;  se  invece  gli  occorreva  un  Pallesco,  cosi 
alla  sfuggita  gli  mostrava  l'arme  Medicea,  e  poi  toc- 
cato il  cuore,  gli  occhi  elevava  al  cielo  e  se  ne  an- 
dava sospirando;  insomma  sapeva  assumere  i  carat- 
teri, le  passioni  e  le  vedute  di  quelle  persone  con 
le  quali  aveva  che  fare. 

Giovanni  Bandini  era  di  corporatura  alta  più  del- 
l'ordinario, con  membra  ben  disposte,  regolari  e  ro- 
bustissime, corrispondenti  al  fiero  della  sua  anima 
trasparente  dal  volto;  naso  aquilino,  occhio  nero  e 
vivace,   capelli  e   barba    neri,  carnagione   brunetta, 


—  1189  — 

sull'età  di  trentanni  lo  rendevano  piacevole;  e  seb- 
bene gli  mancassero  le  qualità  da  poterlo  far  chia- 
mare perfetto,  sapeva  supplire  con  arte  a  tutto,  di- 
modoché in  Firenze  veniva  reputato  per  uno  de' più 
belli  uomini  della  città. 

Costui  amava  Manetta  De' Ricci  come  ho  notato; 
ma  il  suo  fuoco  non  era  già  quel  dolce  sentimento 
ispirato  dalle  virtù  e  dalle  bellezze  della  donna  ama- 
ta; non  era  già  quella  fiamma  eccitatrice  in  tanti  di 
generose  azioni;  deturperei  il  nome  di  amore  se  lo 
usassi  a  significare  la  passione  che  Giovanni  Bandini 
provava  per  Manetta;  no,  egli  non  amava  quella 
gentildonna,  ma  era  un  turpe  capriccio  quello  che  si 
destò  in  lui,  eccitato  da  un  violento  desìo  dello  sfogo 
brutale  delle  più  materiali  libidini. 

Avvezzo  a  mettere  tutte  le  donne  in  un  fascio, 
a  ritenere  come  fole  da  semplici  la  virtù  e  l'onore 
delle  medesime,  non  capiva  nella  sua  mente,  come 
si  coonestasse  l'osservanza  rigida  delle  virtù  coniu- 
gali in  una  donna  che  aveva  dimostrato  tanto  affan- 
nosa passione  per  Pandolfo  Puccini;  quindi  pensava 
che  quella  infelice,  se  non  aveva  potuto  resistere  alle 
attrattive  di  Pandolfo,  si  sarebbe  consolata  con  lui 
della  perdita  irreparabile  di  quello.  E  siccome  una 
tale  idea,  della  cui  realtà  egli  non  dubitava,  gli  di- 
pingeva Manetta  presso  che  simile  a  tante  depravate 
donne  da  lui  facilmente  soggiogate,  quindi  nulla  gli 
sembrava  più  facile  del  di  lei  possesso,  quando  se  ne 
fosse  guadagnato  il  cuore  e  la  confidenza.  Con  que- 
sto  progetto   frequentava   la  casa  Benintendi;   e  per 


—   1 1 90  — 

tendere  meglio  le  sue  insidie  a  quella  inesperta  e  sven- 
turata donna,  con  somma  astuzia  quasi  sempre  fa- 
ceva cadere  il  discorso  ora  sopra  luna,  ora  sopra 
l'altra  delle  circostanze  della  vita  di  Pandolfo  Puccini, 
del  quale  si  spacciava  l'amico  e  il  confidente. 

E  ad  esaltare  la  forza  dell'amicizia  che  seco  lui 
lo  aveva  unito,  magnificava  ciò  che  sofferse  per  aver 
tentato  di  liberarlo  dalle  mani  delle  guardie  quel 
Venerdì  di  Marzo,  in  cui  Pandolfo  vide  l'inutile  sforzo 
e  la  morte  del  suo  fedele  scudiero.  Giovanni  è  vero, 
aveva  tentato  porgere  ajuto  a  quell'infelice,  ma  quindi 
con  gli  altri  si  era  dileguato,  non  per  viltà,  ma  per- 
chè ravvisando  inutile  la  resistenza,  né  volendo  com- 
promettersi con  il  Magistrato  de' Dieci,  ricorse  alla 
sua  solita  politica  favorita.  Pur  non  ostante  si  trovò 
arrestato  per  qualche  settimana,  e  fu  sua  gran  ven- 
tura che  gli  Otto  di  Balìa  essendogli  favorevoli,  lo 
liberarono  dal  Bargello. 

Ma  quella  circostanza  non  poteva  a  meno  di 
commovere  Manetta  a  favore  dell'  amico  del  suo 
amante,  e  perciò  ne  succedeva  un  abbandono  del- 
l'anima  sua  verso  Giovanni,  al  quale  non  ascondeva, 
che  ella  si  sentiva  spinta  a  mostrarsi  seco  lui  bene- 
vola e  confidente.  Egli  sapeva  che  dalla  gratitudine 
all'amore  è  un  breve  passo;  ne  prendeva  coraggio, 
e  si  lusingava  che  in  breve  quegli  abbandoni  d'affetto 
per  il  morto,  si  sarebbero  cangiati  in  amore  per  il 
vivo. 

Ad  arte,  con  modi  lusinghieri  aveva  tirato  dalla 
sua  Angelica  Siciliana  onde  gli  fosse  propizia,  e  per 


—  1191  — 

cattivarsi  il  di  lei  cuore,  come  sapeva  fingere  un 
carattere  moderato  con  Manetta,  così  mostravasi  con 
Angelica  all'opposto  un  depravato  qual  era.  Il  diso- 
nesto contegno  di  Giovanni,  che  lo  avrebbe  reso 
odioso  ad  ogni  donna  prudente  se  non  casta,  divenne 
un  incentivo  tale  per  Angelica,  che  ne  fu  presa  da 
violenta  passione. 

Questa  donna,  spinta  come  dissi  nella  strada 
della  scostumatezza  dalla  sua  genitrice  medesima  ; 
che  non  aveva  calcolato  le  conseguenze  alle  quali  si 
esponeva  nel  condursi  sola  in  Toscana  dietro  un 
amante  che  più  non  la  curava;  che  per  darsene  pace 
erasi  fermata  in  casa  de' Rìcci  con  un  apparente  con- 
tegno di  onestà,  tenendo  in  segreto  colpevole  cor- 
rispondenza con  Federico;  che  aveva  spinto  Manetta 
nell'  abisso,  secondando  la  passione  del  Puccini;  che 
dopo  la  morte  di  Cecchino  del  Piffero  (come  per  ven- 
dicarsene su  di  Maria  indiretta  cagione  della  perdita 
di  quel  suo  antico  amante),  aveva  dato  luogo  a  cre- 
dere d'aversi  guadagnata  una  turpe  affezione  dal 
padrone;  ciecamente  in  spirito  e  corpo  si  consacrò 
alle  volontà  di  Giovanni  Bandini,  intendendosi  facil- 
mente le  persone  che  hanno  nel  cuore  la  corruzione 
ed  il  vizio. 

Giovanni  però  aveva  destato  in  quella  depravata 
la  violenta  passione  che  per  lui  la  divorava,  non  già 
perchè  gì'  interessasse  il  suo  affetto,  ma  per  averla 
con  questo  mezzo  fedele  esecutrice  dei  suoi  voleri  in 
quella  casa  Benintendi,  nella  quale  la  padrona  non 
era  gran  cosa  considerata,  avendosi  Angelica  usur- 
pato il  dominio  dell'  animo  del  padrone. 


—  1192  — 

Niccolò,  o  che  di  fatto  non  sospettasse  dell'onestà 
della  moglie  e  dell'amicizia  di  Bandini,  da  lui  preso  a 
maestro  nella  politica  simulata  sulle  cose  dello  Stato, 
o  che  non  volesse  mostrarsi  geloso  per  non  essere 
deriso,  o  che  non  amasse  richiamare  sopra  la  sua 
condotta  le  osservazioni  della  moglie,  che  sarebbero 
eccitate  dalla  critica  sulla  intimità  con  Bandini,  non 
si  dette  gran  pensiero  della  frequenza  di  costui  in 
sua  casa  aumentata  di  giorno  in  giorno,  tanto  più 
che  realmente  stimava  Giovanni  uomo  secondo  lui  di 
grande  politica  nelle  turbolenze  del  Governo,  e  che 
sotto  quel  manto  sapeva  ben  nascondere  l'animo  suo 
mostruoso,  spregevole  per  tutte  le  Fazioni. 

Durarono  alcun  tempo  le  pratiche  di  Giovanni, 
tentando  in  più  modi  l'animo  di  Maria,  ed  era  per- 
venuto al  punto  che  reputava  d'esito  sicuro  un  ten- 
tativo scoperto,  quando  sopraggiunse  il  turbine  del 
contagio.  Questo  inciampo  alle  sue  voglie,  divenne 
insormontabile,  non  tanto  perchè  la  frequenza  delle 
visite  in  tempo  che  tutti  se  ne  astenevano  avrebbe 
destati  i  sospetti  di  Niccolò,  quanto  ancora  perchè 
il  suo  tentativo  di  seduzione  trovato  avrebbe  pendente 
quel  flagello  maggiore  ostacolo  nell'animo  di  una 
donna  pietosa  e  piena  di  religione. 

Differì  adunque  a  miglior  tempo  la  determina- 
zione di  levarsi  la  maschera  per  contaminare  quella 
donna,  che  il  fato  non  era  sazio  di  angustiare  e  di 
opprimere. 


N  O  T  1  z  i  1: 


D 


a  Perugia,  secondo  il  .Verino,  ebbe  origine  la  famiglia 
Pilastri,  la  quale  dette  nome  a  quella  strada  che  muove 
dall'antico  canto  di  Monteloro,  cioè  agli  angoli  delle 
vie  di  Borgo  Pinti  e  di  Cafaggiolo,  e  mette  sulla  piazza 
di  S.  Ambrogio,  detta  via  de'PiLASTRi. 

I  Pilastri  sono  antichissimi  in  Firenze ,  poiché  è 
noto  che  Conte  di  M.  Uguccione  con  Ruggero,  Soldo, 
Iacopo,  Gualduccio,  Iacopo  e  Donato  suoi  fratelli  e  M. 
Iacopo  di  Gherardo  intervennero  alla  battaglia  di  Mon- 
taperti.  Si  estinsero  forse  nei  remoti  tempi  e  si  sa  che 
usarono  per  arme  un  campo  d'argento  ripieno  di  bande 
nere  ondate  divise  da  una  fascia  rossa. 

Da  Gualduccio  Pilastri  voglionsi  originali  i  Gual- 
ducci  ai  quali  appartenne  Pela  di  Gualduccio  di  Pietro 
Priore  nel  1286,  88,  92,  96,  e  1316  ,  che  fu  ancora 
ricco  mercante  in  Barberìa ,  e  Paolo  Patriarca  di  Grado. 
Usarono  per  arme  d' una  banda  dorata  nel  campo  az- 
zurro. 

Dovendo  credere  al  Gamurrini,  autore  che  merita 
poca  fede,  anco  i  Gherardi  trarrebbero  dai  Pilastri  la 
loro  origine,  ma  una  asserzione  non  basata  su  documenti 
merita  poca  credenza.  I  Gherardi  cominciarono  a  farsi 
conoscere  nel  1352,  nel  qual  anno  Orlando  di  Gherardo 
aprì  la  serie  dei  trentadue  Priori  della  sua  famiglia, 
come  Bernardo    tìglio    di    Bartolommeo    suo    fratello   fu 

t.  ìv  5 


—  1194  — 

nel  1434  il  primo  dei  dieci  Gonfalonieri  che  alla  Re- 
pubblica dette  questa  famiglia.  Bernardo  partigiano  di 
Cosimo  Medici  fu  influentissimo  e  fu  quello  che  lo  fece 
richiamare  dall'esilio.  Fu  Ambasciatore  a  Venezia  e  a 
Ferrara  nel  1435  ed  a  Pio  II  nel  1449.  Morì  nel  1459 
e  l'onoranza  funebre  fu  fatta  a  spese  del  pubblico.  Ghe- 
rardo di  Bartolommeo  fu  ufficiale  dello  studio  Fiorentino 
nel  1428  e  tre  volte  Gonfaloniere,  e  Francesco  suo  figlio 
coprì  la  stessa  carica  nel  1494  e  99  e  fu  Commissario 
generale  nella  guerra  contro  i  Senesi  nel  1495.  Ai  tempi 
dell'assedio  figurarono  alcuni  di  questa  casa,  tra  i  quali 
Iacopo  di  Iacopo  Gherardi  fanatico  libertino,  nemico  di 
Niccolò  Capponi,  che  fu  decapitato  dopo  il  termine  del- 
l'assedio e  Lottieri  suo  fratello  che  fu  mandato  Amba- 
sciatore al  Re  di  Francia  nel  1527,  a  Carlo  V  nel  1529, 
quindi  Commissario  delle  milizie  cittadine  durante  l'as- 
sedio e  dopo  la  resa  della  città  confinato  a  Bergamo. 
Antonio,  Gherardo  e  Luigi  di  Francesco  parteggiarono 
pei  Medici,  e  dopo  la  caduta  della  Repubblica  fecero 
parte  della  balìa  che  riformò  il  Governo  e  Y  uno  dopo 
l' altro  furono  senatori.  Gherardo  di  Andrea  ottenne  il 
Vescovato  di  Pistoja  che  resse  con  fama  di  pio  e  zelante 
pastore,  e  Giovanbatista  suo  fratello  fu  eletto  Senatore 
nel  1679  e  da  lui  direttamente  provengono  i  rappresen- 
tanti attuali  di  questa  distinta  ed  antica  famiglia.  Arme 
Gherardi  è  la  croce  terminante  a  sega,  azzurra  nel 
campo  d'oro  accostata  ai  quattro  lati  da  altrettante 
stelle   parimente  turchine. 

Altri  Gherardi  a  differenza  di  questi  detti  Del  Bello 
ottennero  per  undici  volte  il  Priorato  e  per  due  il  Gon- 
falonierato  tra  il  1292  ed  il  1378  e  presero  nome  da 
Gherardo  d'Iacopo  Del  Bello  ufficiale  deputato  alla  ras- 
segna dell'esercito  Fiorentino  che  mosse  per  Montaperti 
nel  1260.  Mancarono  prima  del  secolo  XVI  ed  usarono 
per  stemma  tre  fasce  rosse  caricate  di  rose  d'  argento 
nel  campo  rosso. 


—  1195  — 

2)  Non  si  confonda  l'Osterìa  del  Fico  che  stava  nel  chiasso 
Agolanti,  corrispondente  in  via  della  Morte,  oggi  in- 
corporata nella  fabbrica  della  Compagnia  della  Miseri- 
cordia, colla  strada  di  via  del  Fico  che  muove  dalla 
via  della  Fogna  dalla  piazza  S.  Croce  e,  traversata  via 
de'  Pepi  finisce  in  via  delle  Pinzochere.  Questa,  si  di- 
ceva del  Fico  da  un  orto  dove  era  una  gran  pianta  di 
fico,  e  l'osterìa  teneva  similmente  per  frasca  un  ramo 
di  fico.  Qui  cade  il  punto  da  dire  una  parola  dei  Pepi 
e  delle  Pinzochere. 

I  Pepi  sono  comunemente  creduli  originarj  di  Cipro 
e  così  nomati  per  aver  avuto  in  Firenze  il  monopolio 
del  commercio  del  pepe.  Forse  è  errore,  perchè  il  nome 
Pepe  non  è  nuovo  in  Firenze  trovandosi  un  individuo 
di  questo  nome  anco  nel  più  volle  citato  ruolo  del- 
l' Arbia.  Ammessi  alle  Magistrature  ottennero  quattro 
volte  il  Gonfalonierato  e  venticinque  il  Priorato  tra  il 
t301  ed  il  1513.  Francesco  di  Cherico  fu  famoso  Le- 
gista, Lettore  in  Pisa  nel  1493,  Ambasciatore  all'Im- 
peratore Massimiliano  per  congratularsi  del  suo  arrivo 
in  Italia  nel  1496,  quindi  residente  a  Milano,  e  final- 
mente Ambasciatore  di  obbedienza  a  Pio  III  nel  1503. 
Roberto  di  Francesco  fu  eletto  senatore  nel  1708.  Anco 
questa  famiglia  tuttora  esiste  ed  usa  l'arme  di  un  palo 
d' argento  nel  campo  rosso.  La  via  che  dalle  loro  case 
prese  il  suo  nome  dicevasi  più  anticamente  dei  Buon- 
fantini  da  casa  illustre  anticamente  mancata  e  che  dette 
al  Comune  due  Gonfalonieri  e  sette  Priori  tra  il  1291 
ed  il  1240.  Fu  suo  stemma  il  campo  squartato  a  sghem- 
bo, sopra  e  sotto  dorato  ed  azzurro  nei  lati.  Non  dalla 
famiglia  Pinzocheri  che  usò  l'arme  di  un'Oca  rossa  nel 
campo  bianco,  ma  dalle  Donne  Pinzochere  prese  nome 
la  strada,  che  cominciando  da  via  Ghibellina,  sbocca 
nella  via  dei  Malcontenti.  Meglio  non  si  possono  definire 
le  pinzochere  che   riportando  le  parole  del  Firenzuola. 


—  1196  — 

Avete  da  sapere,  ei  diceva,  che  essendo  stali  tutti 
i  Toscani  in  ogni  tempo  non  solamente  dediti  alla  Re- 
ligione ma  superstiziosi,  i  Fiorentini  hanno  ecceduto  in 
questo  tutti  gli  altri,  e  le  donne  massimamente,  fra  le 
quali  per  fino  nel  1305  fu  una  certa  sorta  di  buone 
femmine,  che  facendo  una  setta  per  loro,  e  passando  i 
termini  di  ogni  apparente  cristiana  regola ,  volevano 
quasi  ristringere  i  comandamenti  dell'Evangelio,  le  quali 
erano  ajutale  dai  frati  di  S.  Domenico  e  di  S.  France- 
sco; e  queste  tali  assieme  con  quei  frati  o  altri  uomini 
che  fossero  di  questa  opinione ,  si  chiamavano  spigolistri, 
nome  che  altro  non  importava  che  una  sorte  di  brigate 
superstiziose,  alle  quali  sempre  in  apparenza  non  ba- 
stando gli  Evangeli,  né  i  rigori  di  S.  Benedetto,  con 
gli  esteriori  atti  professavano  una  vita  santa,  nel  segreto 
però  contaminata  da  ogni  lordura.  Ai  spigolistri  interes- 
savano le  parole  non  i  fatti,  e  più  di  parere  s'ingegna- 
vano che  di  essere  buoni.  Quindi  per  simular  meglio  il 
Sanctificetur  andavano  disprezzati  nella  persona,  cercavano 
d'apparire  magri  e  pallidi  in  faccia,  acciocché  il  mondo 
gli  credesse  persone  santissime. 

L'  etimologìa  del  nome  si  fa  derivare  dall'  appiccare 
i  moccoli  agli  spigoli  dell'altare,  secondo  gli  Accademici 
della  Crusca;  ma  sembra  che  più  naturale  spiegazione 
derivi  dallo  spigolare  e  non  mietere  nei  campi  del  grano 
della  buona  morale. 

I  pinzocheri  e  le  pinzochere  erano  lo  stesso  che  i 
spigolistri  e  le  spigolistre;  e  si  dice  che  da  bigiotto 
derivasse  sì  il  nome  di  bigotto  che  di  pinzoco  ed  il  di- 
minutivo di  pinzochero,  e  ciò  perchè  i  Terziarj  di  San 
Francesco  vestirono  l'abito  bigio.  Le  terziarie,  le  pin- 
zochere, le  spigolistre  che  erano  tutte  una  cosa,  furono 
religiose  anfibie  di  una  natura  terza  tra  le  monache  e 
le  secolari.  Vivevano  in  comunità,  o  sole  o  in  famiglia 
come    loro  piaceva.  Fu    cura    grandissima    dei    frati   di 


—  1197  — 

avere  vicino  ai  loro  conventi  le  case  delle  pinzochere; 
come  per  esempio,  nella  via  Val-Fonda  o  Profonda  dietro 
S.  Maria  Novella  sfavano  le  pinzochere  o  terziarie  di 
S.  Domenico;  ed  un  ricco  mugnaio  nel  1307  lasciò  ai 
frati  di  detta  chiesa  le  sue  case  in  quella  strada  espres- 
samente perchè  vi  tenessero  le  pinzochere,  altrimenti 
perdevano  l'eredità;  quivi  le  bigotte  aumentarono  im- 
mensamente, per  cui  i  frati  alle  loro  abitazioni  aggre- 
garono parte  dei  locali  corrispondenti  nel  loro  convento. 
Papa  Pio  V,  per  rimediare  al  disordine,  prescrisse  che 
il  capitolo  delle  pinzochere  di  S.  Caterina  da  Siena,  o 
come  poi  si  disse  di  S.  Vincenzio  in  Valfonda  cessasse 
d'aver  comunicazione  coni  frati,  e  si  sottoponesse  alla 
clausura.  Quest'antifona  non  piacque  alle  obbedienti  pin- 
zochere, ed  osarono  opporsi  alla  disciplina  proposta  dal 
Papa.  Allora  Cosimo  I  Granduca  fu  veramente  grande, 
perchè  dissipò  le  case  delle  pinzochere  divenule  ornai 
tanti  bagordi. 

Anco  i  Minori  conventuali  di  S.  Francesco  avevano 
le  loro   pinzochere,  e  da  queste  prese   nome    la    strada 
vicina  al  loro  convento.  Anzi  procurarono  dagli  Otto  di 
Balìa  un   bando  il  quale  proibiva  alle  meretrici  ed  alle 
donne    di  cattiva  vita    di    accostarsi   a    quella  contrada, 
perchè    le    pinzochere    non    fossero    sturbate   nella    loro 
privativa.  Tutto  degenera  in  progresso   di  tempo,  onde 
molti  e  molte  abusarono  dell'abito  e  dell'istituto;  quindi 
l'ipocrisìa  trionfò  fino  a  che  non  fu  soggetta  alla  derisione. 
Non  occorre  brunir  co'  labbri  i  sassi, 
Disse  Plutone,  ossaccia  senza  polpe, 
E  fare  il  torcicollo,  e  ovunque  passi 
Seminar  discipline  e  dir  tue  colpe; 
Ch'io  so  che  chi  per  lepre  ti  comprassi, 
Avrebbe  almen  tre  quarti  della  volpe. 
Cosimo  I,  quantunque  il  facesse  per  guadagnarsi  l'ani- 
mo di  Papa  Pio  V,  frenò  la  condotta  morale  de'  claustrali. 
Egli  vide,  come   tutto  il  mondo    aveva    veduto  e    come 


—   1198  — 

aveva  divisato  di  rimediare  il  Concilio  Tridentino,  che 
molti  conventi  di  frali  avevano  contiguo  il  monastero 
delle  suore  dell'ordine  loro,  delle  quali  liberamente  abu- 
savano, riducendo  quei  sacri  asili  di  vergini  in  scandalosi 
alberghi,  contribuendo  in  specie  a  render  facili  tali  scon- 
certi dal  non  esservi  clausura  nei  termini  che  il  Con- 
cilio Tridentino  e  le  Costituzioni  di  Pio  V  e  di  Gregorio 
XIII  hanno  stabilito  posteriormente.  Cosimo  adunque 
volle  correggere  le  monache,  e  tolse  ai  conventi  de' frati 
la  direzione  di  quelli  delle  suore,  sottoponendole  al 
Vescovo  diocesano ,  e  istituendo  gli  Operai.  Quindi  com- 
minò la  pena  di  varj  tratti  di  fune  ai  frali  che  si  fos- 
sero accostati  a  trattare  con  le  monache  senza  espressa 
licenza.  Non  riuscì  pienamente,  ma  frattanto  moderò  lo 
scandalo  che  la  loro  condotta  seminava  nella  città. 

Egli  aveva  gran  voglia  di  riformare  anche  i  frati, 
ma  siccome  temeva  la  loro  potenza  e  influenza,  procurò 
di  comportarsi  con   essi  con  somma  politica. 

(3)  Il  Chiasso    della    Malvagia   corrispondeva  sulla  piazza  di 

S.  Giovanni  accanto  all'arco  de'Pecori  e  conduceva  sulla 
piazzetta  degli  Adimari.  Prese  questo  nome  dal  vender- 
visi  in  una  rinomata  osterìa  il  vino  detto  Malvagia,  come 
prese  questo  nome  medesimo  una  famiglia  di  vinaj  che 
ne  teneva  il  commercio,  e  che  die  alla  Repubblica  Cri- 
stofano  di  Francesco  Priore  nel  1387,  1404,  e  1411. 
Questi  della  Malvagia  ebbero  per  arme  un  campo  diviso 
orizzontalmente  sopra  azzurro  con  due  rose  d'oro,  e  al 
di  sotto  d'oro  con  una  rosa  turchina. 

(4)  L'Osterìa  del  Porco   così    detta   dall'  Insegna    raffigurante 

la  testa  d'un  majale,  dà  ancora  il  nome  al  Chiasso  del 
Porco,  stradella  cui  si  ha  accesso  dal  corso  degli  Adimari. 

(5)  La    famiglia    Borromei    non    è   d' origine   fiorentina,    ma 

qua  venuta  da  S.  Miniato.  Si  disse  più  anticamente  dei 


—  1199  — 

Franchi  e  in  seguito  Borromei  da  un  Borromeo  di  Fran- 
cesco. Questa  casa  era  di  condizione  popolare  e  primo 
a  darle  nome  fu  Filippo  di  Lazzaro  che  fattosi  in   San 
Miniato  capo  della  parte  Ghibellina  staccò  i  Samminia- 
tesi  dall'alleanza  coi  Fiorentini,  e  gli  fece   seguaci  del- 
l' Imperatore    Carlo   IV.    Costretto   questo    Monarca    ad 
abbandonare  l' Italia  rimase  S.  Miniato  esposto  alle  ven- 
dette  dei    Fiorentini ,  che    andati    ad    assediarla    presto 
l'ebbero  nelle  mani,  e  Filippo  tradotto  a  Firenze  fu  de- 
capitato nel  1370.  1  suoi  figli   fuggirono   a   Milano  ove 
accumularono    col   commercio    immense    ricchezze.   Gio- 
vanni uno  di  essi  adottò  i  figli  nati  da  Margherita  sua 
sorella  che  avea  sposato  un  Giacomo  Vitaliani  di  Padova 
e  da  esso  discesero  i  famosi  Borromei  di  Milano.  Bor- 
romeo altro  figlio  di  Filippo  fu    tesoriere   dei  Carraresi 
in  Padova,  ma    fu   da   essi   cacciato   perchè    scopersero 
che  con  mezzi  illeciti  tentava  d' impinguare  il  suo  erario. 
Passato   a   Milano  suscitò   contro  di  essi  i  Visconti  che 
nel  1387  gli  spogliarono  dei  loro  dominj.  Ei  seguitò  nei 
servigj  dei  Visconti  ed  ottenne    la  Contea    di  Castellar- 
quato  e   Valditaro,   delle  quali,  caduto  in  disgrazia,  fu 
spogliato  nel  1407.  Alla  sua  morte  accaduta  nel  1422, 
i  suoi  figli  oltre  immensi  possessi  è  fama   che    si    divi- 
dessero ventiquattro  milioni  di    fiorini    d' oro.  Giovanni 
uno  di  quelli  ebbe  una  sola  figlia  in  Beatrice  maritata  a 
Giovanni  de' Pazzi,  e  l'ingiusta  legge  da  Lorenzo  de'Me- 
dici  fatta  emanare  per  spogliarla  delle  ricchezze  paterne 
fu  non  ultima  causa   della    congiura    che   i    di   lei    figli 
ordirono  per  estinguere  i  Medici.  Antonio  di  Borromeo 
per  mezzo  di  Alessandro,    Carlo,    Filippo    e    Borromeo 
propagò  la  famiglia.  La  discendenza  di  Alessandro,  nella 
quale  figura  Achille  suo  figlio  ucciso  al  sacco  di  Roma 
nel  1527,  visse  in  Padova  e  vi  mancò  nel  secolo  XVII. 
Carlo  gran  partigiano  de' Medici  ottenne  il  Priorato  nel 
1471  e  dopo  di  lui  i  suoi  figli  per  altre    tre  volte.  La 
sua  linea  finì  nel  senator  Giovanni   morto  nel   1679,  la 


—   1200  — 

di  cui  figlia  Teresa  sposò  Ferdinando  Carlo  di  Alessandro 
Filippo,  discendente  da  Filippo  di  Borromeo  che  in  Pa- 
dova avea  stabilita  la  famiglia.  Da  questo  matrimonio 
non  nacque  che  Cornelia  Margherita  che  fu  maritata  nei 
Capponi  detti  dalle  Rovinate,  nei  quali  pervenne  il  pingue 
censo  dei  Borromei  di  Firenze.  Ferdinando  Carlo  ebbe  però 
da  altre  nozze  Gio.  Francesco  il  quale  continuò  il  suo  ramo 
che  rimase  estiuto  per  morte  di  Alessandro  suo  figlio  nel 
1819.  Borromeo  di  Filippo  stabilì  pure  la  sua  casa  in 
Padova  ove  tuttora  sussiste.  Arme  Borromei  è  il  campo 
fasciato  di  rosso  e  di  verde,  tagliato  da  una  banda  d'  ar- 
gento. 

(6)  La  potentissima  famiglia  dei  Tornaqcinci  secondo  il  Ve- 
rino proviene  da  Roma.  La  sua  origine  si  perde  nel- 
l'oscurità dei  secoli,  e  solo  sappiamo  che  in  Firenze  aveva 
vasti  possessi  e  che  possedeva  molto  terreno  lungo  la  riva 
dell'Arno,  sul  qual  fiume  ebbe  da  Ottone  I  il  privilegi»» 
di  fare  delle  pescaje.  Quando  fu  fatto  il  secondo  cerchio 
delle  mura  ebbe  da  essi  nome  la  porta  che  poi  si 
disse  di  S.  Pancrazio,  ed  una  piazzetta  sulla  di  cui  area 
fu  in  seguito  edificato  il  palazzo  dei  Strozzi.  Figliocaro 
fu  Console  dei  militi  nel  1166,  Iacopo  del  Consiglio 
degli  Anziani  nel  1176.  I  Tornaquinci  nel  1215  par- 
teggiarono pei  Buondelmonti,  quindi  pei  Guelfi,  e  dai 
registri  dei  guerrieri  che  si  trovarono  sui  campi  di 
Montaperti  nel  1260  si  ha  che  vi  fossero  dei  Tornaquinci, 
Gianni  capitano  dei  soldati  del  sesto  di  S.  Pancrazio, 
Brunetto  di  Lottieri  distingitore  dei  Balestrieri,  e  Messer 
Sinibaldo  colla  carica  di  Potestà  mandato  alla  guardia 
di  Poggibonsi.  Sconfitti  i  Guelfi  doverono  con  essi  esulare 
e  solo  rividero  le  patrie  mura  nel  1266.  Uscirono  da 
questa  casa  cavalieri  di  molta  fama  che  gran  nome  si 
fecero  duranti  le  civili  contese;  serva  solo  il  nominare 
Gherardo  Ventroja  che  portando  1'  insegna  reale  alla 
battaglia  di  Campaldino  nel   1289  ebbe  gran  parte  della 


—   1201   — 

vittoria  dalla  fazione  Guelfa  riportata.  Messer  Cipriano, 
M.  Foglia,  M.  Gentile,  M.  Cardinale  e  molti  altri  se- 
gnarono la  pace  del  Cardinal  Latino  nel  1280,  e  furono 
ammessi  alle  Magistrature  nel  1282,  avendo  già  nel  1284 
ottenuto  per  quattro  volte  il  Priorato  nella  persona  di 
M.  Ruggero.  Ma  nel  1292  nella  famosa  riforma  di  Giano 
Della  Bella  furono  i  Tornaquinci  esclusi  dal  Governo 
per  essere  magnati  e  molto  potenti  e  da  quell'  epoca  mai 
più  poterono  ottenere  le  principali  Magistrature ,  talché 
fu  necessità  a  varj  rami  della  famiglia  nascondersi  sotto 
altro  nome.  Per  altro  sì  la  Repubblica  Fiorentina  che 
gli  altri  potentati  <T  Italia  fecero  conto  degli  uomini  più 
celebri  di  questa  casa  che  furono  chiamati  alle  preture 
delle  principali  città  Italiane,  ed  ebbero  dai  loro  con- 
cittadini l' incarico  di  onorifiche  missioni.  M.  Gherardo 
dopo  essersi  fatto  nome  a  Campaldino  fu  chiamato  Po- 
testà a  città  di  Castello  nel  1290,  a  Fano  nel  1294  e 
ad  Asti  nel  1297,  avendo  fino  dall'anno  1294  soste- 
nuto per  la  patria  un'ambascerìa  a  Papa  Celestino  V. 
M.  Cardiuale  di  Marabattino  fu  Potestà  di  Gubbio  nel 
1280.  Ometto  per  brevità  molti  individui  illustri  di 
questa  casa  ,  e  solo  farò  menzione  di  Biagio  di  Bingeri 
capitano  di  molto  valore  che  fu  luogotenente  del  Duca 
di  Calabria  nella  guerra  contro  Castruccio,  e  quindi 
capitano  generale  nelle  guerre  contro  i  Pisani,  padre  di 
M.  Dego  cavaliere  di  gran  riputazione  ed  avo  di  altro 
Biagio  che  nel  1366  fu  eletto  senatore  di  Roma.  Pietro 
Vescovo  di  Porto  fu  nominato  al  cardinalato  nel  1366 
e  morì  nel  1404.  Nel  secolo  XV  il  ramo  dei  Torna- 
quinci decadde  di  splendore  e  di  ricchezze  e  soltanto 
tornò  in  cariche  sotto  il  Principato.  Tre  senatori  tolsero 
i  Sovrani  Medicei  dai  Tornaquinci,  affidarono  a  Mario 
il  Governo  di  Livorno,  e  Giov.  Antonio  del  senatore 
Giov.  Gaetano  già  Segretario  di  Stato  di  Giovan  Gastone 
fu  eletto  a  far  parte  del  Consiglio  di  Reggenza  per  il 
Granduca  Francesco  11  nel  1737.  Il  Bali  Luca  suo  fra- 
t.  iv.  ti 


—   1202  — 

tello  morì  il  19  Febbrajo  1790,  ultimo  non  solo  dei 
Tornaquinci  ma  di  tutta  ancora  la  loro  consorterìa ,  ed 
il  cognome  ed  i  beni  pervennero  nei  Medici  nei  quali 
era  maritata  Margherita  sua  nipote  di  fratello.  L'arme 
Tornaquinci  fu  il  campo  inquartato  d' oro  e  di  verde. 
Da  essi  uscirono  le  seguenti  famiglie. 

I  Popoleschi  nel  1364  furono  originati  da  Niccolò 
di  Ghino,  cui  si  aggiunse  Tommaso  di  Piero  nel  1371. 
Presero  per  arme  una  gran  croce  rossa  nel  campo  di 
argento  smerlato  d'  oro  e  di  verde.  Produssero  i  Popo- 
leschi varj  uomini  di  rinomanza,  tra  i  quali  primeggia 
Bartolommeo  di  Piero  famoso  Legista  che  nel  1399  fu 
mandato  oratore  a  Venezia  per  trattar  pace  col  Duca 
di  Milano,  e  nuovamente  nel  1405  per  intercedere  la 
pace  al  Siguore  di  Padova,  a  Bologna  nel  1404  per  com- 
porre le  differenze  tra  il  Legalo  ed  i  Marchesi  d'Este, 
al  Re  Ladislao  di  Napoli  nel  1406  per  pregarlo  d'ajuto 
nell'impresa  di  Pisa,  quindi  in  Francia  per  l'oggetto 
medesimo.  Nel  1408  fu  mandato  a  Siena  a  Gregorio  XII 
per  indurlo  ad  aduuare  il  Concilio,  sindaco  a  Pisa  nel 
1409  per  far  lega  col  Duca  d'Anjou  e  col  Legato  di 
Bologna  contro  il  Re  Ladislao,  a  Giovanni  XXIII  per 
prestargli  obbedienza  ed  esortarlo  alla  pace.  Molte  altre 
missioni  del  più  alto  interesse  furono  a  lui  affidate,  e 
tanto  fece  stima  di  lui  la  Repubblica  che  essendo  morto 
in  Napoli  nel  1412  mentre  vi  trattava  la  pace  tra  il 
Re  ed  il  Pontefice,  fu  onorato  dal  Comune  di  funerali 
solenni,  e  a  ciascuna  delle  sue  figlie  furono  sul  pubblico 
erario  assegnati  dugento  fiorini  di  dote.  Ai  tempi  di 
questo  racconto  varj  dei  Popoleschi  difendevano  la 
cadente  libertà  della  patria,  tra  gli  allri  Baccio  di 
Piero,  e  Piero  di  Bartolommeo  che  banditi  dopo  l'as- 
sedio si  posero  tra  i  fuorusciti.  La  Repubblica  tolse  da 
questa  famiglia  diciannove  Priori  e  quattro  Gonfalonieri 
ed  il  Principato  due  Senatori.  Ultimo  della  famiglia  fu 
Alfonso  del  Cav.  Ridolfo  che  morì  il  13    Ottobre  1788 


—  1203  — 

lasciando  erede  Lucrezia  sua  sorella  maritata  nei  Filicaja, 
dalla  quale  i  beni  dei  Popoleschi  pervennero  ne!  celebre 
Giovanbalista  Niccolini,  vivente  onore  della  patria  e 
d' Italia. 

Gli  Iacopi  nel  1379  originati  da  Sandro  di  Simone 
che  prendendo  tal  nome  si  elesse  per  arme  una  palla 
di  argento  con  croce  rossa  circondata  da  due  cerchi 
l' uno  nero  e  l' altro  verde  nel  campo  d' oro.  Questa 
diramazione  tornò  ben  presto  all'  antico  cognome. 

I  Marabottini  nell'anno  medesimo,  quando  Zanobi 
di  Marabottino  volle  così  chiamarsi  e  prese  l'arme  eguale 
a  quella  degl'  Iacopi  colla  sola  differenza  di  un  contorno 
verde  allo  scudo.  Anco  questi  presto  mancarono. 

Cipriano  ed  Iacopo  di  Giachinotto  Tornaquinci  nell'anno 
stesso  chiesero  di  chiamarsi  dei  Giachinotti  e  scelsero  per 
propria  insegna  lo  scudo  d'argento  vestito  di  rosso  con  in 
mezzo  l'arme  del  popolo  accostata  da  quattro  conchiglie 
azzurre  poste  in  croce,  arme  che  poi  cambiarono  in 
uno  scudo  inquartato  come  quello  dei  Tornaquinci  col- 
l' aggiunta  di  una  conchiglia  per  ogni  quartiere,  contra- 
riante  il  colore  del  campo.  Questo  ramo  dette  alla  Re- 
pubblica sette  Priori  tra  il  1443  ed  il  1529.  In  tempo 
dell'assedio  figurarono  alla  difesa  della  patria,  Bernardo 
che  stato  tenuto  prigione  dai  Medici  per  aver  di  essi 
sparlato  nel  1527 ,  fu  poi  mandato  Commissario  al 
Borgo  S.  Sepolcro  nel  1530,  Giovanbatista  e  Girolamo 
che  furono  confinati  dopo  l'assedio,  Pieradoardo  di  Gi- 
rolamo che  stato  Commissario  in  Livorno,  in  Prato  e 
finalmente  in  Pisa,  fu  fatto  poi  decapitare  nel  1530  dal 
Commissario  che  per  succedergli  avevano  i  Medici  de- 
putato. Questa  casa  mancò  in  Neri  di  Alberto  morto  il 
17  Maggio  1634  e  iu  un  di  lui  fratello  prete  dell'Ora- 
torio che  precipitatosi  da  un  terrazzo  morì  il  2  Dicem- 
bre 1697. 

I  Tornabuoni  ebbero  origine  da  Simone  di  Tieri 
di  M.  Ruggero  che  così  elesse   di    chiamarsi   nel    1393 


—  1204  — 

eleggendo  per  stemma  uno  scudo  squartato  iu  croce  di 
S.  Andrea  verde  sopra  e  sotto  e  dorato  nei  lati ,  con 
sopra  un  Leone  rampante  e  contrariante  i  colori  dei 
campi  avente  sul!' omero  un  piccolo  scudo  coli' arme  del 
popolo  di  Firenze.  Ammessi  alle  Magistrature  ottennero 
quindici  volte  il  Priorato  e  sei  il  Gonfalonierato  tra  il 
1445  ed  il  1530.  I  Tornabuoni  famiglia  di  storica  ce- 
lebrità figurarono  tra  i  partigiani  dei  Medici,  che  gli 
interessarono  alla  loro  casa,  quando  Cosimo  il  Vecchio 
die  iu  moglie  a  Piero  suo  figlio  Lucrezia  di  Francesco 
Tornabuoni  donna  di  non  volgare  letteratura.  Giovanni 
di  lei  fratello  fu  tesoriere  di  Sisto  IV,  e  a  quel  Papa 
deputato  ambasciatore  per  chiedere  assoluzione  dalle 
censure  nel  1480,  quindi  nel  1484  ad  Innocenzio  Vili 
per  prestargli  obbedienza.  Lorenzo  suo  figlio  nel  1497 
fu  decapitato  e  molli  altri  della  casa  furono  mandati  in 
esilio  come  partecipi  in  una  congiura  diretta  a  rimettere 
i  Medici  in  Firenze.  Quindi  non  è  maraviglia  se  Gio- 
vanni e  Leonardo  Vescovo  del  Borgo  S.  Sepolcro  ambi- 
due  figli  di  Lorenzo  parteggiarono  contro  la  libertà  du- 
rante l'assedio.  Giuliano  figlio  di  Filippo  altro  fratello 
della  Lucrezia  de' Medici  fu  ambasciatore  di  obbedienza 
a  Leone  X  suo  cugino  quando  fu  eletto  Pontefice,  quindi 
Vescovo  di  Saluzzo.  Simone  suo  fratello  fu  da  quel  Pon- 
tefice eletto  Presidente  della  Romagna  nel  1515,  e  da 
Clemente  VII  senatore  di  Roma  nel  1524  e  nuovamente 
nel  1527.  Stette  in  Roma  durante  l'assedio,  ed  appena 
Firenze  ebbe  capitolato,  vi  fu  mandato  colla  carica  di 
Gonfaloniere  di  Giustizia.  Allo  spirare  della  sua  carica 
Clemente  VII  lo  fece  con  gran  pompa  armare  cavaliere 
e  alla  istituzione  del  senato  dei  XLVIII  ve  lo  comprese. 
Ebbe  a  figlio  Alfonso  Vescovo  di  Saluzzo  e  poi  del  Borgo 
S.  Sepolcro,  uomo  molto  accetto  a  Cosimo  I  che  dopo 
averlo  spedito  in  missioni  diplomatiche  ai  Genovesi, 
all'  Imperatore,  e  ai  Re  d'Inghilterra,  di  Francia  e  di 
Spagna,  Io  destinò  a  far  le  sue  veci  nella  capitolazione 


—  1205  — 

dei  Senesi  nel  1554.  Donato  suo  fratello  fu  fatto  senatore 
nel  1547  ed  ebbe  da  Lucrezia  Valori  Giuliano  e  Cosimo 
senatori ,  Simone  cavaliere  di  S.  Stefano  perito  valorosa- 
mente nel  1571  alla  battaglia  di  Lepanto,  e  Niccolò  che 
eletto  Vescovo  del  Borgo  S.  Sepolcro  nel  1560,  fu  poi 
mandato  ambasciatore  alla  Corte  di  Francia  e  a  Sisto  V. 
A  lui  debbono  i  Toscani  l'introduzione  del  tabacco,  che 
in  onore  di  chi  lo  propagò  si  chiamò  da  principio  erba 
tornabuona.  Il  di  lui  nipote  Donato  figlio  del  senator 
Cosimo  nelle  armate  Toscane  insignito  del  grado  di 
Colonnello,  morì  ultimo  dei  Tornabuoni  nel  1635,  sep- 
pure questa  casa  non  si  spense  pochi  anni  dopo  in 
Francia  ove  era  stabilito  un  ramo  proveniente  da  Leo- 
netto figlio  naturale  di  Leonardo  Vescovo  del  Borgo  S. 
Sepolcro. 

Iacopo  di  Niccolò  di  Teglia  Tornaquinci  chiese  nel 
1393  ed  ottenne  di  chiamarsi  dei  Cardinali  e  scelse  per 
arme  un  campo  tagliato  orizzontalmente  d'oro  su  verde 
con  una  palla  bianca  con  croce  rossa  nel  centro  dello 
scudo,  e  finalmente  da  Tieri  di  Francesco  ebbero  nel- 
l'anno stesso  origine  i  Pellegrini  che  presero  per  in- 
segna una  palla  bianca  con  croce  rossa  nel  mezzo  dello 
scudo  verde,  accostata  da  tre  corone  dorate.  Ambedue 
queste  casate  presto  tornarono  sotto  l'avito  cognome. 

(7)  Maestro  Salvi  di  Maestro  Guglielmo  di  Forese  di  Gotti- 
fredo,  medico  molto  rinomato  in  Firenze  dopo  la  metà 
del  secolo  XIII,  dette  nome  ed  origine  alla  famiglia  Sal- 
viate Quando  la  famiglia  cominciò  ad  essere  ricca  di 
storica  rinomanza  e  di  averi,  si  disse  che  Gottifredo 
apparteneva  alla  famiglia  consolare  dei  Caponsacchi,  da 
molti  anni  estinta,  ma  anco  gli  antiquarj  più  impudenti 
per  adulazione  vi  prestarono  poca  fede.  Primo  ad  otte- 
nere Magistrature  fu  Cambio  medico  figlio  di  Salvi  che 
fu  il  primiero  dei  sessantatre  Priori,  come  nel  1335  aprì 
la  serie  dei  ventuno  Gonfalonieri  di  giustizia  che   dette 


—   1206  — 

questa  casata.  Lotto  altro  figlio  di  Salvi  fu  famoso  Giu- 
reconsulto e  Priore  nel  1302  e  1304.  Dai  suoi  figli 
Giovanni  e  Francesco  fu  propagata  la  casa. 

Da  Giovanni  che  fu  Gonfaloniere  nel  1356  e  1379, 
nasceva  Forese  che  coprì  per  tre  volte  la  medesima 
carica,  uomo  molto  in  favore  presso  il  popolo,  e  che 
dopo  avere  sostenuto  importanti  missioni  fu  armato  ca- 
valiere dai  Ciompi  nel  1378  e  fu  Capitano  generale  della 
Romagna  Fiorentina  nel  1397.  Ebbe  a  figli  Marco  e 
Giovanni.  Marco  fu  padre  di  Giannozzo  che  si  fece 
gran  nome  nelle  guerre  di  Cipro  nel  1461,  di  Bernardo 
che  fu  ambasciatore  al  Re  d'Aragona  nel  1436  e  Gon- 
faloniere nel  1469,  e  di  Roberto.  Bernardo  fu  avo  di 
altro  Bernardo  che  passò  in  Francia  dopo  l'assedio,  ove 
die  i  natali  a  Francesco  che  nel  1571  fu  elevato  al 
Gran  Magistero  dell'  Ordine  di  S.  Lazzaro  ed  a  Giovanni 
signore  di  Talus.  Si  spense  il  ramo  in  Isabella  di  lui 
nipote  che  folle  di  amore  per  un  suo  congiunto  preferì, 
benché  ricca,  di  vivere  seco  lui  in  qualità  di  sua  con- 
cubina piuttosto  che  vederlo  a  se  unito  con  nodi  ma- 
ritali, nel  timore  che  di  questi  pentito  potesse  essere  un 
giorno  infelice.  La  discendenza  di  Roberto  fu  illustrata 
dal  celebre  letterato  Cav.  Leonardo  Salviati,  male  a 
proposito  detto  per  antonomasia  il  Cicerone  della  Italiana 
eloquenza,  autore  di  molle  opere  e  molto  in  fama  nel 
secolo  XVII.  Ma  pur  troppo  il  suo  nome  rammenta  i 
gravi  torti  dell'Accademia  della  Crusca  verso  la  Geru- 
salemme liberata  di  Torquato  Tasso  e  la  mutilazione  da 
lui  fatta  al  Decamerone  del  Boccaccio,  fallo  cui  riparò 
coi  suoi  Avvertimenti  sopra  la  lingua  Toscana,  operetta 
del  più  grande  interesse  in  fatto  di  lingua.  Fu  suo  fra- 
tello Giuliano  famoso  fuoruscito  che  seguì  Piero  Strozzi 
nei  suoi  tentativi  in  Toscana,  e  poi  nelle  armate  di 
Francia.  Tra  i  Discendenti  di  Roberto  fu  pure  il  sena- 
tore Lorenzo  padre  di  Tommaso  pio  e  zelante  Vescovo 
di  Colle  nel  1634  e  di  Arezzo  nel  1638,  e  di  Forese  nel 


—  1207  — 

cui    figlio    Canonico    Tommaso    si    spense    il    ramo   nel 
1731. 

Giovanni  l'altro  figlio  di  Forese  fu  Gonfaloniere 
nel  1426  e  1433  e  generò  Marco  autore  di  una  linea 
dei  Salviati  che  ha  durato  fino  al  presente  secolo,  es- 
sendosi estinta  nel  10  Novembre  1813  nel  Marchese 
Alamanno  che  mancò  ultimo  di  tutta  la  famiglia  Salviati. 

Ma  veramente  illustre  fu  la  discendenza  di  Fran- 
cesco di  Lotto  Gonfaloniere  nel  1331.  Fu  suo  figlio 
Andrea  cavaliere  a  spron  d' oro  che  oltre  l' aver  goduto 
di  tutte  le  altre  dignità  Municipali  fu  nel  1375  eletto 
al  Magistrato  degli  Vili,  detti  gli  Otto  Santi,  per  la 
guerra  contro  Gregorio  XI,  e  che  ottenne  coi  suoi  col- 
leghi il  privilegio  d'inserire  nell'arme  la  parola  Libertas. 
Nel  1379  fu  eletto  sindaco  per  trattare  la  pace  col  Papa, 
fu  mandato  Capitano  a  Pistoja  nel  1379  ed  Ambasciatore 
a  Venezia  nell'  anno  seguente.  Alamanno  suo  fratello  fu 
Potestà  di  Todi  e  Ambasciatore  a  Siena  nel  1366.  Da 
Contessa  Bonfiglioli  ebbe  Iacopo  che  fu  uno  dei  più 
grandi  cittadini  di  Firenze.  Adoperato  in  guerra  dalla 
Repubblica  debellò  i  Conti  Guidi  e  gli  libertini  nel  1404 
ed  al  suo  ritorno  fu  fatto  dalla  Signorìa  solennemente 
armar  Cavaliere.  Fu  Commissario  generale  per  la  guerra 
di  Pisa  nel  1405  e  Governatore  di  Piombino  nel  1410. 
Andò  Ambasciatore  a  Bonifazio  IX  nel  1403  per  pre- 
garlo a  non  ratificare  la  pace  col  Signore  di  Milano,  in 
Francia  nel  1404  per  lamentarsi  col  Re  della  malafede 
dei  suoi  luogotenenti  negli  affari  di  Pisa,  ad  Avignone 
nel  1407  per  trattare  con  Benedetto  XIII  della  unione 
della  Chiesa  ed  offrirgli  le  forze  del  Comune:  per  lo 
stesso  oggetto  fu  spedito  ai  Cardinali  componenti  il  Con- 
cilio in  Pisa,  da  dove  col  Cardinale  Colonna  passò  a 
Napoli  per  indurre  il  Re  Ladislao  a  mandare  al  Concilio 
i  Prelati  del  Regno:  finalmente  Oratore  ai  Bolognesi  per 
rallegrarsi  della  ricuperata  libertà  nel  1410.  Da  Bernardo 
suo  figlio  nacque   Francesco  Arcivescovo  di   Pisa,  noto 


—  1208  — 

per  la  tragica  6ne  per  la  congiura  dei  Pazzi  ed  Iacopo 
che  dopo  avere  comandato  le  galere  Fiorentine  nel  1457 
fu  poi  compagno  nella  morte  al  fratello  in  occasione 
della  congiura  dei  Pazzi,  nella  quale  ebbero  i  Salviati 
una  terza  vittima  in  Iacopo  d'Iacopo  a  questi  due  fra- 
telli cugino.  Alamanno  altro  figlio  di  31.  Iacopo  fu  uomo 
di  grande  autorità  nella  patria,  per  due  volte  Gonfalo- 
niere, Ambasciatore  al  Pontefice  nel  1435,  e  nel  1437 
deputato  a  provvedere  sopra  l'imminente  Concilio  Ecu- 
menico. Caterina  di  Averardo  dei  Medici  lo  fece  padre 
di  molti  figli,  tra  i  quali  non  posso  passare  sotto  silenzio 
Francesco,  Giovanni  e  Averardo  autori  dei  tre  principali 
rami  di  questa  famiglia. 

Da  Francesco  che  fu  Gonfaloniere  nel  1463  pro- 
venne Giuliano  che  sedè  nella  medesima  carica  nel  1493 
e  1497  che  nel  1494  fu  deputato  Ambasciatore  a  Carlo 
Vili  per  complimentarlo  nel  suo  ingresso  sul  territorio 
della  Repubblica  e  nel  1495  a  Napoli  per  rallegrarsi  collo 
stesso  Re  dei  suoi  trionfi.  Da  suo  figlio  Francesco  che 
sposò  Laudomia  di  Lorenzo  di  Pierfrancesco  de'31edici 
nacque  quel  Giuliano  giovane  sedizioso  e  libertino  che 
si  distinse  nel  fare  insulti  alle  armi,  memorie  e  beni 
dei  Medici  per  la  loro  cacciata  nel  1527.  Sembra  che 
in  seguito  intimorito  dalle  strettezze  dell'assedio  cam- 
biasse partito  poiché  il  suo  nome  figura  tra  quelli  di 
coloro  che  spacciandosi  Commissarj  del  Papa  andavano 
durante  1'  assedio  ribellando  le  castella  del  dominio  Fio- 
rentino. Dopo  la  istituzione  del  Principato  fu  ligio  al 
Duca  Alessandro  e  compagno  nelle  sue  disonestà,  ed  è 
noto  il  suo  contegno  colla  bella  Luisa  Strozzi  Capponi, 
e  le  ferite  che  per  opera  dei  di  lei  fratelli  ne  riportò 
Carminila  di  Agostino  Chigi  sua  moglie,  donna  di  sfre- 
nata libidine,  fu  incolpata  dai  Fiorentini  di  aver  parte 
non  lieve  ncll'  avvelenamento  della  Luisa  Strozzi.  Lau- 
domia loro  figlia  maritala  a  Ferdinando  De  Sastris  fu 
l'ultima  di  questo  ramo. 


—  1209 

Giovanni  di  Alamanno  fu  Gonfaloniere  nel  1471  e 
dalle  sue  nozze  con  Maddalena  di  Simone  Gondi  ottenne 
Iacopo  cui  appartengono  i  fatti  seguenti.  Nel  1502  fu 
mandato  a  Pisloja  per  tentare  di  quietare  la  città  agitata 
dalle  fazioni  dei  Panciatichi  e  dei  Cancellieri;  nel  1506 
Ambasciatore  al  Re  Ferrando  di  Napoli  per  rallegrarsi 
della  sua  ascensione  al  trono  e  secolui  trattare  delle 
cose  di  Pisa.  Ambasciatore  d'  obbedienza  a  Leone  X  nel 
1513  ed  a  Clemente  nel  1523  poiché  a  quei  Pontefici 
era  strettamente  congiunto  di  sangue  avendo  in  moglie 
Lucrezia  figlia  di  Lorenzo  il  Magnifico  e  sorella  del  X 
Leone.  Fu  in  occasione  di  questa  seconda  Ambascerìa 
che  il  Pontefice  osò  con  moderate  ed  ombrate  parole 
manifestare  la  volontà  di  voler  mutare  il  Governo  di 
Firenze  e  assicurarvi  la  sua  casa.  Vi  fu  dibattimento 
tra  il  Papa  e  gli  Oratori,  poiché  Clemente  chiamava 
imperfette  le  forme  del  Governo,  ma  Iacopo  con  Lorenzo 
Strozzi  furono  i  soli  che  le  difendessero  dicendo  proce- 
dere i  disordini  non  dai  Magistrati  ma  dagli  uomini  che 
vi  sedevano.  Iacopo  rimase  in  Roma  ai  fianchi  del  Papa 
che  lo  ammise  nel  suo  consiglio  ed  in  occasione  de! 
famoso  sacco  di  Roma  fu  uno  degli  ostaggi  dati  agl'Im- 
periali per  l'osservanza  dei  patti  stipulati.  Benché  in 
corte  di  Clemente  non  fu  dimentico  della  patria  e  du- 
rante il  Gonfalonierato  del  Capponi  intraprese  secolui 
delle  trattative  per  vedere  di  piegare  I*  animo  ostinato  del 
Papa  a  contentarsi  che  i  suoi  fossero  rimessi  come  privati 
in  Firenze,  e  mise  ogni  opera  per  stornare  dall'animo 
di  lui  il  pensiero  della  vendetta,  mettendogli  liberamente 
avanti  gli  occhi  il  danno  e  l' infamia  grandissima  che 
gliene  sarebbe  provenuta.  Pure  i  Fiorentini  male  lo  co- 
nobbero e  gli  furono  iugrati,  poiché  arsero  ed  atterra- 
rono il  suo  superbo  palagio  al  Ponte  alla  Badìa,  gli 
confiscarono  i  beni  e  gli  dettero  bando  di  ribelle.  Dopo 
la  capitolazione  Clemente  lo  fece  tornare  a  Firenze  e  lo 
fece  comprendere  nella  balìa    ordinata   per    riformare  il 

r .  i  v  7 


—  1210  — 

Governo.  Richiamato  a  Roma  intese  nei  consigli  del  Papa 
la  volontà  assoluta  di  spengere  ogni  elemento  popolare, 
di  fare  Alessandro  De' Medici  Duca  di  Firenze,  e  di 
erigervi  una  fortezza  per  la  di  lui  sicurezza.  Iacopo  nulla 
curando  lo  sdegno  di  Clemente  si  oppose  a  questi  con- 
sigli chiamandoli  traditori  e  vergognosi  e  disse  essere 
contento  sì  che  i  Medici  avessero  una  maggioranza  nella 
città,  ma  pari  a  quella  che  avea  avuto  Lorenzo  il  Ma- 
gnifico. Trattò  di  follìa  il  progetto  della  fortezza,  poiché 
ai  Principi  buoni  e  giusti  la  migliore  fortezza  è  la  be- 
nevolenza dei  sudditi,  ed  a  Filippo  Strozzi  che  con  calore 
ne  favoriva  il  progetto  quasi  profetando  disse  «  voglia 
Dio  che  Filippo  nel  mettere  avanti  il  disegno  della  for- 
tezza, non  disegni  la  fossa  nella  quale  abbia  a  sotterrare 
egli  stesso  ».  Dopo  tal' epoca  poco  osò  il  Pontefice  valersi 
di  lui  e  solo  lo  deputò  a  trattar  nuova  lega  con  Carlo 
V  nel  1532.  Ebbe  molti  figli,  tra  i  quali  primeggiano 
Maria,  Giovanni,  Bernardo,  Lorenzo  e  Alamanno.  Maria 
fu  data  in  consorte  a  Giovanni  dei  Medici  che  fu  detto 
delle  Bande  nere  e  fu  madre  di  Cosimo  I  Duca  di  Fi- 
renze. Consigliò  sempre  al  figlio  la  giustizia  e  la  mode- 
razione, ma  i  consigli  non  furono  da  Cosimo  attesi,  anzi 
furono  il  principale  motivo  per  il  quale  poco  curò  e 
quasi  mostrò  di  disprczzare  la  madre.  Ma  le  fu  non 
meno  largo  compenso  l' amore  dei  Fiorentini  che  l'ama- 
rono quanto  odiarono  il  figlio  e  la  separarono  dalla  turba 
di  quelli  che  Io  consigliarono  a  gravare  con  mano  di 
ferro  sopra  gl'infelici  che  fu  chiamato  a  dominare.  Gio- 
vanni eletto  Cardinale  nel  1517  ed  arricchito  con  molti 
Vescovati,  fu  da  Clemente  VII  mandato  legato  in  Spagna 
per  benedire  le  nozze  di  Carlo  V,  quindi  nel  1528  a 
Francesco  I  di  Francia  per  riconciliarlo  con  Andrea 
Doria.  Durante  l'assedio  fu  sempre  in  Roma  ai  fianchi 
del  Papa,  ma  dopo  l' istituzione  del  Principato  fu  uno 
dei  più  acerrimi  nemici  delle  tirannidi  del  Duca  Ales- 
sandro e  di  Cosimo  I.  Quindi  il  suo  nome  figura  sempre 


—  1211   — 

tra  i  principali  promotori  dei  fuorusciti  e  in  lutti  i  ten- 
tativi da  essi  fatti  per  rovesciare  il  trono  Mediceo.  Morì 
in  Roma  molto  compianto  nel  1553,  e  successore  nella 
dignità  Cardinalizia  ebbe  il  fratello  Bernardo  già  Cava- 
liere di  Rodi  e  Priore  di  Roma.  Bernardo  pure  figurò 
tra  i  nemici  di  Cosimo  e  istigò  i  Senesi  alla  difesa  e 
gli  soccorse  di  denaro  durante  l'assedio.  Tra  i  soccor- 
ritori dei  fuorusciti  e  gli  amatori  della  libertà  figurò 
ancora  Lorenzo  altro  figlio  d'Iacopo,  il  quale,  dopo 
aver  fatto  parte  del  consiglio  dei  Dugento  istituito  nel 
1532,  era  stato  nominato  senatore.  Egli  fu  padre  del 
Cardinale  Antonio  morto  nel  1602.  Al  contrario  di  M. 
Alamanno  ultimo  tra  i  figli  d'  Iacopo  fu  tra  gli  amici 
più  cari  del  Duca  Alessandro,  che  seco  lo  condusse  a 
Napoli  quando  poi  si  portò  per  scolparsi  presso  Carlo  V 
delle  accuse  dategli  dai  fuorusciti  Fiorentini.  Alla  morte 
di  detto  Duca  si  oppose  a  Bertoldo  Corsini  provveditore 
della  fortezza  quando  offerse  armi  e  munizioni  al  popolo 
per  ricuperare  la  perduta  libertà.  Visse  onorato  presso 
Cosimo  I,  e  alla  sua  morte  potè  lasciare  al  figlio  Iacopo 
immense  ricchezze.  Da  lui  nacque  Lorenzo  Ambasciatore 
per  il  Granduca  Ferdinando  1  a  varj  Potentati,  e  nel 
1607  eletto  Governatore  di  Siena.  Acquistò  i  castelli  di 
Giuliano  e  Rocca  Massima  che  per  lui  furono  da  Clemente 
Vili  eretti  in  Marchesato  nel  1603,  feudi  che  Urba- 
no Vili  inalzò  a  Ducato  a  favore  di  Iacopo  di  lui 
figliuolo.  Questo  Iacopo  fu  elegante  poeta  ed  ebbe  a 
moglie  Veronica  figlia  di  Carlo  Cibo  Principe  di  Massa, 
donna  vendicativa  e  furente  per  gelosìa,  passioni  dalle 
quali  fu  spinta  a  fare  assassinare  Giustina  Canacci  amata 
da  suo  marito.  La  discendenza  di  Iacopo  mancò  nel  di 
lui  nipote  Anton  Maria  nel  1704  e  nei  titoli  ebbe  a 
successori  i  superstiti  del  ramo  proveniente  da  Averardo 
di  Alamanno. 

Averardo  sostenne  molte  Ambascerìe  per  la  Repubblica 
che   in  qualità  di  Gonfaloniere  resse  nel  1479  e  1485. 


r 


—   1212  — 

Alamanno,  che  da  lui  nacque,  fu  Ambasciatore  a  Luigi 
XII  He  di  Francia  nel  1499  e  Commissario  per  la  guerra 
di  Pisa  nel  1509.  Da  Lucrezia  Capponi  ebbe  Pietro  e 
Averardo.  Pietro  fu  fautore  dei  Medici  durante  l'assedio 
e  tale  si  mantenne  durante  il  Governo  del  Duca  Ales- 
sandro. Alla  di  lui  morte  fu  tra  coloro  che  volevano 
rimettere  la  patria  in  libertà  e  dopo  l' elevazione  di 
Cosimo  I  corse  a  raggiungere  i  fuorusciti  Fiorentini  a 
Bologna.  Ma  non  passarono  oltre  le  sue  dimostrazioni 
liberali,  poiché  tornò  presto  in  patria  e  servì  il  Duca 
con  zelo,  avendone  anzi  conseguita  la  dignità  senatoria 
nel  1553.  Alamanno  ed  Alessandro  suoi  figli  figurarono 
tra  i  difensori  di  Siena  nel  1544,  e  perciò  furono  di- 
chiarati ribelli,  ed  Alessandro  caduto  nelle  mani  di  Co- 
simo fu  decapitato. 

Averardo  di  Alamanno  al  pari  del  fratello  fu  favo- 
revole ai  Medici  durante  l'assedio,  e  fu  eletto  senatore 
nel  1534,  ma  dopo  che  Cosimo  I  fu  asceso  al  trono  si 
unì  ai  fuorusciti  e  mai  più  rivide  la  patria.  Filippo  suo 
figlio  seguì  parimente  i  fuorusciti  per  qualche  tempo, 
ma  ottenuto  perdono  fu  ligio  a  Cosimo  che  lo  nominò 
senatore  nel  1571.  Molli  senatori  tolsero  da  questo  ramo 
i  Sovrani  Medicei.  Vincenzio  nipote  di  Filippo  ottenne 
il  Marchesato  di  Montieri  nel  1621,  feudo  al  quale  fu 
aggiunto  Boccheggiano  nel  1637  eretto  in  Marchesato  a 
favore  di  Antonio  di  lui  Nipote.  Le  primarie  cariche 
della  corte  Medicea  furono  sempre  conferite  ad  individui 
della  casa  Salviati  che  era  considerata  la  primaria  tra 
le  Fiorentine.  Alla  estinzione  del  ramo  proveniente  da 
Giovanni  di  Alamanno  nel  1704,  Anton  Maria  del  March. 
Giov.  Vincenzio  successe  nei  titoli  e  diritti  di  Duca  di 
Giuliano.  Allora  anco  la  corto  Romana  concorse  a  co- 
prire di  onori  questa  diramazione  e  nel  1727  conferì  la 
porpora  Cardinalizia  ad  Alamanno  fratello  del  Duca  Anton 
Maria.  Alla  stessa  dignità  fu  inalzato  nel  1777  Gregorio 
del    Duca    Giov.    Vincenzio    di    Anton    Maria,    alla    di 


—  1213  — 

cui  morie  il  5  Agosto  1794  si  spense  questo  ramo  dei 
Salviati.  Eredi  del  nome  e  dei  titoli  lasciò  i  Borghesi 
nei  quali  era  maritata  Anna  Maria  figlia  del  Duca  Ave- 
rardo suo  fratello,  ed  attualmente  Don  Scipione  de' Prin- 
cipi Borghesi  rappresenta  in  Roma  la  famiglia  dei  Duchi 
Salviati. 

L'arme  di  questa  casa  sono  tre  rastrelli  doppi  di 
colore  rosso,  posti  in  banda  nel  campo  d'  Argento.  Le 
antiche  case  dei  Salviati  furono  nel  quartier  S.  Croce 
in  prossimità  di  S.  Simone,  lungo  la  via  del  Mercatino 
di  San  Piero,  ed  alcune  altre  di  faccia  alle  Stinche, 
attualmente  di  proprietà  Quaratesi.  M.  Iacopo  comprò 
le  case  dei  Portinari  nel  Corso  e  su  quelle  edificò  un 
palazzo  che  dopo  avere  appartenuto  ai  Ricciardi  e  ai 
Franceschi   è   ora  dei  Da  Cepperello. 

(8)  Nei  secoli  XV  e  XVI  fu  talmente  comune  in  Firenze 
l'uso  delle  osterìe,  che  le  frequentavano  i  primi  per- 
sonaggi; serva  a  modo  d'esempio  rammentare  lo  stesso 
Lorenzo  il  Magnifico,  il  quale  prendeva  gran  piacere 
nei  sollazzi  che  le  scherzevoli  brigate  procuravano  in 
quei  luoghi.  Si  racconta  che  all'osterìa  delle  Bertuccie 
corrispondente  dietro  S.  Martino  (in  uno  de' chiassoli 
oggi  ridotti  nell'  elegantissimo  Bazar  de'Bonajuti  con 
ingresso  principale  in  via  Calzajoli  )  si  ubriacasse  Mae- 
stro Manente  medico  e  cerusico  di  quel  tempo;  il  vide 
Lorenzo  De' Medici,  e  per  correggerlo  lo  fece  condurre 
nel  suo  palazzo  da  due  travestiti,  e  tenendolo  sempre 
al  bujo  lo  mandò  a  Camaldoli  facendolo  stare  parimente 
al  bujo  e  nutrendolo  per  mezzo  di  due  mascherati  che 
gli  davano  il  cibo  al  lume  di  torce.  Dopo  una  mezza 
settimana  di  questa  strana  prigonìa  il  Medico  fu  liberato, 
e  si  corresse  dall'  ubriacarsi  nelle  bettole. 

Loreuzo  il  Magnifico  tanto  amava  le  brigate  delle 
osterìe,  che  si  mise  a  fare  i  Capitoli  di  queste  compa- 
gnie   di   bevitori    in    terza   rima,   intitolandoli    i    Beoni. 


—  1214  — 

La  Repubblica  tentò  raffrenare  il  costume  delle  bet- 
tole ed  osterìe,  perchè  per  il  solito  oltre  il  bere  vi  si 
mangiava  e  vi  si  trovavano  le  meretrici.  Quindi  nello 
Statuto  alla  Rubrica  22  Libro  IV  intitolata.  «  Quod 
nullus  tenens  tabernam  coquat,  vel  vendat  res  gulosas  » 
proibiva  la  cottura  e  l'imbandigione  delle  goloserìe: 
Tortellos,  fegatellos,  milzas,  rostos,  cavriolos,  pisces, 
gelantinain ,  vel  pullos,  vel  aliquod  genus  avidum , 
vel  aliqua  alia  pertinentia  ad  gulositatem  ,  seu  ghiot- 
torniam.  » 

Il  vino  toscano  era  fino  d' allora  riconosciuto  per 
un  sostanziosissimo  alimento  di  facile  chilificazione  suffi- 
cientemente buona  a  formare  un  sangue  sano  e  spiritoso. 
Ma  sopra  ogni  altro  nel  secolo  XVI  era  pregevole  il 
vino  della  Malvagia,  uva  trapiantata  nel  Fiorentino  e 
venutavi  dall'  Isola  di  Candia.  Era  un  vino  bianco  e 
dolce  che  nel  suolo  fiorentino  prendeva  una  delicatezza 
sorprendente.  Continuava  ad  essere  in  moda  ancora  al 
tempo  del  Redi,  che  nel  suo  Ditirambo  fece  il  panegi- 
rico dei  vini  toscani: 

Han  giudizio  e  non  son  gonzi 
Quei  toscani  bevitori 
Che  tracannano  gli  umori 
Della  vaga  e  della  bionda 
Che  di  gioja  i  cuori  inonda 
Malvagia  di  Montegonzi. 

I  punti  della  città  dove  più  frequenti  erano  le 
bettole,  furono  Baldraccn  dietro  S.  Piero  Scheraggio,  ed 
oggi  si  direbbe  dietro  gli  Uffizi,  e  Frascato,  che  così 
denominato  veniva  il  quartiere  dove  ora  è  il  Ghetto.  In 
quei  tempi  le  osterìe  servivano  all'  uso  cui  servono  pre- 
sentemente i  caffè,  essendo  solito  il  popolo  portarvisi  a 
far  colazione.  I  caffè  furono  introdotti  posteriormente, 
e  cominciò  l'uso  di  vendervisi  il  cioccolatte  nel  1668. 


—  1215  — 

(9)  Intorno  a  S.  Martino   furono  lo   botteghe    dell'  arte  della 

Lana,  dove  si  facevano  i  panni  più  ordinarj.  Per  questo 
la  Piazzetta  che  sta  dietro  la  chiesa  del  Santo  prese 
il  nome  dei  Cimatori  dell'arte  medesima. 

(10)  La  Chiesa  di  S.  Martino  edificata  da  Giovanni  Arcidia- 
cono di  Fiesole  zio  del  Vescovo  Regembaldo  nel  986; 
fu  chiesa  curata  retta  da  Preti  secolari  fino  al  1034, 
nel  qual  anno  il  diacono  Triginio  nipote  di  detto  Vescovo 
la  donò  ai  Monaci  della  Badìa  Fiorentina.  Rimase  cura 
d'anime  sotto  il  dominio  de'Monaci  fino  al  1479.  Sop- 
pressa allora  la  cura  fu  questa  chiesa  nel  1481  con- 
cessa alla  Compagnia  dei  Sarti  che  nel  restaurarla  la 
capovolsero.  In  seguito  i  Buonomini  detti  di  S.  Martino, 
che  fino  dal  1481  aveano  comprato  dai  Monaci  una 
stanza  attigua  alla  chiesa  per  farvi  le  loro  tornale,  ot- 
tennero 1'  intero  Locale.  In  questa  chiesetta  esistono 
dipinte  a  fresco  dodici  lunette  che  molto  risentono  della 
maniera  da  Masaccio  improntata  nelle  opere  sue. 

Non  posso  omettere  un  breve  cenno  sulla  istituzione 
dei  Buonomini,  commendevole  al  pari  di  tante  altre  delle 
quali  abbonda  Firenze. 

Nel  1441  il  frate  Domenicano  Antonino,  poi  Arcive- 
scovo notissimo  per  la  sua  dottrina  e  santità,  vedendo  la 
sua  patria  lacerata  da  intestine  discordie,  afflitta  da  carestìe 
e  da  pesti,  bene  conosceva  quante  persone  nobili  e  cit- 
tadine erano  indotte  dalla  miseria  ad  opere  vili  e  disdi- 
cevoli alla  loro  nascita.  Eccitò  alcuni  cittadini  a  rime- 
diarvi, sollevando  le  famiglie  civili  divenute  povere  e 
vergognose,  onde  non  fossero  costrette  a  domandar  l'ele- 
mosina. Questi  cittadini  furono  dodici,  chi  calzolajo,  chi 
legnajolo,  chi  setajolo,  e  chi  cimatore,  e  diedero  origine 
al  filantropico  istituto  dei  Buonomini.  Questo  ha  per 
costituzione  di  non  possedere  cosa  alcuna,  ma  tutti  i 
lasciti  e  legati  ridotti  a  contante  si  devono  erogare  in 
elemosine,  in  ajutare   l'educazione   de' figliuoli,   in   dare 


—   1216 

sussidio  per  maritare  le  fanciulle  ,  in  somministrare 
denari  per  vestire  le  famiglie,  pagare  medici,  medicine 
baliatici,  e  simili  opere  di  carità.  In  poco  tempo  tante 
furono  l'elemosine,  tanti  i  lasciti  fatti  ai  Buonomini  di 
S.  Martino,  che  di  fatto  acquistarono  con  le  loro  ele- 
mosine tanto  favore  e  potenza  nel  Popolo,  che  la  Signorìa 
della  Repubblica  s' ingelosì  delle  acclamazioni  e  degli 
onori  che  Firenze  faceva  ai  Buonomini.  Perciò  nei  1498 
prese  sopra  se  stessa  la  distribuzione  delle  elemosine  di 
quella  congregazione,  destinando  a  ciò  otto  cittadini  tratti 
a  sorte  d'anno  in  anno,  perchè  facessero  da  Procuratori 
dei  poveri  vergognosi.  Ma  in  breve  tempo  vennero  meno 
i  lasciti  e  l'elemosine,  di  modo  che  mancarono  affatto 
alle  famiglie  gli  usati  soccorsi.  Bisognò  subito  tornare 
all'  antico  sistema  secondo  la  costituzione  di  S.  Antonino. 

11)  Galileo  e  Boccaccio,  due  sommi  genj  bastanti  essi  soli 
a  fare  il  vanto  di  una  nazione,  derivano  l'origine  da 
uno  stipite  comune.  11  rinomato  medico  maestro  Galileo 
del  maestro  Giovanni  di  Tommaso  di  Bonajuto  di  Gio- 
vanni di  Bonajuto  da  Pogna  dette  nome  ai  suoi  discen- 
denti, che  ammessi  alle  onorificenze  della  Repubblica 
Fiorentina  ottennero  diciolto  volte  il  Priorato  ed  una  il 
Gonfalonierato  tra  il  1381  ed  il  1528.  Tre  figli  di  maestro 
Galileo  divisero  in  altrettanti  rami  la  casa.  Da  Benedetto 
provenne  una  diramazioue  cui  appartenne  Filippo  Vescovo 
di  Cortona  morto  nel  1676  e  che  si  estinse  in  Ottavio  di 
Roberto  morto  il  15  Settembre  1706.  Costui  lasciò  sua 
erede  la  moglie  Lucrezia  Grifoni  già  vedova  di  Giovan- 
filippo  Rucellai,  che  poi  alla  sua  morte  chiamò  alla  sua 
eredità  ed  al  cognome  dei  Galilei  Iacopo  Mannelli  marito 
di  una  sua  figlia  di  primo  letto.  Bernardo  del  maestro 
Galileo  fu  de' Priori  nel  1448  ed  uno  dei  deputati  per 
l'imposizione  del  Catasto  nel  1427.  Alessandro  suo  figlio 
era  Capitano  di  Arezzo  nel  1502  quando  gli  Aretini  si 
ribellarono,  nella  quale  occasione  fu  dai  medesimi  car- 


—  1217  — 

cerato.  Derivano  da  questo  ramo  Alessandro  celebre  Archi- 
tetto nato  nel  1691  e  morto  nel  1737,  del  quale  moltis- 
sime opere  esistono  in  Roma,  tra  le  altre  la  facciata 
della  Basilica  di  S.  Giovanni  in  Laterano,  ed  altro  Ales- 
sandro di  lui  nipote  morto  Governatore  di  Pisa  nel  1837, 
il  quale  sdegnava  che  gli  fosse  rammentato  di  appartenere 
alla  famiglia  del  Galileo  perchè  quel  sommo  era  stato 
nelle  carceri  della  Inquisizione.  In  Leopoldo  suo  fratello 
finì  la  famiglia  Galilei  il  23  Febbrajo  1842,  e  dal  me- 
desimo fu  chiamato  alla  sua  eredità  ed  al  suo  cognome 
Leopoldo  Tosi  nato  da  Enrichetta  sua  figlia. 

Finalmente  Giovanni  del  Maestro  Galileo,  che  tra 
le  altre  cariche  coprì  quella  di  Castellano  al  Borgo  San 
Sepolcro,  per  mezzo  di  Michelangelo  suo  figlio  fu  avo 
di  Vincenzio  rinomato  musico  del  secolo  XVI,  autore 
di  un  dialogo  sopra  la  musica  impresso  in  Firenze  nel 
1581.  Da  lui  nel  1564  trasse  in  Pisa  i  natali  il  celebre 
Galileo,  nel  giorno  in  cui  morì  il  Buonarroti.  Questi  na- 
tali non  furono  illegittimi  come  comunemente  è  stato 
scritto,  poiché  i  registri  battesimali  portano  che  Giulia 
Ammannati  era  donna  di  Vincenzio.  Non  occorre  seguire 
passo  passo  la  vita  di  questo  grand'  uomo  perchè  chi 
amasse  di  averne  minuto  racconto  può  averlo  nell'accu- 
rata Biografia  dettatane  dal  senator  Nelli.  Solo  accennerò 
che  nel  1589  fu  lettore  di  matematiche  in  Pisa  e  dipoi 
a  Padova  nel  1592,  e  che  nel  1610  diventò  matematico  del 
Granduca  Ferdinando  IL  Egli  inventò  il  pendolo  per  la  mi- 
sura esatta  del  tempo  e  lo  applicò  all'orologio,  quindi 
il  compasso,  il  termometro,  ed  il  telescopio  refrattivo.  Ap- 
plicata l'invenzione  del  canocchiale  all'  astronomìa  scoprì  i 
satelliti  di  Giove,  che  in  onore  del  suo  Mecenate  chiamò 
le  stelle  medicee:  fissò  i  principj  dell'Idrostatica  e  della 
Fisica,  e  può  dirsi  che  creasse  la  Meccanica.  Galileo  era 
nato  a  richiamare  gli  uomini  dai  pregiudizj  di  una  bar- 
bara filosofia  e  a  fargli  progredire  nel  difficile  esame 
della  natura,  a  somministrare  loro  i  mezzi  onde  leggere 

T.     IV.  « 


—  1218  — 

noi  cielo  le  chiare  note  «  d'  una  infinita  provvidenza  ed 
arte.  »  Fu  vilipeso  dagli  ostinati  seguaci  dell'  antica 
scuola,  perseguitato  con  odio  implacabile  dagli  Aristotelici 
e  oppresso  dalle  accuse  più  atroci.  V  omaggio  da  lui 
reso  alla  verità  del  sistema  Copernicano,  che  promulgò 
e  chiaramente  mostrò  per  vero,  lo  portò  nelle  carceri 
della  Inquisizione  e  nonostante  la  venerata  canizie,  dovè 
portarsi  a  Roma  e  star  rinchiuso  nelle  carceri  del  Santo 
Uffizio  per  dovere  dopo  rigorosa  procedura ,  nella  quale 
non  so  se  più  risalti  la  malignità  o  l'ignoranza  dell'In- 
quisitore, abiurare  il  fin  allora  predicato  sistema.  Ma 
tale  era  il  convincimento  del  filosofo,  che  dopo  avere 
abiurato,  costretto  dalle  torture  morali  alle  quali  da  lungo 
tempo  era  in  preda,  non  potè  trattenersi  dall' esclamare 
percuotendo  con  un  piede  la  terra  «  eppure  si  muove.  » 
Allora  dopo  tanti  patimenti  tornò  a  Firenze,  ma  non 
potendo  condurre  i  suoi  giorni  tra  le  patrie  mura  fu 
rilegato  ad  Arcetri  ove  in  pace  attese  agli  amati  studj 
e  ad  istruire  il  mondo  che  un  giorno  pure  doveva  ren- 
der giustizia  ai  superiori  suoi  lumi,  ammirare  le  sue 
scoperte,  seguitare  i  suoi  passi  e  adottare  i  suoi  sistemi. 
Divenuto  cieco,  in  questa  sua  dimora  fu  confortato  dalle 
cure  de'  suoi  amorosi  discepoli ,  e  tra  essi  meritano 
distinzione  alcuni  Padri  delle  Scuole  Pie  ai  quali  dal 
Santo  loro  Istitutore  era  stato  raccomandato  di  assistere 
il  grand' uomo  pel  quale  ei  nutriva  slima  sincera,  al 
contrario  dei  Lojoliti  che  tentarono  avvilirlo  colle  accuse 
più  atroci,  partorite  dalla  loro  invidia  e  dalla  contra- 
rietà ad  ogni  progresso  sociale.  Galileo  morì  l'8  Gen- 
najo  1642  e  fu  sepolto  in  S.  Croce.  In  quell'anno  nacque 
in  Inghilterra  Isacco  Newton. 

Sulla  Costa  di  S.  Giorgio  si  trova  una  casetta 
segnata  di  numero  1600,  nella  quale  abitò  Galileo. 
Per  cura  del  proprietario  è  stata  distinta  con  una 
iscrizione  incisa  in  marmo  nella  quale  si  rammenta  il 
celebre    abitatore.  Parimente  il   senator    Nelli    ornò    di 


—   1219  — 

simile  memoria  la  villa  ove  dimorò  Galileo,  denominata 
il  Giojello. 

II  suo  monumento  in  S.  Croce  meritava  di  essere 
eseguito  da  artisti  che  potessero  corrispondere  al  genio 
dell'uomo  cui  serviva  di  tomba.  Un  suo  dito  racchiuso 
dentro  piccola  urna  di  cristallo  esisteva  nella  Biblioteca 
Laurenziana  donde  è  stato  traslocato  in  una  sala  che 
alla  sua  gloria  è  slata  dedicata  dal  regnante  munifico 
Principe  Leopoldo  II  nella  I.  e  R.  Specola,  nella  quale 
tutti  raccolti  si  trovano  gli  strumenti  matematici  che 
hanno  servito  a  questo  grand' uomo.  Galileo  ebbe  varj 
figli  naturali  che  per  privilegio  di  Ferdinando  II  furono 
legittimati.  Vincenzio,  uno  di  essi,  fu  lettore  di  Fisica 
nel  Pisano  Ateneo  e  lasciò  discendenza  mancata  nel  se- 
colo decorso  in  Fra  Pellegrino  dell'ordine  dei  Servi  di 
Maria,  ed  in  Cosimo  suo  fratello  Pievano  di  S.  Maria 
Novella  in  Chianti  morto  il  18  Maggio  1779.  Michelangelo 
fratello  di  Galileo  si  stabilì  in  Lituania  ove  lasciò  dei 
figli,  dei  quali  ignoro  se  tuttora  esista  la   discendenza. 

Arme  Galilei  è  la  scala  rossa  a  tre  gradi  ritta  nel 
campo  dorato. 

(12)  Bartolo  di  Cino  Benvenuti  col  suo  testamento  del  1361 
ordinò  l' edificazione  del  Monastero  di  S.  Giuliano  per 
le  Domenicane.  Fu  soppresso  circa  il  fine  dei  secolo 
decorso  ed  ora  tutto  è  ridotto  a  private  abitazioni. 

Sei  famiglie  Benvenuti  contraddistinte  dall'arme  e 
e  dal  quartiere  goderono  onorificenze  durante  il  regime 
repubblicano. 

La  famiglia  di  Bartolo  ascritta  al  Quartier  S.  Maria 
Novella  Gonfalone  Unicorno,  e  detta  per  distinguersi 
dalle  altre  Benvenuti  di  Cino,  è  originaria  di  Calenzano 
e  forse  consorte  dei  Ginori.  Tra  il  1346  ed  il  1482 
dette  sei  Priori  al  Comune  e  cessò  sotto  questo  cognome 
di  figurare  circa  il  fine  del  secolo  XV.  Bernardo  di  Cino 
di  Bartolo  Benvenuti  per  privilegio  di  Carlo  V  il  savio 


—    1220  —  ' 

Ke  di  Francia  ottenne  nuovo  stemma  ed  il  cognome  dei 
Nobili  nel  1379,  e  della  sua  discendenza  conosciuta 
sotto  questo  secondo  casato   terrò    in   altra  nota   parola. 

Arme  di  questi  Benvenuti  furono  due  spade  d'ar- 
gento coli'  elsa  dorala  incrociale  alla  schisa  nel  campo 
turchino. 

Pari  ebbero  a  questi  l'arme  perchè  forse  provenuti 
dalla  istessa  famiglia  i  Benvenuti  dal  Quartier  S.  Gio- 
vanni che  ottennero  quattro  volte  il  Priorato  tra  il  1384 
ed  il  1509  e  che  mancarono  in  Francesco  di  Giovanba- 
tista  di  Francesco  morto  circa  il  1600. 

Altri  Benvenuti  del  Quartiere  di  S.  M.  Novella 
Gonf.  Leon  Rosso,  detti  più  in  antico  Donati,  tennero 
per  stemma  una  gran  croce  turchina  nel  campo  dorato 
e  sono  distinti  da  sei  Priori  che  da  essi  tolse  il  Comune 
tra  il  1438  ed  il  1481.  Si  estinsero  il  14  Novembre 
1605  per  morte  del  Canonico  Francesco  di  Bartolommeo 
di  Francesco. 

I  Benvenuti  del  sesto  di  S.  Pancrazio,  poi  del  quar- 
tiere S.  Maria  Novella  Gonf.  Leon  Rosso,  detti  per 
distinguersi  dagli  altri  Benvenuti  di  Puccio ,  sono  origi- 
nar) di  Sommaja  castello  in  Val  di  Marina  ed  antichis- 
simi nella  città,  poiché  Ricordano  Malespini  ci  rammenta 
che  ebbero  le  loro  case  per  la  via  di  Mercato  Vecchio 
per  andare  a  S.  Pancrazio  a  lato  dei  Vecchietti.  Puccio 
e  Cambio  di  Benvenuto  si  trovarono  alla  battaglia  del- 
l' Arbia  nel  1260.  Il  medesimo  Puccio  aprì  la  serie  dei 
quindici  Priori  che  tra  il  1296  ed  il  1320  dette  questa 
casa  alla  Repubblica.  Lippo  suo  tiglio  fu  Gonfaloniere 
di  Giustizia  nel  1318  e  Vanui  fu  per  sette  volte  Priore 
e  ambasciatore  a  Fucecchio  per  trattar  pace  coi  Ghibel- 
lini e  fuorusciti  Fiorentini  nel  1307.  In  Firenze  man- 
carono questi  Benvenuti  circa  la  metà  del  secolo  XV, 
ma  alcuni  di  questo  cognome  che  esistono  a  Crema  in- 
signiti del  titolo  di  Conti  asseriscono  di  provenire  da 
Corrado  di  Benvenuto  che  là  si  portò  in  qualità  di  Ca- 


—  1221   — 

pitano  del  popolo  nel  1296.  Arme  di  questi  Benvenuti 
è  un  campo  azzurro  orizzontalmente  semipartito,  avente 
al  di  sotto  tre  fascie  d' argento  e  al  disopra  un  leone 
nascente  d'oro  armalo  di  rosso.  I  Benvenuti  di  Crema 
hanno  un  filare  di  picconi  dorati  posti  in  banda  nel 
campo  azzurro. 

1  Benvenuti  del  Sesto  S.  Pier  Maggiore  Gonfalone 
Chiavi  ebbero  sei  volte  il  Priorato  tra  il  1314  ed  il 
1339.  Loro  stemma  fu  un  toro  rosso  rampante  sopra 
una  piramide  di  sei  monti  azzurri  nel  campo   d'oro. 

Finalmente  altri  Benvenuti  del  Quartiere  S.  M. 
Novella,  quindi  di  S.  Croce,  poiché  abitarono  in  via 
Torcicoda  presso  via  S.  Simone  nella  casa  che  tuttora 
porta  la  loro  arme  composta  di  una  banda  dorata  ca- 
ricata di  tre  Rondini  nere  ed  accostata  da  due  rose  d'oro 
in  campo  rosso,  sono  originar]  di  Rondine  nel  Contado 
Pisano.  Ammessi  alle  Magistrature  ottennero  quindici 
volte  il  Priorato  e  quattro  il  Gonfalonierato  tra  il  1365 
ed  il  1514  e  produssero  uomini  di  una  qualche  distin- 
zione. Marco  fu  oratore  al  re  Carlo  di  Napoli  nel  1379 
e  de'dieci  di  guerra  nel  1400;  Niccolò  suo  figlio  andò 
ambasciatore  a  Bologna  nel  1406  ed  a  Perugia  nel 
1409;  Lorenzo  di  Marco  fu  spedito  a  Bologna  nel  1410 
indi  a  Genova  ed  a  Città  di  Castello,  e  nel  1415  fu 
destinato  a  soprintendere  allo  studio  Fiorentino.  Ma- 
riolto  di  Lorenzo  dovè  portarsi  in  qualità  di  Ambascia- 
tore a  Faenza  nel  1435,  e  nel  1440  a  Venezia.  Man- 
carono questi  Benvenuti  nei  due  fratelli  Lorenzo  ed  An- 
drea di  Ottavio  morto  il  primo  il  4  Luglio  1787,  e 
l'altro  circa  il  1790  coprendo  la  carica  di  Priore  della 
Chiesa  dei  SS.  Apostoli. 

(13)  Giuliano  Bugiardini  ,  nacque  ed  abitò  nel  subborgo 
fuori  di  porta  a  Faenza  della  città  di  Firenze,  e  vi  di- 
morò fino  al  1529,  quando  i  Borghi  furono  atterrati. 
Imparò  la    pittura  dall'  Albertinelli,    e  fu   molto  stimato 


—   1222  — 

da  Michelangiolo  con  il  quale  studiò  nel  giardino  di 
S.  Marco,  e  supplì  a  Domenico  Ghirlandajo,  morto 
quando  dipingeva  la  Cappella  Maggiore  di  S.  Maria  No- 
vella. Lavorò  per  i  Rucellai  in  detta  Chiesa:  poi  nel 
convento  di  S.  Gallo,  ed  è  celebre  il  suo  quadro  di  S. 
Caterina  Martire,  per  causa  della  fatica  usata  nel  fare 
le  ruote  e  la  saetta  che  doveva  incendiarle,  quadro  nel 
quale  fu  ajutato  dal  Tribolo  e  dal  Buonarroti.  Morì  di 
75  anni  nel  1556  e  fu  seppellito  in  S.  Marco  di  Firenze. 

Compagno  di  Bugiardini  vecchio  fu  Maso  Manzdoli 
detto  di  S.  Friano,  perchè  abitava  vicino  a  questa  Chiesa. 
Fu  pittore  del  quale  poche  cose  rimangono  perchè  morì 
di  trentanove  anni  nel  1556.  Forse  egli  apparteneva  alla 
famiglia  Manzuoli  discesa  da  Pontormo  e  che  portò  per 
arme  un  bove  nero  rampante  nel  campo  d' oro.  Pietro 
detto  Manzuolo  di  Borgo  fu  per  nove  volte  Priore  tra 
il  1282  ed  il  1307.  Fu  illustrata  la  famiglia  dal  B. 
Luca  dell'Ordine  degli  Umiliati  e  quindi  Vescovo  di 
Fiesole  elevato  alla  porpora  cardinalizia  nel  1408.  Morì 
nel  1411   e  fu  sepolto  in  Ognissanti. 

Jacopo  Carucci  dal  luogo  di  nascita  detto  il  Pon- 
tormo fu  uomo  d'ingegno  rarissimo  e  fino  dalle  prime 
sue  opere  ammirato  da  Raffaello  e  da  Michelangelo.  Sco- 
lare di  Leonardo  da  Vinci,  per  poche  lezioni  fu  seguace 
di  Albertinelli,  e  si  perfezionò  sotto  Andrea  del  Sarto. 
La  Visitazione  da  lui  dipinta  nel  Chiostro  minore  dei 
Serviti  accanto  alle  pitture  di  Andrea  del  Sarto  dimo- 
stra che  lo  scolare  fu  rivale  molto  temibile  al  maestro. 
Morì  di  sessanlatre  anni  nel  1558  e  fu  sepolto  nel  Chio- 
stro dei  Serviti  sotto  la  sua  pittura  della  Visitazione. 

La  sua  famiglia  usò  per  arme  una  Ghirlanda  di 
fiori  al  naturale  nel  campo  d'argento  e  dette  alla  Re- 
pubblica quattro  Priori  tra  il  1385  e  il  1423. 

(14)  Niccolò  di    Francesco  di  Gialdo   Falcucci   fu    medico  e 
filosofo  famosissimo  del    secolo  XIV,   essendo    morto  di 


—  1223  — 

120  anni  nel  1412.  In  olio  gran  volumi  descrisse  la 
pratica  della  medicina,  opera  allora  in  gran  credito,  ma 
ora  non  per  altro  interessante  che  per  far  conoscere  il 
divario  dagli  antichi  agli  attuali  metodi  curativi.  Egli 
appartenne  ad  antica  famiglia  di  questo  cognome  origi- 
naria del  Mugello,  e  dal  Borgo  S.  Lorenzo  passata  a 
Firenze.  Antonio  suo  nipote  fu  pure  medico  di  molto 
nome  e  lesse  medicina  teorica  nella  Pisana  Università. 
La  discendenza  di  Niccolò  Falcucci  esiste  tuttora  ed  usa 
l'arme  di  un  campo  d'oro  ripieno  di  onde  turchine. 

Altri  Falcucci,  detti  di  Paliano,  da  questi  forse 
diversi  furono  ascritti  all'arte  dei  beccaj  e  dettero  sette 
Priori  tra  il  1343  ed  il  1381.  Usarono  lo  stemma  simile 
a  quello  degli  altri  Falcucci. 

(15)  Come  già  notai,  né  Federigo  era  zio  di  Manetta  e  nep- 
pure Pierfrancesco  era  suo  padre,  mentre  invece  le 
erano  ambidue  fratelli.  È  falso  che  morissero  di  con- 
tagio nel  1528  poiché  Federigo  morì  senatore  il  4  Otto- 
bre 1572,  e  Pierfrancesco  console  di  mare  a  Pisa  il  22 
Settembre  1544. 

(16)  Non  stimo  inutile  il  correggere  la  genealogìa  dei  Baindini 
e  dei  Baroncelli  data  dall'autore  nel  suo  Romanzo, 
poiché  è  tutta  erronea.  La  famiglia  trae  l' origine  da 
Baroncello  antico  castello  che  dominava ,  posto  circa  a 
tre  miglia  da  questa  città.  Venuta  a  Firenze  nel  secolo 
XII  occupò  colle  sue  case  gran  parte  della  via  Vacche- 
reccia  estendendosi  fino  a  dove  ora  è  il  Palazzo  Vecchio. 
Vi  ebbero  loggia  e  torre  che  si  disse  del  Panchese,  e 
gran  parte  delle  loro  case  fu  atterrata  per  costruire  la 
loggia  della  Signorìa,  ed  il  loro  palazzo  fu  distrutto  da 
Cosimo  I  quando  eresse  il  fabbricato  degli  Uffizj.  Il 
primo  che  si  trovi  nominato  di  questa  casa  è  Buonri- 
covero  di  Folco  di  Bene  che  fu  Priore  nel  1287.  Fra- 
tello di  Buonricovero  fu  Bencivenni  da  cui  nacque  Ban- 


_   1224  — 

dino,  stipite  dei  Bandii! i  dei  quali  prima  ragioneremo, 
passando  in  seguito  a  tenere  brevi  parole  dei  Baroncclli. 
Da  Bandino  nacquero  Matteo,  Vanni  che  fu  Priore  nel 
1320,  1333  e  1336  e  Piero  che  ottenne  il  Gonfalonie- 
rato  nel  1328.  Fu  in  seguito  Priore  nel  1351  e  morì 
nel  1356  lasciando  superstiti  i  figli  Francesco  e  Giovanni. 
La  discendenza  di  Francesco  presto  mancò,  e  Giovanni, 
che  fu  Priore  nel  1369  e  Gonfaloniere  nel  1385,  lasciò 
alla  sua  morte  molli  figli  che  non  occorre  nominare 
dall'eccezione  di  Sandro  e  di  Piero  dai  quali  provengono 
due  linee  di  questa  casa.  Sandro  fu  Priore  nel  1418 
ed  ebbe  posterità  mancata  poc' oltre  la  metà  del  secolo 
XVI.  Piero  fu  Priore  nel  1410  e  Gonfaloniere  nel  1420 
e  da  Bice  Albizzi  generò  varj  figli  dei  quali  ninno  ebbe 
discendenza  al  di  là  di  Giovanni  e  di  Guasparri.  Gio- 
vanni commerciò  in  Napoli  ove  sotto  Ferdinando  I  fu 
eletto  Presidente  della  Sommaria.  Morì  di  62  anni  nel 
1466  ed  ebbe  molti  figli,  de' quali  sono  molto  noti  Fran- 
cesco e  Bernardo,  poiché  il  primo,  ch'era  Ecclesiastico, 
fu  dottissimo  ed  uno  dei  restitutori  della  Platonica  Filo- 
sofia, e  Bernardo  resosi  complice  nella  congiura  dei  Pazzi 
perì  poi  sopra  un  patibolo  come  vien  narrato  nell'antece- 
dente Capitolo.  Guasparri  di  Piero  soffrì  molli  rovesci  nel 
commercio  che  lo  trassero  a  fallire  ed  è  perciò  che  visse 
alieno  dai  pubblici  affari.  Ebbe  in  moglie  Oretta  Gianfi- 
gliazzi  che  gli  partorì  Pierantonio  che  di  54  anni  morì  nel 
1499.  Passò  parte  della  sua  vita  in  Bruges  come  ministro 
del  banco  dei  Pazzi,  ma  alla  catastrofe  che  trasse  in  rovina 
quella  famiglia  fu  bruscamente  licenziato.  Peraltro  Loren- 
zo il  Maguifico  riconoscendolo  onesto  lo  incaricò  dei  pro- 
pri affari,  sdegnando  di  chiamarlo  Bandini  e  sempre  però 
chiamandolo  Baroncclli  per  non  rammentare  il  cogno- 
me dell'uccisore  del  suo  fratello.  Entrato  in  grazia  di 
Maria  Duchessa  di  Borgogna  e  Contessa  di  Fiandra  fu 
eletto  suo  Cameriere  e  quindi  nel  1482  deputato  da 
Francesco  Duca  di  Brettagna  suo  procuratore  in   Nantes 


—  1225  — 

per  trattare  una  lega  con  varj  porti  di  Fiandra.  Tornalo 
in  patria  dopo  la  cacciata  dei  Medici  fu  mandato  Com- 
missario in  campo  contro  i  Pisani  nel  1499  ed  amma- 
latosi por  disagio  ne  morì.  Maria  Bonciani  lo  fece  padre 
di  Francesco  e  di  Giovanni,  nome  fatale  di  cui  spesso 
troverassi  fatta  menzione  nel  progresso  di  questo  rac- 
conto. Francesco  al  contrario  di  suo  fratello  si  mostrò 
nemico  ai  Medici  fino  dai  primi  moti  del  1527,  e 
nell'anno  seguente  fu  deputato  Ambasciatore  al  Duca 
Ercole  d'Este  per  felicitarlo  nelle  sue  nozze.  Nel  1529 
all'avvicinarsi  delle  armate  assedianti  abbandonò  la  pa- 
tria e  fuggì  a  Lucca,  sdegnato  che  si  fosse  condannato 
alla  morte  Carlo  Cocchi  che  di  lieve  fallo  accusato  e 
già  in  salvo  quando  gli  pervenne  la  citazione,  era  tornato 
a  Firenze  sulla  fede  del  Bandini  che  non  gli  sarebbe 
stato  torto  un  capello.  Forse  la  sua  assenza  dalla  città 
durante  l'assedio  fu  il  motivo  per  il  quale  dopo  la  rifor- 
ma del  governo  venne  nel  1532  incluso  nel  consiglio  dei 
Dugenlo.  Ma  poco  durò  nel  servizio  dei  Medici,  poiché 
nel  1536  era  tra  i  fuorusciti.  Dopo  la  disfatta  di  Monte- 
murlo  passò  a  Roma  ove  nel  commercio  ebbe  talmente 
propizia  la  sorte  che  alla  sua  morte  nel  1562  lasciò 
ricchissimi  i  figli  che  avea  procreato  da  Ginevra  Salviati 
sua  moglie.  Furono  tra  questi  Alamanno  che  non  lasciò 
discendenza,  Alessandro  Cav.  di  Malta  e  Commendatore 
di  S.  Jacopo  in  Campo  Corbolini  e  Pierantonio  che  nato 
nel  1524  visse  sempre  in  Roma  ove  godè  delle  primarie 
cariche  della  città  e  vi  acquistò  il  Marchesato  d'Antro- 
doco.  Sposò  Cassandra  di  Bartolommeo  Cavalcanti  che 
lo  fece  padre  di  molti  figli,  cioè  di  Giulio  cavaliere  di 
Malta  e  Maresciallo  di  Campo  di  Enrico  IV:  di  Fran- 
cesco Prelato  di  molta  espettativa  morto  giovane  nel  1579: 
di  Orazio  Colonnello  d'Infanteria  al  servizio  di  Francia 
ucciso  all'assedio  di  Narbona  nel  1595:  di  Ottavio  che 
fu  Cardinale  e  ultimo  della  famiglia  morì  il  primo  Agosto 
1629:  di  Mario  Gentiluomo  di  Camera  di  Enrico  IV: 
t    iv.  n 


—  1286  — 

e  finalmente  del  Marchese  Giovanni  eletto  senatore  nel 
1622  e  morto  il  29  Aprile  1624.  Eredi  di  questa  casa 
furono  le  sue  Cglie  Alessandra  e  Cassandra,  maritata 
la  prima  al  Marchese  Paolo  del  Bufalo  e  l'altra  al  Mar- 
chese Niccolò  Giugni.  Una  famiglia  Bandini  stabilita  a 
Parigi,  nella  quale  Cgura  il  Marchese  Giuseppe  Genti- 
luomo favorito  di  Luigi  XVI  decapitato  nel  1789,  as- 
serisce di  provenire  da  Mario  di  Pierantonio  ma  non 
so  se  sia  in  grado  di  giustificare  1'  asserto,  o  se  la  di- 
scendenza sia  da  figlio  legittimo. 

I  Baroucelli  molto  diramati  si  dipartono  dai  fra- 
telli di  Bencivenni,  lo  stipite  dei  Bandini.  Figura  molto 
tra  gli  uomini  segnalati  di  questa  casa  M.  Salvestro 
di  Manetto  cavaliere,  che  nel  1327  tenne  a  battesimo 
un  figlio  del  Re  di  Baviera  mentre  passava  per  Firenze 
avviato  per  Roma  ove  dovea  cingere  la  corona  di  Re 
dei  Romani.  Fu  quindi  mandato  Ambasciatore  a  Venezia 
per  conchiudere  una  lega  nel  1337,  e  nel  1341  fu  uno 
dei  sindaci  eletti  per  trattare  1'  acquisto  di  Lucca.  Es- 
sendo fallito  nel  1345  e  restato  debitore  di  non  lievi 
somme  all'  Inquisitore  fu  da  questi  fatto  carcerare 
mentre  usciva  dal  palazzo  della  Signorìa.  I  Priori  lo 
fecero  immediatamente  porre  in  libertà,  ed  ai  ministri 
del  Santo  Uffizio  che  aveano  osato  di  manometterlo  fu 
ordinato  che  fossero  tagliate  le  mani.  Giovanni  di  Ba- 
roncello  fu  confinato  dopo  l'assedio  e  non  avendo  os- 
servato il  confine  fu  nel  1534  dichiarato  ribelle.  I  Ba- 
roncelli  si  eslinsero  in  Firenze  il  22  Agosto  1649  nel 
Cav.  Tommaso  di  Cosimo  the  fu  maggiordomo  di  Don 
Giovanni  dei  Medici  di  cui  descrisse  la  vita.  Ma  un 
ramo  proveniente  da  Mico  Baroncelli  che  segnò  la  pace 
del  Cardinale  Latino  nel  1280,  passò  in  Francia  nel  secolo 
XV,  ove  Francesco  di  Carlo  acquistò  la  Signorìa  di 
.lavori  nel  1495,  cui  Bartolommeo  suo  nipote  aggiunse 
Critlon  nel  1602.  Queste  Signorìe  furono  circa  il  fine 
del  scmln  XVII   errile  in  Marchesato  a   favore  di  Giorgio 


—    Ì22T  — 

Giuseppe  di  Paolo  Bartolommeo,  la  di  cui  discendenza 
esisteva  tuttora  in  Avignone  alla  fine  del  secolo  de- 
corso. 

I  Bandini  ed  i  Baroncelli  ebbero  eguale  lo  stemma 
composto  di  tre  bande  rosse  nel  campo  d'  argento. 

Oltre  ai  Bandini  dei  quali  ho  sopra  parlato  ve  ne 
fu  in  Firenze  altra  famiglia  che  abitò  Oltrarno  ed  usò 
l'arme  di  una  fascia  rossa  nel  campo  d' argento.  Ap- 
partiene a  questa  casa  Bandino  di  Piero  che  fu  uno  dei 
Capitani  alla  battaglia  di  Montaperti  nel  1260.  Bartolo 
suo  figlio  fu  Gonfaloniere  nel  1304,  Priore  nel  1308, 
1318,  20,  22  e  25.  Da  lui  nasceva  Bandino  che  la 
medesima  dignità  ottenne  nel  1345.  È  pure  di  questa 
famiglia  quel  Domenico  di  Donato  Bandini  che  nel  1360 
irritato  dall'essere  stato  ammonito  si  fece  capo  di  una 
congiura  per  consegnare  la  città  in  mano  ai  Visconti. 
Ma  la  congiura  fu  scoperta,  e  Domenico  pagò  sul  patibolo 
la  pena  del  tradimento.  Questi  Bandini  non  sembra  che 
oltrepassassero  il  secolo  XIV. 

(17)  I  Bonciani  secondo  il  Landino  devono  la  loro  origine 
ad  un  Barone  Francese  di  nome  Guido  venuto  in  Ita- 
lia con  Carlo  Magno.  La  lontananza  dei  tempi  e  l'as- 
soluta mancanza  di  documenti  non  ci  permette  di  potere 
assicurare  se  egli  asserisca  la  verità,  ma  certamente  sono 
antichissimi  in  Firenze  ov' ebbero  le  abitazioni  e  le  torri 
tra  Terma  ed  il  Borgo  SS.  Apostoli.  Ammessi  alle  Ma- 
gistrature nel  1286,  conseguirono  il  priorato  trentasei 
volte  ed  undici  il  Gonfalonierato  da  quell'epoca  al  1514. 
M.  Guido  di  Carlo  fu  mandato  oratore  a  Faenza  nel  1435; 
M.  Luigi  di  Simone  lesse  con  gran  fama  le  istituzioni 
Civili  nello  studio  Fiorentino  nel  1498;  Gaspero  fu 
accettissimo  alla  Regina  Giovanna  II  di  Napoli  che  lo 
ammise  nel  suo  consiglio  e  gli  dette  le  Signorìe  di  Ascoli, 
S.  Agata,  Lecceto  e  di  altri  luoghi  nel  Regno  Napoletano. 
Giovanbatista  fu  molto  in  favore  presso   Leone   X,  che 


—    122S  — 

lo  elesse  Vescovo  di  Caserta,  e  non  meno  presso  Cle- 
mente VII  cui  in  qualità  di  Datario  servì  fino  alla  sua 
morte  nel  1532.  M.  Luigi  Bonciani  fu  ammesso  in  Spa- 
gna nel  consiglio  di  Carlo  V  e  tentò  invano  d'ispirare 
nell'  animo  di  quel  monarca  miti  sensi  a  favore  dei  Fio- 
rentini, quando  udì  che  si  disponeva  ad  assediare  la 
città.  Filippo  di  Girolamo  difese  Firenze  durante  l'as- 
sedio, e  dal  Duca  Alessandro  fu  fatto  processare  nel 
1534  e  condannare  in  fiorini  1400  per  essergli  state 
trovate  dell'armi  nelle  cantine,  forse  gettatevi  per  ma- 
levolenza del  Duca.  Unitosi  ai  fuorusciti  ebbe  bando  di 
ribelle  e  confisca.  Luigi  di  Alessandro  fu  condannato  a 
morte  da  Cosimo  I  nel  1558  perchè  tentò  d'introdurre 
in  città  una  corazza!...  Francesco  di  Paolo  da  Arcidia- 
cono Fiorentino  fu  eletto  Arcivescovo  Pisano  nel  1613 
e  mandato  Ambasciatore  in  Francia  nel  1616.  Morì 
nel  1619.  Questa  casa  mancò  in  Paolo  di  Neri  di  Lo- 
renzo che  morì  il  29  Settembre  1667.  Arme  Bonciani 
fu  il  campo  orizzontalmente  semipartito,  aureo  al  di 
sopra  e  rosso  al  di  sotto  con  tre  doghe  d'argento  va- 
jate  d'  azzurro. 

(18)  Variamente  e  stato  discorso  dagli  Antiquarj  sulla  origine 
della  famiglia  dei  Pazzi.  Secondo  alcuni  discende  da 
antica  casa  consolare  Romana  della  quale  sono  state 
trovate  nei  varj  scavi  fatti  nella  città  alcune  iscrizioni 
sepolcrali ,  e  che  si  sa  avere  avuti  in  Firenze  molti 
possessi  tra  i  quali  alcuni  campi  nel  luogo  ove  fu  aperta 
la  via  di  Capaccio,  cioè  dei  campi  di  Paccio.  Mancano 
i  documenti  per  giustificare  quest'asserto,  come  pure 
mancano  a  coloro  che  gli  han  detti  originarj  di  Fiesole, 
non  mi  parendo  sufficiente  ragione  per  asserirlo  l'avere 
i  Pazzi  avuto  anticamente  per  arme  delle  lune,  che  è 
l' arme  di  quella  città.  La  loro  consorterìa  coi  Pazzi 
potenti  Baroni  del  Valdarno  è  pure  gratuita  asserzione, 
poiché  è  ormai  fuori  d'ogni  questione   esser  questi  già 


—  1229  — 

sì  potenti  feudatarj  tanto  infesti  a  Firenze  un  ramo  dei 
famosi  Donati.  Il  primo  dei  Pazzi  che  sia  noto  nelle 
storie  Fiorentine  è  Pazzo  di  Ranieri,  intorno  a  cui  si 
raggira  nota  popolare  tradizione  che  non  posso  omettere 
di  prendere  in  esame.  Secondo  la  popolar  voce  Pazzo 
prese  la  Croce  nel  1088  e  partì  per  la  Palestina  gui- 
dando 2500  Toscani.  Divise  coi  Crociati  le  fatiche  tutte 
di  quelle  guerre  e  dopo  inaudite  prove  di  valore  piantò 
il  primo  sulle  mure  di  Gerusalmme  il  vessillo  Cristiano. 
Fu  per  questo  che  da  Goffredo  de  Bouillon  capo  supremo 
di  questa  impresa  ebbe  in  dono  alcuni  pezzetti  della 
pietra  di  cui  componesi  il  sepolcro  del  Redentore  ed  il 
privilegio  di  portare  l'arme  medesima  di  Goffredo.  Que- 
sta è  la  tradizione.  II  fatto  dell'arme  certamente  è  falso, 
perchè  l'arme  attuale  dei  Pazzi  non  è  quella  della  casa 
de  Bouillon,  mentre  indubitatamente  fu  ad  essi  con- 
cessa dai  Duchi  di  Bar  nel  1388.  In  quanto  all'altro 
fatto  mi  conviene  fare  osservare  che  è  molto  in  disputa 
presso  gli  eruditi  e  gli  storici  delle  Crociate  se  gl'Ita- 
liani arrivassero  assai  in  tempo  per  trovarsi  alla  occu- 
pazione di  Gerusalemme,  bensì  è  certo  che  nell'anno 
seguente  i  Toscani  si  distinsero  nella  guerra  contro  il 
soldano  d'Egitto  e  che  un  Bonaguisi  salì  primiero  sulle 
mura  della  città  di  Damiata.  Perciò,  a  mio  avviso,  fu 
confuso  l'uno  coli' altro  fatto  e  il  merito  dell'impresa 
del  Bonaguisi  fu  tutto  rifuso  sul  condottiero  delle  sue 
schiere,  cui  attribuita  fu  perciò  la  vittoria.  Ogni  anno 
a  spese  della  famiglia  dei  Pazzi  sulla  piazza  del  Duomo , 
e  quindi  al  quadrivio  che  da  essi  prende  nome,  si  suole 
incendiare  un  carro  pieno  di  fuochi  artificiali  all' intuo- 
narsi del  Gloria  alla  messa  del  Sabato  Santo.  Anco  que- 
st'uso  si  riporta  dal  popolo  all'impresa  suddetta,  e  di- 
cesi esser  questo  carro  fatto  a  similitudine  di  quelli  sul 
quale  Pazzo  trionfante  percorse  le  vie  di  Firenze.  Anco 
su  ciò  gravi  questioni  tra  gli  eruditi,  mosse  dalle  parole 
del  Villani  che  dice   essere  ai  Pazzi  derivata    la  dignità 


—   1230  — 

della  gran  faccllina  per  uno  loro  antico  di  nome  Pazzo, 
forte  e  grande  della  persona  che  portava  maggior  facel- 
lina  che  nuli' altro,  ed  il  primo  era  che  prendesse  il 
fuoco  santo  e  gli  altri  da  lui.  Dura  tuttora  l'uso  in  Le- 
vante che  il  Patriarca  nel  Sabato  Santo  tratto  il  fuoco 
dal  sepolcro  di  Cristo  ed  accesone  un  cero  lo  porge  al 
popolo ,  che  ansioso  fa  a  gara  a  chi  prima  può  accen- 
dere la  sua  face  a  quel  fuoco  sacrato,  dietro  la  super- 
stiziosa opinione,  che  non  possa  dannarsi  chi  prima  può 
accendere  la  sua  candela.  Forse  Pazzo  recando  a  Firenze 
delle  pietre  del  S.  Sepolcro,  volle  introdurre  l'uso  da 
lui  appreso  a  Gerusalemme,  ed  a  memoria  di  ciò  volle 
che  i  suoi  discendenti  fossero  i  primi  ad  accenderne  la 
propria  face.  Forse  ancora  dalla  chiesa  di  S.  Maria 
sopra  Porta,  ove  a  cura  dei  Capitani  di  parte  guelfa 
esistevano  le  pietre  sacrate,  si  portava  con  pompa  il  fuoco 
sacro  alla  cattedrale  e  forse  pure  alle  case  dei  Pazzi, 
né  sarei  lungi  dall'opinare  che  essendosi  introdotto  il 
costume  di  recarlo  sopra  un  carro,  venendosi  questo  a 
poco  a  poco  ad  ornare  sia  degenerato  nell'uso  attuale, 
dall' esservi  stati  aggiunti  dei  fuochi  di  artifizio  in  segno 
di  letizia  per  il  risorto  Redentore,  ad  imitazione  di 
molte  città  Italiane  ove  in  tal  giorno  è  costume  di 
ardere  dei  fuochi  di  gioja.  Così  a  mio  parere  sarebbe 
la  tradizione  conciliata  coli' asserzione  del  nostro  mag- 
giore Cronista  Villani.  Nel  1478  furono  i  Pazzi  privati 
di  questo  diritto  onorifico,  che  poterono  ottenere  nuova- 
mente venti  anni  dipoi. 

Ora  torno  alla  storia  dei  Pazzi  dei  quali  alquanto 
mi  distenderò  a  trattare  siccome  fu  fatto  delle  altre 
primarie  famiglie  di  questa  città.  Da  Pazzo  il  Crociato 
ebbe  i  natali  Ildebrando  che  per  privilegio  Imperiale 
rogava  sul  principio  del  secolo  XI.  Pazzo  e  Cherico  suoi 
figli  sono  nominati  in  un  atto  del  1165.  Pazzo  generò 
Ranieri,  Uguccione  e  Stiatta  autori  delle  tre  principali 
diramazioni  della  famiglia. 


—  1231  — 

Ranieri  sedò  nel  Consiglio  del  Comune  nel  1201  e 
per  mezzo  di  Uguccione  fu  avo  di  Pazzo,  di  Litifredi, 
di  Giachinotto  e  di  Cherico  e  di  Uguccione.  Pazzo  Cav. 
a  spron  d'oro  fu  dei  capi  principali  di  parte  guelfa  e 
nel  1278  segnò  la  pace  coi  Donati,  indi  quella  coi  Ghi- 
bellini del  1280.  Litifredi  fu  padre  di  Lapo  da  cui 
nacque  Bindo  che  ebbe  molta  parte  nella  congiura  dei 
Magnati  nel  1340,  per  la  quale  fu  condannato  all'esilio 
e  Bartolommeo  che  generò  Beltramo  che  si  rese  bene- 
merito della  patria  conspirando  contro  il  Duca  d'Atene 
nel  1343,  ma  che  nel  1360  fu  condannato  nel  capo  co- 
me complice  di  una  congiura  per  dare  Firenze  in  mano 
ai  Visconti.  Dolce  altro  figlio  di  Litifredi  ottenne  il  Prio- 
rato nel  1291  e  procreò  Jacopo  perito  alla  battaglia  di 
Montecatini  nel  1315.  M.  Giachinotto  di  Uguccione  di- 
fese Firenze  contro  Arrigo  VII  nel  1312,  e  M.  Cherico 
suo  fratello  fu  uno  dei  Capitani  Fiorentini  alla  espu- 
gnazione di  Poggibonsi  nel  1270.  Da  lui  provenne  un 
ramo  detto  talvolta  degli  Accorri  dal  nome  di  uno  di 
questa  diramazione,  ramo  che  terminò  in  Piero  di  Mat- 
teo morto  nel  1600.  Da  Uguccione  nacque  Ghiuozzo  i 
di  cui  nipoti  si  chiamarono  Ghinozzi  per  essere  fatti  di 
popolo  nel  1393.  Appartenne  a  questo  ramo  Luigi  di 
Giovanfrancesco  che  fu  Priore  nel  1528  e  nel  1530,  e 
che  sempre  nei  consigli  mostrò  calore  per  la  difesa  della 
libertà  durante  l' assedio.  Per  la  capitolazione  fu  uno 
dei  64  ostaggi  dalla  Repubblica  dati  agl'Imperiali  per 
l'osservanza  dei  patti.  Alfonso  suo  figlio  fu  poeta  faceto 
e  molte  poesìe  pubblicò  sotto  il  nome  Accademico  del- 
l'Etrusco. Fu  nemico  del  Varchi  non  per  malevolenza 
ma  per  la  sua  inquieta  e  bizzarra  natura  della  quale 
molti  tratti  possono  leggersi  nella  vita  che  ce  ne  ha 
data  il  Manni  nelle  veglie  piacevoli.  Ebbe  figli  dai  quali 
fu  protratta  la  linea  fino  al  1700,  nel  qual  anno  rimase 
estinta  il  6  Aprile  per  morte  di  Luigi  di  Cosimo. 


—  1232  — 

Uguccione  di  M.  Pazzo  fu  avo  di  Iacopo  detto  Nacca 
cavaliere  a  spron  d'oro  e  signore  di  Monteminiano.  Costui 
portò  lo  stendardo  dei  Guelfi  alla  battaglia  di  Monta- 
pcrti  nel  1260.  Bocca  degli  Abati  che  gli  stava  a  lato 
con  nero  tradimento  gli  recise  con  un  fendente  la  mano 
colla  quale  teneva  la  bandiera.  Iacopo  con  coraggio 
spartano  strinse  con  il  moncherino  al  petto  l'insegna, 
né  la  lasciò  finché  non  cadde  esanime  per  le  ferite. 
M.  Pazzino  sua  prole ,  dopo  aver  segnato  la  pace  del 
1280,  si  eresse  con  Corso  Donali  in  principe  della  fazione 
dei  Neri  al  suscitarsi  di  queste  parti  in  Firenze.  Man- 
dato momentaneamente  in  esilio,  tornò  poco  dopo  alla 
patria  più  potente  di  prima,  e  nel  1304  si  fece  capo 
della  fazione  dei  Neri  che  si  oppose  alla  prepotenza  di 
Corso  Donati  e  che  di  nuovo  fece  correre  di  sangue 
cittadino  le  vie.  Nel  1308  fu  tra  coloro  che  si  armarono 
contro  Corso  Donati  che  fu  ucciso.  Da  quell'epoca  alla 
sua  morte  fu  talmente  preponderante  nei  comizj  della 
sua  patria  che  venne  riguardato  come  principe  della  città. 
Ma  nel  1311  essendo  alla  caccia  del  falcone  sul  greto 
d'Arno  fu  ucciso  da  Paniera  Cavalcanti  in  vendetta  della 
morte  per  opera  di  Pazzino  data  a  Masino  suo  fratello. 
Recato  il  suo  cadavere  a  Firenze  risvegliò  l'ira  del  po- 
polo che  corse  infurialo  alle  case  dei  Cavalcanti  e  le 
distrusse.  Ebbe  a  spese  del  pubblico  magnifici  i  funerali 
e  quattro  di  sua  famiglia  furono  sulla  sua  bara  armati 
cavalieri  a  spron  d'oro.  Molti  figli  ebbe  Pazzino  da 
Monaca  di  M.  Ciampi  Della  Tosa,  tra  i  quali  Berlo, 
Neri,  Francesco  e  Cherico.  Berto  armato  cavaliere  alla 
morte  del  padre  fu  mandato  con  500  soldati  in  ajulo 
del  Re  Roberto  di  Napoli  nel  1312  e  morì  per  viaggio, 
avendosi  nelle  sue  poche  imprese  da  lui  condotte  acqui- 
stato nome  di  valoroso.  Neri  dopo  essersi  visto  da  Ca- 
struccio  distrutta  l'avita  fortezza  di  Palugiano,  si  trovò 
da  lui  rinchiuso  nel  forte  di  Montemurlo  che  contro  le 


—  1233  — 

sue  armate  per  qualche  tempo  valorosamente  difese, 
benché  dovesse  poi  cedere  alla  superiorità  delle  sue  forze. 
Francesco  che  pure  fu  armato  cavaliere  sulla  bara  del 
genitore  difese  la  patria  contro  Arrigo  VII  nel  1312  e 
fu  feditore  alla  battaglia  di  Montecatini  nel  1315  ed  a 
quella  di  Altopascio  nel  1325.  Nel  1330  si  distinse  tra 
i  Capitani  Fiorentini  all'assedio  di  Montecatini  e  dieci 
anni  dipoi  fu  Commissario  della  milizia  che  fu  mandato 
a  Lucca  per  impedire  a  Mastino  della  Scala  Signor  di 
Verona  di  muovere  ai  danni  dei  Fiorentini.  Sostenne 
ancora  per  il  Comune  parecchie  Ambascerìe,  e  da  molte 
città  Italiane  fu  chiamato  per  Potestà.  Iacopo,  Paz- 
zino,  Gerì  e  Diego  tutti  cavalieri  furono  non  meno  del 
Padre  distinti  soldati.  Da  Geri  che  nel  1364  fu  Capitano 
di  guerra  a  Todi  derivò  un  ramo  che  si  estinse  al  prin- 
cipio del  secolo  XV.  Cherico  di  M.  Pazzino  fu  Potestà  di 
Montecatini  nel  1338  ed  una  delle  vittime  della  pesti- 
lenza del  1348.  Da  lui  proveniva  Geri  nato  nel  1420 
e  morto  nel  1466  che  da  Oretta  Altoviti  ottenne  An- 
tonio e  Poldo.  Antonio  parziale  ai  Medici  ai  tempi  di 
questo  racconto,  fece  parte  della  balìa  che  riformò  lo 
stato  dopo  la  caduta  della  Repubblica.  Alamanno  suo 
figlio  cominciò  ad  immischiarsi  nelle  brighe  civili  per 
la  istituzione  della  milizia  cittadina  nel  1527.  Aderì 
durante  l'assedio  alle  parti  degli  Ottimali,  e  mostrò 
molto  calore  per  la  difesa  del  Capponi  quando  per  ca- 
bale dei  libertini  fu  accusato  di  tradimento  verso  la 
patria.  Fu  perciò  anco  Alamanno  maleviso  ai  libertini  che 
tentarono  più  volte  di  perderlo.  Peraltro  difese  da  primo 
con  calore  la  patria  e  molto  si  distinse  in  una  sortita 
fatta  di  notte  sotto  la  direzione  di  Stefano  Colonna.  Ma 
dopo  la  battaglia  di  Gavinana  vedendo  che  la  città  non 
potea  più  resistere  si  fece  capo  di  coloro  che  sprezzato 
il  reiterato  giuramento  di  morire  per  la  libertà  della 
patria  convennero  armati    sulla    piazza    di    S.   Spirito  e 

T.    IV.  io 


—  1234  — 

scesero  ad  indegne  violenze  per  costringere  la  Signorìa 
a  patteggiare  coi  nemici.  Spenta  la  Repubblica  salì  in 
molto  favore  presso  il  Duca  Alessandro,  e  fu  tra  i  più 
ardenti  sostenitori  della  elezione  di  Cosimo  I  nel  1537. 
Eletto  nell'anno  stesso  Commissario  delle  bande  Ducali, 
ottenne  ancora  la  dignità  senatoria  nel  1566  e  morì 
nel  1573.  Poldo  di  Geri  fu  tra  i  difensori  di  Firenze 
nell'agone  della  sua  libertà,  cui  non  minore  affetto  mo- 
strarono Lorenzo,  Piero  e  Geri  suoi  figli.  Lorenzo  gio- 
vane di  gran  cuore  fu  allevato  alle  scuole  di  Giovanni 
de'  Medici  tra  le  famose  bande  nere  e  di  gran  giova- 
mento sarebbe  stato  alla  patria,  se  nel  1528  non  fosse 
stato  ucciso  per  vendetta  di  Giuliano  Strozzi.  Piero  fu 
uno  dei  Capitani  delle  milizie  e  perde  la  vita  in  una 
sortita  contro  i  nemici.  Il  Duca  Alessandro  credè  avvi- 
lirlo, quando  giunto  al  Principato  dannò  all'  infamia  la 
di  lui  memoria,  infamia  che  ricadde  invece  sulla  testa 
del  vile  che  condannava  un  valoroso  perito  snl  campo 
dell'onore  colle  armi  alla  mano  in  difesa  di  una  patria 
che  si  volse  contro  ogni  dritto  ridurre  in  catene.  Geri 
dopo  l' assedio  sdegnò  servire  al  potere  dei  Medici  e 
preferì  di  vivere  ignorato.  Da  Cammillo  suo  figlio  nacquero 
Lucrezia  e  Geri.  Lucrezia  si  rese  monaca  Carmelitana 
in  S.  Frediano  e  nel  vestire  le  divise  monastiche  cangiò 
il  suo  nome  in  quello  di  M.  Maddalena.  Fu  in  religione 
modello  di  ogni  virtù,  a  tale  che  essendo  morta  nel 
1607,  fu  ascritta  al  numero  dei  beati  solo  diciannove 
anni  dopo  la  sua  morte  ed  a  quello  dei  santi  nel  1668. 
Da  Geri  suo  fratello  Cav.  di  S.  Stefano  discese  Alamanno 
Tommaso  di  Girolamo  nato  nel  1646  celebre  antiquario, 
eletto  senatore  nel  1712.  Giovanni  Girolamo  suo  figlio 
fu  ornato  di  singolari  virtù  e  di  non  volgare  letteratura, 
fu  l'istitutore  dell'Accademia  dei  Colombarj,  così  detta 
dall' adunarsi  nella  sommità  dell'antica  torre  dei  Pazzi 
ov'ei    dimorava,    dicendosi  dal    popolo  che    salivano    in 


—  123b  — 

Colombaja.  Ultimo  di  questo  ramo  morì  Gio:  Girolamo 
il  31  Gennaio  1743,  stile  comune,  ed  erede  ne  fu  Te- 
resa sua  figlia  moglie  di  Giuseppe  dei  Rucellai. 

Sliatta  di  M.  Pazzo  è  autore  del  ramo  tuttora  su- 
perstite di  questa  casa.  Era  tra  i  suoi  discendenti  M. 
Giacomino  di  M.  Aldobrandino  che  segnò  la  pace  del 
Cardinale  Latino  nel  1280.  Da  Ghinga  suo  figlio,  posto 
al  bando  dell'Impero  da  Enrico  VII  nel  1312  per  aver 
contro  lui  difeso  Firenze,  proviene  un  ramo  che  nel  se- 
colo XV  passò  in  Romagna.  Stabilitosi  in  Sinigaglia, 
passò  quindi  a  Fano  ove  venne  meno  nel  1669  per 
morte  del  Cav.  Priore  Cammillo  del  Cav.  Matteo.  Non 
sono  lontano  da  credere  che  da  questa  diramazione  de- 
rivi l'origine  una  famiglia  di  questo  cognome  da  non 
molto  spenta  a  Forlì  e  che  usa  l'arme  simile  a  quella  dei 
Pazji  di  Firenze.  Era  pure  tra  i  posteri  di  Stiatta  Gui- 
dotto  di  Giano  che  nel  1315  alla  battaglia  di  Montecatini 
era  tra  i  feditori,  i  quali  componevano  un  corpo  di  150 
soldati  scelto  tra  i  più  valorosi  di  tutto  l'esercito  che  primo 
dovea  venire  alle  mani  con  il  nemico.  Guglielmino  suo 
figlio  Cav.  aurato  fu  castellano  a  Fucecchio  nel  1363  e 
da  Costanza  di  M.  Andrea  dei  Bardi  generò  Andrea  nel 
1372.  Andrea  sostenne  molte  ambascerìe  per  la  Repub- 
blica, ma  non  potè  ottenere  Magistrature  fino  al  1434, 
nel  qual'  anno  per  privilegio  intercedutogli  da  Cosimo 
Medici  fu  fatto  di  popolo.  Col  disegno  del  Brunellesco 
eresse  la  cappella  di  sua  casa  nel  Chiostro  di  S.  Croce, 
ed  un  palazzo  che  distrutto  dai  fondamenti  fu  poi  riedi- 
ficato da  Iacopo  suo  figlio.  Fu  armato  cavaliere  da  Re- 
nato d'Anjou  nel  1442  e  morì  poco  dopo  lasciando  ai 
figli  immense  ricchezze.  Caterina  Salviati  lo  fece  padre 
di  molti  figli  tra  i  quali  di  Iacopo,  di  Piero  e  di  Antonio. 
Iacopo  fu  tanto  accetto  al  popolo  Fiorentino  che  essendo 
Gonfaloniere  nel  1468  fu  per  decreto  pubblico  solenne- 
mente decorato  del  cingolo  militare.  Sostenne  molte  ed 
importanti    missioni,    e  per    due    volte  dovè    portarsi  a 


—   1236  — 

Vienna  alla  corte  Imperiale.  L'aura  popolare  gli  venne 
meno  per  la  congiura  dei  suoi  nipoti  contro  i  Medici, 
poiché  dopo  avere  inutilmente  tentato  di  sollevare  il  po- 
polo dopo  l'esecuzione  della  congiura,  fuggì,  ed  arrestato 
nel  traversare  l'Appennino  fu  condotto  a  Firenze  ed  ap- 
piccato, quindi  sepolto  in  S.  Croce  nell'avello  dei  suoi 
maggiori.  Le  continue  pioggie  che  dopo  quel  tempo  af- 
flissero la  campagna  furono  dalla  superstiziosa  popola- 
zione attribuite  al  sacrilegio  di  aver  seppellito  in  luogo 
sacro  un  uomo  la  di  cui  anima  credevasi  perduta  per  le 
orrende  bestemmie  che  in  collera  o  giocando  era  solito 
di  proferire,  e  i  magistrati  per  quietare  la  tumultuante 
plebe  fecero  dissotterrare  il  cadavere  che  ordinarono 
riporsi  lungo  le  mura.  Ma  neppur  qui  fu  lasciato  dor- 
mire in  pace,  poiché  disseppellito  dalla  plebe  inferocita 
fu  trascinato  per  le  vie  della  città,  quindi  appeso  alla 
porta  di  sua  casa.  Fu  poi  gettato  in  Arno,  ove  per  la 
putrefazione  venuto  a  galla  rimase  per  lungo  tempo 
tristo  spettacolo  degli  effetti  del  cambiamento  di  fortuna. 
Caterina  sua  figlia  naturale  si  vestì  monaca  Francescana, 
e  dopo  la  sua  morte,  accaduta  nel  1490,  fu  venerata  sugli 
altari  come  Beata.  Piero  di  M.  Andrea  fu  oratore  a 
Carlo  Duca  di  Calabria  nel  1452,  al  re  Renato  d'Anjou 
nel  1457,  a  Pio  II  nel  1458,  quindi  nell'anno  stesso  al 
Re  Ferdinando  di  Napoli  per  congratularsi  del  suo  av- 
venimento al  trono  e  condolersi  della  morte  del  genitore. 
Andato  nel  1461  a  presentare  le  congratulazioni  della 
Repubblica  a  Luigi  XI  che  alla  morte  di  Carlo  VII  suo 
padre  era  asceso  sul  irono  di  Francia  fu  da  quel  Re 
armato  Cavaliere,  ed  al  suo  ritorno  fu  ricevuto  con 
pompa  ed  ebbe  dal  comune  la  bandiera  del  popolo  e  di 
parte  guelfa.  Fu  Gonfaloniere  nel  1462  e  morì  poco 
dopo.  Vespasiano  da  Bisticci  ne  scrisse  la  vita  a  cura 
del  benemerito  Vieusseux  pubblicata  nell'archivio  storico. 
Ebbe  numerosa  prole  da  Fiammetta  di  Domenico  Giugni. 
Leonardo  Canonico  Fiorentino  esiliato  nel  1478  si  portò 


—  1237  — 

a  Roma  ove  trovò  distinzioni  alla  corte  del  Papa.  Andrea 
gettato  nelle  carceri  delle  Stinche  vi  languì  fino  al  1482. 
Tornato  in  favore  dopo  la  cacciata  di  Piero  de' Medici 
fu  mandato  ambasciatore  a  Roma  a  Carlo  Vili  nel  1495 
e  Commissario  generale  a  Forlì  nel  1496  por  mantenere 
i  Riario  fedeli  al  comune  perchè  non  favorissero  Piero 
de' Medici  nei  suoi  tentativi  di  tornare  alla  patria.  An- 
tonio fu  eletto  Vescovo  di  Sarno  nel  1475  e  di  Mileto 
nel  1478,  e  nonostante  che  si  trovasse  alla  sua  sede 
all'epoca  della  congiura,  fu  condannato  al  confine.  Ga- 
leotto e  Niccolò  arrestati  mentre  fuggivano  travestiti  da 
donna  furono  rinchiusi  nel  forte  di  Volterra.  Ne  uscirono 
nel  1482,  e  dopo  la  cacciata  de' Medici  furono  molto 
considerati,  avendo  ambidue  sostenuto  varie  Ambascerìe. 
Renato  benché  innocente  fu  vittima  del  furore  popolare, 
ed  i  suoi  figli  che  tutti  erano  in  tenera  età  furono  con- 
finati al  di  là  delle  20  miglia  dalla  città.  Giovanni  uno 
di  essi  ebbe  in  consorte  la  Margherita  Bandini  altrove 
in  questo  racconto  menzionata  e  per  i  suoi  traviamenti 
e  per  la  carità  colla  quale  nell'opinione  de' suoi  concit- 
tadini si  redense  dalla  mala  reputazione  che  le  aveano 
acquistato  i  suoi  falli.  Da  lei  provenne  un  ramo  che  nel 
Canonico  Pierantonio  di  Andrea  finì  il  17  Gennajo  1693 
stile  comune.  Antonio  di  M.  Andrea  fu  Priore  nel  1443 
e  1450  e  da  Cosa  Alessandri  generò  Francesco,  Gio- 
vanni e  Guglielmo.  Francesco  ricco  banchiere  a  Roma 
ottenne  a  preferenza  dei  Medici  la  tesoreria  Pontificia 
nel  1476.  Da  ciò  il  primo  seme  di  malumore  tra  le  due 
case.  Si  aggiunse  in  breve  l'ingiustizia  de'Medici  a  ca- 
rico di  suo  fratello  cui  tolsero  la  ricca  eredità  di  Gio- 
vanni Borromei  spogliandone  Beatrice  unica  di  lui  figlia. 
Nuovo  fomento  agli  sdegni  fu  l'essere  stato  Francesco 
con  suo  danno  citato  dagli  Otto  a  comparire  a  Firenze. 
Da  tutto  ciò  e  dalla  collera  del  Papa  e  del  Re  di  Na- 
poli nacque  la  cospirazione  narrata  nell'antecedente  Ca- 
pitolo. Questa  perciò  fu  congiura  di  speranze  e  di  ven- 


—   1238  — 

delta  e  non  ebbe  l'amore  di  patria  e  di  libertà  che  a 
prelesto,  poiché  per  Firenze  non  era  questione  che  di 
cangiare  di  dominatore.  Spenti  i  Medici,  niente  di  più 
facile  ai  Pazzi  ricchi  di  averi,  potenti  per  parentadi, 
ajulati  dalle  armi  del  Papa  e  del  Re  di  Napoli,  con  un 
esercito  prossimo  alla  città,  pronto  ad  introdurvisi  ai 
loro  cenni,  niente  di  più  facile  dissi  che  prendere  il  posto 
dei  Medici.  Ogni  nobile  cagione  da  qualche  storico, 
forse  in  ciò  più  poeta  che  storico,  trovata  nella  congiura 
de' Pazzi  deve  a  mio  avviso  esserne  esclusa  poiché  una 
cospirazione  che  ha  a  principali  motori  l'odio,  la  spe- 
ranza, la  vendetta  e  l'invidia  mi  pare  che  manchi  di 
ogni  nobile  principio.  Giovanni  fratello  di  Francesco  fu 
de'  Priori  nel  1472.  Benché  più  da  vicino  lo  riguardasse 
1'  ingiustizia  de'  Medici  a  riguardo  della  sua  casa , 
poiché  Beatrice  Borromei  era  sua  moglie,  pure  non 
prese  parte  attiva  nella  congiura,  della  quale  forse  anco 
era  ignaro.  Nonostante  fu  arrestato  nell'  orto  del  Mona- 
stero degli  Angioli  ov' erasi  ascoso,  e  tradotto  nella  For- 
tezza di  Volterra  vi  morì  prima  che  giungesse  il  tempo 
della  sua  liberazione.  Andrea  suo  figlio  fu  Vescovo  di 
Sarno  dal  1482  al  1498  e  Raffaello  militò  al  soldo  del 
Duca  Valentino,  quindi  fu  Capitano  Generale  dei  Vene- 
ziani e  della  Chiesa. 

Guglielmo  di  Antonio  fu  Priore  nel  1467  e  benché 
avesse  in  moglie  Bianca  De'  Medici  sorella  di  Lorenzo 
il  Magnifico,  non  fu  amico  di  questa  casa.  In  occasione 
della  congiura  si  salvò  dalla  furia  popolare  ricoverandosi 
presso  il  cognato,  ma  non  ostante  la  Signorìa  decretò 
per  lui  e  per  i  figli  il  bando  al  di  là  dalle  cinque  miglia 
dalla  città.  Tornò  in  patria  nel  1482,  ma  nou  fu  riam- 
messo alle  Magistrature  fino  al  1494.  Tra  i  moltissimi 
incarichi  che  da  quell'  epoca  a  lui  vennero  affidati  uno 
si  fu  il  carico  di  Commissario  di  guerra  contro  i  Pi- 
sani nel  1498,  quindi  contro  il  Duca  Valentino  nel  1501. 
Si  trovava  in  questa  carica  in   Arezzo  quando  gli  Aretini 


—  1239  — 

si  ribellarono  a  Firenze.  Si  racchiuse  nella  rocca  ma  fu 
dall'  impeto  del  popolo   costretto   ad   arrendersi.  Chiuso 
in  un  carcere  vi  fu  tenuto    in   garanzìa    di    coloro  che 
per    rappresaglia    erano    stati    arrestati    a    Firenze.   Fu 
messo  per  mediazione  del   Comune   in  libertà,  ma  giu- 
dicandosi il   fatto    come   successo   per    sua    imprudenza 
non  fu  da  quell'epoca  più  considerato.  Morì  nel   1516 
ed  in  Giovan-Cosimo,  in  Antonio  ed  in  Alessandro  ebbe 
tre  figli  di  rinomanza   nella   storia   dei  Fiorentini.  Gio- 
van-Cosimo nato    nel    1466    fu    scolare    del  Diacceto  e 
riuscì  letterato  di  molto  nome.   Tradusse  dal    Greco   le 
opere  di  Massimo  Tirio,  fatica    che    meritò   l'onore   di 
diverse  edizioni.  Andato  in  prelatura  fu  Governatore  di 
Forlì,  indi  Vescovo  di  Oleron  nel  1492,  poi  di  Arezzo 
nel  1496.  Nel  1497   andò  Ambasciatore   all'Imperatore 
Massimiliano,  e  nel  1498  a  Luigi   XII   di  Francia   per 
rallegrarsi  della  sua  assunzione  al  trono.  Tornò  al  me- 
desimo Re  nel  1499    per  pregarlo  a   tornar   Pisa  nelle 
mani  dei  Fiorentini,  e  per  lo  stesso  oggetto   andò   nel- 
1'  anno  stesso  al  Cardinal  di  Rohan  Governatore  di  Mi- 
lano per  interessarlo  a  favore  dei  Fiorentini.  Nel  1501 
fu   Ambasciatore   al  Duca  Valentino,  ed   a  Pio   III  per 
prestargli  obbedienza  nel  1502.  Defunto  questo  Pontefice 
subito    dopo    la    sua    elevazione,  Giovan-Cosimo  rimase 
in  Roma  per  passare  lo  stesso  ufficio  col  di  lui  succes- 
sore che  fu  Giulio  II.  Nel  1508  fu  assunto  all'Arcive- 
scovato della  sua  patria  e  mostrò   molto   ardore  per  la 
difesa  della  Ecclesiastica   immunità  cui   volle   attentarsi 
dalla  Repubblica.  Nel  1512  fu  spedito  al  Cardona,  Vi- 
ceré   di    Napoli    che    barbaramente    avea    saccheggiato 
Prato,  per  trattar  con  lui  di  una  lega  e  di  rimettere  i 
Medici  nella  città.  Eletto  al  Papato  Leone   X  fu  eletto 
per  andare   a   lui  Ambasciatore   di   obbedienza,  ma   al- 
l' improvviso  morì  con   grave    sospetto    che   fosse   stato 
per  opera  dei  Medici  avvelenato.  Ne  rimase  il  pubblico 
convinto  dall'essere  resultato  dagli  esami  del  Boscoli  e 


—  1240  — 

Capponi  capi  di  una  congiura  contro  i  Medici  che  l'Ar- 
civescovo era  a  parte  del  loro  trattato.  Così  i  Medici 
si  tolsero  dall'  imbarazzo  di  dover  procedere  con  rigore 
contro  l'Arcivescovo  che  era  insieme  loro  congiunto. 
Antonio  coprì  molte  cariche  e  fu  Gonfaloniere  nel  1521. 
Nel  1523  andò  Ambasciatore  di  obbedienza  a  Clemente 
VII,  e  morì  di  contagio  nel  1528.  Francesco  suo  figlio 
detto  Ceccone  fuggì  a  Lucca  durante  l' assedio.  Tornò 
in  Firenze  dopo  che  Alessandro  Medici  fu  asceso  al 
Ducato,  ed  essendo  amicissimo  dei  figli  di  Filippo  Strozzi 
fu  incolpato  di  avere  con  Leone  Strozzi  aggredito  e  fe- 
rito Giuliano  Salviati.  Soffrì  perciò  carcere  e  tortura,  e 
non  fu  liberato  che  dietro  ordine  espresso  di  Papa  Cle- 
mente. Fuggì  allora  dalla  città  con  Piero  Strozzi  e  fu 
dichiarato  ribelle  per  essersi  unito  ai  fuorusciti.  Andò 
collo  Strozzi  in  Spagna  a  portarvi  le  lagnanze  dei  fuo- 
rusciti contro  il  Duca  Alessandro.  Si  distinse  sempre 
tra  le  armate  nemiche  ai  Medici  e  all'  impresa  del  Borgo 
S.  Sepolcro  comandava  la  retroguardia.  Dopo  la  disfatta 
di  Montemurlo  passò  in  Francia  ove  morì  alla  corte 
della  Regina  Caterina.  Antonio  suo  figlio  fu  cavaliere  di 
Malta,  distinto  poeta,  e  morì  circa  il  1600. 

Alessandro  di  Guglielmo  nato  nel  1483  fu  mandato 
residente  a  Venezia  nel  1527  e  ne  ritrasse  biasimo  per 
aver  permesso  che  il  Papa  facesse  metter  le  mani  addosso 
a  Baldassarre  Carducci  the  leggeva  nello  studio  di  Padova. 
Fu  richiamato  perchè  fu  scoperto  che  teneva  carteggio  col 
Pontefice  e  tornato  a  Firenze  poco  vi  rimase,  poiché 
appena  sentì  vociferare  che  la  città  sarebbe  stata  asse- 
diala fuggì  a  Roma.  Fu  fatto  ribelle  nò  rivide  la  pa- 
tria che  dopo  spentavi  la  libertà.  Fu  compreso  nella 
balìa  che  ebbe  incarico  di  riformare  il  governo,  ma  non 
ebbe  tempo  di  risedervi,  poiché  la  morte  nell'anno 
stesso  lo  colse.  Ma  Alessandro  più  che  alle  azioni  poli- 
tiche deve  la  sua  fama  alla  sua  letteratura,  essendo 
stato  uno    degli  uomini    più  dotti  dei  suoi    tempi.   Una 


—  1241   — 

sua  tragedia  intitolata  Didone  è  tra  le  prime  del  Tea- 
tro Italiano.  Tradusse  dal  Greco  la  Rettorica  di  Aristo- 
tele, quindi  trasportò  in  Latino  la  Ifigenia  di  Sofocle,  e 
poi  da  quella  lingua  nella  volgare.  Per  avvicinarsi  più 
alla  poesìa  dei  Greci  inventò  un  nuovo  metro  che  pe- 
raltro non  ebbe  imitatori.  Alessandro  ebbe  dai  Pon- 
tefici in  feudo  Civitella  nella  Romagna  Toscana,  castello 
già  comprato  da  Guglielmo  suo  padre.  Nel  1543  lo 
possedeva  Cosimo  suo  figlio  che  per  ordine  del  Duca 
Cosimo  I  fu  carcerato  per  timore  che  lo  cedesse  a 
Paolo  III.  Lo  costrinse  a  cederglielo  e  gli  die  in  com- 
penso il  Monastero  e  i  Beni  di  S.  Salvatore  a  Fontana 
che  all'istituzione  dell'ordine  di  S.  Stefano  furono  a 
favore  dei  suoi  discendenti  incommendati.  Da  Lorenzo 
figlio  di  Cosimo  partì  un  ramo  nel  quale  figurò  il  se- 
natore Guglielmo  molto  benaffetto  a  Ferdinando  li,  ramo 
che  passato  in  Polonia  vi  ottenne  titoli  e  distinzioni  e 
mancò  al  principio  del  secolo  XVIII.  Da  Francesco  altro 
figlio  di  Cosimo  proviene  la  linea  tuttora  superstite  dei 
Pazzi  rappresentata  dal  Cav.  Commendatore  Gaetano, 
stato  Gonfaloniere  di  Firenze  dal  1834  al  1840,  e  dal 
Cav.  Girolamo  ambidue  figli  del  Commendatore  Fran- 
cesco Alamanno  nome  molto  caro  ai  Fiorentini  e  popo- 
lare nelle  vicende  che  involsero  la  città  sul  confine  dei 
secoli  XVIII  e  XIX. 

Antica  arme  dei  Pazzi  fu  il  campo  d'argento  con 
sei  lune,  tre  azzurre  e  tre  rosse,  appuntale  ed  attac- 
cale, 1' una  d'azzurro  e  l'altra  di  rosso.  Nel  1388  per 
concessione  della  casa  di  Bar  presero  lo  stemma  che  usano 
attualmente,  cioè  in  campo  azzurro  due  delfini  (che  prima 
erano  due  barbi)  addossati  d'oro,  accompagnali  da 
quattro  crocette  ricrociate  e  fitte  del  medesimo.  Sovrap- 
pongono allo  scudo  la  corona  murale. 

(19)  I  Franzesi,  detti  poi   Della   Foresta    quando   chiesero 
di  farsi  di  popolo,  furono  una  potentissima  casa  di  ori- 
t.  iv.  »  « 


—    1242  — 

gine  Francese  signora  di  molte  castella  nel  Valliamo 
superiore  e  in  Valdelsa,  tra  le  altre  di  Staggia  che  ven- 
derono alla  Repubblica  Fiorentina  per  18000  Fiorini 
nel  1361.  Gran  potenza  acquistarono  a  questa  famiglia 
tre  fratelli  figli  di  M.  Guido,  cioè  M.  Niccola,  M.  Al- 
bizzo  e  M.  Muscialto  tutti  cavalieri  e  valorosi  in  armi. 
M.  Musciatlo  passato  in  Francia  trovò  grazia  presso 
Filippo  il  Bello  che  lo  mandò  Ambasciatore  a  Bonifazio 
Vili  per  la  sua  esaltazione.  Tornò  in  Italia  con  Carlo  di 
Valois  ed  è  nota  la  parte  che  ebbe  nella  morte  del  sullo- 
dato  Pontefice.  A  lui  la  fazione  dei  Bianchi  attribuì  gran 
parte  delle  proprie  disgrazie.  Da  M.  Niccola  suo  fratello 
discendeva  Napoleone  di  Giovanni  di  Niccolò  che  coi  Pazzi 
congiurò  contro  i  Medici,  e  più  fortunato  del  Bandini 
riuscì  colla  fuga  a  salvare  la  vita.  I  suoi  figli  si  stabili- 
rono a  San  Gimignano  ove  tuttora  sussiste  la  casa. 
Pietro  Paolo  fu  eletto  Vescovo  di  Montepulciano  nel 
1757  e  morì  nel  1799.  L'arme  Franzesi  furono  tre  daghe 
azzurre  in  campo  d'argento  tagliate  da  una  fascia  d'oro. 


(20)  In  Firenze  vi  fu  la  Loggia  dei  Pazzi,  oggi  compresa 
con  le  torri  uel  palazzo  Strozzi,  chiamato  volgarmente 
il  Palazzo  non  finito  per  non  essere  stato  mai  condotto 
a  termine.  Ma  altra  vaghissima  Loggia  avevano  alla  loro 
villa  fuori  di  Porta  S.  Gallo  circa  un  miglio,  luogo 
da  quella  denominato  la  Loggia.  La  villa  in  oggi  è  pos- 
seduta dalla  celebre  filarmonica  Catelani  Valabregue,  e 
la  Loggia  è  stata  convertita  in  case  d'  abitazione. 


(21)  I  Nori  sono  creduti  consorti  dei  Catlani  di  Diacceto  e 
di  Pelago,  opinione  nata  dalla  eguaglianza  dello  stemma 
che  è  il  Leone  rampante  sul  campo  dimezzato  di  oro 
su  nero  e  contrariante  i  colori  dei  campi.  Ammessi  alle 
magistrature  nel  1438  ottennero  da  quell'epoca  al  1531 


—^1243  — 

per  due  volte  il  Gonfalonierato  e  per  cinque  il  Priorato. 
Francesco  di  Antonio  di  Tommaso  di  Benedetto  che  fu 
vittima  della  congiura  dei  Pazzi  era  stato  Priore  nel 
1470.  Francesco-Antonio  suo  figlio  uomo  ambizioso  e 
arrogante,  fu  non  meno  del  padre  devoto  ai  Medici  ed 
ottenne  la  stessa  dignità  nel  1514  e  1520,  e  fu  Gonfa- 
loniere nel  1527  e  1531.  Alla  istituzione  del  senato  fu 
eletto  a  questa  carica  e  nel  1534  andò  Ambasciatore 
di  obbedienza  a  Paolo  III.  La  famiglia  rimase  estinta  il 
30  Dicembre  1631  per  morte  di  Francesco  di  Vincenzio 
primo  Vescovo  di  S.  Miniato. 

(22)  I  Petrucci  di  Firenze,  diversi  da  quelli  che  dominavano 
in  Siena,  sono  originar)  di  S.  Michele  a  Lezzano  in  Mu- 
gello e  anticamente  si  dissero  Bandoli.  Dodici  Priori  e 
un  Gonfaloniere  tra  il  1425  e  il  1522  distinsero  questa 
famiglia.  Domenico  di  Tano  che  era  Priore  quando 
l'Imperatore  d'Oriente  venne  a  Firenze  per  il  Concilio 
nel  1439  fu  da  lui  fatto  Conte  Palatino.  Cesare  suo 
figlio,  per  civile  coraggio  molto  commendato  dal  Machia- 
velli, era  Potestà  in  Prato  nel  1470  quando  vi  seguì  la 
sommossa  suscitata  da  Bernardo  Nardi  e  corse  grave 
rischio  della  vita,  pericolo  cui  si  trovò  nuovamente  espo- 
sto nel  1478  per  la  congiura  dei  Pazzi  coprendo  ap- 
punto la  carica  di  Gonfaloniere  di  giustizia.  Niccolò 
suo  figlio  fu  Oratore  nella  Corte  Imperiale  e  residente 
in  Roma  nel  1491.  Mancò  questa  casa  nel  Cav  Pier 
Maria  di  Cesare  che  morì  il  20  Settembre  1704  lasciando 
eredi  i  Della  Rena.  Arme  di  questa  casa  fu  la  croce 
rossa  nel  campo  d'  argento  accantonata  talvolta  da  due  e 
talora  da  quattro  stelle  azzurre,  col  capo  dello  scudo  rosso 
coli' Aquila  bicipite  d'oro  dell'Impero  Orientale. 

(23)  Antonio  Maffei  apparteneva  ad  antica  casa  Volterrana 
celebre  nelle  storie  di  quella  città,  famiglia  che  trapian- 
tatasi a  Verona  vi  si  è  non  meno  distinta,  sia   per  di- 


—    1-244  — 

gnità  civili,  militari  o  ecclesiastiche,  che  meritata  fama 
letteraria. 

Ma  anco  una  famiglia  Maffei  esistè  in  Firenze  ove 
era  già  nota  nel  secolo  XIII,  essendone  Ruggerino  di 
Maffeo  intervenuto  alla  battaglia  di  Montaperli  nel  1260. 
Ebbe  un  Gonfaloniere  e  cinque  Priori  tra  il  1314  ed 
il  1342  e  non  sembra  che  si  protraesse  al  di  là  del 
secolo  XV.  Ebbe  per  arme  una  banda  d' argento  nel 
campo  rosso,  e  nella  parte  superiore  un  G  gotico  pa- 
rimente d'argento. 

(24)  Maometto  li  Imperatore  de' Turchi  s'impossessò  di  Co- 
stantinopoli nel  18  Giugno  1453,  e  fu  così  grande  il 
terrore  della  Cristianità,  che  Papa  Niccolò  V,  uno  dei 
più  grandi  e  virtuosi  Pontefici  che  succedessero  a  S. 
Pietro,  procurò  di  riunire  i  Principi  Cristiani  per  una 
crociata,  ed  ordinò  che  tutte  le  chiese  di  qualunque  città 
al  mezzogiorno  suonassero  le  campane,  invitando  i  Cri- 
stiani a  recitare  l'Ave  Maria,  onde  la  Vergine  salvasse 
il  resto  d'Europa  dall'invasione  de'Turchi.  Così  ogni 
giorno  noi  sentiamo  questo  suono,  e  forse  niuno  pensa 
al  grande  e  terribile  avvenimento  dal  quale  ebbe  origine 
il  pio  costume  dell' Ave  Maria  del  Mezzogiorno.  Né  dis- 
simile è  l'origine  dell'uso  dell' Ave  Maria  della  Sera, 
perchè  minacciando  Selim  Imperatore  de'Turchi  d'inva- 
dere T Europa,  Leone  X  nel  1518  ordinò  preghiere  e 
digiuni  in  tutta  la  Cristianità,  procurando  di  riunire  i 
Potentati  contro  quel  formidabile  nemico.  Ordinò  allora 
il  suono  dell'Ave  Maria  delle  ventiquattro  ore  per  im- 
plorare da  Dio  il  suo  ajuto  contro  le  armi  del  Turco.  Ma 
questo  costume  in  Firenze  era  stato  introdotto  fino  dal 
1423.  In  quell'epoca,  minacciata  la  Repubblica  dalle 
armi  potenti  del  Duca  di  Milano,  ordinò  che  la  campana 
del  Consiglio  suonasse  alle  ventiquattro  ore  un' Ave  Ma- 
ria in  tre  tocchi,  e  l'Arcivescovo  diede  indulgenza  di 
quaranta  giorni  a  chiunque  in  quel  tempo  recitasse  certe 


—   1245  — 

orazioni.  Leone  X  in  quella  trista  circostanza  ricordando 
il  costume  della  sua  patria,  lo  generalizzò  in  tutta 
l'Europa. 

(25)  f  Nasi,  secondo  gli  alberi  compilali  quando  la  famiglia 
era  potente,  derivano  da  Anastasio  del  Conte  Simone  di 
Guidotto  Bcvisangue  dei  potenti  Guidi  del  Casentino.  Ma 
non  ha  documenti  questo  asserto  che  io  credo  gratuito, 
e  più  probabilmente  loro  più  antico  ascendente  è  Naso 
(o  Nagio,  da  Anastasio)  di  Forteguerra  che  sedeva  nel 
consiglio  nel  1197.  Ammessi  alle  Magistrature  nel  1300 
ottennero  da  quell'epoca  al  1521  per  treutaselte  volte  il 
Priorato  e  per  sette  la  suprema  dignità  di  Gonfaloniere 
di  giustizia.  Uscirono  da  essi  uomini  segnalali  tra  i 
quali  Bernardo  di  Lutozzo  priore  nel  1478  e  1504,  Am- 
basciatore al  Papa  nel  1497,  al  Re  Ferdinando  di  Na- 
poli nel  1480,  quindi  residente  presso  il  medesimo  nel 
1483,  e  commissario  di  guerra  contro  i  Pisani  nel  1494. 
Alessandro  di  Francesco  fu  de' signori  nel  1500  e  nel 
1496  fu  spedito  oratore  al  Pontefice,  e  quindi  al  Pie  di 
Francia  ove  dovè  nuovamente  portarsi  nel  1502,  1508 
e  1510,  nel  qual  anno  ottenne  da  Luigi  XII  la  dignità 
di  gran  Ciamberlano  del  Regno.  Guglielmo  di  Bernardo 
incontrò  la  grazia  di  Francesco  I  di  Francia  di  cui  visse 
alla  corte,  e  fu  in  quel  Regno  signore  di  più  Baronìe. 
Nei  tempi  di  questo  racconto  figuravano  tra  i  Nasi  Bac- 
cio di  Leonardo  dopo  l'assedio  condannato  all'esilio  per 
aver  arso  la  villa  Medicea  a  Careggi,  quindi  famoso  tra 
i  fuoruscili;  Giovanbatista  che  fu  uno  dei  giovani  depu- 
tati a  incoraggire  con  pubbliche  orazioni  la  milizia  Fio- 
rentina alla  difesa  della  libertà:  Francesco  di  Alessandro 
che  dopo  aver  dato  sempre  prove  costanti  di  attacca- 
mento alla  patria  fu  fatlo  ribelle  nel  1559  per  aver 
preso  parte  alla  congiura  dei  Pucci;  e  Filippo  di  Baccio 
che  fu  poi  dichiarato  ribelle  per  essere  intervenuto  alla 
difesa  di  Siena  nel  1554.  Anco  i  Medici  ebbero  dei  par- 


—   124(5  — 

titani  in  questa  famiglia  tra  i  quali  serva  citare  Lu- 
tozzo di  Francesco  che  fu  arruolo  alla  balìa  che  dopo 
la  capitolazione  fu  creata  per  riformare  il  governo.  Tre 
senatori  trassero  i  Medici  da  questa  casa  che  in  Fi- 
renze mancò  il  10  Gennajo  1667  per  morte  del  sacer- 
dote Lutozzo  di  Lutozzo  di  Francesco  Nasi,  già  senatore, 
il  quale  chiamò  al  suo  nome  ed  alla  sua  eredità  Anton- 
francesco  di  Piero  Alamanni.  Alcuni  Nasi  stabiliti  a 
Marciaso  ed  altri  dimoranti  a  Sarzana  sotto  il  cognome 
della  casa  Favoriti  di  cui  ereditarono,  giustificarono  nel 
secolo  decorso  di  provenire  da  un  Antonio  d'Iacopo  che 
bandito  da  Firenze  nel  1464  pose  dimora  in  Marciaso. 
Non  so  peraltro  ove  abbiano  trovato  l'attacco  i  Nasi  che 
ai  nostri  giorni  sono  stati  per  giustizia  ammessi  al  Pa- 
triziato Fiorenlino.  Stemma  di  questa  casa  furono  tre 
ruote  cerchiate  d'argento,  e  divise  da  una  fascia  pari- 
mente d'argento  nel  campo  azzurro.  Portarono  per  cre- 
sta al  cimiero  una  Monaca  in  atto  di  orare  col  motto 
—  Tante  ne  dirò  che  esaudita  sarò.  — 


CAPITOLO     XXIV. 


4fa  esercito  Imperiale  agli  stipendj  di  Papa  Cle- 
mente VII,  condotto  dal  Principe  Filiberto  d'Oranges 
Viceré  di  Napoli,  dopo  essersi  ristorato  presso  Aquila, 
e  dopo  avere  conquistato  Perugia,  Arezzo,  ed  altre 
città,  si  tratteneva  distante  da  Firenze,  perchè,  avvi- 
sato della  strage  che  vi  aveva  cagionato  il  contagio, 
sul  finire  di  Luglio  1529,  pose  parte  dell'accampa- 
mento presso  Figline,  da  dove  andava  manomettendo 
tutti  i  luoghi  circonvicini;  ed  intanto,  spandendo  le 
squadre  per  la  Toscana,  sottoponeva  alla  dominazione 
medicea  le  città  e  le  terre  della  Repubblica  Fiorentina. 
Così  Oranges  metteva  a  profitto  il  tempo  in  cui  il 
timore  lo  teneva  lontano  dalla  Capitale,  lusingandosi 
che  la  devastazione  della  peste  gli  avrebbe  dato  nelle 
mani  Firenze  senza  incorrere  in  alcun  pericolo  e  senza 
sguainare  la  spada. 

Egli  aveva  cercato  di  trar  partito  per  se  dalla 
voglia  di  Clemente  VII  di  fare  la  guerra  ai  Fiorentini. 
Per  questo,  quando  il  Papa  gli  fece  pervenire  gli  or- 


—  1248  — 

dini  di  Carlo  V,  il  Principe  finse  di  non  dargli  ascolto, 
e  si  portò  a  Roma  per  meglio  trattare  le  condizioni 
dell'impresa.  Bisognò  che  l'obbedienza  fosse  eccitata 
dal  Papa  con  la  promessa  della  mano  di  Caterina 
De' Medici,  con  lo  sborso  di  ottantamila  fiorini  d'oro, 
e  con  la  obbligazione  di  pagare  anticipatamente  mese 
per  mese  le  spese  della  guerra;  quale  finita,  egli  do- 
veva aver  facoltà  di  mettere  sui  Fiorentini  una  impo- 
sizione forzata  di  centocinquantamila  fiorini  per  suo 
appannaggio.  Il  Papa  tutto  promise;  ed  Oranges  rac- 
colto l'esercito  Imperiale  lo  indirizzò  nella  Toscana 
per  la  via  di  Perugia,  ricevendo  da  Clemente  gli  ot- 
tantamila fiorini,  sussidiato  dai  denari  che  richiese  ai 
Cardinale  Lorenzo  Pucci,  a  Jacopo  Salviati  e  ad 
altri;  Oranges  giurò  che  tra  dieci  mesi  egli  avrebbe 
rimesso  in  Firenze  i  Medici.  Così  stipulossi  in  Roma 
li  7  Luglio   1529. 

Oranges  disprezzava  gl'Italiani,  e  specialmente  i 
Fiorentini,  come  gente  dedita  alla  mercatura  ed  ina- 
bile del  tutto  alle  guerriere  intraprese;  per  questo 
reputava  come  un  gioco  la  conquista  di  Firenze,  e 
nella  sua  mente  già  si  figurava  che  i  Fiorentini,  al 
mostrarsi  semplicemente  della  sua  armata  d'appresso 
alle  loro  mura,  sarebbero  andati  ai  suoi  piedi  in  lunga 
schiera  implorando  la  sua  misericordia,  come  pur 
troppo  furono  astretti  a  fare  i  generosi  Milanesi  da- 
vanti a  Federigo  Barbarossa. 

Per  questo  non  si  curò  d'accostarsi  alla  Città, 
finché  durava  il  contagio,  che  pure  colpiva  di  varie 
morti  i  suoi  soldati,  onde  non  aumentare  il  pericolo 
e  compromettere  la  salute  del  suo  esercito. 


—  1249  — 

Ma  conosciuto  che  il  contagio  andava  cessando, 
e  pressato  dalle  istanze  di  Papa  Clemente  e  di  Baccio 
Valori  Commissario  del  Pontefice  alla  direzione  di 
quella  guerra,  mosse  finalmente  le  sue  genti  alla 
metà  di  Ottobre  1529,  e  da  Figline  si  avanzò  verso 
Firenze.  Quando  i  soldati  Spagnuoli  dell'esercito  Im- 
periale giunsero  all'Apparita,  luogo  elevatissimo  che 
loro  schierava  davanti  la  città  e  la  vicina  campagna, 
con  allegrezza  infernale  nella  loro  lingua  comincia- 
rono ad  insultarla  esclamando:  —  Aparesa  brocados, 
senora  Florencia,  que  venemos  à  mercarlos  à  medida 
de  pica  —  cioè:  Signora  Fiorenza  apparecchia  i  broc- 
cati, che  noi  venghiamo  a  comprarli  a  misura  di 
picca.  — 

L'esercito  accampò  nella  pianura  di  Ripoli  (1), 
prendendosi  alloggio  dal  generale  nella  villa  di  Messer 
Giovanni  Bandini,  situata  vicino  al  Monastero  del 
Paradiso  (2)  luogo  prossimo  alla  Badìa  a  Ripoli,  di- 
stante circa  un  miglio  dalla  città,  mandando  la  van- 
guardia a  Giramonte. 

Quivi  arrivarono  al  campo  imperiale  i  soccorsi 
inviati  dalla  Repubblica  di  Siena,  cioè  scale  per  ascen- 
dere le  mura,  cannoni  da  aprir  muraglie,  e  colubri- 
ne; e  fra  le  artiglierìe  era  rimarchevole  il  cannone 
grosso  chiamato  la  Chimera  tolto  ai  Fiorentini  nel 
1526.  I  Senesi  mandarono  ancora  molte  migliaja  di 
libbre  di  polvere  e  di  piombo,  esultando  che  si  pro- 
curasse manomettere  con  quel  treno  di  guerra  l'indi- 
pendenza della  rivale  Repubblica  Fiorentina. 

Ma  i  repubblicani  Senesi,  con  dare  armi  e  mu- 
nizioni agli  eserciti  esecutori  delle  vendette  di  Papa 

T.    IV.  I2 


—  1250  — 

Clemente,  non  rifletterono  che  così  stabilivano  il 
fondamento  per  posare  la  leva  d'Archimede;  incauti 
non  compresero  che  i  funerali  della  Repubblica  Fio- 
rentina erano  i  precursori  della  loro  schiavitù  (3)! 

Le  pioggie  di  quella  stagione  autunnale  costrin- 
sero il  Principe  d'Oranges  ad  accostare  il  suo  eser- 
cito alle  mura  di  Firenze,  ed  anzi  che  preparare 
l'assedio  dalla  pianura  di  S.  Salvi,  come  molti  de' suoi 
capitani  consigliavano  sull'esempio  dell'Imperatore 
Enrico  VII  (4),  volle  distendere  il  suo  esercito  sopra 
i  colli,  che  da  levante  a  ponente  circondano  la  parte 
meridionale  della  città,  cominciando  i  suoi  accampa- 
menti vicino  alla  Porta  S.  Niccolò,  ed  estendendoli 
tino  a  quella  di  San  Friano. 

All'avvicinarsi  delle  schiere  Imperiali,  si  mosse 
in  Firenze  una  confusione,  un  timore  indescrivibile, 
unito  ad  una  avida  curiosità.  La  campana  del  Popolo 
dalla  torre  del  Palazzo  pubblico  cominciò  a  suonare 
a  martello,  invitando  i  cittadini  ad  armarsi  ed  a  cor- 
rere alle  difese;  a  martello  rispondevano  le  campane 
di  S.  Maria  del  Fiore  con  tutte  le  altre  della  città, 
il  cui  suono  aumentava  l'impressione  del  sovrastante 
pericolo. 

Si  era  mosso  per  le  vie  della  città  un  andare, 
un  venire  di  persone,  un  aprirsi,  un  serrarsi  di  porte 
e  di  balconi.  Alcune  donne  consigliavano,  pregavano 
i  mariti  a  non  si  muovere  dalle  case;  la  maggior 
parte  al  contrario  incoraggiva  gli  sposi,  i  figliuoli  a 
difendere  la  patria  loro.  Chi  stava  alle  finestre,  chi 
scendeva  per  le  strade,  chi  si  arrampicava  sui  tetti, 
sulle    torri    e    sopra    i    campanili,  asili  dei  poltroni. 


—    1251    — 

sicura  residenza  dei  curiosi.  I  più  bravi  accorrevano 
con  archibusi,  con  picche,  con  partigianoni,  con  ala- 
barde, con  spadoni  a  due  mani,  e  si  cacciavano  nei 
punti  della  città  fìssati  per  la  raccolta  delle  milizie 
cittadine  dette  l'Ordinanza.  Chi  fuggiva,  chi  stava, 
chi  piangeva,  chi  bestemmiava,  e  frattanto  in  tutti 
faceva  terribile  impressione  la  vista  del  nemico  bal- 
danzoso, che  con  ordinanza  guerriera  schieravasi  sulle 
colline  d'Arcetri,  insultando  le  mura  della  città.  Ban- 
diere con  aquile  imperiali,  bandiere  con  chiavi  di  S. 
Pietro,  quali  gialle,  quali  con  Croce  rossa  a  traverso 
sventolavano  in  tutti  i  poggi  tra  le  folte  schiere  ne- 
miche (5);  migliaja  e  migliaja  di  elmi,  di  corazze, 
di  partigiane,  di  alabarde,  e  di  altri  arnesi  guerrieri 
mandavano  lampi  ripercossi  dal  sole;  l'aere  d'intorno 
fremeva  d'un  suono  discorde,  terribile  di  trombe,  di 
pifferi,  di  tamburi,  echeggiando  i  colli  e  le  campagne 
con  frastuono  orrendo,  aumentato  dal  suono  delle 
campane,  dai  pianti  ed  urli  nella  città;  quali  cose 
disgiunte  ed  unite  commovevano  i  petti  secondo  la 
natura  degli  uomini,  incitandoli  a  timore  o  a  rabbia. 

Giunto  il  Principe  d'Oranges,  con  i  suoi  capitani 
e  molti  Fiorentini  fuorusciti  raccoltisi  nel  suo  eser- 
cito d'appresso  alla  casa  del  Barduccio  sul  colle  che 
dominava  il  paese  all'intorno  (6),  e  che  sovrastando 
anche  al  poggio  di  S.  Miniato  scuopriva  agli  occhi  la 
vista  imponente  della  città  di  Firenze,  ne  restò  stu- 
pefatto. 

Quei  palazzi,  quelle  torri,  e  soprattutto  quella 
macchina  vastissima  del  Tempio  di  S.  Maria  del  Fio- 
re, fecero  tanta  impressione  nel  Principe  che  estatico, 


—   1252  — 

perse  per  alcuni  istanti  l'idea  del  suo  esercito  e  del 
suo  dovere.  Commosso  dalla  meraviglia  e  da  un  sen- 
timento di  generosità,  non  del  tutto  soffocato  nel  suo 
cuore,  sentì  inumidirsi  il  ciglio  al  pensiero  che  da 
lui  tutto  quel  bello  schieratogli  davanti  agli  occhi  po- 
teva essere  ridotto  in  un  monte  di  rovine,  per  vo- 
lontà di  uno,  che  pure  aveva  avuto  i  natali  e  la 
grandezza  dentro  quelle  mura! 

Filiberto  di  Chalons  Principe  d'Oranges  contava 
allora  ventinove  anni.  Di  personale  alto  e  grazioso, 
d'occhi  neri  pieni  di  fuoco,  di  volto  regolare  e  palli- 
do, di  pelo  biondo  cupo,  era  un  bel  guerriero.  Per 
altro  ad  onta  del  vigore  giovanile  che  gli  scorreva 
nelle  vene,  un  accorto  osservatore  avrebbe  potuto 
conoscere  da  certe  piccole  tracce  impresse  nel  suo 
viso  maschile,  che  il  vento  gelato  della  sventura  vi 
aveva  soffiato  più  volte  in  mezzo  alle  belle  giornate 
di  sole  e  di  primavera.  La  sua  fisonomìa  con  ciò  ren- 
duta  più  espressiva,  congiungeva  a  tutti  i  caratteri  di 
una  passione  repressa,  i  tratti  pure  della  melanconia. 

Principe  Francese,  parente  del  Re  Francesco  I, 
si  era  ribellato  alla  Francia,  spinto  a  questo  passo 
da  un  intrigo  di  Corte,  del  quale  fu  vittima.  Amava 
ardentemente  una  Damigella  della  Regina.  Sembra  che 
questa  avesse  delle  mire  sopra  Filiberto,  e  presa  da 
gelosìa  fece  perire  di  veleno  l'amante  di  lui.  Ciò  pro- 
dusse tanto  sdegno  nella  Corte,  e  mosse  tant'ira  in 
Filiberto,  che  cadde  in  disgrazia  del  Re.  Egli  non  pen- 
sava che  alla  vendetta  che  gli  dipinse  la  ribellione 
come  necessaria  al  suo  decoro,  e  sul  principio  gli  fu 
così  lusinghiera,  che  gli  pareva  l'istessa  gloria,   la 


—  1253  — 

proclamava  come  l'onore,  e  chiamandola  indipenden- 
za, la  vantava  ancora  come  un  dovere  di  giustizia. 

Passò  sotto  le  insegne  di  Carlo  V  Imperatore, 
l'implacabile  nemico  del  Re  Francesco  e  della  Fran- 
cia, invitato  dall'esempio  di  Borbone  suo  zio.  Gli  fu- 
rono confiscati  i  beni  ed  il  principato,  deferendoli  alla 
di  lui  madre,  e  le  vendette  unite  alle  vendette,  le  in- 
giurie unite  alle  ingiurie,  fecero  sì  che  Filiberto,  prin- 
cipe di  cuore  grande  e  generoso,  soffocò  tutti  i  no- 
bili sentimenti,  e  divenne  il  più  acerrimo  nemico  della 
Francia. 

Non  potè  giammai  però  soffogare  un  principio 
d' onore,  che  faceva  arrossire  all'  idea  di  assaltare  il 
proprio  paese  ad  armata  mano;  per  questo  mai  volle 
combattere  contro  la  Francia,  ma  bensì  sfogava  la  sua 
rabbia  contro  quel  Regno,  combattendo  contro  i  di 
lui  collegati,  ed  attraversandone  le  mire  d'ingrandi- 
mento. 

Cadde  prigioniero  di  Andrea  D'Oria,  quando  con 
i  Genovesi  parteggiava  per  Francia,  e  visse  rinchiuso 
nel  castello  di  Lusignano  fino  alla  pace  di  Madrid. 
Pendente  la  sua  prigionìa  sfogava  la  sua  rabbia  scri- 
vendo sulle  mura  del  castello  mille  ingiurie  ed  impre- 
cazioni contro  la  Corte  di  Francia.  Appena  liberato, 
tornò  sotto  gli  stendardi  dell'Imperatore  Carlo  V.  Sotto 
Roma  successe  al  comando  dell'esercito  imperiale  va- 
cante per  la  morte  di  Borbone ,  e  costà  sfogò  contro 
la  capitale  d' Italia  quell'  ira,  che  un  punto  d' onore 
gì' impediva  rivolgere  contro  la  Francia. 

Nella  presa  di  Roma  fu  gravemente  ferito  da  un'ar- 
chihusata.  Scampato  il  pericolo,  venne  nominato  da 


—   1254  — 

Carlo  V  Viceré  di  Napoli.  A  lui.  come  tlissi .  resto  atti- 
llata la  guerra  che  gì"  Imperiali  dovevano  fare  alla 
Repubblica  Fiorentina  per  interesse  ed  a  spese  del  Pon- 
tefice Romano. 

A  forza  di  reprimere  1  rimorsi  ed  i  moti  generosi 
del  suo  cuore.  Filiberto  pervenne  a  formarsi  una  mo- 
rale, che  ravvisò  buona  ancorché  fosse  cattiva,  e  la 
praticò  con  tutta  la  costanza:  perchè  secondo  lui  era 
l'unica  che  fosse  ragguardevole.  L'allegria  e  le  av- 
venture erano  il  sentiero  della  sua  vita,  l'ambizione 
e  le  ricchezze  erano  la  sua  metà,  la  vivacità,  il  giuoco, 
e  le  follie  gli  servivano  di  scorta. 

Ma  all'  epoca  che  Filiberto  si  preparava  all'  as- 
sedio di  Firenze,  gli  passava  per  la  mente  un  progetto, 
che  nientemeno  tendeva  alla  dominazione  dell'  Italia 
intera. 

In  lui  lo  aveva  insinuato  il  Conte  Rosso  da  Be- 
vignano  7  .  quando  gli  dette  in  mano  Arezzo  abban- 
donata non  senza  gravi  sospetti  da  Anton-Francesco 
Albizzi  Commissario  della  Repubblica  Fiorentina.  Oran- 
£es  già  comandava  ad  una  uran  parte  d' Italia  come 
Viceré  di  Napoli:  dal  possesso  di  Arezzo  era  passato 
a  quello  di  tutto  il  Dominio  Fiorentino:  se  Carlo  V 
si  raffreddava  nella  recente  amicizia  con  Clemente  VII. 
egli,  sposata  Caterina  de' Medici,  l'unica  nella  quale 
scorreva  il  sangue  legittimo  della  famiglia  quasi  sovrana 
del  paese,  diveniva  Principe  della  Toscana:  possedendo 
Napoli  e  Toscana,  lo  Stato  Ecclesiastico  gli  diventava 
soggetto  naturalmente:  quindi  l'Italia  tutta  avrebbe 
ceduto  al  suo  volere.  Questo  brillante  progetto  stava 
segreto  Del  -no  cuore;  ma  non  tanto  dio  non  trape- 


—  1255  — 

lasse  e  non  ne  fosse  informato  Papa  Clemente,  il  quale 
come  vedremo  si  liberò  da  così  potente  antagonista, 
quando  credè  non  aver  più  bisogno  di  lui. 

Sicché  Filiberto  d'  Oranges  si  commosse  alla  vi- 
sta imponente  della  bella  Firenze,  che  doveva  mano- 
mettere per  renderla  schiava  ai  voleri  dei  Medici  e 
dei  ribelli  loro  partigiani;  però  il  suo  volto  esprimeva 
non  solo  quell'interno  contento  che  ogni  cuore,  per 
poco  che  sia  gentile,  sente  alla  vista  del  bello  della 
natura  e  dell'  arte,  ma  ancora  1'  amarezza  per  i  mali 
che  andava  ad  arrecare  a  tanti  cittadini  innocenti,  e 
non  d'  altro  rei  che  di  volere  sfuggire  alle  mire  di  al- 
cuni ambiziosi,  e  di  essere  vittime  di  un'altra  mano 
di  oppressori. 

Traluceva  nella  sua  fisonomia  ancora  il  disdegno 
che  gli  muoveva  l' idea  che  i  fuorusciti  Fiorentini  do- 
vessero essere  d'animo  molto  crudele,  quando  per 
pura  ambizione  impugnassero  le  armi  e  le  volgessero 
contro  il  seno  di  quella  loro  patria,  mentrechè  tutto 
il  furore  di  una  vendetta  non  l'aveva  potuto  ottenere 
da  lui  contro  la  Francia. 

Guardava  Firenze,  e  gettava  sguardi  sprezzanti 
sopra  i  Fiorentini  che  lo  circondavano  ansiosi  di  spie- 
gare a  lui  i  nomi  delle  fabbriche  schierate  alla  sua 
vista.  Particolarmente  sentiva  repugnanza  per  Baccio 
Valori,  che  più  d'ogni  altro  fuoruscito  accostandolo, 
si  mostrava  premuroso  di  appagare  la  sua  curiosità. 

Baccio  o  Bartolommeo  Valori,  uno  dei  principali 
cittadini  di  Firenze,  si  era  dichiarato  apertamente  per 
i  Medici.  Nato  nel  1467.  splendido  e  magnifico,  non 
fu  contento  di  camminare  per  le  vie  ordinarie  de'suoi 


—   1256  — 

maggiori,  e  si  fece  strada  agli  onori  con  modi  suoi 
propri.  Desiderò  novità  a  favore  della  casa  Medici, 
e  perciò  con  Anton-Francesco  degli  Albizzi  e  Paolo 
Vettori  nel  1512  congiurò  contro  la  Repubblica,  scac- 
ciando il  Soderini  per  riporre  i  Medici  alla  testa  del 
Governo.  Per  questo  egli  salì  appresso  dei  Medici  in 
grandissima  riputazione,  al  segno  che  Clemente  VII 
volle  che  Ippolito  ed  Alessandro,  non  che  il  Cardinal 
Passerini,  nelle  cose  del  governo  di  Firenze,  dipendes- 
sero dal  consiglio  di  Baccio  Valori.  Infatti  fu  uomo 
d'ingegno  sottile,  destro  nel  conversare,  ed  atto  so- 
pra d'  ogni  altro  a  nutrire  sette  civili  e  mutare  stati. 
Prodigo  nello  spendere,  e  perciò  povero,  trovava  nel 
suo  partito  la  sorgente  di  satisfare  alle  voglie  e  biso- 
gni suoi.  Sebbene  Pallesco  aveva  avuto  credito  ap- 
presso i  Libertini,  perchè  suggeriva  loro  sempre  qualche 
nuovo  disegno  di  generare  scandali  fra  i  cittadini,  e 
ciò  perchè  astutamente  conosceva  che  questa  era  via 
sicura  e  corta  per  rovinare  la  Repubblica  a  prò  dei 
Medici.  A  tal  uopo  di  grande  ajuto  gli  erano  due  ni- 
poti nati  da  Niccolò  suo  fratello,  che  il  secondavano 
mirabilmente  presso  i  Libertini  con  insinuazioni  immo- 
deratissime ed  efficaci  a  far  sorgere  nel  generale  il 
desìo  dello  stato  primiero.  Stabilite  le  sue  politiche 
batterie,  se  ne  partì  da  Firenze,  facendo  conoscere  a 
Clemente  VII  tutto  il  suo  piano;  ed  affinchè  sortisse 
tutto  l'effetto  sperato,  fu  inviato  dal  Papa  qual  suo 
Commissario  generale  nell'  esercito  contro  Firenze.  I 
Fiorentini,  tardi  ammaestrati  dell'iniquità  delle  arti 
di  costui,  lo  avevano  dichiarato  ribelle,  gli  avevano 
confiscato  i  beni,  e  con   tutto  il  treno  dovuto   alla 


—  1257  — 

decretatagli  infamia  secondo  il  costume,  avevano  sdru- 
cito le  sue  case  situate  in  Borgo  degli  Albizzi,  cioè 
ne  avevano  atterrata  una  parte,  con  animo  di  aprirvi 
in  mezzo  una  pubblica  via  (8). 

Baccio  Valori  credeva  far  cosa  piacevole  ad  Oran- 
ges  indicandogli  le  fabbriche  della  città;  ma  ammu- 
toliti furono  tanto  Baccio  che  gli  altri  fuorusciti  per 
l'esclamazione  partita  dalla  bocca  del  Generale:  —  Oh 
se  fossi  nato  là  dentro,  io  la  difenderei!  — 

Sentirono  i  Fiorentini  il  rimprovero  tacito  di  tra- 
ditori che  l'esclamazione  conteneva,  e  Baccio  rispose: 
—  Noi  pure  la  difendiamo,  imperciocché  siamo  qui 
venuti  per  liberarla  dalla  insopportabile  tirannìa  che 
la  tiene  oppressa.  —  Sarà  come  dite,  sogghignando 
rispose  il  Principe,  ma  sembra  che  la  libertà  che  le 
portate  non  troppo  le  piaccia,  perchè  è  apparecchiata 
a  rifiutarla  a  colpi  di  bombarde.  Io  ho  detto  che  la 
difenderei  da  chiunque  movesse  armato  contro  di  lei.  — 

Valori  e  gli  altri  si  sforzarono  a  fargli  intendere 
che  amavano  la  patria;  ma  Filiberto  con  sprezzante 
-sorriso  gli  rispondeva:  —  Fiorentini  voi,  e  movete  ai 
danni  di  Fiorenza.  ...  !  Eh  non  m' illudete  i  miei 
architetti  di  politica  e  libertà;  vedremo  i  vostri  mo- 
numenti, cioè  le  rovine  del  bello  che  si  vede!  Intendo 
l'odio  invidioso  mescolato  con  parole  lusinghiere,  com- 
prendo il  vostro  grido  di  ben  pubblico!  Impostori,  a 
me  vorrete  dare  a  credere  che  fate  questa  guerra  per 
la  felicità  della  patria?  ....  Un  giorno  mi  direte  se 

io  mento Ella  frattanto  sembra  preparata  a 

salutare  i  suoi  liberatori  a  colpi  di  cannone.  .  .  .  Ba- 
sta, pensateci  voi.  lo  obbedisco  a  Cesare,  io  faccio  il 

T.     IV.  i3 


—  1258  — 

mio  dovere,  sebbene  mi  dolga  di  offendere  cosi  bel 

paese.  — 

Oranges  prese  in  mano  la  carta  di  Firenze  e  de' luo- 
ghi circostanti,  minutamente  disegnata  sopra  un  mo- 
dello fatto  alcuni  mesi  avanti  dal  Tribolo  e  da  Benve- 
nuto della  Volpaja  per  ordine  di  Papa  Clemente.  Con- 
siderate le  posizioni  de' luoghi,  distribuì  ai  Capitani 
gli  alloggiamenti.  A  Rusciano  mandò  le  bande  di  Gio. 
Battista  Savelli:  nel  Gallo  stanziò  quelle  del  Contedi 
San  Secondo:  su  Giramonte  fissò  le  schiere  di  Ales- 
sandro Vitelli;  al  poggio  di  S.  Margherita  a  Montici 
mandò  Sciarra  Colonna;  il  Cagnaccio,  il  Castaldo,  e 
il  D'  Ascalino  furono  situati  presso  la  villa  Guicciardini 
sopra  l' Ema  nel  pian  di  Giullari,  ordinandosi  quivi 
vicino  la  piazza  del  mercato  per  uso  degli  accampa- 
menti. Nelle  case  della  Vecchia  (9)  andò  Baccio  Valori, 
e  con  lui  le  soldatesche  guardiane  della  cassa  militare 
custodita  da  Jacopo  Berlinghieri  (10)  Tesoriere  del  Papa, 
che  pagava  tutte  le  spese  della  guerra.  Nella  casa  Tad- 
dei  (11)  andò  con  i  Senesi  il  Duca  di  Amalfi;  in  quella 
del  Barduccio  restò  Pirro  Colonna;  stanziossi  Valerio 
Orsino  nella  casa  Della  Luna  (12);  ed  il  Marchese  del 
Vasto  intorno  alla  chiesa  di  S.  Leonardo.  Così  furono 
distribuite  le  schiere  Italiane  a  danno  degli  unici  Ita- 
liani difensori  dell'  onore  e  indipendenza  d' Italia.  Le 
schiere  Tedesche  e  le  Spagnole  accamparono  sulle  col- 
line poste  dal  convento  di  S.  Matteo,  estese  fino  a  Ba- 
roncelli,  nel  cui  castello  fu  posta  da  Oranges  la  sua 
dimora;  quindi  le  milizie  si  distesero  sui  poggi  di  S. 
Donato  a  Scopeto  e  di  Bello-sguardo,  scendendo  fino 
sotto  Marignolle  fi 3). 


—  1259  — 

Questo  esercito  composto  di  vecchi  ed  agguerriti 
soldati  ammontava  a  circa  trentamila  uomini,  e  varie 
settimane  dopo  si  aumentò  da  altri  ventimila  Spagnuoli 
e  Tedeschi  che  furono  distribuiti  sotto  i  poggi  di  Fie- 
sole, di  Montughi,  e  intorno  al  Monastero  di  S.  Dona- 
to in  Polverosa. 

A  questo  esercito,  per  quei  tempi  poderosissimo, 
dovevano  resistere  circa  tredicimila  soldati  mercenarj 
con  seicento  cavalli  raccolti  dai  Fiorentini  sotto  il  co- 
mando di  Malatesta  Baglioni  e  di  Stefano  Colonna.  Di 
queste  Milizie,  una  porzione  batteva  la  campagna  ca- 
pitanata da  Francesco  Ferrucci,  e  l'altra  con  le  milizie 
cittadine  aumentate  fino  al  numero  di  diecimila,  era 
divisa  nelle  trincere  della  città  (14). 

Costava  più  alla  Repubblica  il  suo  esercito,  di 
quello  che  spendesse  il  Papa  nello  stipendio  degl'  Im- 
periali j  poiché  Firenze  pagava  anticipatamente  a  Ma- 
latesta cinquecento  fiorini  d' oro  il  mese  per  suo  sti- 
pendio, e  per  quello  dell'  esercito  sborsava  mensual- 
mente  l'imponente  somma  di  settantamila  fiorini  d'oro, 
non  compreso  il  vitto  e  le  munizioni  da  guerra. 

Nel  tempo  in  cui  Oranges  ed  i  suoi  Capitani  pre- 
paravano gli  accampamenti  sotto  le  mura,  Malatesta 
Baglioni,  Stefano  Colonna  e  i  Dieci  di  Guerra  stavano 
schierati  con  le  milizie  sopra  i  Bastioni  di  S.  Miniato 
e  di  S.  Giorgio,  sulle  mura  e  sulle  trincere  in  modo 
intrepido,  affinchè  il  nemico  conoscesse  che  era  aspet- 
tato e  che  la  sua  baldanza  non  lo  esimerebbe  dai 
pericoli  della  guerra  la  più  accanita.  Per  questo  a 
guisa  di  militar  saluto  ai  nemici,  Malatesta  fece  spa- 
rare sagri,  falconetti,  colubrine,   smerigli  cannoni  e 


—   I960  — 

simili  artiglierìe  costumate  in  quei  tempi,  sì  grosse  che 
minute,  che  in  numero  inestimabile  erano  distribuite 
sulle  mura,  sulle  torri  delle  porte,  sui  bastioni  e  so- 
pra i  cavalieri.  Con  l' immenso  fragore  proruppe  da 
tutti  questi  luoghi  un  turbine  di  fuoco,  di  ferro,  di 
fumo  che  oscurò  il  cielo,  coprì  il  sole  di  un  velo,  che 
il  vento  andò  ben  tosto  dissipando.  A  questo  fragore, 
al  rimbombo  dei  tamburi ,  delle  trombe  e  di  altri  sif- 
fatti istrumenti  che  lo  accompagnarono,  si  esaltò  lo 
spirito  guerriero  dei  Fiorentini,  fu  destata  fra  loro 
per  alcuni  momenti  una  funesta  letizia. 

Al  militare  saluto  Malatesta  aggiunse  una  mil- 
lanterìa cavalleresca  in  uso  in  quei  tempi,  mandando 
nell'accampamento  nemico  un  trombetta,  che  presen- 
tatosi al  Principe  d'Oranges,  gli  consegnò  il  pegno 
della  battaglia  ,  consistente  in  una  spada  ed  in  un 
guanto.  Il  Principe  lo  ricevè,  e  regalato  il  trombetta, 
gli  impose  di  riferire  al  Generale  Fiorentino:  Essere 
suo  costume  di  combattere  quando  gli  tornava  como- 
do, e  non  quando  piaceva  al  nemico. 

Il  giorno  successivo  un  altro  trombetta  degli  as- 
sediati si  presentò  ad  Oranges,  esponendo:  che  un 
cavaliere  della  città  desiderava  di  rompere  una  lan- 
cia con  alcuno  di  quei  di  fuori.  Oranges  aderì,  e  scelse 
il  Sassatello  perchè  gastigasse  l'arroganza  di  Primo 
da  Siena,  che  tale  era  il  Capitano  promotore  della 
disfida. 

Destinato  il  campo  sotto  le  mura,  vi  scesero  i 
due  campioni,  e  dopo  alcune  scorrerìe  non  meno  mae- 
strevolmente fatte  che  con  leggiadrìa,  montati  essendo 
sopra  due  Riannetti,   si  presentarono  finalmente  alla 


—  1261  — 

pugna,  stando  a  vederla  d'ogni  intorno  una  infinita 
moltitudine. 

Tostochè  la  tromba  diede  il  segno,  si  mossero  i 
guerrieri  con  impeto  incredibile  l' uno  verso  1'  altro , 
e  riscontratisi  a  mezzo  il  campo,  la  lancia  del  Sas- 
satello  si  ficcò  nell'  arcione  della  sella  di  Primo  da 
Siena  e,  tutto  che  fosse  ferrato,  lo  passò  di  dentro 
più  di  quattro  dita ,  tanto  che  di  poco  mancò  che  non 
lo  infilasse;  Tasta  si  ruppe  rasente  al  ferro,  ed  il  tron- 
cone per  la  forza  del  grand'  urto  gli  uscì  di  mano. 
Primo  da  Siena  gli  pose  la  mira  al  petto,  credendosi 
di  passarlo  o  farlo  cadere  di  sella,  e  lo  colpì  con  tanta 
possanza,  che  la  lancia,  ancorché  fosse  grossa  e  mas- 
siccia, si  spezzò  in  più  parti,  una  delle  quali,  nello 
scorrere,  passò  al  Sassatello  il  bracciale  e  lo  ferì  nella 
spalla  sinistra. 

Fu  tenuto  questo  incontro,  da  chi  lo  vide,  per 
cosa  bellissima,  e  fu  giudicato  che  il  vantaggio  fosse 
dalla  parte  dei  Fiorentini. 

Il  Principe  d'Oranges  rimane  dispiacente  del  suc- 
cesso del  duello,  che  aveva  sparso  il  presagio  d'un 
esito  infelice  di  quella  guerra.  Onde  sollevarsi  da  que- 
sto tristo  presentimento  per  lui  affannoso,  volle  con- 
sultare il  suo  astrologo,  che  da  per  tutto  lo  seguitava. 

Come  già  avvertii  rapporto  ai  maghi  ed  agli  stre- 
goni raccontando  il  sortilegio  fatto  per  Cecchino  del 
Piffero  nel  Colossèo  di  Roma,  osserverò  adesso  che 
gli  astrologi,  generazione  molto  attenente  alle  cose 
della  magìa,  davano  leggi  ai  Principi,  ai  Capitani,  a 
tutti  insomma,  che  dal  loro  cenno  facevano  dipendere 
le  azioni,  le  guerre,  le  partenze,  gli  assalti,  le  bat- 


—   1262  — 

taglie,  le  paci,  e  i  matrimonj.  Per  dirne  una,  oltre 
ciò  che  dissi  nella  festa  del  giuramento  delle  milizie 
e  dell'investitura  a  Malatesta  del  Generalato,  ricorderò 
1'  avventura  del  Petrarca,  che  mentre  nel  Duomo  di 
Milano  recitava  una  adulatoria  orazione  per  l'inaugu- 
ramento  di  Bernabò,  Galeazzo  e  Matteo  Visconti,  si 
vide  nel  più  bello  interrotto  dall'  astrologo  Andalon 
del  Nero,  il  quale  aveva  scoperto  essere  quello  il 
preciso  momento  della  migliore  combinazione  di  stelle 
per  fare  la  cerimonia. 

Quando  1'  esercito  Imperiale  comandato  da  Bor- 
bone giunse  quasi  inaspettato  sotto  le  mura  di  Roma, 
cadde  nelle  mani  dei  soldati  quel  Filippo  Cerbellione 
Siciliano,  già  dai  miei  Lettori  conosciuto  nel  mago 
che  predisse  a  Cecchino  Cellini  o  del  Piffero  il  ritro- 
vamento della  sua  amante  Angelica.  Questi,  vedendosi 
a  mal  partito,  si  fece  condurre  davanti  al  Generale 
dell'  esercito  e  predicendogli  che  due  giorni  dopo 
sarebbe  entrato  da  padrone  in  Roma,  ottenne  salva 
la  vita,  finché  non  fosse  passato  il  tempo  da  lui  pre- 
signato  alla  vittoria.  Il  fatto  verificò  appunto  la  sua 
predizione,  ed  il  Principe  d' Oranges  succeduto  al 
Borbone  nel  comando  dell'  esercito,  scacciò  dal  campo 
un  altro  astrologo,  perchè  non  seppe  avvertire  al 
Generale  che  neh"  assalto  della  città  avrebbe  perduto  la 
vita,  ed  in  suo  luogo  ritenne  Filippo  Cerbellione,  Y  arte 
del  quale  giunse  a  presagire  con  esattezza,  che  l'eser- 
cito e  non  Borbone  si  sarebbe  impadronito  della  città. 

Serena  e  bella  era  la  notte  posteriore  al  giorno 
del  duello  poco  fa  raccontato,  in  cui  il  Principe  d'Oran- 
ges,  partitosi  dal  Poggio  Baroncelli  luogo  della  sua 


—  1263  — 

dimora,  cavalcava  accompagnato  dall'astrologo  dirigen- 
dosi verso  levante,  dove  si  stendevano  gli  accampa- 
menti degli  Italiani  rischiarati  dalle  molte  fiamme 
che  si  vedevano  in  quei  poggi  accese  dai  soldati  per 
evitare  le  sorprese  del  nemico  e  per  scacciare  il  freddo 
della  stagione.  Il  Generale  supremo  dell'  esercito  ve- 
niva salutato  militarmente  da  quelli  che  l'osservavano, 
ed  i  suoi  passi  lasciavano  ne'  luoghi  trascorsi  un  bi- 
sbiglìo causato  dalle  interrogazioni  e  risposte  eccitate 
tra  i  soldati  da  quella  inusitata  e  solitaria  ronda  che 
il  Generale  faceva  per  il  campo. 

Oranges,  attraversati  i  poggi,  giunse  nel  luogo 
detto  il  piano  di  Giullari,  e  passato  sopra  il  Monte 
Ripaldi,  si  condusse  sul  poggio  del  Gallo,  smontando 
alla  porta  della  villa  dei  Galli,  dove  era  l'accampa- 
mento del  Colonnello  del  Conte  di  San  Secondo  allora 
assente,  perchè  stanziava  all'Incisa,  dove  era  andato 
con  alcune  bande  di  fanti  a  predare  il  paese. 

Se  il  palazzo  e  la  torre  del  Gallo,  come  pure  i 
fabbricati  e  terre  circonvicine  appartenessero  in  antico 
alle  famiglie  Albizzi,  o  Lanfredini,  non  oso  asserirlo, 
sebbene  per  tutto  si  vedano  sparsi  i  cerchi  compo- 
nenti le  armi  di  quelle  case;  bensì  i  Galli  allora  ne 
erano  padroni,  ed  avevano  mutuato  il  loro  nome  al 
Poggio  perciò  detto  —  del  Gallo  —  in  cima  al  quale 
sulla  torre  sventolava  l'insegna  della  famiglia,  cioè  un 
gallo  grande  di  lamiera  posto  a  guisa  di  banderuola. 

Dal  pratello  a  mezzogiorno,  Oranges  e  Cerbellione 
entrarono  nel  cortile  della  villa ,  regolare  del  tutto  e 
da  tre  lati  circondato  da  vago  portico  di  pietra  retto 
da  colonne  corintie  con  archi  a  mezzo  circolo,  sopra 


—  1264  — 

il  quale  ricorreva  una  gallerìa  coperta.  Sotto  il  por- 
tico erano  praticate  sei  porte,  tre  delle  quali  mette- 
vano a  belle  e  comode  stanze  d'  abitazione.  Oranges 
ed  il  suo  compagno,  preceduti  da  un  soldato  con  face 
accesa,  entrarono  nella  porta  a  sinistra  prossima  al- 
l' ingresso  principale,  e  mediante  una  scala  praticata 
tra  il  vano  della  torre  e  del  palazzo  (dal  quale  era 
alquanto  scostata  nell'  interno  ),  ascesero  sulla  galle- 
rìa. Altra  porta  aprì  Y  adito  allo  spazio  dove  muoveva 
una  scala  di  legno,  che  in  tre  branche  rette  dalle 
mura  interne  della  torre  conduceva  ai  merli  della 
medesima,  intorno  ai  quali  era  un  ballatojo  sul  grosso 
del  muro  interno,  restando  il  centro  del  tutto  privo 
di  piano  e  scoperto  all'  intemperie  dell'  aria.  Forse 
niuna  posizione  dei  contorni  di  Firenze  offre  libero 
allo  sguardo  più  vastità  di  paese  di  quello  che  presenti 
la  torre  del  Gallo;  Firenze,  le  campagne,  i  colli  che 
la  circondano,  tutto  insomma  è  schierato  sotto  l'oc- 
chio dell'  osservatore,  che  da  quel  punto  restar  deve 
estatico  ammiratore  di  questo  centro  del  giardino 
d'Italia  (15). 

Costassù  T  Astrologo  aveva  delineato  una  figura 
Geometrica,  appresso  alla  quale  si  vedevano  una  Sfe- 
ra armillare  ed  un  Astrolabio,  arnesi  necessarj  del- 
l' arte.  Vestito  di  una  lunga  zimarra  bruna  stretta  ai 
fianchi  da  cintura  rabescata  dai  segni  del  zodiaco, 
aveva  la  barba  squallida,  i  capelli  scomposti,  il  sem- 
biante arguto,  il  colore  olivastro,  con  occhi  neri  e 
del  continuo  agitati,  con  labbra  tumide,  accese,  tre- 
manti in  un  perpetuo  sorriso;  insomma  aveva  tutta 
I1  aria  d' importanza,  o  d' impostura  che  vale  lo  stesso. 


—   1265  — 

Si  pose  all'opera,  dimostrando  col  dito  al  Prin- 
cipe i  punti  misteriosi  della  figura,  e  fìngendo  di  leg- 
gere negli  astri  vi  aveva  drizzato  l' Oroscopo;  ma 
spiegando  le  cose  ad  Oranges  le  esponeva  con  tale 
inviluppo,  con  tale  gergo  dottrinale,  e  tali  misteri,  che 
il  Principe,  non  intendendone  niente,  né  cavandone 
costrutto  alcuno  rispondente  al  suo  desiderio,  s'indi- 
spettì al  segno,  che  preso  per  la  barba  l'astrologo 
minacciò  gittarlo  di  sotto  della  torre,  se  non  si  spie- 
gava chiaro. 

Cerbellione,  che  sapeva  quanto  eravi  poco  da 
scherzare  con  quegli  eretici,  come  chiamavansi  dal 
volgo  gli  Imperiali,  a  tutta  fretta  e  senza  badare  a 
ciò  che  diceva  rispose  che  aveva  voluto  esprimere 
con  termini  dell'  arte,  che  dentro  quindici  giorni  avreb- 
be preso  Firenze.  Ma  la  prontezza  di  tal  predizione 
così  contraria  alla  confusione  de' concetti  precedenti, 
non  persuase  il  Principe  che  credeva  essere  preso  a 
gabbo  dall'astrologo.  Questi  se  ne  avvide,  e  per  uscire 
dal  pericolo  protestò,  che  scommetteva  la  sua  testa 
se  lo  ingannava.  Oranges  discese,  ma  fatto  arrestare 
l'astrologo,  lo  mandò  in  luogo  sicuro  onde  potesse 
pagargli  la  scommessa.  Raccontando  a'  suoi  Capitani 
l'accaduto,  vi  fu  Roberto  Aldobrandi  fiorentino  che 
militava  per  i  Medici,  il  quale  sempre  più  lo  confer- 
mò nelle  parole  del  Cerbellione,  raccontandogli  il  sor- 
tilegio del  Colossèo  al  quale  fu  presente ,  e  l' esito 
realmente  conseguito  da  Cecchino  del  Piffero. 

Frattanto  passarono  varj  giorni  senza  che  alcun 
araldo  della  Repubblica  si  presentasse  ad  Oranges  a 

T      IV.  '4 


—   1266  — 

chieder  permissione  di  trattare  la  resa  della  città,  co- 
me se  ne  era  sempre  lusingato.  Anzi  i  Fiorentini,  ri- 
preso spirito  dopo  il  primo  terrore  di  sì  grande  eser- 
cito congregato  ai  loro  danni,  si  davano  tutto  l'im- 
pegno di  non  cader  preda  di  quelle  orde  di  barbari 
ladroni,  che  tali  erano  di  fatto  i  Tedeschi  e  gli  Spa- 
gnoli dell'esercito  assediante. 

Per  questo  i  Magistrati  e  i  Commissari  tenevano 
giornalmente  le  Milizie  cittadine  adunate  sotto  i  loro 
Gonfaloni,  armate  e  pronte  ad  eseguire  tutto  ciò  che 
venisse  imposto  loro  per  la  difesa.  La  notte,  le  Mili- 
zie medesime  si  dividevano;  la  metà  andava  alle  sue 
case  per  riposarsi,  pronta  ad  accorrere  al  suono  della 
campana  del  Popolo,  e  1'  altra  metà  si  partiva  in  due 
squadre,  l'una  andava  rinforzando  le  guardie  dei 
bastioni  di  S.  Miniato,  di  S.  Giorgio  e  delle  mura,  e 
l'altra,  divisa  in  molte  bande,  vegliava  percorrendo 
per  la  città  e  lungo  le  mura. 

Inoltre  erano  stati  eletti  tre  commissarj  straor- 
dinarj  con  autorità  dittatoria  sopra  tutte  le  Milizie  sì 
cittadine  che  mercenarie,  i  quali  per  lo  più  risiede- 
vano appresso  al  Generale  Malatesta  e  Stefano  Colonna 
onde  sorvegliare  le  operazioni  della  guerra.  Questi  ave- 
vano concertato  alcuni  segnali  dati  dalle  mura  e  dai 
bastioni  alla  torre  del  Palazzo  pubblico,  dove  due 
cittadini  continuamente  stavano  per  osservarli;  fatto 
il  segnale  il  soccorso  era  prontamente  assicurato,  per- 
chè il  suono  della  campana  del  Popolo  eccitava  quello 
delle  campane  della  città,  e  con  prestezza  incredibile 
i  cittadini  sotto  le  armi  accorrevano  dove  faceva  me- 
stieri per  la  difesa. 


—   1267  — 

Così  nell'interno  di  Firenze,  sul  principio  dell'as- 
sedio, non  solo  si  stava  senza  paura  ma  senza  so- 
spetto, e  si  viveva  con  tante  e  diverse  genti  d'ogni 
intorno,  né  più  né  meno  come  se  non  vi  fosse  stato 
persona;  le  botteghe  stavano  aperte,  i  Magistrati  ren- 
devano ragione,  gli  uffizj  si  esercitavano,  le  chiese 
si  ufficiavano,  le  piazze  ed  il  mercato  si  frequenta- 
vano, non  si  facevano  tumulti  tra  soldati,  non  que- 
stioni tra  cittadini;  perciocché,  sebbene  erano  fra  di 
loro  di  molte  gozzaje  e  di  cattivissimi  umori,  essendo 
di  tanti  pareri  ed  in  tante  parti  divisi,  eglino  non- 
dimeno, comparso  il  nemico,  si  astenevano,  non  che 
dal  manomettersi  l'un  l'altro  con  i  fatti,  d'ingiuriarsi 
con  le  parole  dicendo:  Questo  non  è  tempo  di  far 
pazzìe,  leviamoci  costoro  d'addosso  e  poi  chiariremo 
le  partite  fra  noi.  11  grido  d'  ordine  e  di  pace  era 
—  Poveri  ma  liberi.  — 

La  sicurezza  dei  Fiorentini  però  veniva  sturbata 
dai  traditori;  perchè  il  Principe  d' Oranges  aveva  i 
suoi  segnali  nella  città  per  opera  di  Baccio  Valori,  i 
quali  dati  da  perfidi  cittadini,  lo  tenevano  informato 
di  quanto  succedeva  in  essa.  Comprendeva  da  que- 
ste spie  telegrafiche,  che  sebbene  gli  eserciti  di  fuori 
ogni  giorno  crescessero  di  gente  e  facessero  danni 
gravissimi  d*  incendj  e  di  prede,  di  modo  che  d'ogni 
intorno  il  tutto  era  guasto  né  si  poteva  più  uscire, 
sebbene  ogni  giorno  crescessero  le  difficoltà  e  gl'in- 
comodi, pure  gli  ordini  buoni  nella  città  erano  di  sorte 
e  la  costanza  degli  animi  tanta,  che  quasi  si  poteva 
dubitare  da  chi  vedeva  la  medesima,  che  fosse  asse- 
diata. Le  spie  facevano  ancora  comprendere  ad  Oranges 


—   1268  — 

che  malagevol  cosa  sarebbe  stata  il  prendere  d'  as- 
salto la  città,  e  per  quanto  egli  ostentasse  di  non 
aver  timore  dei  Fiorentini,  si  guardava  bene  dall' esporsi 
ad  uno  scacco,  che  potesse  diminuire  l'opinione  ed 
il  terrore  delle  sue  armi  ed  imbaldanzire  il  nemico, 
come  in  piccolo  aveva  fatto  il  duello. 

Per  questo  si  asteneva  da  assaltare  la  città,  e  sol- 
tanto un  giorno  con  una  banda  di  cavalleggeri,  pas- 
sato il  fiume  Arno  sopra  Legnaja  (borgo  situato  due 
terzi  di  miglio  a  ponente  vicino  all'  Arno,  e  detto 
Legnaja  dai  depositi  di  legname  portato  mediante  il 
fiume),  volle  portarsi  a  vedere  d'appresso  come  si 
potesse  batter  Firenze  dalla  parte  settentrionale,  dove 
sapeva  essere  le  mura  meno  difese. 

Ma  conosciutasi  questa  esplorazione  da  Malate- 
sta  Baglioni,  si  condusse  alla  porta  al  Prato,  e  ve- 
dendo i  nemici  che  se  ne  andavano  in  gran  confiden- 
za ,  fece  loro  uscir  contro  Jacopo  Bichi  con  i  suoi 
soldati,  il  quale  attaccò  la  zuffa.  Crescendo  gli  ajuti 
da  ambe  le  parti,  si  combatteva  con  molto  valore: 
ma  aumentato  soverchiamente  il  numero  dei  nemici, 
il  Bichi  si  ritirò  per  non  essere  sopraffatto.  Questo  bra- 
vo Capitano  Senese,  il  giorno  dopo,  tentando  di  far 
preda  dei  viveri  che  dal  lato  della  porta  al  Prato  an- 
davano per  guado  d'  Arno  al  campo  d' Oranges,  fu 
ucciso  da  un  colpo  di  falconetto  tratto  dal  poggio  detto 
il  Monte  Oliveto.  Egli,  se  innanzi  tempo  non  moriva, 
avrebbe  pareggiato  così  di  valore  e  di  fede  come  di 
cortesìa  i  più  prodi  campioni  e  più  leali  de' suoi  tempi. 

Frattanto  passarono  quindici  giorni,  dentro  i  quali 
l' astrologo    aveva   predetto  al   Principe   Filiberto   la 


—   1269  — 

presa  della  città.  Arrabbiato,  se  lo  lece  condurre  da- 
vanti, e  rimproverandogli  di  averlo  schernito,  si  di- 
sponeva a  prendere  il  prezzo  della  scommessa,  facen- 
dogli tagliare  la  testa.  Imperterrito  il  Cerbellione  alla 
presenza  dei  Capitani,  alla  vista  del  suo  pericolo,  ri- 
spose: —  Io  predissi  il  vero,  ma  tu  Magnifico  Signore 
hai  impedito  che  sortisse  1'  effetto ,  perchè ,  se  fosti 
andato  a  prenderla,  avresti  avuto  Firenze.  — 

Filiberto,  restando  sorpreso  ed  in  uno  confuso  a 
tal  risposta  che  gli  rimproverava  la  sua  inazione  al 
dirimpetto  di  nemici  dispregiati,  lasciò  libero  l'astro- 
logo, e  subito  dette  gli  ordini  opportuni  perchè  in 
quella  notte  istessa  si  desse  la  scalata  alla  città. 

Due  circostanze  lo  lusingavano  di  un  esito  feli- 
ce. L'  una  si  era  che  in  quel  giorno  (Venerdì  11  No- 
vembre 1529)  le  soldatesche  Spagnuole  desideravano 
combattere;  perchè,  gente  ignorante,  crudele  e  su- 
perba, aveva  ancora  il  pregio  della  più  raffinata  su- 
perstizione, la  quale  faceva  reputare  a  se  favorevole 
l'esito  di  ogni  impresa  tentata  in  giorno  di  Venerdì. 
L'  altra  circostanza  più  plausibile  consisteva  in  questo, 
che  in  tal  giorno  i  Fiorentini,  più  dì  ogni  altro  popolo 
di  Europa,  soliti  erano  solennizzare  con  tripudio  la 
festa  di  S.  Martino.  Avanti  1'  assedio,  questa  festa  era 
cagione  di  una  magnifica  e  ricchissima  fiera,  alla  qua- 
le correvano  i  mercanti  da  tutte  le  parti  del  mondo 
a  provvedere  i  panni  di  lana,  i  drappi  e  le  stoffe  Fio- 
rentine; poiché  in  gran  credito  erano  le  fabbriche  delle 
Arti  della  lana  e  della  M,a,  allora  pure  sorgente  ine- 
sausta della  ricchezza  diV.irenze. 


—    1270  — 

La  testa  di  S.  Martino,  che  presso  gli  altri  po- 
poli si  solennizzava  soltanto  per  essere  destinata  alla 
stura  del  vin  nuovo,  ossia  alla  ubriachezza  ed  al 
tripudio,  in  Firenze  era  celebrata  ancor  più,  perchè  vi 
colavano  molti  milioni  di  fiorini  d'oro  (16).  In  quel- 
1'  anno  dell'assedio  però  non  fiera,  non  mercanti,  non 
oro,  non  vino;  pure  il  poco  vino  raccolto  nelle  can- 
tine della  città  era  sufficiente  agli  stravizzi  del  S. 
Martino,  ai  suoi  banchetti  ed  alle  sue  gozzoviglie. 

Oranges  sapeva  dalle  spie,  che  in  città  la  festa 
si  celebrava  con  V  istessa  spensieratezza ,  come  che 
alcuna  disgrazia  non  1'  angustiasse  e  non  le  sovra- 
stasse alcun  pericolo,  viepiù  ravvivandosi  il  popolo  per 
l' inazione  del  nemico.  Quindi  nella  notte  del  S.  Mar- 
tino, in  altri  tempi  sì  ripiena  di  brio,  di  danze,  di  cene 
e  d'allegrìa,  anche  in  quest'anno  i  Fiorentini  se  ne 
stavano  nelle  case  godendo  come  potevano,  tanto 
più  che  niuno  aveva  voglia  di  girare  per  le  strade, 
piovendo  a  cielo  rotto. 

Sulle  ore  cinque  di  notte,  con  sommo  silenzio 
Oranges  fece  accostare  alle  mura  d'Oltrarno  seicento 
soldati  con  seicento  scale  adatte  per  la  scalata 
delle  mura.  Seguiva  gli  oppugnatori  gran  parte  del- 
l'esercito, che  si  accostò  alle  mura  dalla  porta  San 
Miniato  fino  a  quella  San  Friano.  Appoggiate  le  scale, 
i  soldati  salirono  gridando  ad  un  tratto  con  orribili 
voci:  —  Carne,  Sacco,  Palle,  Palle  — . 

Le  sentinelle,  che  già  tra  il  rumore  del  vento 
e  della  pioggia  avevano  sentito  il  moto  delle  genti 
che  si  accostavano,  sebbene  il  bujo  non  facesse  di- 


—  1271   — 

scernere  cosa  alcuna,  avevano  gridato  —  all'armi  — , 
ed  in  un  momento  erano  state  soccorse  dai  soldati 
vigilanti  e  gagliardi,  frattanto  che  i  concertati  segnali 
chiamavano  i  cittadini,  che  non  pensavano  per  nulla 
a  quel  pericolo  tremendo. 

Tutto  ad  un  tratto  la  beatitudine  dei  Fiorentini 
venne  interrotta  dal  suono  della  campana  del  popo- 
lo; ad  essa  subito  risposero  le  campane  del  Duomo, 
e  di  mano  in  mano  tutte  le  altre  di  Firenze  suona- 
rono a  martello. 

Il  brio  si  cangiò  in  sorpresa  e  in  timore;  chi  bal- 
lava sospese  il  passo,  chi  beveva  posò  il  bicchiere, 
chi  cantava  troncò  la  poesìa;  ognuno  tendeva  gli  orec- 
chi, ognuno  saltava  in  piedi:  —  Cosa  è?  .  .  .  .  Cam- 
pane a  martello.  ...  !  Cannoni.  ...  !  Archibusa- 
te.  ...!!!  Il  nemico.  —  Frattanto  mille  voci  per 
le  strade  gridavano:  —  Fuori,  fuori Viva  Mar- 
zocco ....  Maledizione  alle  Palle All'armi, 

all'armi  ....  Alle  mura,  alle  mura Poveri  e 

liberi.  —  Le  donne  pregavano  i  mariti  a  lasciar  cor- 
rere gli  altri;  le  fanciulle  raffrenavano  gli  amanti; 
taluni  come  si  arrendessero  alle  preghiere  si  stavano; 
i  curiosi  si  ponevano  con  lumi,  con  lanterne,  con 
torce  alle  finestre;  i  coraggiosi  staccavano  le  armi, 
e  liberandosi  dagli  impacci,  correvano  dove  erano 
chiamati  per  le  vie:  chi  correva,  chi  sguizzava  tra 
uomo  e  uomo,  e  il  tumulto  più  grande  si  faceva 
muovendosi  masse  confuse  di  popolo  procedenti  di 
via  in  via  alla  rinfusa. 

Tutti  affollati  si  dirigevano  alle  porte  d'Oltrarno, 
riempiendo  i  ponti   e   le   strade  con   una   premura, 


—   1272  — 

con  un  affaccendarsi,  con  un  incoraggirsi,  che  la 
vista  di  questa  scena  era  delle  più  commoventi;  tanto 
la  carità  della  patria  la  vinse  sul  timore. 

L'aere  bnjo  risuonava  della  romba  delle  cam- 
pane ,  del  rumore  delle  acque  cadenti ,  delle  grida 
della  gente,  dei  colpi  dei  cannoni  e  di  altre  artiglie- 
rìe. La  folla  dei  cittadini  e  del  popolo  tanto  era  spessa, 
che  non  si  poteva  muovere,  vedendosi  in  essa  vecchi, 
donne  e  fanciulli  con  armi,  con  faci  con  lanternoni, 
che  era  una  cosa  sommamente  pietosa.  Si  racconta 
d'una  vecchia  che  rimproverata,  perchè  conducesse 
in  quel  pigìo  un  ragazzetto  armato  di  uno  spadone, 
rispose;  —  Può  ancor  lui  ammazzare  un  eretico  — ; 
e  Benedetto  Varchi  lo  storico,  ricorda,  che  essendo 
da  S.  Maria  delle  Grazie  a  pie  del  ponte  Rubaconte, 
dove  era  tutto  pieno  di  popolo  dalle  case  degli  Al- 
berti infino  non  solo  a  S.  Jacopo  tra'  Fossi ,  ma  alla 
piazza  di  Santa  Croce,  e  veggendo  un  vecchio  il 
quale  aveva  per  mano  un  suo  figliuolino,  gli  do- 
mandò quello  che  egli  quivi  far  voleva  di  quel  fan- 
ciullo, rispose:  —  Voglio  che  egli  o  scampi  o  muora 
insieme  con  esso  meco  per  la  libertà  della  patria. 

Riavutisi  i  Fiorentini  dalla  prima  sorpresa  e  con- 
fusione, si  portarono  col  più  magnanimo  coraggio, 
rischiarate  le  loro  mosse  dai  balconi  dove  le  donne 
mettevano  fuori  torce  e  lampioni  per  illuminare  le 
strade  ripiene  di  un  bisbiglìo,  di  un  raccontare,  di 
un  pianto,  di  un  moto,  che  ben  faceva  conoscere  lo 
spirito  dei  Fiorentini.  Rigurgitava  la  gente  corsa 
Oltrarno  talmente  che  fino  a  via  Por  Santa  Maria, 
fino  alla   piazza   dei   Pitti   arrivava  l' affollamento  di 


—  1273  — 

coloro  che  erano  accorsi  dove  si  credeva  che  il  pe- 
ricolo fosse  maggiore. 

I  nemici  furono  ribattuti  con  grave  perdita,  ed 
il  Principe  d' Oranges  conoscendo  che  faticava  in- 
darno e  che  le  artiglierìe  lo  danneggiavano  da  tutti 
i  lati,  sebbene  piovesse  e  per  l'oscurità  tirassero  a 
caso,  ordinò  la  ritirata,  apprendendo  che  Firenze  non 
era  conquista  tanto  facile  quanto  egli  andava  pen- 
sando. Anzi,  disperando  di  potere  senza  altra  gente 
e  artiglierìa  pigliare  per  forza  la  città,  se  ne  andò 
la  mattina  seguente  a  Bologna,  dove  già  erano  ar- 
rivati Papa  Clemente  e  Carlo  V,  ed  a  questi  rese 
conto  della  resistenza  inaspettata  dei  Fiorentini;  ri- 
tornò poscia  all'  accampamento  con  ajuti  di  denaro 
e  di  genti. 

I  giorni  successivi  accaddero  alcune  scaramuccie 
che  cagionarono  la  morte  di  vari  soldati  e  cittadini, 
e  che  per  il  solito  finivano  con  la  peggio  degl'  Im- 
periali. In  una  di  queste  scaramuccie  tra  quelli  restati 
prigionieri  degl'  Imperiali  vi  fu  Lionardo  Frescobaldi 
rapito  dal  Sassatello,  con  amarezza  grande  di  tutta 
la  città. 

1  Fiorentini  pensarono  di  rendere  la  pariglia  al 
nemico  con  una  sorpresa  notturna,  e  la  notte  del 
dì  8  Decembre,  dopo  aver  celebrato  la  festa  della 
Concezione,  partirono  per  Y  incamiciata,  poiché  così 
chiamavano  la  sortita  notturna  dalla  camicia  che 
indossavano  sopra  le  armi  per  riconoscersi  nel  bujo 
della  notte. 

Era  fissato  che  le  milizie  guidate  da  Stefano  Co- 
lonna sarebbero  uscite  dalla  porta  S.  Niccolò  indiriz- 

T.    IV.  i5 


—   1274  — 

zandosi  verso  Rusciano,  e  pervenute  a  S.  Margherita 
a  Montici  (17),  avrebbero  assaliti  i  nemici  alle  spalle, 
nel  mentre  che  Giovanni  da  Torino  con  i  suoi  fanti 
uscendo  dalla  porta  San  Giorgio  doveva  assaltare  di 
fronte,  e  Ottaviano  Signorelli  con  i  Perugini  doveva 
uscire  dalla  porta  San  Pier  Gattolino  e  sorprendere 
gl'Imperiali  di  fianco.  Tutte  le  milizie  dovevano  partire 
al  cenno  della  campana  che  alle  tre  si  suonava  dalla 
torre  della  chiesa  di  S.  Maria  degli  Ughi,  campana  che 
non  avrebbe  destato  sospetto  al  nemico  per  la  con- 
suetudine di  sentire  tal  suono  a  quell'  ora  tutte  le 
sere  (18).  Quando  i  nemici  così  assaliti  avessero  atteso 
a  difendersi,  allora  Mario  Orsini  doveva  maggiormente 
confondergli  scendendo  con  le  sue  schiere  dal  poggio 
S.  Miniato. 

11  piano  era  ben  concertato,  e  se  sortiva  il  suo 
effetto,  la  guerra  poteva  dirsi  terminata;  ma  un  caso 
singolare  rese  avvertiti  gl'Imperiali,  i  quali  tanto  meno 
si  aspettavano  una  sì  ardita  sorpresa,  inquantochè  le 
loro  spie  in  Firenze  non  avevano  dato  nessuno  dei 
segni  concertati. 

La  notte  era  tenebrosa,  ed  una  folta  nebbia  im- 
pediva discernersi  l'uno  dall'altro.  Già  Stefano  Co- 
lonna e  Giovanni  da  Torino  con  le  loro  compagnie 
in  sommo  silenzio  si  erano  condotti  fuori  della  città, 
ed  erano  arrivati  al  luogo  detto  le  Cinque  vie, 
dove  stavano  le  sentinelle  degli  avanposti  nemici,  ed 
uccise  queste,  erano  penetrati  a  S.  Margherita,  cioè 
all' alloggiamento  degli  Italiani  in  quel  momento  di- 
retti da  Smeraldo  da  Parma  luogotenente  di  Sciarra 
Colonna  nemico  personale  di  Stefano  Colonna.  Quivi 


—  1275  — 

giunti  i  Fiorentini,  cominciarono  ad  uccidere  i  soldati 
sorpresi  così  tra  il  sonno  e  la  ebrezza. 

Mentre  i  soldati  di  Stefano  Colonna  facevano 
strage  dei  nemici,  spezzarono  l'uscio  della  rimessa 
di  un  beccajo,  ove  teneva  rinchiusa  una  quantità  di 
majali,  i  quali  uscendo  spaventati  e  fuggendo  in  qua 
e  in  là  davano  nelle  gambe  non  meno  degli  assalitori 
che  degli  assaliti,  ed  empivano  ogni  cosa  di  spavento 
con  il  loro  grugnito  mescolato  alle  grida  ed  al  rumore 
dei  combattenti.  Né  sapendo  molti  onde  nascesse  un 
tal  rumore,  facevano  la  confusione  maggiore  a  segno 
che  pervenne  il  tumulto  fino  all'  accampamento  dei 
Tedeschi,  i  quali  alloggiavano  vicino  al  Gallo  infino 
alla  porta  Romana,  e  così  ne  fu  avvertito  lo  stesso 
Generale. 

11  Principe  d'Oranges  alzatosi  dal  letto,  preceduto 
da  torce  accorse  in  soccorso  de' suoi  mettendo  in 
ordine  di  battaglia  gli  Spagnoli  ed  i  Tedeschi;  ma 
ciò  fu  inutile,  perchè  Malatesta  Baglioni,  dal  colle  di 
S.  Giorgio,  fece  suonare  i  corni  della  ritirata;  per  il 
che  Stefano  Colonna,  maledicendo  i  porci  ed  il  Ge- 
nerale per  averli  interrotta  così  bella  occasione  di 
disfare  i  nemici,  per  non  essere  tagliato  fuori  della 
città,  senza  ricever  danno  alcuno,  ma  anzi  con  preda 
di  cavalli  e  vettovaglie,  se  ne  ritornò  in  Firenze. 

Frattanto,  non  i  soli  porci  avevano  mandato  a 
vuoto  quella  sortita,  ma  avvenne  anche  per  non  essere 
stata  secondata  a  tenore  del  fissato  da  Ottaviano 
Signorelli  che  non  uscì  con  i  Perugini.  Egli  ne  ad- 
dusse in  scusa  il  contrordine  del  Generale,  e  Mala- 
testa,  preso  in  sospetto  da  quel  suo  contegno,  disse: 


—   1276  — 

che  lo  aveva  impedito,  quando  dall'alto  del  cavaliere 
di  S.  Giorgio  si  avvide  per  le  fiaccole  accese,  che  il 
nemico  era  pronto,  non  volendo  così  lasciare  sprov- 
vista di  difensori  la  città.  Ma  due  ragioni  avevano 
mosso  il  Generale,  ambedue  segrete,  cioè  l'inimicizia 
che  in  cuore  nutriva  per  Stefano  Colonna,  ed  un 
segreto  maneggio  che  l'impegnava  a  non  pregiudicare 
all'esercito  nemico. 

Due  fatti  di  opposta  natura  avvennero  in  questa 
notturna  sortita,  degni  di  essere  rammentati. 

Ercole  Bentivoglio  poeta  Bolognese  noto  in  quel 
tempo,  militava  contro  Firenze  nell'esercito  del  Papa. 
Figlio  d'Annibale  il  Signore  di  Bologna,  nacque  in 
questa  città  nel  1506,  ma  in  fascie  fu  trasportato  a 
Milano ,  indi  di  sette  anni  a  Ferrara,  dove  fu  educato 
in  corte  di  Alfonso  del  quale  era  nipote.  Terribile 
suonava  ancora  in  Italia  il  nome  di  sua  zia  Francesca 
Bentivoglio  moglie  di  Galeotto  Manfredi  Signore  di 
Faenza,  la  quale,  presa  da  furiosa  gelosìa  verso  il 
marito,  non  potendo  indurlo  a  lasciare  la  sua  amante, 
s' infinse  malata ,  nascondendo  nella  sua  camera 
quattro  sicarj.  Essa  giaceva  in  letto,  quando  Galeotto 
senza  sospetto  e  solo  andò  a  visitarla.  Ad  un  tratto 
fu  assalito  dai  sicarj,  dai  quali  non  valse  difendersi 
virilmente,  che  l'iniqua  moglie  sorta  dal  letto  e  nel~ 
l'incertezza  dell'evento,  Io  assicurò  con  le  sue  mani 
cacciando  un  ferro  nel  ventre  del  marito. 

Ercole  Bentivoglio  di  natura  opposta  alla  ferocia 
de' suoi,  abborriva  le  sventure  della  misera  Firenze, 
e  non  pertanto  si  adoprava  a  vantaggio  di  chi  ne  era 
cagione.  Raccolto  la  sera  nella  sua  tenda,  malediceva 


—    1277  — 

alle  infamie  con  quella  medesima  destra  che  aveva 
ajutato  a  commetterle  la  mattina. 

Stava  appunto  scrivendo  alcune  terzine,  quando 
sentito  lo  scompiglio  del  campo,  travolto  nella  fuga 
del  suo  colonnello,  tolte  appena  le  armi  si  riparò 
nelle  parti  munite  degli  accampamenti. 

Lodovico  Martelli  faceva  parte  delle  soldatesche 
cittadine  che  avevano  seguitato  d'appresso  Stefano 
Colonna  in  quella  sortita,  facendo  egli  pure  pro- 
digi di  valore  alla  testa  di  alcune  schiere  fiorentine. 
A  caso  entrò  nella  tenda  dal  Bentivoglio,  e  viste  sopra 
il  tavolino  le  carte  rischiarate  dalla  lucerna,  gli  prese 
voglia  di  leggerle. 

11  Poeta  bolognese  aveva  tracciate  le  due  prime 
terzine  della  Satira  nella  quale  descrive  il  travaglio 
dell'assediata  Firenze: 

Sovra  i  bei  colli,  che  vagheggiali  l'Arno 
È  la  vostra  città  che  or  duolsi  et  have 
Pallido  il  viso,  e  lacrimoso  indarno. 

Sono  un  di  quei  che  con  fatica  grave 
Al  marzial  lavoro  armati  tiene 
Quel  che  di  Pietro  ha  l'ima  e  l'altra  chiave. 

Arse  di  nobile  sdegno  Lodovico  Martelli,  e  presa 
la  penna  subito  scrisse  sotto  continuando: 

Ma  non  sarian  l'empie  sue  voglie  piene, 
Se  d'italico  sangue  alcuna  stilla 
Snaturato  tu  avessi  entro  le  vene. 


—   1278  — 

Poi  gettando  la  penna  proseguì  la  battaglia,  finché 
non  sentì  il  segno  della  ritirata  che  il  ricondusse  in 
Firenze  stanco  e  lordo  di  nemico  sangue. 

Ercole  Bentivoglio  tornato  nella  sua  tenda  lesse 
quel  foglio;  sentì  avvamparsi  di  vergogna  e  gli  venne 
in  fastidio  la  vita  militare  impiegata  a  sottoporre  i 
suoi  connazionali  alla  schiavitù  spagnola;  poco  dopo 
si  ritrasse  dal  campo,  e  si  diede  del  tutto  alle  muse, 
che  rifuggono  dalle  opere  di  sangue  (19). 

In  altra  parte  del  campo  però  era  succeduta  la 
più  barbara  vicenda. 

Ho  accennato  che  Lionardo  Frescobaldi  fu  fatto 
prigioniero  dal  capitano  Giovanni  da  Sassatello.  Per 
riscattare  questo  giovane  amatissimo  da  Giovan-Fran- 
cesco  Antinori  sopranominato  il  Morticino,  vi  biso- 
gnava la  taglia  di  mille  fiorini  d'oro  (20).  L' Antinori 
aveva  riunito  questa  somma,  ed  erasi  presentato 
di  notte  ad  offrirne  il  riscatto.  Il  Sassatello,  affac- 
ciandosi al  bastione  dell'accampamento,  gli  dichiarò, 
che  essendo  chiusa  la  porta  non  poteva  dargli  il 
prigioniero.  Antinori  soggiunse,  che  lo  facesse  scen- 
dere per  una  scala  e  poi  gli  avrebbe  mandato  il 
denaro:  —  Prima  il  denaro  — ,  replicava  il  Sassa- 
tello. —  Prima  il  prigione  — ,  rispondeva  Y Antinori; 
—  ma  finalmente  questi  aderì  a  rilasciare  prima  il 
denaro,  che  fu  tirato  su  mediante  una  corda.  Allora 
il  Sassatello  calò  una  scala,  e  quindi  pose  sulla 
medesima  il  Frescobaldi,  che  morto  precipitò  a  rovina 
ai  piedi  del  bastione.  Vedendo  ciò  l' Antinori,  forsen- 
nato pel  dolore  ne  giurò  tremenda  vendetta. 


—  1279  — 

Con  le  genti  guidate  da  Stefano  Colonna,  usci- 
rono Morticino  degli  Antinori,  Dante  da  Castiglione, 
e  varj  altri  cittadini  per  secondarlo.  Questi  poterono 
penetrare  nella  tenda  del  Sassatello  nel  tempo  che 
dormiva  in  letto  con  suo  figlio.  Fecero  prigioniero  il 
capitano,  e  frattanto  che  gli  altri  lo  conducevano  via, 
l'Antinori  restato  nella  tenda,  scannò  il  giovanetto 
innocente  figliuolo,  e  quindi  tagliatigli  i  piedi  e  la 
testa,  pose  quelli  nel  luogo  di  questa,  e  la  testa  nel 
luogo  dei  piedi;  e  poscia,  ricoperto  il  letto,  corse  a 
raggiungere  i  compagni  che  conducevano  prigioniero 
il  Sassatello.  Volle  che  gli  fosse  restituita  la  libertà, 
e  facendo  il  piagnone  nel  tempo  che  gli  scioglieva 
le  funi;  gli  disse:  —  Pentiti  fratello  mio,  e  Cristo  ti 
conceda  molti  giorni  eguali  a  questo.  —  Sassatello 
si  fermò  alquanto,  incredulo  dell'inaspettato  favore 
della  libertà,  e  quindi  cacciandosi  giù  alla  dirotta 
verso  l'accampamento,  chiamava  il  figliuolo.  Comin- 
ciava a  farsi  giorno,  e  l'Antinori  prorompendo  in 
altissimo  riso,  raccontò  ai  compagni  la  burla  prepa- 
rata. Inorridirono  quantunque  fieri  e  fuggirono  dal- 
l'Antinori,  dicendogli  che  se  le  loro  mani  erano 
intrise  di  sangue  nemico,  ciò  le  onorava,  mentre 
avevano  orrore  a  toccare  le  sue,  divenute  infami  per 
lo  strazio  di  quella  innocente  creatura. 

11  Sassatello  un'ora  dopo  fu  trovato  seduto  da- 
vanti una  tavola  nella  sua  tenda;  teneva  le  mani 
strette  a  guisa  di  tanaglia  nel  cranio  del  figliuolo; 
vollero  allontanarlo  da  codesto  spettacolo;  era  morto. 
Sul  teschio  reciso  del  figlio  aveva  versato  non  lacri- 
me, ma  la  vita  con  un  effluvio  di  sangue  prorottogli 
dal  petto. 


—  1280  — 

Il  pericolo  incorso  dall'esercito  Imperiale  fu  gra- 
vissimo, ma  ridondò  a  maggior  pregiudizio  degli  as- 
sediati; poiché  Filiberto  d'Oranges,  ricredutosi  della 
opinione  che  aveva  dei  Fiorentini,  vide  cosa  difficile 
il  superarli  con  la  forza.  Abbandonò  l'idea  di  vincerli 
in  campo,  e  rifiutando  ogni  eccitamento,  ogni  sfida 
alla  battaglia  che  giornalmente  gli  si  faceva  dai  Fio- 
rentini vogliosi  di  venire  ad  una  giornata  campale  e 
decisiva,  si  limitò  a  stringere  la  città  di  vigilante 
blocco  e  durissimo  assedio,  affine  di  costringerla  ad 
arrendersi  col  mezzo  della  fame. 

Per  questo  viepiù  fortificò  i  suoi  accampamenti 
sulle  colline  meridionali  e  ne  situò  tre  altri  ancora 
dalla  parte  settentrionale  della  città;  poiché  pose  cin- 
quemila Spagnuoli  sotto  Fiesole  tra  le  porte  alla  Croce 
e  Pinti,  altra  consimile  schiera  inviò  sotto  Montughi 
a  guardia  delle  porte  S.  Gallo  e  Faenza,  e  finalmente 
messe  l'accampamento  di  tremila  Lanzi  comandati 
da  Lodrone  fuori  del  tiro  del  cannone  della  porta  al 
Prato  nel  convento  di  S.  Donato  in  Polverosa.  Gente 
era  questa  venuta  di  fresco  dalla  Lombardia,  perchè 
anco  i  Veneziani  si  erano  accordati  con  l'Imperatore. 

1  diversi  accampamenti  che  circondavano  tutta 
la  città  furono  fortificati  in  modo  da  non  essere  fa- 
cilmente sorpresi,  e  squadre  di  armati  continuamente 
battevano  la  campagna  intorno  a  Firenze,  onde  alcuno 
non  ne  uscisse,  né  vi  entrassero  provvisioni  di  sorte 
alcuna. 

Questo  sistema  tolse  la  libertà  fino  allora  avuta 
per  i  viveri  e  per  le  comunicazioni  con  la  provincia, 
e  die  luogo  a  continue  scaramuccie  per  introdurre 
nella  città  quelle  poche  munizioni  che  vi  si  facevano 


—  1281   — 

accostare  ora  per  un  lato,  ora  per  un  altro  dal  Ca- 
pitano Francesco  Ferruccio. 

Speravano  gì'  incauti  Fiorentini  che  da  questo 
strettissimo  assedio  gli  avrebbero  liberati  i  promessi 
soccorsi  di  Venezia,  di  Ferrara  e  di  Francia!  Dove 
non  s'ingannavano  però  era  nella  fiducia  avuta  in 
Ferruccio,  che  giornalmente  infestava  il  nemico  con 
il  suo  piccolo  esercito. 

Ma  le  speranze  negli  altrui  soccorsi  non  si  do- 
vevano realizzare,  e  d'altronde  Oranges  aveva  indo- 
vinata la  via  più  corta  e  più  sicura  per  domare  i 
Fiorentini;  perchè  veniva  accertato  dalle  spie  della 
città  che  essa  non  era  approvvisionata  quanto  faceva 
d'uopo  a  resistere,  finché  giungessero  i  soccorsi  stra- 
nieri, mentre  la  carestìa  delle  passate  stagioni  e  la 
pestilenza  avevano  vuotati  i  magazzini;  gli  insinua- 
vano che  seguitasse  nel  blocco  rigoroso,  e  ben  tosto 
la  fame  avrebbe  domato  quegli  spiriti  ardenti;  e  la 
città  sarebbe  stata  sua  senza  sguainare  una  spada. 

Infatti  dentro  le  mura  si  cominciò  a  penuriare 
di  viveri;  ma  pure  qualche  approvvisionamento  s'in- 
troduceva  quasi  ogni  giorno,  usandosi  ora  la  forza, 
ora  l'astuzia;  il  che  non  dava  il  minimo  riposo  agli 
assedianti,  sommamente  molestati  dalle  sortite  di 
quelli  di  dentro,  particolarmente  delle  milizie  citta- 
dine piene  di  desiderio  di  combattere,  secondate  dagli 
attacchi  subitanei  del  terribile  Ferruccio,  che  in  mo- 
menti correva  in  tutti  i  punti  alle  spalle  dei  nemici. 

Grave  molestia  davano  agli  accampamenti  impe- 
riali le  artiglierìe  situate  da  Michelangiolo  sulle  difese 
e   particolarmente   sopra   le   poche   torri   tuttora   in 

T.    IV.  lG 


—  1282  — 

piedi.  Senza  parlar  qui  del  fastidio  che  gli  assedianti 
ricevevano  dal  campanile  della  chiesa  di  San  Miniato 
al  Monte,  dirò  che  eravi  un'altra  torre  prossima  alla 
porta  S.  Giorgio,  corrispondente  al  bastione,  del  quale 
aveva  la  guardia  Giovanni  da  Turino,  scampata  con 
alcune  altre  non  si  sa  come  dalla  generale  distruzione 
delle  torri  delle  mura.  Sopra  questa  torre  Michelan- 
giolo  aveva  affidato  un  falconetto  al  bombardiere 
Nannone,  in  coraggio  non  inferiore  a  Lupo  che  stava 
sulla  torre  di  S.  Miniato.  La  torre  di  San  Giorgio 
infestava  talmente  il  campo  d'Oranges,  che  il  Principe 
tentò  abbatterla  ma  invano,  non  ostante  che  la  per- 
cuotesse continuamente  con  tre  cannoni.  Si  racconta, 
che  sebbene  la  torre  fosse  traforata  e  scantonata 
dalle  palle,  Nannone  non  volle  scendere;  anzi  col 
suo  solo  falconetto  rispose  ai  centocinquanta  colpi  di 
cannone  scagliatigli  contro,  ed  aggiunse  ancora  il 
dileggio,  perchè  si  alzava  i  panni  e  mostrava  il  de- 
retano ai  nemici  come  punto  di  mira  (21). 

Allora  si  comprese  di  quanta  utilità  sarebbero 
state  le  torri  delle  mura,  atterrate  pochi  anni  avanti 
per  ordine  di  Clemente  VII;  poiché,  se  tutte  fossero 
state  intere,  gl'Imperiali  non  si  sarebbero  potuti 
accostare  alle  mura  e  cingere  la  città  così  stretta- 
mente di  assedio. 


NOTIZIE 


[1)  JTianura  di  Ripoli  si  chiaQia  quella  campagna  compresa 
fra  i  fiumi  Arno  ed  Ema  a  levante  della  città  di  Firenze. 
Desunse  il  nome  dalle  frequenti  ripe  fatte  al  fiume 
Arno  per  ristringerlo  in  letto  regolare;  mentre  antica- 
mente dominava  a  suo  talento  quasi  tutta  la  pianura  di 
Ripoli.  Qui  sorgono  i  poggi  del  Paradiso,  di  Ricorboli 
e  di  S.  Margherita  a  Montici,  che  dividono  l'Arno  dal- 
l' Ema. 

Giovanni  Da  Velletri  Vescovo  di  Firenze  concesse 
al  B.  Giovanni  Da  Salerno  ed  ai  suoi  Domenicani  per 
loro  abitazione  prima  che  venissero  in  Firenze,  un  ora- 
torio e  casa  annessa  che  Diomicitidiede  figlio  di  Buona- 
guida  del  Dado  vi  aveva  eretto  sotto  il  titolo  di  S. 
Jacopo  Apostolo,  e  che  fino  dal  1214  aveva  donato  al 
Vescovo  di  Firenze.  Ivi  i  Domenicani  abitarono  nel 
1219;  ma  poco  dopo  furono  trasportati  nello  Spedale  di 
S.  Pancrazio,  quindi  a  S.  Paolino  e  finalmente  nella 
chiesa  di  S.  Maria  Novella.  Partiti  i  Domenicani,  i 
Francescani  del  pari  ebbero  il  loro  primo  asilo  in  S. 
Iacopo  di  Ripoli.  Ma  già  nel  1229  erano  andati  altrove, 
perchè  questo  luogo  fu  concesso  alle  Domenicane  chia- 
mate le  Donne  di  Ripoli ,  che  in  seguito  nel  1300 
passarono  in  via  della  Scala,  dove  conservarono  quella 
denominazione. 


— f 1284  — 

(21  M.  Antonio  di  M.  Niccolajo  Alberti,  uno  dei  più  doviziosi 
e  potenti  cittadini  di  Firenze,  supplicò  Bonifazio  IX  di 
potere  fabbricare  un  Monastero  poco  lontano  da  Firenze 
ricino  ad  una  sua  villa  chiamata  11  Paradiso,  con  asse- 
gnargli per  dote  i  molti  beni  da  lui  posseduti  nei  distretti 
d'Empoli  e  di  Montelupo.  Ciò  accadde  nel  1394.  Qui 
furono  introdotte  le  famiglie  religiose  istituite  da  S. 
Brigida  di  Svezia  nel  1367.  I  Brigidiani  cominciarono 
ad  abitarvi  stabilmente  nel  1402.  La  singolarità  di 
questo  istituto  consisteva  in  questo,  cioè  che  nell' istesso 
convento  dovevano  dimorare  gli  uomini  e  le  donne,  come 
del  pari  dovevano  uffiziare  nell'istessa  Chiesa;  solo  i 
locali  erano  divisi  da  muri  intermedj.  Nel  1529  i 
Brigidiani  del  Paradiso  si  rifugiarono  in  Firenze  nelle 
case  Nasi  e  Canigiani.  Gli  sconcerti  che  naturalmente 
dovevano  avere  origine  da  quella  monastica  coabitazione  di 
monache  e  frati,  fecero  sì  che  nel  secolo  XVI  fu  vietato 
ai  frati  di  vestire  altri  religiosi;  lo  stesso  avvenne  alle 
monache  nel  1734.  Le  poche  rimaste  furono  aggregate 
al  convento  di  S.  Ambrogio,  e  questo  convento  del  Pa- 
radiso restò  soppresso. 

(3)  Siena  fra  le  città  d'  Italia  offre  esempli  innumerabili  di 
amare  discordie  intestine  fra  Nobili  e  Popolani,  Magnati 
e  Plebei.  Da  ciò ,  appena  può  precisarsi  in  che  consistesse 
la  forma  del  governo  di  questa  Bepubblica.  Pure  come 
Firenze  prosperò  in  mezzo  alle  sue  discordie,  in  modo 
che  per  lungo  tempo  rivaleggiò  con  i  Fiorentini  sì  per 
ricchezze  che  per  estensione  del  suo  dominio. 

Provenzano  Salvami  intorno  alla  metà  del  secolo 
XIII  pervenne  a  farsi  Signore  di  Siena  col  nome  di 
Dittatore,  e  dopo  un  lungo  tempo,  cioè  nel  secolo  XV, 
Pandolfo  Petrucci  giovane  di  molto  ardire  giunse  a 
farsene  tiranno.  In  Siena  i  Petrucci  furono  ciò  che 
i  Medici  erano  in  Firenze;  e  così,  dopo  la  morte  di 
Pandolfo,   signoreggiarono  e  più  volte  furono   scacciati. 


—  1285  — 

Nel  principio  del  secolo  XVI  la  città  visse  tranquilla 
sotto  la  protezione  di  Carlo  V,  che  vi  teneva  per  suo 
Luogotenente  il  Duca  d'Amalfi.  Erano  tuttora  sotto  la  sua 
dipendenza  quando  concorsero  con  ajuti  alla  guerra  contro 
Firenze. 

(4)  Il  primo  Assedio  di  Firenze,  del  quale  si  trova  un  cenno 
nella  Storia,  fu  quello  sofferto  per  opera  dei  Goti  con- 
dotti da  Radagasio  nel  406,  che  restarono  superati 
e  vinti  da  Stilicone  Generale  degli  eserciti  di  Onorio 
Imperatore  di  Occidente.  Questo  Assedio  è  rammentato 
da  un  Bassorilievo  dipinto  da  Luigi  Ademollo  sulla  fac- 
ciata della  chiesa  di  S.  Ambrogio,  dove  è  raffigurata 
la  città  assediata  dai  Goti  e  liberata  per  intercessione 
del  Santo  Vescovo  di  Milano. 

Il  secondo  Assedio  di  Firenze  fu  quello  intrapreso 
dall'Imperatore  Enrico  o  Arrigo  VII  nell'anno  1313. 

Disceso  in  Italia  1'  Imperatore  Enrico,  fu  sedotto 
dalle  insinuazioni  dei  Ghibellini  e  dei  Bianchi,  fazioni 
allora  debellate  in  quasi  tutte  le  città  della  Toscana,  e 
mosse  guerra  a  Firenze,  in  un  momento  piombandole 
sopra,  scendendo  dalla  parte  d'Arezzo.  Firenze  ajutata 
dai  Guelfi  della  Toscana  era  difesa  da  ventiquattromila 
fanti  e  da  quattromila  cavalli.  Passato  il  primo  terrore, 
tornò  in  essa  tanta  sicurezza,  che  le  porte  restarono 
sempre  aperte,  fuori  quelle  di  S.  Ambrogio  e  a  Pinti 
che  corrispondevano  con  il  Campo  Imperiale  disteso  nella 
pianura  di  S.  Salvi.  I  Fiorentini  ben  provveduti ,  sape- 
vano che  mandando  a  lungo  l'impresa,  il  tempo  combat- 
teva per  loro,  perchè  sarebbero  mancati  gli  ajuti  di  de- 
naro e  di  vettovaglia  all'  Imperatore.  Piccole  battaglie 
seguivano  come  a  spettacolo  dei  cittadini  e  delle  donne 
affacciate  sulle  mura.  Anzi  si  cita  fra  queste  un  duello 
avvenuto  tra  quattro  Tedeschi  e  quattro  Fiorentini  sul 
colle  di  Baroncelli;  i  Tedeschi  restarono  morti  sul  campo, 
ed  i  Fiorentini  si  risero  per  lungo  tempo  delle  loro  mil- 


—  1286  — 

lanterìe.  Bernardino  da  Polenta  Capitano  de'  Fiorentini , 
si  comportò  con  molta  prudenza,  e  dopo  due  mesi  co- 
strinse l'Imperatore  a  levare  l'Assedio. 

Firenze  ebbe  la  gloria  di  aver  cacciato  un  Impera- 
tore con  un  valoroso  esercito,  di  cui  da  tre  anni  si  par- 
lava con  terrore  per  tutta  1'  Italia.  Enrico,  che  si  era 
ammalato  nel  suo  quartiere  di  S.  Salvi,  morì  a  Buon- 
convento. 

E  tanto  fu  I!  odio  dei  Fiorentini  per  la  memoria  di 
lui,  che  andò  intorno  Italia  il  grido  che  lo  avessero  fatto 
avvelenare  mediante  l'Ostia  consacrata;  né  il  loro  con- 
tegno smentì  questa  taccia.  Di  più  s'introdusse  l'usanza 
nei  libri  di  commercio  delle  loro  botteghe  e  dei  loro 
banchi,  che  quelle  partite  di  crediti  reputate  inesigibili 
dai  debitori  loro,  le  designavano  nelle  scritture  a 
—  dare  di  Arrigo  di  Lamagna  — ,  costume  durato  fino 
al  secolo  XVII. 

Il  terzo  Assedio  di  Firenze  nulla  ebbe  da  parago- 
narsi con  i  due  antecedenti,  e  propriamente  si  può  con- 
siderare 1'  unico  che  la  città  soffrisse  dacché  vi  è  me- 
moria nelle  storie,  non  tanto  per  la  durata  e  per  le  ca- 
lamità sue,  quanto  per  le  grandi  conseguenze  che  ne 
derivarono. 

(5)  Nella  pittura  dell'assedio  di  Firenze  fatta  da  Giorgio  Va- 
sari nella  Sala  del  quartiere  di  Papa  Leone  sull'angolo 
tra  mezzogiorno  e  levante  del  Palazzo  Vecchio,  egli  di- 
pinse le  Bandiere  Fiorentine  a  campo  rosso  con  in  mezzo 
una  croce  bianca  per  dritto  ;  quelle  poi  del  campo  Im- 
periale le  tinse  gialle  con  croce  rossa  a  traverso.  Vasari 
che  viveva  al  tempo  dell'  assedio,  può  benissimo  aver 
dipinto  i  colori  veri  delle  bandiere  dei  belligeranti. 

(6)  Al  Barduccio  mutnò  il  nome  la  famiglia  che  ne  avea  il 
possesso,  famiglia  che  a  distinzione  di  altre  due  omo- 
nime dicevasi  dei  BarducclChericbini.  Questa  casa  detta 


—   1287  — 

più  in    antico  dei  Roncognani,  da   Barduccio  di   Cheri- 
ehino,  che  fu  Priore  nel  1387,  fino  al  1517  ottenne  per 
sette  volte  il  Priorato  e  per.  tre  volte  il  Gonfalonierato  di 
Giustizia.  Barduccio  suddetto,  ricchissimo  cambista  e  re- 
putassimo   cittadino,  fu   per    due    volte    Gonfaloniere, 
Ufficiale  dello  studio  Fiorentino  nel  1375,  ambasciatore 
ad  Anversa   e  quiudi    al  Pontefice   nel    1409.  Morì  nel 
1417  ed  ebbe  tomba  in  S.  Felicita.  Giovanni  suo  figlio 
fu  ambasciatore  ai  Pisani  nel  1407;  degli  Otto  di  Balìa 
nel  1413  e  dei  Dieci   di   libertà  nel   1430.  Fu  amicis- 
simo di  Donatello  che  lo  effigiò  in  uno   dei  Profeti  che 
adornano  la  parte  anteriore  del   campanile   di  S.  Maria 
del  Fiore,  e  suo  ritratto  è  la  statua  volgarmente  detta 
lo  Zuccone.  Da  lui   nacque    Antonio   che   fu    decapitato 
nel  1481  per  avere  con  Battista  Frescobaldi  congiurato 
contro  la  vita  di  Lorenzo  il  Magnifico.  Ai  tempi  dell'as- 
sedio ,   Alessandro  di  Leonardo    figurò    tra    i    difensori 
della   patria    libertà   e    dopo  la    capitolazione  fu    confi- 
nato, quindi  riconfinato,  talché  gli  convenne  gettarsi  tra 
i  fuorusciti.   Giovanbatista  fu  per  la  corte  Medicea  resi- 
dente in  Germania  nel    1642  e  fu  eletto  in  seguito  Ve- 
scovo di  S.  Miniato  nel  1655.  Questa  casa  rimase  estinta 
nei  due  fratelli  Ottavio  e  Canonico  Luigi  dell'Avvocato 
Alessandro  di  Ottavio,  morto  il  primo  di  essi  nel  1784, 
ed  il  secondo  l'undici  Gennajo  1795.  Arme  dei  Barducci- 
Cherichini  furono  sei  palle  poste  nel  campo  rosso  come 
le  palle  Medicee,  d'oro  a  destra  e  d'argento  a  sinistra, 
divise  per  mezzo  da  una  doga  azzurra. 

I  Barddcci  detti  Ottavanti  abitarono  nel  popolo 
di  S.  Lorenzo  e  conseguirono  per  diciotto  volte  il  Prio- 
rato tra  il  1372  ed  il  1523.  Giovanni  di  Stagio  fu 
favorevole  ai  Medici  durante  l'assedio,  e  perciò  fu  scelto 
a  far  parte  della  Balìa  che  riformò  lo  stato  dopo  la 
caduta  della  repubblica.  Finì  la  famiglia  in  Alamanno 
di  Stagio  morto  il  4  Marzo  1620  (  stile  comune  ),  sep- 
pure non  rimase  superstite  un  ramo  trapiantato  in  Poi- 


—   1288  — 

Ionia  lino  dai  primi  anni  del  secolo  XVI.  Questi  Bar- 
ducci  usarono  per  arme  tre  cerchi  verdi  nel  campo 
dorato  divisi  da  una  fascia  verde. 

Finalmente  i  Barducci  detti  Delle  Pozze  conse- 
guirono la  cittadinanza  sotto  il  Principato  e  sono  man- 
cati ai  giorni  nostri. 

(7)  Il  Conte  Rosso  da  Bevignano,  dopo  la  morte  di  Oranges 

e  la  caduta  di  Firenze  se  ne  fuggì  a  Napoli,  dove  era 
stato  fatto  Viceré  il  Cardinal  Pompeo  Colonna.  Clemen- 
te VII  potè  conseguire  che  il  Conte  Rosso  gli  fosse  con- 
segnato, e  lo  mandò  a  Firenze,  dove  Alessandro  De' Me- 
dici lo  fece  impiccare  in  sulla  piazza  de'  Signori  a  un 
pajo  di  forche  fatte  nuovamente  per  lui,  perchè  traditore 
e  ribelle. 

(8)  Da  un   Valore    di   Orlando    dell'antichissima  famiglia  dei 

Rustichelli  derivano,  secondo  l'Ammirato  e  il  Verino, 
la  loro  origine  i  Valori.  Taldo  di  Valore  fu  Priore  per 
quattro  volte,  ambasciatore  ai  Veneziani  nel  1328,  e 
quindi  sindaco  al  congresso  di  Montopoli  ove  dopo  la 
morte  di  Castruccio  si  conchiuse  la  pace  tra  i  Fioren- 
tini e  Pisani.  Assunto  al  Gonfalonicrato  nel  1340  ebbe 
poco  tranquillo  il  Governo  pei  moti  de'Bardi  e  dei  Frc- 
scobaldi.  Gabriello  suo  figlio  passò  ai  servigj  degli 
Angioini  e  stabilì  in  Francia  un  ramo  di  sua  famiglia. 
Niccolò  altro  figlio  di  Taldo  fu  Gonfaloniere  nel  1367 
e  generò  Bartolommeo  cittadino  influentissimo  che  fu 
per  tre  volte  Gonfaloniere,  de'  Dieci  di  guerra  in  tempi 
difficilissimi,  ambasciatore  di  obbedienza  a  Martino  V 
nel  1419  e  al  Duca  di  Milano  nel  1423  per  distoglierlo 
dall' impacciarsi  nella  tutela  del  Signor  di  Forlì  ed  evitar 
così  nuove  guerre.  Nel  1413  concluse  un  trattato  di 
pace  coi  Genovesi  col  quale  sopì  le  contese  dannose  al 
commercio  dei  due  popoli  che  la  dedizione  di  Porlovenere 
ai   Fiorentini    avea   fino    dal    1411    fatto   nascere.   Morì 


—  1289  — 

compianto  da  tutti  nel  1427  e  lasciò  varj  figli,  tra  i 
quali  Niccolò  e  Filippo.  Niccolò  occupò  i  primi  gradi 
della  Repubblica  e  fu  parzialissimo  ai  Medici,  ma  Fi- 
lippo spento  in  fresca  età  nel  1468  non  fu  in  tempo  di 
conseguire  veruna  dignità.  Ebbe  da  Picchina  Capponi 
Bartolommeo  e  Francesco  che  dopo  avere  per  quattro 
volte  goduta  la  carica  di  Gonfaloniere ,  coperto  le  prime 
Magistrature  e  sostenuto  importanti  Ambascerìe  fu  uc- 
ciso nel  1498  il  giorno  nel  quale  fu  arrestato  Fra  Gi- 
rolamo Savonarola,  mentre  tentava  di  adunar  gente  in 
favore  del  Frate.  Bartolommeo,  gran  fautore  della  filo- 
sofia platonica,  fu  Priore  nel  1470  morì  nel  1477  e 
lasciò  Filippo  e  Niccolò  natigli  da  Caterina  de'Pazzi. 

Filippo  fu  dei  rettori  dello  studio  di  Pisa  nel  1483, 
oratore  ad  Alessandro  VI  nel  1493  e  morì  nel  1494 
in  Napoli  ove  erasi  portato  presso  gli  Aragonesi  collo 
stesso  carattere.  Fu  amico  di  Lorenzo  il  Magnifico,  del 
Poliziano  e  del  Ficino  ed  il  mondo  letterario  gli  deve 
la  pubblicazione  di  tutte  le  opere  di  Platone  con  tutti 
i  libri  degli  altri  scrittori  platonici  tradotti  dal  Ficino. 
Sposò  Alessandra  di  Alamanno  Salviati  la  quale  nel  1477 
gli  partorì  Baccio,  il  pessimo  cittadino  del  quale  molto 
si  parla  in  questo  racconto.  Baccio  ebbe  da  Dianora  So- 
derini  due  figli,  dei  quali  Filippo  preso  con  lui  a  Monte- 
murlo  nel  1537  gli  fu  compagno  al  patibolo.  Paolanto- 
nio  l'altro  figlio  di  Baccio  cadde  pure  nel'le  mani  di 
Cosimo  al  fatto  di  Montemurlo,  ma  Cosimo  fu  meno 
con  lui  rigoroso  contentandosi  di  confinarlo  nella  rocca 
di  Volterra.  Dopo  molli  anni  di  prigionìa  fu  liberato  e 
morì  nel  1555.  Francesco  suo  figlio  morì  ultimo  di  que- 
sto ramo  nella  prima  decade  del  secolo  XVII. 

Niccolò,  l'altro  figlio  di  Bartolommeo  e  di  Caterina 
de'Pazzi,  fu  seguace  della  platonica  filosofia  e  fece  parte 
della  celebre  Accademia  degli  Orti  Oricellarj.  Servì  però 
ancora  la  Repubblica  con  zelo,  e  nel  1501  fu  Commis 
sano  a  Pistoja,  Ambasciatore  a  Lodovico  XII  di  Frau- 

T.    IV.  >7 


—   1290  — 

eia  che  lo  elesse  suo  Ciambellano  e  consigliere  nel  1503, 
oratore  a  Napoli  presso  Ferdinando  il  Cattolico  nel  1507, 
e  quindi  nell'anno  stesso  Commissario  nella  Romagna 
Toscana.  Nel  1512  fu  carcerato  come  complice  nella 
congiura  del  Capponi  e  del  Boscoli  contro  i  Medici  e  fu 
condannato  a  carcere  perpetuo  nella  torre  di  Volterra. 
Baccio  suo  nipote  gli  ottenne  la  libertà  presentando  a 
Leone  X  la  vita  che  di  Lorenzo  il  Magnifico  suo  padre 
avea  dettato  Niccolò.  Potè  ancora  tornare  alle  Magistra- 
ture e  morì  in  Roma  nel  1528.  Francesco  suo  figlio 
dopo  avere  mostrato  malanimo  contro  il  Gonfaloniere 
Capponi  e  tentato  di  perderlo,  fuggì  dalla  città  quando 
si  avvicinarono  le  truppe  assediatiti  alle  quali  si  unì. 
Durante  l'assedio  fu  impiegato  in  qualità  di  Commis- 
sario delle  artiglierìe  presso  un  corpo  spagnuolo  e  quando 
fu  preso  Empoli  fu  affidalo  alla  sua  custodia.  Resosi 
poi  Firenze  nel  1531  fu  spedilo  a  Bruxelles  a  Carlo  V 
per  implorare  che  concedesse  Alessandro  de' Medici  in 
capo  del  nuovo  governo,  e  tornò  allo  stesso  Imperatore 
per  ringraziarlo  dopo  che  il  Duca  Alessandro  ebbe  preso 
possesso  del  nuovo  dominio.  Fu  eletto  senatore  all'istitu- 
zione del  senato,  ma  nel  1536  abbandonò  i  Medici  e 
con  Baccio  suo  cugino  si  gettò  tra  i  fuorusciti.  Dopo  la 
disfatta  di  Montemurlo  passò  a  Roma  ove  fu  impiegato 
da  Paolo  III  nei  governi  di  Narni,  Terni,  di  Orvieto 
nel  1541 ,  di  Rimini  nel  1543  e  di  Fano  nel  1544.  Mo- 
rì nel  1555.  Lorenzo  suo  figlio  fatto  prigione  a  Mon- 
temurlo ebbe  per  grazia  salva  la  vita,  ma  morì  poco 
dopo.  Filippo  altro  figlio  di  Niccolò  mostrò  molto  zelo 
per  la  libertà  nei  primi  moti  contro  i  Medici  nel  1527. 
Spedito  nell'  anno  stesso  ambasciatore  agli  Estensi  fu  poi 
nel  1528  eletto  Capitano  delle  nazionali  milizie.  Corrotto 
dall'oro  di  Clemente  cangiò  partito,  talché  caduto  in 
sospetto  dei  Fiorentini  fu  tratto  nelle  carceri  pubbliche 
ove  stette  finché  durò  l'assedio.  Sottomessa  la  città  fu 
fatto  Priore  nel    1531   e  coprì    in  seguilo   ancora    altre 


—  1291   — 

cariche,  ma  nel  1536  raggiunse  i  fuorusciti.  Preso  al 
fatto  di  Montemurlo  perì  sul  patibolo  al  fianco  di  Bac- 
cio suo  cugino  il  20  Agosto  1537.  Dei  suoi  figli,  Nic- 
colò Cavaliere  Gerosolimitano  fu  ucciso  in  Palermo^ 
Giovanbatista  fu  prelato  e  ricco  di  benefizj,  e  Baccio 
Cavaliere  di  S.  Stefano  fu  eletto  senatore  e  consigliere 
di  Ferdinando  I  nel  1580.  Fu  uomo  di  gran  coltura, 
famoso  per  sapere  legale,  raccolse  una  copiosa  e  celebre 
Biblioteca  ed  edificò  il  Palazzo  ora  Altoviti  nel  Borgo 
degli  Albizzi.  Morì  nel  1606  ed  ebbe  nel  Cav.  Filippo  suo 
figlio  autore  di  varj  opuscoli  e  Presidente  dello  studio  di 
Pisa,  un  emulo  delle  paterne  virtù.  In  Alessandro  del  detto 
Cav.  Filippo,  morto  l'undici  Novembre  1687,  rimase 
estinta  questa  famiglia  Valori  ed  eredi  dei  suoi  beni 
furono  i  Guicciardini  nei  quali  era  collocata  Virginia 
sua  sorella.  Arme  dei  Valori  fu  l'aquila  d'argento  colle 
ali  abbassate,  seminata  di  piccole  lune  nere,  e  con  una 
croce  rossa  nel  petto  in  campo  nero. 

La  famiglia  Rustichelli,  dalla  quale  i  Valori  deri- 
varono, fu  di  origine  Fiesolana.  Secondo  il  Padre  Ilde- 
fonso,  che  nel  Tomo  XVI  delle  delizie  degli  eruditi  To- 
scani ne  intesse  la  Genealogìa,  si  divise  questa  casa 
in  moltissimi  rami  e  dette  origine  a  varie  famiglie.  Se- 
condo però  le  notizie  più  autentiche  che  ci  danno  i 
nostri  Prioristi  tutte  queste  famiglie  hanno  origini  del 
tutto  diverse.  Dall'esame  di  un  diario  scritto  da  Simone 
di  M.  Francesco  di  M.  Giovanni  Rustichelli,  nel  quale 
raccoglie  notizie  dei  suoi  maggiori,  sono  fatto  certo 
dell'errore  in  cui  è  incorso  il  sopra  menzionato  Padre 
Ildefonso  nell' attribuire  a  questi  Rustichelli  detti  del 
Giudice  cogli  antichi  Rustichelli  discesi  da  Fiesole  co- 
mune l'origine.  È  indubitato  che  questa  famiglia  fu 
ammessa  alle  Magistrature  fino  dai  primi  tempi  del  go- 
verno popolare  e  che  dal  1297  al  1342  ottenne  per 
otto  volte  il  Priorato  e  per  una  la  suprema  dignità  di 
Gonfaloniere  di  Giustizia.  M.  Giovanni  di  Rustichello  di 


—    1292  — 

Battagliere  fu  spedito  ad  Empoli  nel  1312  per  trovarsi 
co°li  oratori  di  Lucca  di  Siena  e  Bologna  onde  concer- 
tare il  modo  di  resistere  ad  Enrico  VII.  Morì  nei  1324 
e  da  Tuccia  di  Massajo  Raffacani  ebbe  M.  Francesco 
giudice,  che  essendo  Priore  nel  1342  tentò  ogni  via  per 
impedire  al  Duca  di  Atene  di  erigersi  in  tiranno  dei 
Fiorentini.  Dal  suo  matrimonio  con  Cilia  di  Giovanni 
Boccadibue  ottenne  molti  figli,  da  uno  dei  quali  (sempre 
secondo  il  suddetto  Padre  Ildefonso)  proviene  la  famiglia 
Rustichelli  in  grado  Patrizio  dimorante  a  Venezia.  Arme 
di  questi  Rustichelli  è  la  scacchiera  di  azzurro  e 
d'argento  col  capo  dello  scudo  azzurro,  con  una  banda 
dorata  che  tutto  attraversa  lo  scudo. 

Altri  Rustichelli  detti  Bernotti  dettero  tre  Priori 
tra  il  1319  ed  il  1341. 

Consorti  di  Valori  furono  certamente  i  Torrigiani. 
Costoro  derivati  da  M.  Torrigiano  di  Guido  d'Orlando 
cominciarono  ad  essere  ammessi  al  Priorato  nel  1303 
dignità  che  da  quell'epoca  al  14(32  conseguirono  per 
undici  volte.  Guido  di  Orlando  si  trovò  alla  battaglia 
di  Montaperti,  cui  pure  intervenne  Gherardo  suo  fra- 
tello che  in  qualità  di  Capitano  guidava  gli  uomini  di 
S.  Gervasio  a  Pelago.  Torrigiano  medico  e  filosofo  ce- 
lebre lesse  nell'università  di  Parigi  e  finì  la  sua  vita 
tra  i  Certosini.  Questi  Torrigiani  che  usarono  l' arme 
uguale  a  quella  dei  Valori  si  spensero  in  Bartolommeo 
di  Giovanni  morto  nel  1509. 

Differenti  da  questi  sono  i  Torrigiani  che  tuttora 
sono  in  Firenze.  Originar)  di  Lamporecchio  vennero  a 
Firenze  nel  secolo  XIV  ad  esercitarvi  la  professione  di 
vinattieri.  Benedetto  di  Ciardo  dopo  essere  stato  per 
due  volte  Priore,  fu  Gonfaloniere  nel  1380.  Fino  al 
1454  nessun  altro  individuo  di  questa  casa  ottenne  il 
Priorato,  ma  da  quell'epoca  al  1526  l'ottennero  per  sei 
volte.  La  illustrazione  di  questi  Torrigiani  è  tutta  mo- 
derna, poiché  devono    gran  parte   della  loro    fortuna  al 


—  1293  — 

commercio.  Luca  di  Raffaello  fu  Arcivescovo  di  Ravenna 
e  morì  nel  1C69.  Carlo  suo  fratello  fu  eletto  senatore 
nel  1657  e  comprò  la  Baronìa  di  Decimo  che  a  favore 
di  Giovan  Vincenzio  suo  figlio  fu  eretta  in  Marchesato 
nel  1719.  Questa  famiglia  si  estinse  in  Luigi  del  Mar- 
chese Gio.  Vincenzio  che  percorsa  in  Roma  la  carriera 
Prelatizia,  fu  elevato  al  Cardinalato  nel  1753  e  fu  Segre- 
tario di  Stato  di  Clemente  XIII.  Alla  sua  morte  acca- 
duta il  6  Gennajo  1777  chiamò  alla  eredità  ed  al  nome 
dei  Torrigiani  il  secondogenito  delle  famiglie  a  lui  più 
strettamente  unite  con  vincoli  di  parentela,  e  toccò  a 
rappresentare  questa  famiglia  a  Pietro  Guadagni  che 
nasceva  da  Teresa  Torrigiani  figlia  del  Marchese  Carlo 
fratello  del  Cardinale  suddetto.  Una  torre  d'argento  con 
due  stelle  dorate  ai  lati  ed  una  nella  parte  superiore 
è  l'arme  notissima  di  questa  casa. 

Varie  altre  famiglie  Torrigiani  sono  state  ammesse 
a  cittadinanza  sotto  il  Principato. 

(9)  Dalle  case   dell'antichissima  famiglia  Della   Vecchia,  cui 

appartenne  Bentaccorda  che  con  Ubaldino  suo  figlio 
intervenne  alla  più  volte  rammentata  battaglia  di  IVIon- 
taperti  nel  1260,  prende  il  nome  la  volta  detta  della 
Vecchia  che  da  Parione  conduce  in  Via  del  Purgatorio. 

(10)  I  Berlinghieri  provengono  da  Berlinghieri  da  Ruballa 
che  nel  1215  sedendo  nel  Consiglio  del  Comune  firmò 
una  lega  tra  i  Bolognesi  ed  i  Fiorentini.  I  suoi  di- 
scendenti furono  insigniti  delle  primarie  cariche  della 
Repubblica  che  da  essi  tolse  tre  Gonfalonieri  e  trenta 
Priori  tra  il  1365  ed  il  1531.  Celebre  sopra  tutti  è 
Francesco  di  Niccolò  di  Giorgio  nato  nel  1430  che  fu 
Priore  nel  1471  e  1479,  poiché  fu  uno  dei  più  assidui 
ascoltatori  del  Ficino.  Compose  in  ottava  rima  sei  libri 
di  Geografia,  opera  dal  Ficino  medesimo  molto  nelle  sue 
lettere   commendata.    La  Repubblica  negli   ultimi  giorni 


—   1294  — 

della  sua  libertà  annoverò  varj  dei  Berlinghieri  tra  i 
suoi  difensori:  si  segnalarono  tra  gli  altri  Bartolommeo 
ed  Jacopo  di  Antonio,  e  Giovanni  e  Michele  figli  d' Jacopo. 
Confinali  dopo  l'assedio,  furono  nel  1534  dichiarati  ri- 
belli per  non  avere  osservato  i  confini  ed  essersi  uniti 
ai  fuorusciti.  Mancò  questa  casa  in  Niccolò  di  Giorgio 
di  Niccolò  che  abbracciò  l'ordine  dei  Minori  Osservanti 
ove  si  chiamò  Fra  Francesco  e  morì  nel  1610.  L'arme 
dei  Berlinghieri  fu  l'archipenzolo  nero  con  sopra  un 
rastrello  rosso  scempio  a  tre  denti,  nel  campo  d'ar- 
gento. 

(11)  I  Taddei  sono  creduli  consorti  dei  Donati  perchè  pro- 
venienti da  Taddeo  di  Donato  di  M.  Riconosciuto,  ma 
all' infuori  del  nome  Donato  in  uno  dei  loro  ascendenti 
non  v'è  altra  prova  per  crederli  della  stessa  agnazione, 
molto  più  che  nell'albero  de' Donati  non  si  riscontra  il 
nome  di  Riconosciuto.  Il  primo  ad  ottenere  Magistrature 
fu  Filippo  di  Taddeo  che  fu  Gonfaloniere  di  compagnia 
nel  1380.  Ammessi  al  Priorato  nel  1424  conseguirono 
da  quell'epoca  al  1525  per  venti  volte  quella  dignità, 
e  quattro  dei  Taddei  pervennero  alla  suprema  carica  di 
Gonfaloniere  di  Giustizia.  Citerò  tra  i  personaggi  più 
rinomati  di  questa  casa  Francesco  di  M.  Antonio,  da 
Carlo  Vili  fatto  Cavaliere,  che  fu  Commissario  al  campo 
sotto  Pisa  nel  1509.  Taddeo  suo  figlio  fu  protettore 
munifico  delle  arti  belle  e  nelle  sue  case  accolse  Raf- 
faello di  Urbino  quando  venne  a  Firenze  ad  approfon- 
dirsi nella  pittura  nel  1504.  Da  lui  probabilmente  fece 
eseguire  il  celebre  Cenacolo  dipinto  a  fresco  nel  nuovo 
Refettorio  del  Monastero  di  S.  Onofrio  ove  era  monaca  sor 
Serafina  Taddei  sua  sorella.  È  invano  che  un  branco  d'in- 
vidiose cornacchie,  appoggiato  ad  inconcludenti  documenti, 
si  è  attentato  a  togliere  a  Raffaello  il  merito  di  questo 
portentoso  dipinto  per  attribuirlo  ad  altro  meno  noto 
artista,  ma  l'esame  dell'opuscolo  a  tale  oggetto  dettato 


—  1295  — 

muove  a  riso  e  a  compassione,  nonostante  che  per 
dargli  treno  se  ne  sia  procurata  una  seconda  edizione. 
Taddeo  fu  parimente  Cavaliere  e  molto  adoperato  dalla 
Repubblica.  Antonio  Taddei  durante  l'assedio  seguì  le 
parti  Medicee  e  visse  lontano  dalla  città,  per  il  che  ebbe 
bando  di  ribelle  e  subì  confisca  dei  beni.  Compagni  nei 
tradimenti  ebbe  un  altro  Antonio  figlio  di  Bongianni, 
che  al  pari  di  lui  fu  dichiarato  ribelle ,  e  Gherardo  di 
Francesco  che  all'istituzione  del  nuovo  governo  fu  eletto 
a  far  parte  del  consiglio  de'Dugento.  Vincenzio  di  Piero 
di  M.  Antonio  al  contrario  dei  suoi  parenti  si  distinse 
tra  i  difensori  della  libertà  e  servì  la  patria  come  uno 
dei  Capitani  delle  milizie  cittadine.  Confinato  dopo  l'as- 
sedio, fu  ben  presto  messo  nel  numero  dei  ribelli  per 
non  avere  osservato  i  confini.  Seguì  la  sorte  degli  altri 
fuorusciti  Fiorentini;  dopo  il  fatto  di  Montemurlo  passò 
al  soldo  dei  Veneziani  e  pervenne  nelle  loro  armate  al 
grado  di  Colonnello.  Militò  quindi  in  Francia  e  nuova- 
mente armato  contro  i  Medici  comparve  all'assedio  di 
Siena  nel  1554.  Sotto  il  Principato  ebbero  i  Taddei  un 
Senatore  in  Giovanni  di  Taddeo  nel  1637.  Si  estinse 
questa  famiglia  il  22  Giugno  1729  per  morte  di  Gio. 
Taddeo  di  Taddeo  del  Senatore  Giovanni,  e  suoi  eredi 
furono  i  Quaratesi.  Le  case  di  questa  famiglia  det- 
tero il  nome  alla  Via  Taddea  nel  Quartier  S.  Giovanni. 
Ebbero  i  Taddei  per  arme  tre  archipenzoli  composti  di 
piccoli  archipenzoli  rossi  e  dorati,  sormontati  ciascuno 
da  una  piccola  palla  dorata  nel  campo  azzurro.  Il  capo 
dello  scudo  fu  verticalmente  diviso  per  mezzo;  a  destra 
azzurro  col  larabello  rosso  coi  gigli  d'Anjou,  ed  a  si- 
nistra d'argento  colla  croce  dorata  di  Gerusalemme  po- 
tenziata ed  accostata  nei  lati  da  quattro  piccole  crocel- 
linc  parimente  potenziate  e  dorate. 

(12)  I  Della  Luna  furono  speziali  e  presero  il  cognome  dalle 
insegne  della  loro  spezieria.  Abitarono  in  Mercato  nelle 


—  1296  — 

antiche  case  dei  Manfredi  e  dettero  il  nome  ad  una 
Piazzetta  e  ad  un  vicolo  nel  Mercato  vecchio.  Da  Pierozzo 
di  Francesco  che  fu  Priore  nel  1372  ad  Agnolo  di 
Francesco  che  lo  fu  nel  1530,  conseguirono  questa  di- 
gnità per  dieci  volle.  Francesco  fu  Gonfaloniere  nel  1418, 
de' Dieci  di  Balìa  nel  1423  e  nel  1434  andò  oratore 
ai  Bolognesi  per  esorlarli  a  cacciare  dalla  città  le  sol- 
datesche del  Duca  di  Milano.  Al  tempo  dell'assedio  Fi- 
lippo ed  Agnolo  di  Francesco  parteggiarono  pei  Medici, 
ed  Agnolo  fu  arruoto  alla  balìa  che  riformò  il  Governo 
nel  1531,  mentre  Filippo  alla  istituzione  del  Consiglio 
dei  Dugento  noi  1532  vi  fu  compreso.  Si  spensero  i 
Della  Luna  in  Niccolò  di  Luca  di  Filippo  che  misera- 
mente morì  annegato  nel  vivajo  del  giardino  dei  Sem- 
plici la  sera  del  25  Agosto  1645.  A  questa  morte  non 
si  volle  estraneo  il  tradimento,  poiché  fu  detto  che  il 
Della  Luna,  bel  giovine  ed  amante  riamato  di  Margherita 
Salvetti  nei  Da  Ccpparello  fosse  fatto  uccidere  dal  Cardinale 
Giovan  Carlo  dei  Medici  onde  rimuovere  un  ostacolo 
alle  compiacenze  della  medesima  gentildonna  per  la 
quale  violentemente  ardeva  egli  pure.  Perciò  invitalo 
il  misero  giovane  ad  una  cena  nel  detto  giardino,  dopo 
averlo  fatto  bere  fino  all'ubbriachezza,  simulando  di 
correre  per  il  giardino  lo  fece  da  uno  dei  suoi  fami- 
gliari gettare  nell'acqua,  dalla  quale  si  ebbe  cura  di 
non  ritrarlo  se  non  dopo  parecchie  ore,  fingendo  di  cre- 
dere che  per  scherzo  si  fosse  ascoso  in  qualche  più 
remota  parte.  Suoi  credi  furono  i  Compagni.  Arme  di 
questa  casa  fu  la  croce  di  S.  Andrea  azzurra  nel  campo 
dorato. 

(13)  1  luoghi  e  ville  circondanti  Firenze  nella  parte  meridio- 
nale da  Levante  a  Ponente  conservano  tuttora  le  stesse 
denominazioni  che  avevano  nel  secolo  XVI,  sebbene  sian 
variate  le  destinazioni  delle  fabbriche  ed  i  loro  pro- 
prie! a  rj. 


—   1297  — 

(14)  Le  Milizie  assoldate  o  mercenarie  per  la  difesa  di  Fi- 
renze sotto  il  comando  di  Malatesta  Baglioni  furono  di- 
vise in  otto  Colonnelli;  suddivise  in  ottanta  Capitani,  dei 
quali  venti  erano  Fiorentini  delle  migliori  case,  ammae- 
strati da  Giovanni  De'  Medici  detto  l' Invitto,  cioè  Strozza 
Strozzi,  Niccolò  Strozzi,  Francesco  Bardi,  Andrea  Ghe- 
rardini,  Caccia  Altoviti,  Castello  Altoviti,  Barbarossa 
Bartolini ,  Ivo  Biliotti ,  Mariotlo  Gondi,  Antonio  Bongianni, 
Luigi  Altoviti,  Lodovico  Machiavelli  figlio  del  celebre 
Niccolò,  Sandrino  Monaldi,  Gio.  Francesco  Fedini,  Raf- 
faello Ricoveri,  Zanobi  o  Bobi  Ciafferi,  Lorenzo  Tassini, 
Giovanni  Caponsacchi,  Bernardo  Strozzi  detto  il  Catti- 
vanza,  e  Benedetto  o  Botto  Rinuccini. 

(15)  La  Torbe  al  Gallo  adesso  ha  mutato,  sebbene  in  poche 
cose,  l'antico  suo  aspetto.  La  scala  che  conduceva  alla 
Gallerìa  soprastante  al  portico  della  villa  non  è  l'antica, 
ma  si  ravvisa  opera  del  secolo  passato;  il  vano  interno 
della  torre  è  stato  coperto  da  un  tetto;  i  merli  di  essa, 
da  due  lati  sono  congiunti  a  guisa  di  parapetto  per  sedile 
e  comodo  degli  osservatori. 

Io  ho  descritto  questo  luogo,  non  già  perchè  inte- 
ressante lo  renda  la  dimora  fattavi  dal  conte  di  San 
Secondo  con  le  sue  soldatesche  al  tempo  dell'assedio; 
non  già  per  l'esperimento  astrologico  sull'esito  della 
guerra  Fiorentina  fatto  da  Cerbellione  per  ordine  di 
Oranges;  ma  sivvero  perchè  là  sopra  quella  torre  per 
varj  anni  il  divino  Galileo  Galilei,  un  secolo  dopo 
l'assedio  di  Firenze,  si  assideva  in  estatiche  astrono- 
miche contemplazioni. 

Quel  Grande  per  undici  anni  visse  in  una  villetta 
a  pie  del  poggio  del  Gallo  nel  luogo  detto  Monte- 
ripalli,  da  quella  sua  dimora  giornalmente  si  por- 
tava sulla  torre  del  Gallo,  dettandovi  ai  suoi  discepoli 
gli  alti  concetti  del  genio,  eccitali  dalle  mirabili  scoperte 

T.     IV.  iS 


—  1298  — 

nella  sua  vasta  niente  destate  dal  sublime  quadro  che  la 
terra  ed  il  cielo  presentano  a  chi  l'osserva  da  questa 
altura. 

Questo  luogo  santificato  da  tanto  ingegno,  dai  Galli 
passò  nei  Cerretani,  indi  nei  Grassi,  quindi  nei  Piccioli, 
ed  ora  negli  Alberti.  Visitato  continuamente  come  pelle- 
grinaggio venerando  dai  forestieri  che  sentono  la  com- 
mozione destata  dal  nome  di  Galileo,  vede  spesso  le 
lacrime  che  sgorgar  fa  il  pensiero  che  su  quei  sassi  si 
svilupparono  tanti  dei  divini  concetti  di  quell'infelice 
sublime  Italiano. 

Eppure  nessuna  memoria  sul  luogo  rammenta  que- 
sto suo  pregio!  E  vi  starebbe  bene  l'epigrafe  di  Pietro 
Contrucci  così  accomodata: 


SU    QUESTA    TORRE 

Là    STRUTTURA    DEL    CIELO 

L'ARMONIA    DEGLI    ASTRI    IL    GIRO    DEI    PIANETI 

LE    LEGGI    DELLA    NATURA 

PER    IL    DIVIN    GALILEO 

DISVELATE    AL    MONDO 

LO    POSERO    NEL    NUMERO    DEI    SAPIENTI 

TRA    1    BENEFATTORI    DELLA    UMANITÀ* 

E    I    MARTIRI    DEL    VERO 

COME    IL    SUO    SOLE 

FOLGOREGGI ANTE    SU    QUESTO    GLOBO 

IN    SUA    MOVENZA    MIRABILE 

A  tale  trascuratezza,  alla  villa  abitata  da  Galileo, 
provvide  il  Nelli  col  permesso  del  Buonajuti  che  ne  era 
il  padrone,  e  perciò  vi  fu  appostala  seguente  iscrizione 
elegantissima,  e  che  mediante  la  diligenza  del  Sig.  Mar- 
chionni  attuale  proprietario  può  essere  letta  dal  pas- 
seggiero. 


—  1299  — 

AEDES    QDAS    VIATOR    1NTDERIS    L1CET    EXIGUAS 

D1VINUS    GAL1LAECS 

COEL1    MAXIMDS    SPECTATOR 

ET    NATURALIS    PHILOSOPHIAE    RESTITUTOR 

SED    POT1US    PARENS 

^     PSEUDOSOPHORUM    MALIS    ART1BUS    COACTUS 

INCOLUIT    AB    ANNO    MDCXXX1    KAL.    NOVEMBR1S 

AD    ANNUSI    SIDCXLU    VI    IDUS    1ANUARJ 

HEIC    NATDRAE    CONCESSIT 

LOCI    GEN1UM    SANCTUS!    VENERARE    ET    T1TCL0M 

AB    JO.    BAPT1STA    CLEMENTE    NBLLIO 

STEPHANIANI    ORDIN1S    EQCITE 

SENATORE    AC    PATRICK)    FLORENT1NO 

AETERN1TATI    DICATUSI    SUSCIPE 

ANTONIO    BONAJDTI    J.    C.    FUNDI    DOMINO    ANNUENTE. 

Con  ciò  si  spiega  che  la  villa  non  fu  proprietà 
dei  Nelli,  come  è  stato  detto  da  quasi  tutti  gli  eruditi 
i  quali  hanno  parlato  di  questo  luogo  dimora  di  Galileo 
Galilei. 

Aggiungasi  che  alla  torre  del  Gallo  ha  dato  nome 
la  famiglia  Del  Gallo  o  Galli  che  n'ebbe  anticamente 
il  possesso.  Questi  Galli,  detti  dagli  antichi  scrittori  fa- 
miglia di  sangue  romano,  sono  antichissimi  in  Firenze, 
narrandoci  il  Malispini  che  nel  passaggio  di  Carlo  Ma- 
gno per  questa  città  Federigo  Galli  fu  armato  Cavaliere. 
Possederono  in  seguito  Miransu  e  tutto  quel  poggio 
che  da  essi  si  disse  del  Gallo.  Ebbero  torri,  palazzo  e 
loggia  nella  città  ove  ottennero  il  Consolato,  e  al  suscitarsi 
delle  fazioni  si  sa  che  parteggiarono  pei  Ghibellini.  In- 
fatti trovasi  che  Lapo,  Bellino,  Corrado  e  Lambertuccio 
di  M.  Guido  Del  Gallo  furono  banditi  dalla  città  nel 
1268.  Questa  casa  che  sembra  mancata  intorno  ai  prin- 
cipi del  secolo  XIV  usò  per  arme  un  leone  d'oro  ram- 
pante nel  campo  rosso. 


—   1300  — 

Nessuna  attinenza  hanno  con  essa  le  altre  famiglie 
Galli  che  furono  e  sono  in  Firenze.  Una  di  esse  fu 
ascritta  al  quartier  S.  Croce  Gonfalone  Carro,  e  trovasi 
agli  squiltinj  del  1524.  Mancò  in  Giacinto  di  Pandolfo 
morto  circa  il  1650  di  cui  fu  erede  Caterina  sua  figlia 
moglie  del  senatore  Alessandro  Cerchi.  Di  altro  ramo 
di  questa  casa,  estinlosi  non  molto  prima,  ereditarono  i 
Passerini.  Stemma  di  questi  Galli  fu  un  gallo  al  natu- 
rale nel  campo  d'argento  tagliato  da  una  banda  azzurra 
caricata  di  gigli  d'oro,  attraversante  tutto  il  campo. 

Altri  Galli  ascritti  all'arte  dei  legnajoli  e  distinti 
dall'arme  di  tre  faine  poste  a  due  e  una,  salenti  nel 
campo  d'argento  ebbero  Jacopo  Priore  nel  1435. 

I  Galli  che  tuttora  esistono  a  Firenze  sono  originarj 
di  Prato  e  furono  ammessi  alla  cittadinanza  Fiorentina 
nel  1574  nella  persona  di  Agnolo  di  Agnolo  di  Matteo 
Galli  lanciajo.  Quando  i  suoi  discendenti  furono  resi 
rispettabili  per  ricchezze  comparvero  alberi  genealogici 
che  gli  attaccarono  agli  antichi  Galli  consolari,  ed  altri 
più  modesti  che  dettero  loro  per  progenitore  l' Jacopo 
Galli  che,  come  dissi,  fu  Priore  nel  1435.  Questi  Galli 
nel  secolo  XVII  si  divisero  in  due  rami  che  tuttora 
sussistono.  Carlo  di  Lorenzo  nato  nel  1614  fu  lo  stipite 
dei  Galli  che  vivono  senza  essere  insigniti  di  titolo  ve- 
runo, ed  Agnolo  suo  fratello  nato  nel  1604  fu  avo  di 
altro  Agnolo  che  essendo  maggiordomo  maggiore  degli 
alloggi  del  Duca  Antonio  di  Parma  fu  da  lui  dichiarato 
Conte  nel  1727.  Da  lui  i  Conti  Galli.  Arme  di  questa 
casa  è  il  campo  orizzontalmente  semipartito,  al  disotto 
verde  e  al  disopra  d'argento  con  due  galli  al  naturale 
occupati  a  svellere  delle  spighe  da  alcuni  steli  di  grano. 

Altre  famiglie  Galli  furono  ammesse  a  cittadinanza 
sotto  il  Principato. 

Avendo  nominato  anco  i  Grassi  come  possessori 
della     torre    del    Gallo    non    stimo    inutile    l'avvertire 


—  1301   — 

che  a  questa  famiglia  appartiene  Clemente  d'Amerigo 
di  Bartolo  detto  Grasso  che  fu  Priore  nel  1481. 
Benedetto  Grassi  fu  uno  dei  Commissarj  deputati  a 
provvedere  la  città  di  vettovaglie  durante  l' assedio. 
Mancarono  in  Amerigo  di  Niccolò  di  Amerigo  morto  il 
7  Giugno  1678.  Ebbero  per  arme  una  piramide  di  sei 
monti  rossi  nel  campo  d'argento,  col  capo  dello  scudo 
azzurro  caricato  del  lambello  rosso  e  dei  gigli  d'oro 
d'Anjou. 

(16)  Le  Fiere  di  Firenze  al  tempo  di  Repubblica  furono  due 
per  ciascun  anno,  cioè  quella  di  S.  Simone  e  quella  di  S. 
Martino,  ambedue  destinate  allo  smercio  dei  panni  di 
lana.  Particolarmente  la  Fiera  di  S.  Martino  si  faceva 
nella  piazza  della  Signorìa;  ma  verso  la  metà  del  secolo 
XV  fu  trasportata  Oltrarno  in  via  Maggio  ed  in  piazza  S. 
Spirito,  perchè  appunto  quei  luoghi  erano  divenuti  ab- 
bondantissimi di  fondachi  di  lana  sull'esempio  dei  Vel- 
luti, oggi  Duchi  di  S.  Clemente,  che  molti  anni  avanti 
vi  avevano  trasportato  i  loro  traffici.  Oggi  appena  esiste 
il  nome  di  queste  fiere  cagioni  del  baratto  di  lana  in 
oro  abbondantissimo. 

Di  non  gran  conseguenza,  e  più  per  passatempo 
del  popolo  che  per  smercio,  sono  le  altre  due  fiere  che 
si  fauno  in  Firenze  il  dì  8  di  Settembre  ed  il  25  Marzo 
sulla  piazza  ed  invia  de' Servi  dette  le  Fiere  della  SS. 
Nunziata.  Nella  prima  è  singolare  una  specie  di  bacca- 
nale che  la  sera  del  7  Settembre  si  fa  in  detti  luoghi 
con  fanali  di  carta,  fischi  e  urli,  chiamata  la  Festa 
delle  Fierdcolone.  Vi  è  chi  crede  che  sia  una  memoria 
della  presa  di  Siena,  avvenuta  di  notte  al  lume  di  lam- 
pioni e  di  fiaccole  sotto  Cosimo  I,  come  la  dipinse  il 
Vasari  nel  Salone  del  Palazzo  Vecchio;  ma  più  proba- 
bilmente è  una  specie  di  canzonatura  fatta  alle  donne 
di  montagna,  che  venendo  alla  festa  della  Madonna 
s'intrattenevano    sotto    le    loggie    nella    notte   a   cantare 


—   1302  — 

rozzamente  le  laudi  della  Vergine  al  lume  di  fanali  di 
carta;  ed  ecco  il  perchè  i  ragazzi  accompagnano  i  loro 
fanali  di  carta  in  cima  alla  canna  con  una  pupazza  o 
bambola  vestita  da  contadina  o  montagnuola.  Ma  anche 
questa  festa  popolare  è  andata  in  consunzione. 

(17)  La  Chiesa  di  S.  Margherita  a  Montici  situata  a  levante  di 
Firenze,  dietro  il  Monte  e  poco  più  elevata  di  Rusciano, 
fu  edificata  in  cima  ad  un  Monticello  (corrottamente 
detto  Montici)  dalle  famiglie  Amidei  e  Gherardini,  dive- 
nuta poscia  patronato  dei  Niccolini  e  del  ramo  superstite 
dei  Gherardini. 

(18)  Santa  Maria  degli  Ughi  era  forse  la  più  antica  chiesa 
di  Firenze,  situata  quasi  nel  centro  dell'antica  città 
dietro  il  Palazzo  Strozzi  sulla  piazza  chiamata  delle 
Cipolle.  La  torre  di  questa  chiesa,  ogni  sera  d'inverno 
alle  ore  tre  di  notte  dava  il  segno  con  la  Campana  agli 
artefici  di  desistere  dai  loro  traffici  e  dalle  veglie,  per 
il  che  ognuno  si  ritirava  a  casa  sua.  Cosimo  I  a  questa 
campana  sostituì  quella  del  Duomo  onde  fosse  meglio 
intesa,  la  quale  suonava  e  suona  tuttora  alle  tre  e  mezzo 
di  notte,  dopo  che  le  campane  delle  altre  chiese  dette 
campanellini  hanno  dato  il  segno  delle  tre.  Queste 
provvedimento,  in  oggi  quasi  inutile,  era  savissimo  in 
una  città  di  traffico.  Siccome  questo  uso  fu  introdotto 
prima  della  metà  del  secolo  XIV  perchè  non  vi  erano 
Orologi  né  pubblici  né  privati;  così  si  continuò  anche 
dopo  che  nella  seconda  metà  di  quel  secolo  uno  ne  fu 
posto  alla  torre  del  Palazzo  dei  Signori. 

Si  cita  un  lascito  fatto  da  una  ortolana  alla  Chiesa 
di  S.  Maria  Maggiore  perchè  alle  quattro  di  notte  suo- 
nasse con  la  campana  l'avviso  alla  gente  dei  vicini  sub- 
borghi che  venivano  a  lavorare  in  Firenze,  perchè  se 
ne  tornassero  alle  loro  case  e  non  fossero  chiusi  in  città 
al  serrare  delle  porte,  che  si  faceva  verso  le  cinque  di 


—  1303  — 

notte.  Si  chiama  tuttora  la  campana  della  cavolaja 
quella  che  si  suona  alle  quattro  di  sera  dal  campanile 
di  S.  Maria  Maggiore. 

Anche  in  Mercato  Nuovo  nel  1516  era  stata  posta 
una  campanella  sul  tetto  del  Saggio  che  suonava  la  sera 
per  avvertire  i  mercanti  che  si  levassero  dai  loro  traf- 
fici. 

Dalla  Torre  del  Bargello  al  presente  suona  la  cam- 
pana per  mezzora,  cioè  dalle  dieci  e  mezzo  alle  undici 
pomeridiane.  Fu  stabilito  questo  suono,  affinchè  i  cit- 
tadini si  guardassero  dal  portar  armi  dopo  il  suono  della 
Campana;  regolamento  è  questo  del  Principato,  che  da 
il  nome  delle  Armi  alla  campana. 

(19)  Ercole  Bentivoglio  di  Bologna  divenne  celebre  nella 
poesìa  italiana  e  latina;  Qui  soltanto  avverto  che  Ercole 
fu  autore  di  varie  Commedie  e  Satire  di  tal' elevatezza, 
che  in  questi  componimenti  uguagliò  Lodovico  Ariosto, 
lasciando  dubbio  presso  alcuni,  se  lo  abbia  superato.  Morì 
in  Venezia  l'anno  1573. 

(20)  Sulla  origine  della  famiglia  Antinori,  come  su  quella 
della  maggior  parte  delle  famiglie  Fiorentine,  sono  di- 
scordi gli  scrittori.  Taluni  Y  asseriscono  proveniente  da 
Lucca,  secondo  altri  è  un  ramo  dei  Buondelmonti.  Que- 
sta opinione  è  a  mio  avviso  la  più  veridica  poiché  trovo 
Àntinoro  di  Rinuccino  di  Rinieri  (uno  dei  progenitori 
dei  Buondelmonti)  che  come  testimone  interviene  ad  un 
atto  celebrato  in  Cambiate  nel  1188,  atto  riportato  dal 
Padre  Fedele  Soldani  nella  sua  lettera  VI  sul  Monastero 
di  Passignano,  a  pagine  62,  ove  citasi  ancora  altro  atto 
per  il  quale  Accarisio,  indubitato  stipite  degli  Antinori, 
con  Ottaviano  suo  fratello  donò  nel  1178  al  Monastero 
di  Passignano,  già  fondato  dai  suoi  Maggiori,  tutti  i 
diritti  e  Patronati  che  aveano  nella  diocesi  Fiorentina 
eccetto  il  diritto  di  Patronato  su  detto  Monastero.  Acca- 
risio  oltre   Ottaviano  ebbe    in   fratello   Lippo   che   per 


—  1304  — 

mezzo  di  Chiaro  fu  avolo  di  un  altro  Lippo,  il  quale  portò 
il  suo  domicilio  in  Firenze  ove  trovasi  nominato  in  istru- 
menti  del  1263  e  1280.  Da  costui  proviene  un  ramo 
cui  appartenne  Antonio  di  Giovanni  che  accompagnando 
a  Napoli  il  Cardinale  Latino  Orsini,  da  Pio  II  speditovi 
nel  1458  a  recare  l'investitura  del  Regno  a  Ferdinando 
I,  colà  si  domiciliò  ed  acquistò  i  Baronaggi  di  Solafra, 
Frattapiccola  e  Delfino.  La  sua  discendenza  tuttora  esiste 
in  Napoli  conosciuta  sotto  il  titolo  dei  Duchi  di  Brindisi. 
Da  Filippo  figlio  di  Accarisio  nacque  Francesco  che  nel 
1351  fu  il  primo  dei  ventitre  Priori  che  dette  al  Co- 
mune la  sua  famiglia.  In  Antonio  e  Bernardo  figli  di 
Tommaso  e  nipoti  di  Francesco,  nato  il  primo  nel  1399 
e  l'altro  nel  1397,  si  divise  la  casa  nelle  sue  principali 
diramazioni.  Nacque  da  Autonio  quel  Francesco  che  nel 
1487  fu  Commissario  dei  soldati  della  Repubblica  nella 
guerra  di  Sarzana  e  che  nel  1495  fu  poi  spedito  Commis- 
sario a  Pescia  per  raccogliere  milizie  e  guidarle  all'as- 
sedio di  Pisa.  Discese  da  lui  Pierantonio,  letterato 
assai  in  fama  nel  secolo  XVII,  ascritto  alla  Crusca  nel 
1627  e  console  dell'Accademia  Fiorentina  nel  1646.  Fu 
eletto  senatore  da  Ferdinando  II  nel  1666,  e  da  lui  eb- 
bero i  natali  Giovanbalista  ed  Amerigo  che  al  pari  del 
genitore  conseguirono  la  dignità  senatoria.  Al  medesimo 
grado  pervennero  due  dei  figli  del  senatore  Amerigo, 
cioè  Vincenzio  e  Gaetano  che  fu  inoltre  segretario  di 
Stato  di  Giov.  Gastone,  quindi  segretario  del  Consiglio 
di  Reggenza  del  Granduca  Francesco  II.  Fu  ottimo  mi- 
nistro, uomo  di  vasti  talenti,  amatore  indefesso  dell'an- 
tichità e  della  storia  ed  uno  di  coloro  che  prepararono  i 
tempi  felici  del  Regno  di  Pietro  Leopoldo  I.  Morì  nel 
1763  e  da  suo  figlio  Amerigo  che  fu  Maggiordomo 
Maggiore  della  Regina  d' Etruria  proviene  il  ramo  degli 
Antinori  stabilito  Oltrarno  in  via  dei  Serragli. 

Bernardo  l' altro  figlio  di  Tommaso  coprì  molte 
delle  primarie  cariche  della  Repubblica  e  primiero  di 
sua  famiglia  ascese   al   Gonfalonierato   nel    1474.  Tom- 


—  1305  — 

niaso  suo  figlio  nato  nel  1438  e  morto  nel  1512,  ottenne 
il  Priorato  nel  1489  e  nel  1504  fu  uno  dei  proposti  al 
Gonfalonierato  perpetuo.  Alessandra  di  Giovanni  Benci 
lo  rese  padre  di  Carlo  erudito  sacerdote  morto  nel  1503 
mentre  era  stato  eletto  al  Vescovato  di  Volterra,  di 
Lodovico,  Raffaello  e  Niccolò  nei  quali  si  suddivise  la 
casa. 

Lodovico  generò  Dionigi,  caduto  in  pena  di  testa  e 
confisca  nel  1532  per  essere  contrario  ai  Medici,  e  Bon- 
gianni  che  fu  degli  ultimi  Priori  nel  1532,  quindi  del 
consiglio  de' 200,  quando  fu  soppressa  ogni  forma  re- 
pubblicana. Lodovico  suo  figlio  entrò  in  Prelatura  e  nel 
1563  fu  da  Pio  IV  spedito  al  concilio  di  Trento  per 
sollecitarne  la  conclusione,  e  nel  1564  a  Carlo  IX  Re  di 
Francia  perchè  colà  se  ne  pubblicassero  i  decreti.  Co- 
simo 1  lo  richiese  a  Pio  V  e  lo  deputò  ambasciatore 
all'Imperatore  per  ottenere  favorevole  risoluzione  nelle 
sue  liti  di  precedenza  cogli  Estensi.  Nell'anno  stesso  fu 
eletto  Vescovo  di  Volterra  indi  di  Pistoja,  e  nel  1573 
mandato  Ambasciatore  in  Spagna.  Nel  1575  passò  all'  Ar- 
civescovato di  Pisa,  ma  per  poco  godè  questa  nuova 
dignità  essendo  nella  fresca  età  di  anni  45  mancato  nel 
1576  in  espettativa  di  maggiori  dignità  dovute  ai  ta- 
lenti ed  alla  coltura  che  lo  distinsero.  Da  Filippo 
suo  fratello  nacque  Lodovico  eletto  senatore  nel  1631 
la  di  cui  discendenza  finì  in  Donato  di  Filippo  che  na- 
scendo da  una  Guadagni  nipote  ex  fratre  di  Clemente  XII 
visse  in  Roma  presso  il  zio  Pontefice  che  lo  fece  Cava- 
liere di  Malta  e  gli  ottenne  molte  ricche  commende  tra 
le  quali  il  Gran  Priorato  di  Capua  e  la  Gran  Croce. 
Nel  1731  fu  destinato  per  coadjutore  al  Marchese  Maidal- 
chini  nella  carica  di  Maestro  di  campo  e  governatore  delle 
armi  nella  provincia  del  Patrimonio  e  stato  di  Castro, 
quindi  fu  spedito  in  Francia  a  Luigi  XV  e  in  seguito  fu 
deputato  ad  incontrare  e  servir  l'infante  D.  Carlo  per 
gli  stati  della  Chiesa  mentre  vi  passava  coli' armata  per 

T.    IV.  "9 


—    1306  — 

la  conquista  del  Regno  di  Napoli.  Morì  nel  1786  nella 
carica  di  Governatore  delle  armi  del  Patrimonio. 

Raffaello  di  Tommaso  nel  1508  fu  dei  Priori  e  da 
Lodovica  di  Carlo  Pucci  ebbe  molti  figli,  dei  quali 
citeremo  Giovanfrancesco,  Federigo  ed  Antonio.  Giovan- 
francesco  detto  il  Morticino,  che  è  quello  del  quale 
parlasi  in  questo  racconto,  fu  uno  dei  capitani  allevati 
alla  scuola  di  Giovanni  de' Medici,  nel  corpo  da  lui  co- 
mandato che  si  disse  delle  bande  nere.  Cominciò  a  farsi 
nome  nel  1527  per  la  cacciata  dei  Medici  come  uno 
dei  più  sediziosi  nell'insultare  la  loro  memoria.  Fu  uno 
dei  Capitani  delle  milizie  durante  l'assedio.  Però  non 
coronò  degnamente  l'opera  sua,  perchè  fu  tra  coloro  che 
sediziosamente  si  unirono  per  obbligare  la  Signorìa  a 
scendere  a  patti,  e  se  non  fosse  slato  trattenuto  avrebbe 
ucciso  Bernardo  da  Verrazzano  che  si  era  portato  ai 
tumultuanti  per  invitarli  a  deporre  le  armi.  Federigo  suo 
fratello  fu  autore  di  un  ramo  che  mancò  in  Federigo  di 
Ristoro  morto  nel  1670  a  Eidelberg  ove  presso  l'Elet- 
tore Palatino  vivea  in  non  mediocre  considerazione.  An- 
tonio, terzo  tra  i  figli  di  Raffaello,  fu  eletto  senatore 
nel  1559  e  fu  padre  d'infelicissimi  figli,  poiché  Raffaello 
perì  in  battaglia  nella  Transilvania,  Bernardino  Cav.  di 
S.  Stefano  fu  fatto  strangolare  da  Francesco  I  nella  nota 
tragedia  della  Eleonora  di  Toledo,  Francesco  dopo  la 
morte  del  fratello  fuggito  in  Francia  perì  nel  1580  uc- 
ciso da  un  sicario  Mediceo,  e  Giovanni,  che  da  Francesco 
I  fu  mandato  Ambasciatore  ad  Enrico  III  Re  di  Fran- 
cia che  gli  die  il  collare  dell'ordine  di  S.  Michele  nel 
1574,  fu  scannato  da  due  sconosciuti  sicarj  nel  1583. 
Nò  qui  terminarono  le  infelicità  di  questo  ramo,  poiché 
dei  figli  di  Giovanni,  Luigi  perì  annegato  nell'Arno  nel 
1600  e  Antonio  essendo  del  Magistrato  dell'archivio 
morì  con  tutti  i  suoi  colleghi  avvelenato  nel  1613.  Luigi 
tìglio  di  Antonio  fu  marito  di  quella  Maddalena  del 
Rosso  che  amante  riamata    di  Giovanbatista    Cavalcanti 


—   1307  — 

tu  nella  sera  del  25  Maggio  1652  uccisa  da  un  suo 
fratello,  mentre  il  di  lei  drudo  periva  sotto  il  pugnale 
di  Zanobi  Carnesecchi,  uomo  vendicativo  del  quale  la 
infelice  Antinori  avea  respinto  gli  affetti.  Il  senatore 
Antonio  figlio  di  questi  conjugi  fu  avo  del  Cavaliere 
Antondomenico  nel  quale  rimase  estinta  la  posterità  di 
Raflaello  di  Tommaso  il  9  Dicembre  1784. 

Niccolò  di  Tommaso  nato  nel  1454  fu  per  quattro 
volte  de'Priori,  nel  1498  Capitano  e  Commissario  di 
Arezzo,  nel  1501  Commissario  a  Seravalle  per  quetare 
i  tumulti  insorti  a  Pistoja,  ed  Ambasciatore  a  Milano 
nel  1502.  Comprò  dai  Boni  il  loro  palazzo  sulla  piazza 
detta  allora  Padella  e  quindi  da  essi  degli  Antinori,  e 
morì  nel  1528.  I  figli  che  gli  nacquero  da  Nannina 
Martini  furono  seguaci  di  diversi  partiti,  poiché  Camillo 
e  Giambattista  furono  fautori  della  libertà,  mentre  Ales- 
sandro fu  partigiano  dei  Medici.  I  primi  due  furono 
sotto  lieve  pretesto  banditi  dalla  città  dopo  il  ritorno 
dei  Medici  nel  1513.  Cammillo  fu  padre  di  Amerigo 
che  dopo  l'assedio  si  gettò  tra  i  fuorusciti  e  nel  1536 
si  trovò  con  Piero  Strozzi  alla  sorpresa  di  S.  Sepolcro 
e  Sestino,  quindi  alla  battaglia  di  Montemurlo.  !n  questo 
fatto  rimase  prigione  di  uno  Spagnuolo  e  si  avverò  uno 
di  quei  rari  casi  che  onorano  l'umanità.  Lo  Spagnolo 
che  lo  avea  prigione  gli  pose  2000  scudi  di  taglia, 
minacciandolo  che  altrimenti  lo  avrebbe  consegnato  a 
Cosimo  I.  M.  Vincenzo  Veccia  suo  amico  che  stava  in 
Roma  mosse  subito  per  tentare  di  liberarlo,  ma  non 
essendo  ricco  non  gli  era  possibile,  poiché  i  preghi 
e  le  promesse  non  bastavano  a  vincere  l'avarizia  dello 
Spagnolo.  Allora  gli  offerse  di  rimanere  suo  prigioniero 
per  dar  agio  all' Antinori  di  poter  andare  a  Roma,  ove 
la  casa  teneva  banca  di  commercio,  per  procurarsi  la 
somma  opportuna,  ciò  non  essendo  possibile  in  Firenze 
ove  i  suoi  beni  erano  confiscali.  Fu  accettata  l'offerta, 
ed  Amerigo  andato  a  Roma  tornò  tra  non  poco  a  libe- 


—  1308  — 

rare  dalla  prigionìa  l'incomparabile  amico.  Passò  in  Fian- 
dra al  servizio  di  Carlo  V  come  Colonnello  d'Italiani' 
e  nel  1550  da  Ottavio  Farnese  gli  fu  affidata  la  difesa 
di  Colorno  contro  gl'Imperiali  comandati  da  Ferrante 
Gonzaga  e  morì  ultimo  del  suo  ramo  nel  1590,  poiché 
Cammillo  suo  figlio,  soldato  di  valore  ma  uomo  facinoroso, 
gli  premorì  nel  1567.  Alessandro  di  Niccolò  concorse 
alla  distruzione  della  Repubblica  e  dal  Duca  Alessandro 
fu  creato  senatore  nel  1532.  Dei  suoi  figli,  Vincenzio 
fu  fatto  ribelle  nel  1559  per  essersi  immischiato  nella 
congiura  di  Pandolfo  Pucci  e  passato  a  militare  in  Germa- 
nia fu  fatto  prigioniero  da  Achmet  Pascià  alla  battaglia  di 
Drigal,  Sebastiano  uomo  di  Letteratura  non  volgare  fu 
destinato  da  Cosimo  I  alla  revisione  del  Boccaccio  ed 
eletto  senatore  nel  1586,  e  Lorenzo  uomo  perito  nella 
musica  e  colto  pei  suoi  viaggi,  si  occupò  dei  negozi 
mercantili  e  della  propagazione  della  famiglia.  Da  Gio- 
vanna Guadagni  ebbe  Alessandro  eletto  senatore  nel 
1617  e  morto  nel  1631  in  conseguenza  di  pugnalate 
ricevute  dal  senatore  Nerli,  e  Vincenzio  che  fu  ammesso 
nel  senato  nel  1605  morì  nel  1610.  Costui  ebbe 
molti  figli,  tra  i  quali  Lorenzo  uomo  tutto  dedito  alla 
pietà  che  rimasto  vedovo  si  fece  sacerdote  e  nel  1662 
fondò  la  congregazione  di  S.  Salvatore.  Indefesso  alla 
predicazione,  alle  missioni,  alla  visita  degli  Spedali  e 
delle  carceri  morì  in  grand' opinione  nel  1668.  Elisa- 
betta Bartolini  Baldelli  sua  moglie  gli  partorì  Fran- 
cesco Accademico  operoso  della  Crusca,  e  Vincenzio  di 
cui  nel  1663  nacque  Niccolò-Francesco.  Questi  cominciò 
a  farsi  conoscere  nella  carica  di  auditore  della  giurisdi- 
zione e  degli  sludj  di  Firenze  e  di  Pisa,  talché  fu  spe- 
dito a  Parma  per  differenze  di  confini,  poi  a  Milano 
per  cagione  di  ottenere  l'investitura  di  Siena,  indi 
a  Giuseppe  1  e  a  Carlo  VI  Imperatori  per  gli 
affari  della  successione  di  Toscana.  Nel  1699  fu  eletto 
Auditor  Presidente  dell'ordine  di  S.  Stefano,  e  senatore 


—  1309  — 

nel  1700.  Cosimo  III  che  ne  pregiava  gli  straordinarj 
talenti  lo  ammise  nel  suo  consiglio  di  stato  e  per  ricom- 
pensare i  suoi  servizj  gli  donò  il  Priorato  di  Ungheria 
sua  vita  durante ,  e  quello  di  S.  Miniato  per  se  e  sua 
linea.  Nel  1713  Giovan  Gastone  lo  spedì  a  Vienna  per 
prestare  nelle  mani  di  Carlo  VI  il  solito  giuramento 
per  l'investitura  di  Siena.  Morì  nel  1721.  E  famosa  la 
sua  scrittura  per  sostenere  la  libertà  di  Firenze ,  quando 
nella  imminente  estinzione  dei  Medici  si  pensava  dai 
potentati  Europei  chi  dovesse  chiamarsi  a  quel  trono. 
Questo  trattato  fu  tradotto  in  Latino  dal  senatore 
Buonarroti  e  dall' Averani,  ed  in  Francese  dal  Cardinale 
Corsini.  Vincenzio  suo  figlio  fu  eletto  senatore  nel  1736 
e  da  lui  nacque  Niccolò  Gaetano  che  nel  1771  fu  man- 
dato ambasciatore  a  Milano  per  congratularsi  coll'Arci- 
duca  Ferdinando  delle  sue  nozze  con  Beatrice  d'Este, 
e  fu  nominato  senatore  nel  1791.  Da  lui  ebbe  i  natali 
il  vivente  Cav.  Vincenzio  Antinori  mentissimo  direttore 
del  Gabinetto  Fisico-naturale  ed  autore  di  varj  pregiati 
opuscoli  riguardanti  le  scienze  Fisiche  e  naturali.  Arme 
Antinori  è  il  campo  orizzontalmente  semipartito  al  di 
sotto  d'oro  e  al  di  sopra  ammandorlato  d'oro  e  di  azzurro. 

Il  palazzo  ove  sulla  piazza  di  S.  Gaetano  dimora 
un  ramo  di  questa  casa,  fu  edificato  sul  cadere  del 
secolo  XV  dalla  famiglia  Boni. 

Questi  Boni,  che  per  differenziarsi  da  altra  famiglia 
omonima  si  dissero  delle  Catene  dalla  loro  arme  di 
quattro  dorati  pezzi  di  catena  moventi  dai  quattro  lati 
dello  scudo  ed  uniti  nel  centro  ad  un  anello  dello  stesso 
metallo  ed  accostati  per  ciascuna  parte  da  una  stella 
d'oro  nel  campo  azzurro,  ottennero  il  Priorato  nella 
persona  di  Paolo  di  Ambrogio  di  Meo  nel  1384  e  di 
Bernardo  di  Bernardo  di  Ambrogio  nel  1463  e  1495. 
Si  estinsero  per  morte  di  Pier  Maria  di  Ambrogio  il 
27  Agosto  1600. 

Gli  altri  Boni,  detti  anco  Buoni,  originar)'  di  Gub- 
bio furono  ammessi   al  Priorato  nel    1442,  e  da   quel- 


—  1310  — 

l'epoca  al  1529  ottennero  quella  dignità  per  dodici 
volte.  Bono  di  Giovanni  fu  fatto  Cavaliere  da  Renato 
d'Anjou  nel  1442  ed  ebbe  il  privilegio  di  collocare  il 
giglio  nell'arme.  Ai  tempi  dell'assedio  mostrò  molto  zelo 
per  la  libertà  Giovanbatista  di  Leonardo  che  dopo  la 
capitolazione  fu  confinato,  non  meno  di  Francesco 
tìglio  di  Gaspero  suo  fratello  che  fu  dichiarato  ribelle 
nel  1554  per  essere  intervenuto  coi  fuorusciti  Fiorentini 
alla  difesa  di  Siena.  Antonio  di  Andrea  fu  decapitato 
nel  1534  per  avere  sparlato  della  tirannide  del  Duca 
Alessandro.  Carlo  di  Giovanbatista  fu  Vescovo  d'Angou- 
lème  e  morì  nel  1603.  Giovanni  di  Andrea  fu  mandato 
Ambasciatore  residente  presso  D.  Cesare  Duca  di  Mo- 
dena nel  1605  e  nell'anno  medesimo  ascritto  tra  i 
senatori.  Fu  in  seguito  Commissario  di  Pisa,  Maggior- 
domo della  Granduchessa  Cristina,  Ajo  di  D.  Lorenzo 
de'Medici ,  Consigliere  di  Stato  e  soprintendente  delle 
milizie  e  bande  del  Granducato.  Morì  ultimo  di  sua 
famiglia  l'undici  Novembre  1644  ed  erede  dei  suoi  beni 
e  del  nome  fu  Lucrezia  sua  figlia  maritata  nei  Miche- 
lozzi.  Arme  di  questi  Boni  fu  il  campo  verticalmente 
semipartito  a  destra  rosso,  a  sinistra  turchiuo  e  sul 
tutto  un  leone  d'argento  rampante  ed  avente  al  collo  un 
piccolo  scudo  azzurro  con  un  giglio  d'oro.  Dalle  case 
di  questi  Boni  prese  nome  la  strada  che  confina  colla 
piazza  degli  Agli  e  colla  Via  dei  Naccajoli  nel  Quarticr 
S.  M.  Novella.  Le  loro  case  ora  più  non  esistono  perchè 
insieme  con  quelle  dei  Panciatichi  furono  atterrate  per 
ingrandire  la  strada  e  cedere  il  luogo  al  giardino  degli 
Orlandini. 

Altri  Boni  o  Buoni  hanno  acquistato  dritto  di  citta- 
dinanza sotto  il  Principato. 

(21)  L'antica  Torre  delle  Mura  di  Firenze  dove  fece  pro- 
dezze di  Valore  Nannone  bombardiere  si  trova  Oltrarno, 
e  se  non  m'inganno,  non  è  già  quella  che  si  vede  fuori 
la  porta  S.  Piergattolino  salendo  verso  S.  Giorgio ,  chia- 


—  1311  — 

mata  de' Cinque-Canti,  e  più  comunemente  di  Masche- 
rino (da  un  mendico  solitario  che  vi  dimorava  nel 
1800);  ma  sibbene  quella  che  fa  angolo  passata  la  porta 
S.  Giorgio,  dove  comincia  la  scesa  che  conduce  alla 
porta  S.  Miniato. 


CAPITOLO  XXV, 


Ijjijna  ridente  mattina,  sebbene  d'inverno  (cor- 
rendo il  mese  di  Gennajo  1529  secondo  lo  stile  Fio- 
rentino, ma  1530  secondo  quello  comune),  Lodovico 
Martelli  attraversava  la  piazza  di  San  Giovanni;  oc- 
cupandosi allora  delle  cose  della  guerra,  dopo  che 
era  scampato  dai  pericoli  del  contagio,  perchè  così 
procurava  distrarsi  dalla  sua  passione  che  non  poteva 
domare.  A  pie  del  campanile  del  Duomo  trovò  Mes- 
ser  Carlo  Cappello  che  stava  estatico,  ammirandone 
la  bellezza  e  contemplandone  le  vaghe  sculture  che 
lo  adornano  (1).  Veduto  il  Martelli,  gli  disse:  —  Qual 
fortuna  è  la  mia,  Messer  Lodovico,  incontrandoti  ap- 
punto in  questo  momento  in  cui  desiderava  un  citta- 
dino capace  di  servirmi  di  guida  nella  gita  che  divi- 
sava di  fare  con  gli  occhi  sopra  Firenze  e  suoi  contorni, 
perchè  vedi,  voglio  andare  lassù  sulla  cupola  a  go- 
dermi il  bel  tempo  e  la  bella  veduta.  —  Lodovico 
Martelli,  conosciuto  quel  desiderio,  si  per  dovere  di 
urbanità  che  per  riguardo  d' amicizia,  credè  bene  di 

T.    IV.  7.0 


—   1314  — 

accompagnarlo,  ed  insieme  entrati  nel  Duomo  si  dires- 
sero ad  una  delle  porticciuole  delle  scale  che  fanno 
ascendere  sopra  tutta  la  fabbrica. 

Carlo  Cappello,  antenato  di  quella  Bianca  sì  fa- 
mosa per  gli  amori  di  Francesco  I  Granduca  di  To- 
scana (2),  era  nobilissimo  patrizio  veneziano,  venuto 
Ambasciatore  della  Repubblica  di  Venezia  presso  la 
Repubblica  Fiorentina,  succeduto  da  pochi  mesi  nella 
ambascerìa  a  Messer  Antonio  Soriano.  Uomo  di  bel- 
l'aspetto preveniva  a  suo  favore,  ed  il  suo  carat- 
tere fermo  e  leale  si  trovò  spesso  in  contradizione 
con  il  vergognoso  pantomima  che  ad  inganno  dei 
Fiorentini  gli  faceva  giuocare  il  suo  Governo,  onde 
dal  loro  danno  cavare  la  propria  sicurezza. 

Cappello  riuniva  bontà  d' animo  e  coltura  di 
spirito,  essendo  amantissimo  delle  lettere  e  delle  scien- 
ze non  che  delle  belle  arti.  Luigi  Alamanni,  che  nel 
tempo  del  suo  pericolo  a  causa  della  congiura  contro 
il  Cardinal  Giulio  De'  Medici  fu  accolto  e  protetto  in 
Venezia  da  Carlo  Cappello,  lo  aveva  caldamente  rac- 
comandato a  Lodovico  Martelli  suo  amico;  ed  era  di 
fatto  meritevole  di  ogni  riguardo  tal  uomo,  il  quale, 
nel  tempo  che  tutti  gli  Ambasciatori  delle  corti  e  re- 
pubbliche di  Europa  residenti  presso  la  Repubblica 
Fiorentina  avevano  abbandonato  la  città  o  per  ordine 
dei  loro  Governi  o  per  il  timore  dell'  assedio ,  solo  era 
rimasto  in  Firenze,  dando  così  una  dimostrazione  di  af- 
fetto del  suo  Governo,  sebbene  fallace,  che  incorag- 
gisse  i  cittadini. 

1  malori  della  peste,  quelli  dell'assedio  uniti  ad 
una  stagione  nebulosa  ed  umida,  avevano  impedito 


—   1315  — 

al  Cappello  i  piaceri  della  bella  vista  di  Firenze  e 
de'suoi  contorni;  giacché  quella  giornata  era  una  delle 
poche,  dopo  la  sua  venuta  in  Firenze,  in  cui  il  cielo 
fosse  libero  dai  vapori  e  dalle  nebbie,  sperava  godere 
pienamente  dello  spettacolo  bramato,  soddisfacendo 
così  in  un  tempo  alla  curiosità  di  scernere  gli  accam- 
pamenti Imperiali  e  1'  ordine  della  difesa. 

Saliti  nell'  alto  della  Cupola,  dopo  essere  passati 
per  le  comode  scale  ed  anditi  praticati  da  Brunellesco 
framezzo  all'  esterna  ed  all'  interna  volta  di  quel  mo- 
numento prodigioso  dell'arte,  si  presentò  al  loro  sguar- 
do la  veduta  imponente  di  una  città  sotto  i  piedi, 
diminuita  dalla  altezza,  per  la  quale  gli  uomini  sem- 
bravano tanti  fanciulli.  Del  pari  era  schierato  alla  lor 
vista  il  paese  che  la  circondava  per  varie  miglia;  il 
che  riunito  fece  nel  Cappello  una  impressione  incan- 
tevole. 

Stette  contemplando  la  varietà  di  quella  scena, 
di  quelle  fabbriche,  di  quelle  colline,  e  non  poteva 
rattenere  le  esclamazioni  strappategli  dalla  meraviglia. 
Cessata  la  prima  sorpresa,  si  pose  ad  interrogare  Lo- 
dovico Martelli,  richiedendo  notizie  di  tutto  ciò  che 
si  presentava  al  suo  sguardo.  Martelli  rispondeva  con 
aggiustatezza,  per  il  che  l'Ambasciatore  benediva  la 
sua  fortuna  per  averlo  incontrato,  mentre  con  ordine 
e  chiarezza  istruivalo  prima  delle  cose  della  città,  e 
poscia  informavalo  di  quelle  della  campagna. 

Io  non  voglio  tediarti,  o  Lettore,  con  un  dialogo 
che  occupò  quei  Gentiluomini  più  di  tre  ore;  ma  non 
posso  tacerne  almeno  un  sunto,  affinchè,  se  non  co- 
noscesti la  città  di  Firenze  del  1530,  tu  possa  averne 


—   1316  — 

in  generale  una  qualche  idea  che  viepiù  ti  ammaestri 
delle  cose  correlative  al  presente  racconto. 

Sotto  i  piedi,  Messere,  disse  Lodovico  Martelli, 
vedi  la  città  capitale  della  Toscana,  della  qual  parte 
d'Italia  sta  nel  centro,  come  punto  il  più  conveniente 
a  lei  destinata  dal  Cielo  ad  esserne  Signora,  avanti 
che  questa  ingiustissima  guerra  avesse  ristretto  la  sua 
possanza  dentro  il  cerchio  delle  mura,  assediate  da 
tante  genti  diverse  di  nazione,  di  lingua,  e  di  co- 
stumi (3). 

Poche  settimane  avanti  l'assedio,  Firenze,  ve- 
nerata e  rispettata  da  tutte  le  nazioni,  aveva  sotto  il 
suo  dominio  le  città  nobilissime  di  Pisa,  Volterra,  Pi- 
stoia, Arezzo,  Cortona  e  Borgo  S.  Sepolcro.  Erano 
sue  quattrocento  Terre  grosse  murate  e  fortificate , 
che  si  serravano  ogni  sera,  ed  in  quarantacinque  di 
esse  si  faceva  ogni  settimana  un  mercato,  al  quale 
correvano  tutti  i  popoli  dei  luoghi  circonvicini.  Altre 
Terre  e  Comunità  sottomesse  come  tributarie  alla  Re- 
pubblica ammontavano  a  centotrenta,  e  queste  ogni 
anno  venivano  ad  offrire  il  loro  tributo  per  la  solen- 
nità di  S.  Giovanni.  Oltre  a  queste  Città  e  Terre,  Fi- 
renze aveva  sotto  il  suo  dominio  dodicimila  Popoli, 
divisi  in  altrettanti  Pivieri;  qui  intorno  alle  mura  per 
venti  miglia  erano  proprietà  dei  cittadini  Fiorentini 
trentaseimila  possessioni,  ottocento  palazzi  fabbricati 
tutti  di  pietraforte,  senza  dire  di  un  numero  quasi 
infinito  di  case  e  di  ville. 

La  Repubblica  teneva  sparsi  nel  dominio  circa 
ottomila  soldati  di  mestiere  sotto  gli  ordini  dei 
commissari,  capitani,  vicarj  e  potestà  tutti  cittadini 


—  1317  ~ 

fiorentini,  che  risedevano  governandole  nelle  città  e 
terre  a  lei  soggette  (4). 

Non  è  esagerazione  del  mio  amore  alla  patria  ciò 
che  ho  detto  dei  contorni  di  questa  città;  nò,  non 
esagero,  e  sebbene  tu  non  più  vedi  questa  corona 
di  case  e  di  palazzi  oggi  distrutta,  siamene  testimonio 
Messer  Lodovico  Ariosto,  che  non  agitato  da  poetica 
fantasìa,  ma  sorpreso  dalla  verità,  pochi  anni  sono 
diceva: 

Se  dentro  un  mur,  sotto  un  medesmo  nome 
Fosser  raccolti  i  tuoi  palazzi  sparsi, 
Non  ti  sarian  da  pareggiar  due  Rome. 

Adesso  vedi  che  poco  ma  poco  esiste  di  tanta  gran- 
dezza, distrutta  dalle  sventure  tutte  riunite  sopra 
questa  città.  Spopolata  dalla  peste,  dilaniata  dalla 
discordia,  lacerata  dalla  guerra,  il  resto  è  rovinato 
dai  nemici,  e  più  che  dai  nemici,  dagli  stessi  Fioren- 
tini. Più  tardi  ne  parlerò;  adesso  occupiamoci  della 
città. 

Questa  valle  nella  quale  è  piantata  Firenze,  la 
vide  a  poco  a  poco  e  per  il  decorso  di  secoli  crescere 
fino  alla  presente  estensione.  Essa  è  sorta  tra  le  ra- 
dici dei  monti  Ughi  e  di  Fiesole  a  settentrione,  dei 
poggi  di  San  Donato,  di  Montici  e  di  San  Miniato  a 
mezzogiorno.  La  forma  della  città ,  ben  si  vede,  non 
è  stata  mai  regolare,  e  sebbene  il  giro  delle  mura 
sia  stato  allargato  ed  esteso  per  tre  volte,  pure  non 
si  pensò  mai  a  darle  una  forma  regolare.  Le  prime 
dilatazioni  della  città  furono  ben  presto   riempite  di 


—   1318  — 

case,  di  chiese,  e  di  fabbriche  magnifiche,  non  ostante 
che  le  strade  fossero  strette  e  tortuose.  Ma  quando 
la  Repubblica  per  la  terza  volta  con  le  mura  presenti 
ampliò  il  giro  della  città,  non  previde  che  il  suolo 
rinchiuso  sarebbe  restato  in  gran  parte  privo  di  fab- 
briche, perchè  erano  prossime  le  cagioni  politiche, 
morali,  e  di  commercio  che  avrebbero  fatto  decadere 
la  città  dall'antica  potenza  e  ricchezza.  Per  questo 
si  vedono  lungo  le  mura  molti  orti  e  pochissime 
case  (5). 

A  prima  vista  la  pianta  apparisce  angolare,  per- 
chè propriamente  parlando  non  è  né  tonda,  né  qua- 
dra, né  regolarmente  disegnata.  Per  questo  le  mura 
si  torcono  in  alcuni  luoghi  facendo  gomito;  onde 
nasce  che  taluni  1'  assomigliano  ad  un  fuso  panciu- 
tissimo;  ma  qualora  si  escludano  gli  orti,  le  fabbriche 
della  città  le  danno  la  forma  di  croce. 

Qua  da  levante  entra  l'Arno,  che,  divisa  la  città 
in  due  parti  ineguali,  esce  a  ponente,  serpeggiando 
sempre  dolcemente  in  lutto  il  suo  giro.  Forse  tu  non 
conosci  la  mitologica  derivazione  del  fiume  Arno.  Io 
in  poche  parole  racconterò  il  sogno  dei  nostri  anti- 
quari. 

Ercole  bisnipote  di  Noè,  vestiva  una  pelle  di  leone 
da  lui  ucciso,  onde  dagli  Aramei  era  chiamato  non 
solo  Ercole,  cioè  pellicciato  tutto,  ma  ancora  Arno, 
cioè  lione  famoso.  Dopo  la  fondazione  di  Fiesole  e  di 
Arignano,  città  ambedue  edificate  da  Noè,  comparve 
in  questi  luoghi  Ercole  di  lui  bisnipote,  e  trovò  tutta 
questa  campagna  paludosa  per  le  acque  sparsevi  da 
varj  fiumi  detti    Affrico,   Mensola,   Greve,    Rimaggio. 


—  1319  — 

Mugnone  ed  altri.  Egli  raccolse  tutte  le  acque  in  un 
sol  nume  allora  innominato,  ma  che  da  lui  prese  il 
nome  di  Arno,  e  nel  piano  edificò  questa  città,  che 
diede  ai  suoi  seguaci,  chiamandola  Firenze,  che  vuol 
dire  —  Fior  de' Forti.  — 

Questa  favola  fu  creduta  da  Castruccio  Castracani 
e  divisando  di  disfare  il  fiume  ed  allargar  Firenze, 
fece  allivellare  l'Arno,  e  trovò  che  da  Firenze  a  Signa 
il  declivio  del  fiume  era  di  centosessanta  braccia , 
cosa  che  lo  fece  risolvere  a  non  guastare  l'opera  del 
bisnipote  di  Noè.  Le  due  parti  di  Firenze,  secondo  la 
divisione  che  ne  fa  il  fiume,  si  chiamano  di  Qua  d'Arno, 
designazione  della  parte  settentrionale  molto  maggiore 
dell'altra,  di  Là  d'Amo  ossìa  Oltrarno  che  è  la  parte 
meridionale. 

La  Divisione  Governativa  della  città  è  in  quattro 
Sezioni  chiamate  Quartieri  (6);  ognuna  designata  dalla 
chiesa  principale  compresa  nel  suo  limite. 

Le  case  e  le  famiglie  cittadine  di  ogni  Quartiere 
sono  suddivise  in  quattro  Gonfalonieri,  che  sono  di- 
stinti da  diverse  Imprese.  Ciascun  Gonfalone  e  Impresa 
comprende  nella  sua  circoscrizione  il  numero  di  circa 
quaranta  famiglie  Statuali  e  Maggiori,  non  compreso 
in  questo  numero  la  molto  maggior  quantità  delle 
famiglie  degli  Artefici  e  dei  Popolani  che  si  chiamano 
Minori.  Sicché  le  famiglie  maggiori  della  città  ascen- 
dono circa  a  seicentoquaranta,  e  tanti  presso  a  poco 
sono  i  casati  Fiorentini  scritti  a  Decima  nei  registri 
dei  Sedici  Gonfalonieri  (7). 

La  popolazione  in  generale  (  senza  considerare 
quella  dei  subborghi,  per  il  solito  ammontante  a  circa 


—  1320  — 

trentamila  abitanti  (8)  e  senza  contare  il  Clero  regolare 
e  secolare  in  venticinquemila  anime  in  circa)  ordina- 
riamente ascende  a  sessantamila  persone,  ed  il  cal- 
colo è  facile,  ogniqualvolta  sappiasi  che  dentro  Firenze, 
escluse  le  fabbriche  pubbliche,  le  canoniche,  gli  ospe- 
dali, i  conventi,  sono  circa  a  diecimila  fuochi,  e  che 
suole  calcolarsi  sei  bocche  per  ciascun  fuoco  (9). 

La  parte  meridionale  della  Città  chiamata  Ol- 
trarno è  compresa  tutta  nel  solo  Quartiere  di  S.  Spi- 
rito, così  detto  dal  bellissimo  Tempio  in  forma  di 
croce-latina,  che  sorge  laggiù  a  ponente  del  palazzone 
di  Luca  Pitti,  dove  s'innalza  vago  Campanile  con 
colonne  di  dorica  architettura  terminato  a  merli. 

Tre  Quartieri  dividono  la  parte  settentrionale 
della  città,  e  sono:  il  Quartiere  di  S.  Croce  a  levante, 
al  quale  dà  il  nome  il  Tempio  a  croce-latina  circon- 
dato da  tutte  le  parti  di  mura  goticamente  acumi- 
nate; il  Quartiere  di  S.  Giovanni,  denominato  così 
dal  Tempio  ottagono  che  sta  a  noi  quasi  sotto  i 
piedi;  ed  il  Quartiere  di  Santa  Maria  Novella,  al  quale 
mutua  il  nome  la  vasta  Chiesa  a  ponente  con  facciata 
di  marmi  bianchi  e  neri,  anteceduta  e  fiancheggiata 
da  due  piazze  non  troppo  regolari. 

Quattro  solidissimi  Ponti  riuniscono  le  due  parti 
della  Città  divisa  dal  fiume  Arno.  11  primo  a  levante, 
oggi  apparisce  di  sette  archi  non  regolarmente  dispo- 
sti, ma  in  principio  ne  ebbe  nove,  ed  allora  i  tre 
archi  medj,  essendo  più  elevati,  non  venivano  come 
ora  ad  essere  laterali;  perchè  i  due  più  bassi  man- 
cano dal  lato  meridionale,  e  furono  interrati,  am- 
montandosi il  Renajo  nel  quale,  dalla  parte  di  sotto, 


—  1321   — 

furono  fatti  i  molini  di  S.  Gregorio,  e  dalla  parte  di 
sopra,  nacque  una  specie  di  prato,  rinserrato  dalle 
case  Del  Nero  fio),  da  quelle  della  via  de' Bardi,  e 
dalla  chiesa  di  S.  Lucia  de'Magnoli  (11).  Il  Ponte  fu 
edificato  sotto  il  Potestà  Rubacone  o  Rubaconte  da 
Mandello  nel  1237,  uomo  che  introdusse  nella  città  utili 
miglioramenti,  ed  in  benemerenza  la  Repubblica  volle 
che  questo  Ponte  conservasse  il  nome  di  Rubaconte. 
Successivamente  sopra  ogni  pila  degli  archi  sono  state 
costruite  casupole  e  chiesine,  tra  le  quali  la  prima 
dal  lato  settentrionale  verso  levante  è  dedicata  a  S. 
Maria  delle  Grazie,  per  il  che  il  Ponte  suole  essere 
chiamalo  ancora  Alle  Grazie  (12). 

Ristringendosi  nel  corso  il  letto  del  fiume,  sul 
punto  più  stretto  fu  edificato  il  secondo  ponte,  che 
però  fu  il  più  antico  di  tutti;  motivo  per  cui  non  ostante 
le  ricostruzioni  successive  ha  conservato  il  nome  di 
Ponte  Vecchio.  Esisteva  avanti  il  secolo  X,  ma  rovi- 
nato nel  1177,  fu  rifatto  rozzamente  di  legno  con 
ammattonato  per  coltello,  nel  modo  in  cui  a  quel  tem- 
po erano  impiantile  tutte  le  vie  della  città.  Nel  1331 
restò  incendiato,  e  dopo  la  totale  riparazione,  nel 
1333  rovinò  insieme  con  gli  altri  (escluso  il  Ponte  Ru- 
baconte) a  motivo  di  una  violentissima  piena  che  som- 
merse tutta  la  Città,  nella  quale  l'acqua,  particolar- 
mente dal  Canto  de'Soldani,  s'innalzò  fino  ai  primi 
piani  delle  case,  come  lo  dimostra  la  memoria  in 
marmo  messa  sul  canto  di  via  S.  Remigio.  Il  Ponte 
attuale  fu  edificato  nel  1345  da  Taddeo  Gaddi,  pre- 
sedendovi gli  Ufficiali  di  Torre;  il  che  spiega  la  ragione 
di  quelle  torri  tramischiate  con  le  Armi  della  Repub- 

T.     IV.  2! 


—   1322  — 

blica,  che  si  osservano  scolpite  lungo  la  fabbrica  del 
Loggiato.  Caddi  costruì  il  Ponte  in  modo  gagliardis- 
simo con  tre  vasti  archi  talmente  spaziosi,  che  il 
piano  è  diviso  in  tre  parti;  la  media  serve  per  strada 
comoda  e  larga,  e  le  due  laterali  ebbero  in  principio 
due  vasti  portici  o  Loggie  di  pietra  forte,  interrotte 
sull'arco  di  mezzo  del  Ponte;  in  seguito  queste  Loggie 
sono  state  serrate,  ed  oggi  sono  ridotte  a  botteghe 
di  Macellari,  quivi  tutte  riunite  per  ordine  della  Re- 
pubblica (13). 

Andando  verso  ponente,  il  letto  del  fiume  di 
nuovo  allarga  fino  al  terzo  Ponte,  chiamato  di  Santa 
Trinità  dalla  vicina  Chiesa.  Come  il  Rubaconte,  aveva 
in  principio  nove  archi;  fu  edificalo  sotto  la  presidenza 
di  Lamberto  Frescobaldi  nel  1321,  avendovi  egli 
d'appresso  le  sue  case.  Rovinalo  più  volte,  venne 
stabilmente  ricostruito  sopra  cinque  arcate  da  Taddeo 
Caddi  nel  1346.  È  meno  ingombro  degli  altri  due, 
perchè  soltanto  contiene  sul  lato  di  ponente  un  Ospi- 
ziuolo  di  Frati  con  Chiesina  dedicata  a  S.  Michele,  e 
sul  lato  di  levante  la  Colonna  di  pietra  o  Gnomone, 
mediante  il  quale  l'ombra  dimostra  le  ore  (14). 

Seguitando  a  ponente,  il  quarto  Ponte  si  chiama 
Alla  Carraja,  alle  Carra,  Carrìa,  nomi  comunicatigli 
dalla  porta,  che  nel  secondo  cerchio  delle  mura  vi 
corrispondeva  a  settentrione,  dove  comincia  il  Borgo 
detto  di  Parione.  Originariamente  fu  edificato  a  spese 
dei  Frati  Umiliati  per  comodo  della  fabbricazione  ed 
arte  della  Lana  da  loro  introdotta  e  sparsa  fuori 
della  Citta  nella  contrada  in  seguito  detta  Borgo 
Ognissanti,   dove  hanno   il  loro  Convento.   Rovinato 


—  1323  — 

il  Ponte  nel  passato  secolo,  fu  riedificalo  non  sono 
settantanni  sopra  cinque  arcate;  perciò  è  libero  da 
ogni  fabbrica  sovrapposta,  menochè  sulla  coscia  a 
mezzogiorno  ove  fu  eretto  un  Tabernacolo  dai  Sode- 
rini,  e  sulla  coscia  di  settentrione  sta  la  Chiesina  di  S. 
Antonio.  Per  essere  il  Ponte  più  recente,  si  chiama 
ancora  Ponte  nuovo  (15). 

Sembra  che  ai  tempi  in  cui  la  Repubblica  era 
governata  a  nome  di  Roberto  Re  di  Napoli,  si  avesse 
intenzione  di  edificare  un  altro  Ponte  al  principio  della 
città  da  levante,  e  se  ne  scorge  una  pila  a  pie  della 
torre  che  corrisponde  sul  fiume;  ma  il  Ponte  non  fu 
rovinato,  come  alcuni  hanno  creduto,  bensì  non  fu 
proseguito,  restando  interrotto  con  il  cangiamento 
del  Governo. 

Lungo  il  fiume  nella  città  ricorrono  due  strade, 
dette  ognuna  Lungarno  (16).  L'una  si  vede  di  là 
d'Arno  che  comincia  dalle  mura  dove  è  la  torre  detta 
della  Sardigna  a  ponente,  ed  arriva  fino  alla  piazza 
Frescobaldi  a  pie  del  ponte  Santa  Trinità,  impedita 
venendo  la  sua  continuazione  dalle  case  fabbricate 
sulla  sponda  del  fiume;  l'altra  strada  è  di  qua  d'Arno 
ed  attraversa  senza  interruzione  la  città  da  levante 
a  ponente,  divergendo  un  poco  dal  fiume  passato  il 
Ponte  alla  Carraja,  imboccando  nel  Borgo  Ognis- 
santi (17). 

Oltre  queste,  due  principali  lunghissime  strade 
incrociate  dividono  in  quattro  parti  la  città.  L'una, 
chiamata  il  Corso  de/Barberi,  si  parte  dalla  porta 
orientale  denominata  Alla  Croce,  o  di  S.  Ambrogio 
(per  causa  della  vicina  chiesa  che  le  sta  sulla  via), 


—  1324  — 

e  passando  per  quei  tratti  chiamati  via  Pietra  Piana, 
Canto  alle  Rondini,  Borgo  degli  Albizzi,  Canto  de' Paz- 
zi, Via  Por  S.  Piero,  Via  de'Ricci,  Canto  del  Giglio, 
Via  degli  Speziali,  rasenta  la  Piazza  di  Mercato  Vec- 
chio, che  è  quella  dove  sorge  la  colonna  con  la 
statua  dell'Abbondanza  di  Donatello,  piazza  tutta  in- 
gombra di  baracche  dei  venditori  dei  viveri,  luogo 
adesso  deserto,  ma  che  soleva  essere  continuamente 
affollato  dalla  gente  per  il  vitto  delle  famiglie.  Seguita 
la  strada  per  la  Via  de' Ferravecchi,  e  dopo  il  Canto 
de'Diavoli,  rasentata  la  Piazza,  il  Palazzone  ed  il 
Canto  degli  Strozzi,  entra  nella  via  della  Vigna  Nuova, 
ed  imboccando  in  Borgo  Ognissanti  termina  alla  Porta 
Al  Piato,  situata  in  linea  retta  al  lato  opposto 
della  Porta  alla  Croce,  ossia  ad  occidente  della  Città. 
Questa  strada  è  lunga  braccia  fiorentine  quattromila- 
trecentocinquanta,  e  particolarmente  per  la  solennità 
di  S.  Giovanni  per  questa  corrono  i  barberi  al  palio, 
i  quali,  movendosi  nella  pianura  in  linea  fuori  della 
Porta  al  Prato  dal  ponticello  sul  torrente  Mugnone, 
chiamato  per  questo  il  Ponte  alle  Mosse,  attraversan- 
do la  città,  vengono  fino  alla  Piazza  di  San  Piero 
Maggiore  (18.) 

L'altra  strada  che  attraversa  Firenze  da  Setten- 
trione a  Mezzogiorno,  comincia  dalla  Porta  chiamata 
San  Gallo  dalla  chiesa  e  convento  che  le  stavano 
d'appresso  all'esterno,  e  venendo  giù  per  la  Via 
chiamata  medesimamente  di  San  Gallo,  arriva  al  Canto 
alla  Macine;  passando  per  Via  de'Ginori  dietro  il  Pa- 
lazzone de' Medici,  attraversando  la  Piazza  e  il  Borgo 
San  Lorenzo,  arriva   al  Canto  alla  Paglia;    prosegue 


—  1325  — 

quindi  in  mezzo  all'Arcivescovado  per  Via  dei  Suc- 
chiellinai,  e  pervenuta  da  S.  Tommaso  in  Mercato 
Vecchio,  s'incrocia  presso  al  Tabernacolo  degli  Spe- 
ziali con  il  Corso  poco  fa  indicato;  e  quindi  rasen- 
tando il  lato  posteriore  della  Chiesa  di  Sant'Andrea  (19) 
passa  per  Via  di  Calimala  sotto  la  residenza  dei  Con- 
soli dell'Arte  della  Lana,  entrando  nella  Piazza  di 
Mercato  Nuovo  dove  sono  le  botteghe  dei  drappi  di 
seta  e  dei  broccati.  Giunta  alla  fine  della  Via  Por  S. 
Maria,  attraversa  il  Ponte  Vecchio,  e  per  Via  de' Guic- 
ciardini arriva  alla  Piazza  del  Palazzone  dei  Pitti; 
traversata  la  Piazza  di  S.  Felice,  entra  in  Via  Romana 
e  in  Borgo  S.  Pier-Gattolino  fino  alla  Porta  di  questo 
nome  situata  a  mezzogiorno  della  città.  Questa  strada 
è  più  lunga  dell'altra  poco  fa  tracciata,  perchè  si 
estende  per  cinquemila  braccia.  Qui  corrono  i  Barberi 
ai  Palj  stabiliti  dalla  Repubblica  per  le  feste  di  S. 
Anna  e  di  S.  Vittorio  (20).  Dovendosi  argomentare  il 
centro  della  città  dalla  estensione  di  queste  due  strade, 
si  ravvisa  erronea  l'opinione  di  quelli  che  lo  vogliono 
dalia  Colonna  dell'Abbondanza  in  Mercato-Vecchio,  e 
ci  si  persuade,  che  deve  essere  più  in  là  verso  mez- 
zogiorno nella  Via  di  Calimara  (21),  e  precisamente 
dalla  Residenza  dei  Consoli  dell'Arte  della  Lana, 
situata  poco  distante  e  sotto  il  vasto  Torrione  di  Or- 
sanmichele. 

Di  qui,  Messer  Cappello,  siamo  in  grado  di  vedere 
quante  siano  le  Chiese  e  quanti  i  Conventi  della  Città, 
che  troppo  lungo  sarebbe  se  di  tutti  io  dovessi  dire 
l'origine,  il  nome,  il 'luogo;  indicherò  soltanto,  che 
oltre  il  Tempio  di  S.  Giovanni,  oltre  questa  Cattedrale, 


—  1326  — 

oltre  gli  altri  Templi  principali  dei  Quartieri,  le  altre 
Chiese  o  Collegiate  di  preti,  o  Monasteri  dove  ogni 
giorno  si  cantano  gli  ufficj  sacri  sono  più  di  cento; 
nel  qual  numero  comprendo  quarantotto  Parrocchie, 
e  non  faccio  caso  delle  altre  molte,  nelle  quali  non 
si  uffizia  giornalmente,  né  delle  Compagnie  e  delle 
Confraternite  dei  secolari.  Soltanto  i  Monasteri  dentro 
il  giro  delle  mura  sommano  a  quarantanove;  tutti, 
eccettuato  quello  delle  Benedettine  di  S.  Pier  Mag- 
giore, hanno  orti  belli  e  grandi,  difesi  da  forti  ed  alte 
muraglie  merlate  (22). 

In  Firenze,  se  il  Clero  Secolare  e  Regolare  am- 
monta a  circa  venticinquemila  individui,  abbiamo 
quasi  tutto  il  resto  degli  uomini  divisi  in  Confraternite 
e  Compagnie,  che  con  vivissimo  zelo  si  esercita  in 
opere  pie  e  religiose,  per  il  che  penso  che  poche 
Città  possino  paragonarsi  per  la  pietà  cristiana  a  Fi- 
renze. Settantacinque  sono  le  Compagnie  divise  in  più 
classi;  poiché  alcune  sono  di  uomini  adulti,  altre  di 
fanciulli,  tali  dedicate  a  sole  opere  di  pietà,  tali  altre 
al  canto  delle  laudi  e  degli  ufficj  nelle  chiese.  Meri- 
tano però  particolare  menzione  le  Compagnie  della 
Misericordia  e  dei  Neri;  poiché  la  prima  trasporta 
e  soccorre  continuamente  i  malati  e  i  feriti,  eserci- 
tando tante  opere  di  carità  civile  e  cristiana;  la 
seconda,  che  si  chiama  ancora  del  Tempio  o  dei  Bat- 
tuti, conforta  ed  assiste  i  condannati  a  morte  e  gli 
accompagna  con  la  tavoluccia  in  mano,  sempre 
raccomandandoli  l'anima. 

Se  molte  sono  le  Chiese,  i  Conventi,  e  le  Com- 
pagnie,  farei   stupire  se  volessi  designarvi   tutti  gli 


—  1327  — 

Spedali.  Come  nelle  altre  città,  ancor  qui  sono  di  due 
sorte,  da  malati  e  da  pellegrini;  ed  i  principali  si 
riducono  in  quelli  di  S.  Egidio  o  S.  Maria  Nuova,  di 
Bonifazio,  di  S.  Matteo,  di  S.  Paolo  e  degli  Innocenti. 

Gli  altri  Edifizj  non  destinati  al  Culto  né  alla 
Pietà,  sono  stupendi,  tanto  essi  appartengano  al  Pub- 
blico che  ai  privati.  Qua  a  mezzogiorno  vedesi  il 
grandioso  Palazzo  merlato  della  Signorìa  con  la  sua 
sorprendente  Torre;  più  in  qua  verso  ponente,  quel 
magnifico  fabbricato  o  Torrione  quadro  eretto  per 
conservare  il  grano  del  pubblico,  chiamasi  Orsanmi- 
chele;  più  sotto  verso  levante,  il  merlato  tetrissimo 
Palazzo  con  torre  fu  la  dimora  del  Potestà,  ed  oggi 
serve  al  Bargello  ed  alle  carceri;  come  alle  pubbliche 
carceri  è  destinato  quel  castello  quadrato,  circondato 
da  un  muraglione,  chiamato  le  Stinche. 

Essendo  ventuna  le  Università  delle  Arti,  ognuna 
ha  un  fabbricato  di  residenza  più  o  meno  magnifico 
secondo  la  maggiore  o  minore  ricchezza  dell'Arte;  ed 
al  presente  le  loro  residenze  bene  si  distinguono  in 
quelle  fabbriche,  alla  porta  delle  quali  è  inalberata 
una  Bandiera  con  l'insegna  dell'Arte.  Poiché  devesi 
sapere  che  in  questi  fabbricati  si  adunano  i  Consoli 
e  Sindaci  di  ogni  Arte,  i  quali  in  tempi  di  turbolenze 
sono  obbligati  a  raccogliere  sotto  le  loro  bandiere  gli 
artigiani  del  loro  collegio  per  accorrere  dove  il 
bisogno  richiede. 

Quelle  vaste  tettoje  rette  da  tante  travi  distribuite 
sotto  a  castelli,  piantate  sopra  vasti  imbasamenti  di 
muro,  che  scorgonsi  qua  a  levante  in  Lungarno,  e 
dietro  lo   Spedale  di  S.  Maria  Nuova,  a   ponente  nel 


—   1328  — 

Borgo  Ognissanti,  Oltrarno  presso  la  Porta  S.  Friano, 
e  laggiù  presso  la  Chiesa  di  S.  Piergattolino,  sono  i 
Tiratoj  dell'Arte  della  Lana  per  uso  della  fabbrica  e 
lavorazione  dei  panni. 

Che  se  dalle  pubbliche  Fabbriche  io  dovessi 
scendere  a  numerare  le  private  degne  di  osservazione, 
non  finirei  mai;  poiché  molti  erano  i  Palazzi  edificati 
avanti  la  metà  del  secolo  XV,  ma  in  seguito  sono 
cresciuti  a  dismisura.  Qualora  piacciati  esserne  istruito, 
non  mancherà  occasione  in  cui,  passeggiando  noi  per 
le  strade,  ne  faremo  parola  sul  posto  (23). 

Qui  generalmente  parlando  devo  avvertire  che  i 
nostri  Palazzi  erano  tutti  forniti  di  Torri  quadre  e 
fortissime,  alte  la  maggior  parte  dalle  sessanta  alle 
centoventi  braccia;  ma  queste  furono  nei  palazzi 
antichissimi;  poiché  presa  dal  Popolo  la  Signorìa  dello 
Stato  nel  secolo  XIII,  fu  ordinato  che  tutte  le  torri 
fossero  atterrate  e  mozzate  per  l'altezza  di  cinquanta 
braccia,  e  ciò  perchè  in  simil  guisa  toglievasi  dal 
Popolo  ai  Magnati  i  mezzi  di  fargli  resistenza  (24). 
Per  questo  nelle  fabbriche  dal  secolo  XIV  in  poi  non 
più  sonosi  erette  le  torri. 

Alle  Torri,  successe  Fuso  delle  Loggie  edificate 
accosto  o  nelle  case  dei  Magnati  in  segno  di  gran- 
dezza, servendo  per  intrattenere  gli  amici  ed  i  parenti, 
e  molte  per  comodo  de' negozianti.  L'uso  di  queste 
Loggie,  che  pur  ancora  molte  se  ne  vedono  per 
Firenze  (25),  in  oggi  comincia  a  decadere;  ma  furono 
sempre  ravvisate  utili,  così  portando  la  vita  pubblica 
e  comune  che  ci  avevano  insegnata  i  nostri  maggiori. 
Diceva  un  grande  Architetto  del  secolo  decorso,  cioè 


—  1329  — 

Leon  Battista  Alberti  (26),  che  in  una  Repubblica 
bene  ordinata  le  Loggie  ed  i  Portici,  oltre  adornare 
il  Trivio  ed  il  Foro,  sono  utilissime,  perchè  sotto  vi 
si  raccolgono  i  padri  per  sfuggire  il  caldo  o  la  piog- 
gia e  trattare  delle  cose  loro;  aggiungendo  che  la 
gioventù  sarebbe  meno  dissoluta  ne' suoi  giuochi  alla 
presenza  dei  patrizj.  Ma  questi  buoni  ordinamenti 
adottati  dai  Repubblicani  Fiorentini,  sono  andati  in 
decadenza  dopo  che  le  corti  Medicee  hanno  guasto 
e  corrotta  la  semplicità  dei  nostri  costumi.  In  oggi 
i  Fiorentini  cercano  di  rinchiudersi  ed  isolarsi,  avendo 
dall'esempio  di  quelle  imparato  a  vivere  per  se  soli, 
ed  a  non  far  più  che  se  stessi  centro  e  periferìa 
d'  ogni  azione. 

Avrai  osservato,  che  soltanto  le  finestre  delle  case 
umili  e  povere  conservano  l'uso  antico  di  difendere 
dall'  aria  esterna  le  stanze  con  imposte  di  legno,  tinte 
di  rosso,  bullettate  di  grossi  chiodi,  conservando  fuori 
delle  finestre  certi  ferri  in  cui  infilzano  aste  destinate 
a  reggere  le  pezze  dei  panni-lani;  ma  osserverai  del 
pari  che  questo  incomodo  serrarne,  il  quale,  se  im- 
pedisce 1'  aria,  toglie  anche  la  luce,  non  si  vede  nelle 
case  dei  comodi  cittadini,  i  quali  adoprano  vetri  fer- 
mati su  telaj  di  ferro;  e  nei  palazzi  questi  vetri  sono 
coloriti  e  disposti  con  vago  disegno.  Non  sono  però 
questi  vetri  colorati  della  qualità  e  bontà  di  quelli 
che  si  vedono  nelle  finestre  del  Duomo,  di  Orsanmi- 
chele,  di  S.  Croce  e  di  altre  Chiese,  ma  sono  per  lo 
più  vetri  dipinti  secondo  1'  arte  usata  in  Firenze  dai 
Frati  Ingesuati  del  Convento  di  S.  Giusto  fuori  di 
porta  a  Pinti,  oggi  distrutto  (27). 

r.  iv.  ™ 


—  1330  — 

Generalmente  le  case  ed  i  Palazzi  dei  doviziosi 
cittadini,  che  non  sono  costruiti  di  pietra  forte  squa- 
drata, hanno  le  facciate  intonacate,  e  queste  sono 
adorne  con  pitture  a  Sgraffito  della  maniera  di  Morto 
da  Feltre,  il  che  dà  alle  fabbriche  un'aspetto  di  ornato 
bellissimo  e  vario  tanto,  quanto  il  comporta  la  fanta- 
sìa dei  pittori  (28). 

Oltre  queste  cose  comuni  alle  case  delle  altre 
città,  ti  avrà  dato  nell'  occhio  una  particolarità  delle 
case  Fiorentine,  cioè  a  dire  gli  Sporti,  non  essendovi 
strada  che  non  abbia  case,  le  cui  mura  superiori  non 
posino  sopra  mensoloni  infltti  nel  restante  del  muro 
più  interno  che  gli  serve  di  basamento.  Più  ragioni 
si  adducono  di  questo  strano  modo  di  fabbricare, 
pretendendosi  che  difendano  le  strade  e  i  passeggieri 
dal  sole,  dall'acqua  e  dal  vento;  ma  questo  uso  lo 
credo  derivato  dalla  imitazione  degli  sporti  di  legna- 
me delle  antiche  torri,  e  sembra  che  non  voglia 
andare  avanti,  perchè  nelle  fabbriche  più  moderne 
si  è  cercato  di  non  imitarlo  (29). 

Tutte  le  case  di  Firenze  hanno  le  comodità  di 
cui  sono  capaci,  come  terrazzi,  loggie  esterne  e  in- 
terne, stalle,  cortili,  anditi,  ricetti,  e  sopra  tutto  un 
pozzo  di  acqua  freschissima  e  pura,  non  mancando  a 
molte  1'  annesso  di  un  Orto.  Anzi  a  proposito  di  Orti, 
in  quest'  annesso  vantaggioso  di  molte  Case  non  ho 
inteso  degli  Orti  o  Giardini  che  meritano  tal  nome, 
poiché  questi  ammontano  a  circa  centoquaranta  tutti 
coltivati  con  sommo  amore.  I  Rucellai  ed  i  Bartoli- 
ni  (30)  si  sono  lagnati  di  Michelangiolo,  che  nel  dise- 
gnare le  fortificazioni,  ha  fatto  scavare  un  largo  fosso 


—  1331  — 

là  verso  ponente,  che  cominciando  dal  Giardino  della 
Selva  de'  Rucellai  in  via  della  Scala,  attraversa  il 
Giardino  Bartolini  in  Valfonda,  e  si  estende  fino  al 
baluardo  eretto  qua  a  settentrione  presso  a  S.  Cate- 
rina, onde  dare  un  riparo  in  caso  di  sorpresa;  ma  le 
lagnanze  dei  proprietarj  di  questi  giardini  li  posero  in 
dileggio  presso  gli  altri  cittadini,  per  l'esempio  avu- 
tone nel  caso  dei  subborghi  che  or' ora  narrerò;  e 
Michelangiolo  per  acquietare  il  malumore  ha  promesso 
loro,  che  finito  l'assedio,  a  sue  spese  restituirà  al 
primiero  stato  i  Giardini  e  di  più  gli  adornerà  con 
qualche  lavoro  del  suo  scarpello. 

Cinquanta  pubbliche  piazze  stanno  sotto  gli  occhi, 
e  le  più  belle  sono  quelle  dei  Signori,  di  S.  Giovanni, 
di  S.  Croce,  di  S.  Maria  Novella  e  di  S.  Spirito. 

Se  si  prescinde  dalle  strade  più  centrali,  che  sono 
strette,  intersecate  e  buje,  tutte  le  altre  si  presen- 
tano dritte,  convenientemente  larghe,  e  molte  sono 
lastricate  con  lastroni  di  pietra,  benefizio  ritrovato 
dal  Potestà  Rubaconte;  dopo  lui,  un  poco  alla  volta, 
tutte  le  strade  furono  impiantite  di  pietrame,  meno 
alcune  solitarie  ed  alcune  piazze,  le  quali  conservano 
l'antico  impiantito  di  mattoni  cotti  messi  per  taglio, 
o  lo  sterrato.  È  vero  che  nella  estate  queste  lastre 
s'infuocano  dal  sole,  e  ritengono  il  calore,  e  lo  river- 
berano in  maniera,  che  i  caldi  dal  mezzogiorno  fino 
a  notte  avanzata  vi  sono  grandissimi;  ma  un  tale 
incomodo  si  fugge  agevolmente  collo  stare  al  fresco 
nelle  stanze  terrene,  avendo  tutte  le  case,  oltre  le 
cantine,  anche  un  piano  terreno  bello  ed  abitabile 
quanto   i  piani  superiori.  A  cagione  delle  lastre,  le 


—  1332  — 

strade  si  mantengono  facilmente  pulite.  Quasi  tutte 
si  comunicano  con  trivj  o  crociere  che  si  chiamano 
Canti.  In  questi  trasversalmente  vi  sono  in  linea  tante 
pietre  elevate  per  mettervi  i  piedi  e  passare  in  tempo 
di  pioggia,  chiamate  Passatoj,  e  sono  comode  di  fatto 
fino  a  che  li  acqua  piovana  che  scorre  libera  per  le 
strade  non  è  andata  a  sgorgare  nei  fognoni ,  che  sono 
sopra  ciascuna  cantonata,  così  vasti  che  in  poco  d'ora 
V  acque  scolano  in  Arno,  e  le  vie  rimangono  asciutte, 
senza  quel  molto  fango  che  nelle  altre  città  si  trova 
particolarmente  d' inverno. 

Questa  città,  che  si  vuole  colonia  Romana,  ebbe 
i  Duumviri,  un  Edile,  ed  un  Questore.  Nella  divisione 
italica  fatta  dall'  Imperatore  Adriano  fu  assoggettata 
a  un  Consolare.  Neil'  oppressione  Longobardica  fu  affi- 
dato ad  un  Duca  il  supremo  governo,  ad  un  Marchese 
la  difesa  della  sua  marca,  ad  un  Conte  la  giudicatura. 
Morta  Matilde  nel  1115,  Firenze  ruppe  i  ceppi  della 
schiavitù,  e  creò  la  dignità  dei  Consoli.  Divenuti  questi 
oppressori,  sostituì  loro  nel  1193  un  Pretore  chiamato 
Potestà,  e  nel  1207  decretò  che  fosse  forestiero.  Ma 
la  dignità  della  Repubblica  richiedeva  miglior  forma 
di  governo;  quindi  nel  1282  fu  creato  un  Magistrato 
di  otto  cittadini  artigiani  chiamati  Priori,  in  seguito 
preseduto  da  un  capo  supremo  detto  il  Gonfaloniere 
di  Giustizia;  e  questi  nove  chiamati  la  Signorìa  go- 
vernano la  Repubblica,  sussidiati  dai  Dieci  di  Guerra, 
e  dalle  altre  subalterne  Magistrature. 

Marco  Foscari  Ambasciatore  della  tua  Repubblica 
nel  1527,  male  intese  lo  spirito  della  nostra  Costitu- 
zione, che  vuole  tutti  i  cittadini  ascritti  alle  arti;  e 


—  1333  — 

prendendo  la  cosa  nel  senso  materiale  ci  descrisse  al 
Senato  Veneto  per  uomini  deboli  sì  per  natura,  che 
per   accidente;   per   natura,    perchè   le   dolcezze    di 
quest'  aere,  la  purità  di  questo  cielo,   V  amenità   di 
questi  luoghi,  gli  sembrava  dovessero  produrre  uomini 
timidi  e  molli;  per  accidente,  perchè  tutti  si  esercitano 
in  arti  manuali  e  meccaniche,  lavorando  ed  oprando 
con   le   proprie  mani  nelle  nostre  botteghe.  È  vero 
che  in  questa  Repubblica  anche  i  primi  che  gover- 
nano lo  Stato  scendono  nelle  loro  botteghe  della  seta 
e  della  lana;  è  vero  che,  gettati  i  lembi  del  mantello 
sopra  la  spalla,  pongonsi  alla  caviglia  e  lavorano  pub- 
blicamente che  ognuno  li  vede;  è  vero  che  i  figli  dei 
nostri    cittadini   stanno    in  bottega   con   i  grembiuli 
davanti  e   portano  il  sacco  e   le  sporte  alle  maestre 
con  la  seta,  e  fanno  altri  esercizj;  è  vero  che  i  vec- 
chi che  governano  lo  Stato  attendono  alle   faccende 
anche  più  vili  delle  loro  botteghe;  ma  non  è  già  vera 
la  conseguenza  che  Foscari  ne  trae,  cioè,  che  abbietto 
e  vile  T  animo  nostro  sia  quanto  gli  esercizj   quoti- 
diani. E  se  è  vera  la  sentenza  del  Filosofo  Non  posse 
quisquam   virtù  lem    exercere    qui    vilibus   sit   ojjiciis 
occupatus,  in  quanto  a  noi  viene  smentita,    come   i 
Cincinnati  la  smentirono  in  Roma.  E  vaglia  il  vero, 
o  Cappello,  non  sei  tu  testimone  in  questi  giorni  do- 
lorosi della  virtù  di  questo  popolo?  Anzi  più   ammi- 
rando  e    maraviglioso   deve   sembrarti,    che    quegli 
uomini,  i  quali  sono  usati  fino  dalla  fanciullesca  età 
a  portare  le  balle  della  lana  a  guisa  di  facchini  e  a 
stare  poco  meno  che  schiavi  tutto  il  giorno  e  gran 


—  1334  — 

pezza  della  notte  alla  caviglia,  al  fuso  e  nella  bot- 
tega, si  trovino  poi  dove  e  quando  bisogna,  tanta 
grandezza  d'  anima  e  così  nobili  ed  alti  pensieri,  per 
cui  sappiano  ed  osino  non  solo  di  dire,  ma  di  fare 
quelle  tante  cose  che  tutti  sempre  ammirarono,  am- 
mirano, ed  ammireranno. 


NOTIZIE 


(1)  Il  Campanile  del  Duomo  di  Firenze,  opera  maravigliosa 
di  Giotto,  fu  da  lui  incominciato  li  28  di  Luglio  1334. 
Non  so  perchè  alcuni  pretendono  che  sia  stato  inalzato 
col  disegno  ma  non  con  l'opera  di  Giotto,  e  perciò  lavo- 
rato dal  suo  scolare  Taddeo  Gaddi.  L'equivoco  nasce 
probabilmente  dall'avere  il  Gaddi  continuato  il  lavoro 
rimasto  interrotto  nel  1336  per  la  morte  del  maestro. 
Giotto  lavorò  alcuni  degli  ornati  di  scultura  della  Torre, 
facendo  parte  di  quelle  storie  di  marmo  dove  sono  i 
principj  delle  arti.  Questi  veggonsi  espressi  in  tante 
mandorle,  alcune  delle  quali  esagone,  altre  a  foggia  di 
rombo.  Nel  primo  ordine  di  esse  si  ravvisano  le  Storie 
della  creazione  d'Adamo,  della  formazione  di  Eva,  di 
Adamo  che  lavora  la  terra,  di  Eva  che  fila,  di  Giabel 
ritrovatore  della  vita  pastorale  e  dei  padiglioni  o  tende, 
di  Giubal  inventore  degli  strumenti  da  fiato,  di  Tubal- 
cain  primo  artefice  nel  lavorare  il  ferro  ed  i  metalli, 
e  di  Noè,  l'inventore  del  modo  di  fare  il  vino,  presso 
una  botte.  Le  storie  fin  qui  avvertite  non  a  Giotto,  ma 
si  attribuiscono  ad  Andrea  Pisano.  Indubitatamente  di 
Giotto  sono  quelle,  che  raffigurano  Fidia  per  esprimere 
la  Scultura,  Apelle  per  la  Pittura,  Donato  per  la  Gram- 
matica, Platone  e  Aristotile  perla  Filosofia:  Tolomeo  e 
Euclide  per  la  Geometrìa  e  per  la  scienza  degli  astri. 
Le  altre  che  rappresentano  la  Musica,  la  Danza,  e  la 
Cavallerizza  sono  scolpite  da  Luca  della  Robbia.  Andrea 


—   1336  — 

Pisano  rappresentò  le  selte  Yirlù  con  i  respettivi  loro 
simboli,  le  opere  della  Misericordia,  ed  i  sette  Pianeti. 
A  Giotto  appartengono  i  Sette  Sacramenti. 

Indi  nel  Campanile  ricorrono  sedici  nicchie  nelle 
quali  le  statue  alte  tre  braccia  ed  un  sesto  sono  lavo- 
rate da  Niccolò  d'Arezzo,  da  Luca  della  Robbia,  da 
Andrea  Pisano,  da  Donatello  e  da  altri.  Erroneamente 
si  attribuiscono  a  Donatello  le  quattro  statue  corrispon- 
denti sulla  facciata.  Tre  sole  gli  appartengono,  e  portano 
il  suo  nome  scritto  nel  plinto;  come  ancora  è  erronea 
l'opinione  che  raffigurino  i  quattro  Evangelisti,  il  che 
sarebbe  stato  duplicare  le  figure  medesime,  mentre  le 
statue  degli  Evangelisti  erano  nella  facciata  del  Duomo 
scolpite  in  parte  da  Donatello.  Esse  adunque  rappresen- 
tano i  Profeti.  La  quarta  statua  che  guarda  la  piazza  di 
S.  Giovanni  sul  canto  della  Misericordia  tiene  un  car- 
tello in  mano  su  cui  è  scritto  Johannes  Kossus  Pro- 
phetam  me  sculpsit  Oziam,  e  quella  accanto  ha  scolpito 
sul  petto  il  nome  di  Geremia.  Con  ciò  viene  ad  essere 
indubitato  che  soli  tre  Profeti  della  facciata  che  guarda 
San  Giovanni  sono  di  Donatello,  e  che  il  quarto  fu 
scolpito  da  Giovanni  Rossi. 

Altri  quattro  Profeti  sono  raffigurati  nelle  statue 
che  guardano  la  Misericordia,  scolpite  tre  da  Andrea 
Pisano  ed  una  da  Tommaso  di  Stefano  detto  il  Giottino. 
Delle  statue  dei  Patriarchi  che  sono  nelle  nicchie  dal  lato 
della  porta  del  Campanile,  due,  cioè  Abramo  e  Isacco, 
sono  di  Donatello,  e  altre  due  di  Niccolò  Aretino.  Luca 
della  Robbia  scolpì  tre  statue  nelle  nicchie  della  fac- 
ciata che  guarda  il  Duomo,  e  la  quarta  fu  lavoro  di 
Nanni  di  Bartolo. 

Non  è  noto  a  qual  punto  il  Campanile  fosse  giunto 
quando  morì  Giotto.  Taddeo  Gaddi  che  Io  condusse  a 
termine  trascurò,  credo  opportunamente,  di  aggiungervi 
la  Piramide  quadrata,  che  secondo  l'antico  disegno  do- 
veva terminarlo. 


—  1337  — 

(2)  Circa  il  1563  eravi  in  Venezia  la  ragione  bancaria  dei 
Salviali,  nella  quale  erano  impiegati  molti  giovani  tra  i 
quali  era  per  cassiere  Pietro  Buonaventuri  cittadino 
fiorentino,  gentile  e  garbato  giovane. 

La  casa  della  nobilissima  famiglia  Cappello  stava 
di  fronte  al  Banco  Salviali,  ed  apparteneva  a  quella 
famiglia  una  bellissima  fanciulla  chiamata  Bianca,  della 
quale  s'innamorò  Pietro  Bonaventura  corrisposto  dal- 
l'incauta al  punto  di  trovarsi  confidentemente  insieme 
pressoché  ogni  notte ,  poiché  ajutati  gli  amanti  dalla 
fante  custode  della  fanciulla,  questa  aveva  agio  di  an- 
dare nel  Banco  Salviali  ad  amorosi  colloquj  con  l'amato 
giovane.  Continuando  i  due  amanti  in  tale  stato,  una  sera 
tra  le  altre  avvenne,  che  andata  la  giovane  a  ritrovare 
il  suo  amante,  lasciando  come  era  solita  l'uscio  di  sua 
casa  socchiuso,  questo  fu  serrato  affatto  da  un  fornajo 
che  passava. 

Quando  la  giovane  volle  rientrare  in  casa,  trovalo 
l'uscio  chiuso,  rimase  quasi  morta  dal  dolore.  Invano 
gli  amanti  fecero  i  concertali  segni  alla  fante;  essa  non 
gli  udì.  Già  appariva  l'aurora,  e  temendo  d'essere  sco- 
perti, elessero  per  ultimo  parlilo  di  fuggire  da  Venezia, 
mentre  in  caso  diverso  sarebbero  slati  spenti. 

Con  le  vesti  e  denari  che  avevano  indosso  monta- 
rono frettolosamente  sopra  una  barca,  e  più  occultamente 
che  poterono  giunsero  a  Firenze  e  si  ricovrarono  in  casa 
del  padre  del  Buonaventuri,  che  abitava  in  una  casuc- 
cia  sulla  piazza  di  S.  Marco,  essendo  poverissimo. 
La  venuta  dei  due  sposi,  aggravando  la  famiglia  rese 
necessario  licenziare  la  fantesca;  e  Bianca  si  adattò  alle 
più  grossolane  faccende  di  casa,  perchè  non  potevano 
disimpegnarsi  dalla  suocera  vecchia  e  malaticcia. 

Scoperta  in  Venezia  la  fuga  degli  amanti,  la  fami- 
glia Cappello  ottenne  un  bando  con  taglia  gravissima 
contro  i  fuggitivi  a  vantaggio  di  chi  gli  uccidesse.  Per 
il  che  i  meschini  vivevano   riliratissimi,  e   specialmente 

T.    IV  23 

% 


—  1338  — 

Bianca  non  usciva  di  casa,  tanto  più  a  ciò  costretta 
perchè  era  priva  affatto  di  vesti. 

Il  Principe  Francesco  figlio  di  Cosimo  l  era  solito 
andar  giornalmente,  al  Casino  di  fianco  a  S.  Marco, 
dove  si  occupava  delle  cose  dello  Stato.  Passando  sotto 
la  casa  Buonavcnturi,  veduta  a  caso  muovere  una 
gelosìa,  alzò  lo  sguardo  e  s'incontrò  negli  occhi  di 
Bianca,  che,  desiosa  di  vedere  il  Principe,  si  era  falla 
al  balcone.  Questo  sguardo  generò  in  Francesco  un  così 
vivo  desiderio  di  tal  donna,  che  volle  essere  informato 
su  lei  minutamente.  Conosciuta  la  sua  disgrazia,  inter- 
pose il  suo  Ajo  Fabio  Arazola  Marchese  di  Mondragone, 
perchè  oprasse  in  modo  di  conseguire  corrispondenza 
da  quella  bella  ed  infelice   sposa. 

Mondragone  messe  di  mezzo  sua  moglie,  che  con 
arte  somma  potè  indurre  Bianca  Cappello  e  sua  suocera 
ad  andare  in  carrozza  al  suo  palazzo,  situato  tra  via 
del  Giglio  e  de' Banchi,  luogo  ancor  oggi  chiamato  il 
Canto  di  Mondragone.  Colà  Francesco  sorprese  quella 
gentildonna,  la  quale,  vedendosi  perduta,  ricorse  al- 
l'espediente di  raccomandare  a  lui  il  suo  onore  e  la 
sua  vita.  Francesco  comportandosi  generosamente  per 
arrivare  ai  suoi  fini,  e  con  i  modi  che  a  lui  non  man- 
cavano, giunse  a  guadagnarsi  l'amore  di  Bianca,  seb- 
bene fosse  egli  ammogliato  con  Giovanna  d'Austria. 
Finché  questa  visse,  Francesco  si  moderò  nella  pubbli- 
cità di  simile  passione,  nota  però  a  tutti;  ma  quando 
sua  moglie  morì  di  parto,  allora  la  favorita  fu  trattata 
con  ogni  splendidezza  e  poiché  attesa  la  confisca  dei  beni 
di  Palla  Rucellai  proscritto  fra  i  tanti  Fiorentini  per 
volere  di  Cosimo  de' Medici,  il  Casino  e  la  Selva,  luoghi 
di  delizie  e  di  accademici  trattenimenti  già  da  me  ram- 
mentali, erano  passati  in  potere  dei  Medici;  il  Granduca 
li  donò  per  abitazione  a  Bianca  Cappello  prima  che 
divenisse  sua  moglie.  Quivi  si  fecero  leggiadre  burle  e 
bellissime  fesle   raccontate  da  Celio  Malespini,   che  ben 


—  1339  — 

fanno  conoscere  quanto  amore  affascinasse  Francesco. 
Due  mesi  dopo  la  morte  della  Granduchessa  Giovanna 
morì  ancora  il  marito  di  Bianca,  lasciato  ucciso  in  uno 
dei  chiassoli  dietro  via  Maggio  da  venticinque  ferite 
ricevute  a  notte  avanzata.  Così  tolti  di  mezzo  gli  ostacoli 
che  si  frapponevano  per  le  nozze,  Francesco  sposò  subito 
la  sua  amante,  desideroso  di  averne  dei  figli. 

Sono  indescrivibili  le  feste  che  sì  in  Firenze  che  a 
Venezia  si  fecero  per  questo  matrimonio.  Bianca  fu  di- 
chiarata figlia  della  Bepubblica  Veneziana  e  figlia  di 
San  Marco;  quindi  solennemente  fu  coronata  Grandu- 
chessa. Si  dice  che  in  Firenze  soltanto,  la  spesa  della 
festa  delle  nozze  costasse  trecentomila  scudi.  Dopo  tale 
unione  Bianca  simulò  di  partorire  un  figlio,  e  fu  il 
Principe  Antonio,  che  in  seguito  Ferdinando  I  informato 
dell'inganno  ordito  dalla  Cappello  fece  sempre  restare 
in  grado  privato. 

Alcuni  anni  dopo  la  nascita  del  Principe  Antonio, 
e  precisamente  quando  il  Cardinal  Ferdinando  fratello 
di  Francesco  si  vide  escluso  dal  papato  dalla  fazione 
Colonna,  che  ottenne  la  Tiara  per  Felice  Pcrelli,  ossia 
Sisto  V,  accadde  che  Francesco  I  e  Bianca  sua  moglie 
morirono  nel  giorno  medesimo  al  Poggio  a  Cajano, 
e  dissesi  per  veleno  sebbene  dai  più  gravi  Istorici  si 
rigetti  una  tale  opinione. 

(3)  Escluso  il  Dominio  della  Repubblica  di  Siena  sul  princi- 

pio del  secolo  XVI  ancora  non  assoggettato  a  Firenze, 
questa  città  sedeva  nel  centro  della  Toscana. 

(4)  Sotto  il  Principato  si  conservarono  ristessi  sistemi  gover- 

nativi del  tempo  di  Repubblica  rapporto  al  Dominio  di 
Firenze.  Nelle  Città  principali  dello  Stato,  vi  risedeva 
un  Governatore,  nelle  altre  un  Commissario,  e  nelle 
Terre  e  Castelli  un  Vicario  o  un  Potestà  secondo  la  loro 
maggiore  o  minore  importanza. 


—  1340  — 

(5)  Dopo  la  costruzione  del  terzo  giro  delle  mura  di  Firenze, 

di  poco  la  città  ha  cresciuto  le  sue  strade.  Io  credo 
che  nel  1530  epoca  del  mio  Racconto  fino  al  presente, 
la  migliore  delle  strade  aggiunte  alle  antiche  è  quella 
recentissima  chiamala  Via  San  Leopoldo.  Con  questa, 
I'  antica  via  Larga  è  stata  spaziosamente  proseguita 
fino  alle  mura,  traversando  il  suolo  occupato  da  orti 
di  Monasteri  soppressi.  Questa  strada  è  già  fiancheg- 
giata in  parte  da  eleganti  palazzi,  ed  unita  alla  via 
Larga  forma  la   più  bella  e  spaziosa  strada  di  Firenze. 

(6)  Quando  la  città  di  Firenze  stava  ristretta   nel  primo  cer- 

chio delle  mura,  era  divisa  in  Quartieri  denominati 
dalle  porte,  cioè  il  Quartiere  di  Porta  al  Vescovo;  il  Quar- 
tiere di  Por  S.  Maria,  il  Quartiere  di  Por  S.  Piero,  ed 
il  Quartiere  di  Por  S.  Pancrazio. 

Quando  la  città  fu  aumentata  con  il  secondo  giro 
delle  mura,  venne  divisa  in  sei  parti  chiamate  Sestieri, 
cioè:  1  Sesto  d'Oltrarno,  2  Sesto  di  S.  Piero  Scherag- 
gio,  3  Sesto  di  SS.  Apostoli,  4  Sesto  di  S.  Pancrazio, 
5  Sesto  del  Duomo,  6  Sesto  di  S.   Piero. 

Finalmente  aumentata  la  città  con  il  terzo  giro  delle 
Mura,  fu  nuovamente  divisa  in  Quartieri,  divisione  che 
ha  sempre  conservato  fino  al  presente,  sebbene  per  ciò 
che  concerne  la  distribuzione  governativa  attuale,  il 
Quartiere  di  S.  Giovanni  sia  soppresso,  ed  il  suo  cir- 
cuito aggregato  ai  Quartieri  di  S.  Maria  Novella  e  di 
S.  Croce.  Poiché  ora  la  città  d'Oltrarno  forma  non  il 
Quartiere,  come  comunemente  si  dice,  ma  il  Terziere 
di  S.  Spirito,  e  la  città  di  qua  d'Arno,  divisa  con  la 
via,  che  dalla  Porla  S.  Gallo  mena  dritto  al  Ponte 
Vecchio,  dà  il  Terziere  di  S.  Croce  a  levante,  ed  il 
Terziere  di  S.  Maria  Novella  a  ponente. 

(7)  La  distribuzione  delle  Famiglie  Repubblicane  di  Firenze 

si  può  vedere  sempre   nell'Archivio  dalle   Decime-Gran- 


—  1341   — 

ducali  situato  nel  primo  Cortile  del  palazzo  già  Ric- 
cardi. 

Fino  alla  metà  del  secolo  XV  non  esistettero  registri 
genetliaci;  quindi  con  molta  circospezione  debbesi  prestar 
fede  a  ciò  che  scrissero  gli  Storici  della  popolazione  di 
Firenze.  Nel  1470  si  trova  ricordo  che  i  sopportanti 
tassa  erano  quarantamilatrecentovenlitre.  Attualmente  gli 
Abitanti  di  Firenze  ammontano  a  più  di  centomila, 
oltre  a  molti  forestieri. 

(8)  I  Sobborghi  di  Firenze  avanti  il  1530  erano  così  vasti  e 

popolati,  che  aumentavano  la  città  di  un  terzo  sì  per 
le  fabbriche  che  per  gli  abitanti.  Sotto  la  Dominazione 
Medicea  fu  impossibile  cosa  la  riedificazione  dei  Sobbor- 
ghi, mancando  in  città  abitanti  alle  case.  Ma  dal  Secolo 
XVIII  in  poi  i  subborghi  sono  risorti  in  gran  parte,  e 
questo  segno  di  prosperità  va  giornalmente  aumentando. 

(9)  In  oggi    i  fuochi   ossiano  i    Quartieri    delle    case   di  Fi- 

renze sono  molto  più  aumentati,  al  confronto  di  quelli 
del  Secolo  XVI,  perchè  la  civiltà  ha  fatto  nascere  il 
bisogno  di  non  vivere  tanto  ristretti  come  una  volta. 
Quindi  senza  parlare  dei  Siguori,  ogni  famiglia  ritiene 
un  comodo  piano  di  casa  o  più  d'uno,  il  che  ha  fatto 
aumentare  le  case,  essendo  stati  ridotti  ad  usi  civili 
molli  Conventi,  Chiese  e  Spedali.  Oggi  gli  Edifizj  desti- 
nati Ad  Abitazione  dei  Cittadini  ammontano  al  numero 
di  ottomilatrenta  ,  e  vanno  giornalmente  accrescendosi; 
riprova  sicurissima  che  i  Fiorentini  giammai  vissero  più 
felicemente,   al  confronto  dell'epoca  presente. 

(10)  Il  MagniGco  palazzo  Del  Nero,  ora  Torrigiani,  fu  eretto 
col  disegno  di  Tommaso  del  senatore  Agostino  Del  Nero 
sotto  la  direzione  di  Baccio  d'Agnolo,  nel  regno  di  Co- 
simo I.  I  Del  Nero,  ascritti  all'arte  dei  rigattieri,  co- 
minciarono nel  1382  a  conseguire  il  Priorato,  che  otten- 


—   1342  — 

nero  per  ventisette  volte  fino  al  1528.  Bernardo  di  Nero 
di  Filippo,  che  fu  Gonfaloniere  nel  1474,  1487  e  149G, 
fu  qualificalissitno  cittadino ,  poiché  oltre  essere  stato 
uno  dei  venti  deputati  a  reprimere  la  ribellione  dei 
Volterrani  nel  1472  ed  Ambasciatore  a  Pisa  nel  1482, 
fu  poi  nel  1483  Commissario  Generale  di  guerra  in 
Lunigiana  per  opporsi  a  Costanzo  Sforza,  e  nell'anno 
seguente  bravamente  soccorse  Pietrasanta  e  cacciò  i 
Genovesi  da  Vada.  Ei  fu  il  Marino  Faliero  dei  Fioren- 
tini, perche  appena  compita  la  sua  carica  del  Gonfalo- 
nierato  nel  1497,  accusato  di  essere  a  parte  di  una 
congiura  per  sommuovere  il  governo  e  rimettere  i  Me- 
dici nella  città,  perde  la  testa  nel  cortile  del  palazzo  del 
Potestà  in  età  di  72  anni.  Niccolò  figlio  di  Bernardo 
fu  mandato  Ambasciatore  in  Spagna  nel  1497,  indi  a 
Roma  per  intervenire  ai  congressi  nei  quali  Iraltavasi 
la  pace  tra  la  Spagna  e  la  Francia,  nel  1506  fu  mandato 
a  Livorno  per  ossequiare  il  Re  di  Spagna  che  portavasi 
a  Napoli  per  riordinare  quel  Regno  e  nel  1512  fu  spe- 
dito a  Prato  al  Cardona  Viceré  di  Napoli  per  trattare 
la  riammissione  dei  Medici  nella  città.  Francesco  di 
Nero  fu  Ambasciatore  in  Francia  nel  1480  ed  al  Re 
de'Romani  nel  1496.  Piero  suo  figlio  fu  Capitano  di 
Arezzo  nel  1480,  ed  era  colla  medesima  carica  in  Pisa 
nel  1511  in  occasione  dal  pseudo  concilio,  e  fu  neces- 
sario rimuoverlo  dalla  sua  carica,  perchè  contrario  a 
questa  nuovità  sdegnò  di  portarsi  ad  ossequiare  i  Car- 
dinali come  gli  era  stato  ingiunto.  Nero  fu  cittadino 
reputatissimo  ed  uno  di  quelli  che  nel  1527  furono  giu- 
dicali di  tal  virtù  da  essere  proposti  al  Gonfalonicrato 
per  un  anno.  Filippo  e  Giovanni  suoi  figli  furono  tra  i 
Capitani  delle  milizie  cittadine  durante  l'assedio,  dopo 
il  quale  furono  confinati.  3Iarco  di  Simone  di  Bernardo 
amico  zelante  della  libertà  ed  amatore  del  bene  comune, 
fu  mandato  nel  1528  Ambasciatore  a  Napoli  per  signi- 
ficare a  Laufrec  comandante  delle    armi  Francesi  che  i 


—  1343  — 

Fiorentini  non  potevano  somministrargli  vettovaglie  né 
concedergli  il  passo  per  il  loro  territorio  per  essere  in 
Firenze  il  contagio.  Era  sempre  presso  Lautrec  quando 
fu  rotto  dagli  Spagnoli,  e  caduto  nelle  loro  mani  morì 
nelle  prigioni  di  Napoli  con  grave  cordoglio  dei  suoi 
concittadini.  Al  contrario  Francesco  ed  Agostino  di  Piero 
di  Francesco  furono  nelle  ultime  vicende  della  Repub- 
blica fautori  dei  Medici.  Francesco,  detto  il  Crà  del 
Piccadiglio,  fu  amico  del  Macchiavello  e  fece  parte  della 
balìa  che  dopo  la  capitolazione  riformò  il  governo.  Fu 
in  seguito  Tesoriere  di  Clemente  VII,  cameriere  di 
Cosimo  I  e  morì  senatore  nel  1563.  Agostino  suo  fra- 
tello fu  dichiarato  ribelle  per  avere  abbandonata  nel 
periglio  la  patria,  ma  tornato  per  evitare  la  confisca,  fu 
confinato  per  cinque  anni  nelle  carceri  delle  Stinche 
sotto  pretesto  di  avere  ajutato  la  fuga  di  Lorenzo  Bracci. 
Visse  onorato  sotto  il  Principato  e  nel  1564  fu  eletto 
senatore.  Nel  1568  diventò  per  compra  Barone  di  Por- 
cigliano  nel  territorio  Romano.  Morì  nel  1576  e  nei  suoi 
figli  Francesco  e  Nero  si  suddivise  la  casa.  Alessandro 
di  Francesco  fu  mandato  Ambasciatore  alla  corte  di  Sa- 
voja  ed  alle  Repubbliche  di  Genova  e  di  Lucca  nel 
1621  per  dar  parte  della  morte  del  Granduca  Cosimo 
II.  Fu  ascritto  tra  i  senatori  nel  1637  e  nel  1659  fu 
mandato  Ambasciatore  straordinario  alla  corte  di  Fran- 
cia. Alessandro  suo  nipote  si  acquistò  reputazione  di 
soldato  valoroso  nelle  guerre  della  Germania.  Tornato 
in  patria  fu  eletto  General  supremo  delle  milizie  del 
Granducato,  indi  Governatore  di  Livorno,  nella  qual 
carica  morì  nel  1735.  In  Francesco  suo  figlio  si  spense 
il  ramo  nel  1773.  Da  Nero  del  senatore  Agostino  discese 
Luigi  che  nel  1670  fu  inviato  Oralore  straordinario 
alla  Corte  di  Mantova.  Nero  suo  figlio  andò  residente  in 
Spagna  nel  1708,  e  ne  fu  richiamato  nel  1715  per  una 
prepotenza  di  Cosimo  III  che  volle  punirlo  di  essersi 
ammogliato    in  onta    alle   promesse    fatte   in    occasione 


—  1344  — 

dell'accasamento  del  suo  fratello  secondogenito  che  si 
unì  ad  una  sorella  del  senatore  Carlo  Rinuccini,  onni- 
potente sotto  il  mentovalo  Granduca.  Marco  di  Simone 
fu  Vescovo  di  Bisignano.  In  Firenze  i  Del  Nero  si  estin- 
sero nel  Baron  Cerbone  di  Luigi  Maria  morto  il  31 
Gennajo  1816.  Ignoro  se  un  ramo  trapiantato  in  Spagna 
da  Francesco,  figlio  di  quel  Bernardo  di  Simone  di  Fi- 
lippo che  fu  Capitano  delle  galere  dei  Fiorentini  nel 
1468,  vi  esista  tuttora.  Bernardino  figlio  di  Francesco 
fu  Viceré  d'Abruzzo.  Arme  di  questa  casa  fu  il  cane 
levriero  d'argento  con  collare  rosso  fregialo  d'oro,  ram- 
pante nel   campo  nero. 

Avverto  che  anco  i  Cambi  e  gli  Aldobrandini  si 
dissero  talvolta  Del  Nero  dal  nome  Nero  agnatizio  nelle 
loro  famiglie. 

Nessuna  attinenza  ha  coi  Del  Nero  la  famiglia  da 
cui  trasse  i  natali  S.  Filippo  Neri.  Essa  discese  da  Ca- 
stelfranco di  sopra  nella  persona  di  ser  Giovanni  di 
Neri  che  fu  notaro  della  Signorìa  nel  1390  e  1409. 
Filippo  nacque  da  ser  Francesco  di  Filippo  e  da  Lu- 
crezia di  Antonio  di  Mosciano  nel  1515,  morì  in  Roma 
nel  1595  e  fu  canonizzato  nel  1625.  In  lui  si  spense 
la  casa  e  Lisabetta  sua  sorella  moglie  di  Antonio  Cioni 
concesse  nel  1599  ai  Del  Nero  di  unire  alla  propria 
l'arme  dei  Neri  consistente  in  tre  stelle  dorate  nel 
campo  lurchino. 

Le  altre  famiglie  di  cognome  Neri  hanno  avuto  lo 
stalo  durante  il  regno  dei  Medici. 

(11)  Uguccionc  della  Pressa  fu  il  fondatore  della  chiesa  di 
S.  Locia  Oltrarno,  che  si  disse  poi  dei  Magnoli  perchè 
Stagnolo  figlio  di  Uguccione  la  condusse  a  compimento 
e  la  dotò  dono  la  morte  del  padre.  Ardingo  Vescovo 
di  Firenze  nel  1244  la  dette  in  Patronato  ai  Monaci  di 
S.  Miniato  al  Monte.  Vi  acquistarono  in  seguito  qualche 
diritto  ancora  i    popolani  per    averla  restaurata    ed   ac- 


—   1345  — 

cresciuta  nel  1298.  Nel  1425  dall'  arcivescovo  Corsini 
fu  assegnata  in  Patronato  al  celebre  Niccolò  da  Uzzano 
perchè  in  esecuzione  dell' ultima  volontà  di  Angiolo  suo 
fratello  l'aveva  fatta  nòbilmente  ornare  e  dipingere  ed 
avea  dotato  la  Cappella  maggiore  di  fiorini  quattrocento 
di  rendila. 

Ove  ora  sorge  il  palazzo  Canigiani,  e  più  antica- 
mente dei  Bardi  Larioni,  fu  già  lo  spedalctto  di  S. 
Lucia,  edificato  nel  1283.  È  tradizione  che  ivi  per  la 
prima  volta  si  conoscessero  e  si  abboccassero  nel  1212 
i  due  celebri  istitutori  di  ordini  Regolari ,  cioè  S.  Fran- 
cesco e  S.  Domenico,  come  lo  ricorda  una  iscrizione 
appostavi  dalla  pietà  del  senatore  Francesco  Canigiani. 
A  ciò  si  oppone  in  primo  luogo  l'epoca  della  edificazione 
dello  spedale,  nella  quale  ambidue  i  santi  erano  morti, 
ed  in  secoudo  luogo  l'epoca  diversa  della  venuta  di  essi 
a  Firenze,  poiché  secondo  il  Wadingo,  S.  Francesco  fu 
in  Firenze  soltanto  nel  1211  e  nel  1222,  mentre  secondo 
gli  Annalisti  Domenicani,  S.  Domenico  dimorò  in  questa 
città  nel  1219  e  nel  1221,  e  gli  fu  assolutamente  im- 
possibile di  trovarvisi  nel  1222,  essendo  occupatissimo 
in  Francia  nel  predicare  l'csterminio  degli  Albigesi. 

(12)  La  Chiesetta  della  Madonna  delle  Grazie  fu  nel  1372 
edificata  dalla  famiglia  Alberti,  sebbene  fino  dall'anno 
antecedente  ne  avesse  ottenuta  la  permissione  dal  Co- 
mune Giovanni  di  Antonio  Mann  ini  che  sorpreso  dalla 
morte  nel  1372  non  potè  condurre  a  termine  il  pio 
divisamento.  Questi  Mìnnini  sono  antichi  in  Firenze  e 
si  trovano  ammessi  allo  Magistrature  fino  dal  1347, 
poiché  in  tal  anno  Jacopo  di  Mannino  fu  Gonfaloniere 
di  Compagnia.  In  seguito  Giovanni  figlio  di  Antonio  suo 
fratello  ottenne  il  Priorato  nel  1369,  fu  dei  XVI  Gon- 
falonieri nel  1371  ed  era  de' XII  Buonomini  nel  1372 
allorché  morì.  Luigi  suo  figlio  coprì  tutte  le  primarie 
cariche  della  Repubblica  e  sedè  Irà  i  Hriori  nel  1393, 
t.   ìv.  24 


—   1346  — 

1400,  1405,  1416,  1419.  Nei  fratelli  di  Luigi  si  divise 
la  casa,  poiché  da  Antonio  discese  un  ramo  distinto 
dalle  primarie  Magistrature  e  mancato  in  Firenze  nel 
secolo  XVII,  mentre  da  Manno  provengono  i  Mannini 
attualmente  esistenti  in  Firenze.  Odoardo  tìglio  di  Antonio 
militò  in  grado  elevato  nelle  armale  del  Re  d'Ungheria 
e  morì  a  Buda  nel  1456.  Da  Niccolò  di  Marinino,  che 
raccomandato  dalla  Signorìa  passò  a  Udine  nel  1372, 
proviene  un  ramo  che  tuttora  vi  esiste  distinto  dai 
titoli  Comitali  su  Polcenico  e  Fanna.  Giovanni  figlio  di 
Niccolò  fu  ascritto  al  Patriziato  Veneto  nel  1418  per 
aver  contribuito  alla  dedizione  di  Udine  a  quella  Repub- 
blica, ed  uno  dei  suoi  discendenti  fu  1'  ultimo  Doge 
della  Veneta  Repubblica.  Questi  Mannini.  a  distinzione 
di  altra  famiglia  omonima  mancata  nel  secolo  XIV  che 
usava  l'arme  di  un  oca  d'oro  in  azzurro,  portano  per 
stemma  il  leone  rosso  rampante  nel  campo  d'argento. 

Oltre  questa  chiesetta  furono  su  questo  ponte  altre 
Cappelle  dedicate  a  S.  Caterina,  a  S.  Barnaba  ed  a  S. 
Lorenzo.  Circa  la  metà  del  secolo  XIV  in  una  casuccia 
su  questo  ponte  ebbero  origine  le  Monache  dell'  Arcan- 
gelo Raffaello  dettele  Romite  di  Ponte,  la  cui  Chiesina 
dedicata  a  S.  Maria  della  Carità  esiste  tuttora.  Da  qui, 
le  monache  andarono  nel  Convento  fuori  della  Porta 
alla  Giustizia,  ceduto  ad  esse  dai  Frati  Amidei,  e  nel  1529 
si  refugiarono  nel  Monastero  di  S.  Clemente  in  via  S. 
Gallo.  Dopo,  nel  1534  si  stabilirono  in  Borgo  S.  Fre- 
diano, Convento  oggi  soppresso. 

Parimente  lo  Monache  dette  le  Murate  cominciarono 
il  loro  istituto  in  una  casuccia  su  di  questo  Ponte, 
come  resulta  dall'iscrizione  in  marmo,  che  tuttora  si  legge. 

(13)  Cosimo  I  nel  Secolo  XVI  mandò  altrove  i  Macellari  che 
tenevano  le  botteghe  sul  Ponte  Vecchio,  e  le  destinò 
agli  Orefici.  Il  Vasari  si  servì  delle  botteghe  del  lato 
di    levante     per    posarvi     il    Corridojo,     che     mediante 


—   1347  — 

ingegnosissimo  giro  unisce  al  palazzo  Pitti  il  fabbricato 
degli  Uffizj  ed  il  Palazzo  Vecchio.  Nel  Iato  opposto,  cioè 
sceso  il  Ponte,  sulla  cantonata  di  Borgo  S.  Jacopo,  vi 
fu  uno  Spedale  od  Ospizio  per  uso  dei  Cavalieri  di 
Malta,  in  oggi  ridotto  a  palazzina  di  proprietà  del  Sig. 
Caruana. 

L'Ospizio  fu  edificato  da  Fiorenzo  nel  1050  per 
comodo  dei  Templari.  Soppresso  l'Ordine,  passò  ai  Ca- 
valieri Gerosolimitani.  In  questo  punto  anticamente  vi 
fu  una  statua  rappresentante  un' Ajace  ferito,  o  piutto- 
sto un  gruppo  di  due  Gladiatori,  e  vi  stette  fino  al  re- 
gno di  Ferdinando  II.  Prima  di  questa,  vi  era  stata 
altra  statua  di  Marie,  della  quale  Dante  disse: 

Sempre  con  V  arte  sua  la  farà  trista 
E  se  non  fosse,  che  n  sul  passo  d'Arno 
Rimane  ancor  di  lui  alcuna  vista. 

(14)  La  violenza  della  piena  d'Arno  avvenuta  nel  1557  at- 
terrò il  Ponte  S.  Trinità,  e  fu  riedificato  sotto  Co- 
simo I  co!  disegno  dell' Ammannati.  Si  giudica  il  Ponte 
più  svelto,  spazioso,  piano  ed  elegante  d'  Italia.  Di  so- 
pra e  di  sotto  è  tutto  di  pietra  forte,  consistendo  gran 
parte  del  suo  bello  nella  curva  pianissima  de'  suoi  tre 
archi.  Le  statue  delle  quattro  Stagioni  lo  adornano  sugli 
ingressi. 

(15)  La  Chiesa  di  S.  Antonio  sulla  coscia  a  settentrione 
del  Ponte  alla  Carraja  apparteneva  alla  famiglia  Kicasoli; 
essa  fu  atterrata  e  ridotta  nel  presente  Villino  dei 
Ricasoli  medesimi,  venendo  così  ad  acquistare  mag- 
gior prospetto  al  loro  palazzo,  corrispondente  sulla  Piazza 
del  Ponte  alla  Carraja. 

Nel  punto  dell'Arno  tra  il  Ponte  alla  Carraja 
e  quello  di  S.  Trinità  furono  fatte  diverse  Feste  nei  se- 
coli passati,  le  cui  descrizioni  dettero  moto    alle  penne 


—  1348  — 

dei  letterati.  Una  ne  fu  eseguila  nel  1304  diretta  da 
Buffalmacco  pittore,  nella  quale  si  rappresentava  V  In- 
ferno. V'erano  fuochi,  pene  e  martorii  con  uomini  con- 
traffatti e  demoni  orribili  a  vedersi  ed  altri  che  avevano 
la  figura  d'anime  ignude,  o  che  stando  in  diversi  tor- 
menti mandavano  grandissime  strida.  Il  Ponte  alla  Car- 
raja  allora  di  legname  da  pila  a  pila ,  si  caricò  sì  di 
gente  accorsa  a  quello  spettacolo,  che  rovinò  in  più  parti, 
e  molti  vi  morirono.  E  poiché  erasi  mandato  un  bando, 
che  chi  volesse  saper  novelle  dell'  altro  mondo  fosse  nel 
di  delle  calende  di  Maggio  in  sul  Ponte  alla  Carraja  e 
intorno  all'Arno,  il  gioco  da  beffa  avvenne  da  vero. 

Nel  Gennajo  1490,  essendo  l'Arno  diacciato  per 
modo  fortissimo,  per  tre  dì  vi  si  fece  alla  palla  e  al 
calcio  dai  giovani  cui  rincresceva  il  vivere;  perchè  aper- 
tosi il  diaccio  in  Yarj  punti,  alcuni  vi  perirono  inghiot- 
titi dal  fiume  ed  affogati.  Varie  feste  pure  vi  furono  fatte 
sotto  il  Principato;  e  adesso  in  Lungarno,  e  particolar- 
mente tra  i  Ponti  S.  Trinità  e  alla  Carraja,  si  fanno  le 
splendide  feste  d' illuminazione  e  fuochi  d'  artifizio  nella 
vigilia  di  S.  Giovanni  Battista. 

(10)  II  nome  istesso  di  Lungarno  denota  che  si  tratta 
di  strada  distesa  lungo  la  sponda  di  quel  fiume.  Nel 
,  Lungarno  Meridionale  avevano  le  loro  case  i  Fre- 
scobaldi ,  i  Capponi ,  i  Lanfredini ,  ed  i  Soderini. 
Le  case  di  quest'  ultima  famiglia  oggi  spettano  ai  Si- 
gnori Shneiderff.  Il  palazzo  Corboli  già  Lanfredini, 
fu  edificato  da  Baccio  d'  Angiolo ,  nel  secolo  XVI 
era  dipinto  nella  facciata  a  graffilo  per  opera  del  Fel- 
trini. 

(17)  Una  delle  più  belle  strade  sì  per  le  fabbriche  che  per 
i  punii  di  vista  è  il  Lung\rno  dalla  parte  Setten- 
trionali: del  fiume  Arno,  dove  continuamente  con- 
corre il  popolo  le  sere  d'estate  per  deliziarsi  al  fresco, 


—  1349  — 

e  nei  dì  sereni  d' inverno  per  profittare  della  mite  tem- 
peratura dell'aria  riscaldata  dal  sole. 

E'  andata  in  disuso  mia  festa  aulica  che  si  faceva 
nel  fiume  il  25  Luglio,  giorno  sacro  alla  memoria  di 
S.  Jacopo,  consistente  in  una  corsa  di  navicelli. 

In  questa  strada,  cominciando  da  levante,  erano  le 
case  e  palazzi  Landini  poi  Guasconi,  Vettori,  degli  Alberti, 
i  Tiratoj  della  Lana,  il  palazzo  de' Castellani ,  o  castello 
d'Altafronte,  la  Loggia  del  Pesce;  passato  il  Ponte-Vecchio 
si  trovavano  il  palazzo  Acciajoli,  il  casino  e  loggia  de'Gae- 
tani,  il  palazzo  degli  Spiui;  passalo  il  Ponte  S.  Trinità 
vedevasi  il  palazzo  de'  Gianfigliazzi  oggi  Buonaparte  fatto 
dietro  il  disegno  di  Brunellesco,  dove  è  tuttora  esistente 
l'Arme  lavoro  commendevole  di  Desiderio  da  Settignano. 
Disegnata  dal  Buontalenti  dopo  F  epoca  dell'  assedio  è  la 
porzione  del  convento  dei  Valombrosani,  corrispondente 
accanto  all'antico  palazzo  Gian6gliazzi,  divisa  dal  palazzo 
Corsini  mediante  un  chiassolo. 

L'antico  palazzo  Compagni  dipinto  nella  facciata  ven- 
ne incorporato  nel  vasto  palazzo  Corsini,  architettura  di 
Pier  Fraucesco  Silvani.  Terminano  le  fabbriche  del  Lun- 
garno col  palazzo  Ricasoli,  di  architettura  del  Miche- 
lozzi,  ed  allora  dipinto  nella  facciata. 


(18)  Quando  si  cominciò  la  Corsa  dei  Bàrberi  dentro  la  pòrta 
al  Prato,  allora  si  estese  il  Corso  fino  alla  porta  alla 
Croce. 


(19)  Là  Chiesa  di  S.  Andrea  è  una  delle  primitive  chiese  di 
Firenze,  e  quivi  fu  il  primo  Monastero  di  donne  che  in 
città  professassero  la  vita  monastica. 

Sulla  piazzetta  corrisponde  una  specie  di  torre,  che 
dall'insegna  di  San  Marco  si  rileva  essere  stata  la  Re- 
sidenza de' Consoli  dell'Arte  de' Linajoli. 


—  1350  — 

(20)  In  oggi  le  Corse  dei  Barberi  si  fanno  nella  strada  che 
dalla  porta  al  Prato  conduce  alla  porta  alla  Croce.  Per 
questo  a  comodo  maggiore  della  Corte  del  Granduca,  sulla 
piazza  del  Prato  nell'  angolo  che  conduce  alla  Portic- 
ciuola,  fu  edificato  un  terrazzo  con  somma  eleganza  ador- 
nato di  architetture  in  pietrame,  dietro  il  disegno  del 
Cavaliere  Conte  Luigi  De  Cambra y-Digni,  e  fu  ornato  di 
pitture  eseguite  dal  Professore  Luigi  A  demollo  mio  padre. 

La  corsa  di  S.  Anna  fu  soppressa;  quella  di  San 
Vittorio  à  stata  rimessa  alla  Domenica  nell'  oltavario  di 
Giovanni;  così  le  tre  corse  principali  di  Barberi  che  si 
fanno  in  Firenze  cioè  di  S.  Giovanni,  di  S.  Pietro  e  di 
S.  Vittorio  si  eseguiscono  in  otto  giorni  con  maggiore 
spasso  dei  cittadini  e  dei  forestieri.  Altri  due  palj  si  fa- 
cevano in  Firenze  nei  primi  due  giorni  di  Agosto,  or- 
dinati da  Cosimo  I  per  umiliare  i  Fiorentini  e  rammentare 
le  disfatte  degli  amici  della  libertà  a  Gavinana,  a  Mon- 
temurlo  e  a  Marciano.  Il  primo  giorno  il  palio  era 
corso  dagli  Asini  che  si  facevano  partire  da  Annalena 
per  giungere  alla  Colonna  di  S.  Felice.  Ivi  era  inalzata 
un  antenna  dalla  quale  pendevano  due  paperi  che  si 
donavano  a  chi  primo  giungesse  a  staccarli.  L'indomani 
nel  solito  luogo  correvasi  il  palio  dei  cavalli.  La  dina- 
stìa Lorenese  appena  giunse  al  trono  della  Toscana  abolì 
questi  palj  che  più  degradavano  coloro  che  gli  ordina- 
rono e  gli  tollerarono,  che  (a  memoria  dei  valorosi  pe- 
riti, in  difesa  della  santità  dei  proprj  diritti.  Accanto  al 
Terrazzo  del  Principe  sul  Prato,  quella  lunga  fila  di  case 
tutte  ad  un'  ordine  fu  edificata  sopra  alcuni  Tiratoj 
dell'arte  della  Lana  sotto  Cosimo  I,  che  le  incommendò 
nell'  ordine  di  S.  Stefano. 

Di  faccia, il  Casino  Corsini  appartenne  agli  Acciajoli. 
Uno  spedale  era  nel  luogo  del  Convento  soppresso  di 
S.  Anna,  dove  vennero  le  donne  di  Verzaja  fuori  della 
porla  San  Frediano,  dopo  che  fu  rovinalo  il  loro  Con- 
volilo noli' occasione  dell'assedio. 


—   1351   — 

(21)  La  strada  delta  via  di  Calimara  o  Calumala  è  delle  più 
antiche  di  Firenze;  principia  sulla  piazza  di  Mercato  Nuo- 
vo e  finisce  su  quella  di  Mercato  Vecchio.  Sull'etimolo- 
gìa del  nome  di  questa  strada  sono  discordi  gli  eruditi 
e  comunemente  si  accordano  nel  dire  che  possa  dirsi 
così,  quasi  Callis  Malus  ,  perchè  conducente  al  luogo 
ove  trovavasi  il  postribolo.  Riflettendo  io  pure  alla  eti- 
mologìa della  parola  Calimara,  sarei  di  avviso  che  le 
possa  piuttosto  essere  venuto  tal  nome  dai  mercantiche  lungo 
quella  aveano  le  loro  officine,  mercanti  di  panni  forestieri 
che  grezzi  facevano  venire  dall'  estero  e  che  qua  lustra- 
vano e  cimavano  per  rivendergli  a  maggior  prezzo,  arte 
che  chiamavasi  l'arte  di  Calimara.  Siccome  il  lustro  ai 
panni  davasi  con  una  preparazione  nella  qual  parte  prin- 
cipale erano  gli  spiriti,  così  non  sarei  lontano  dall' opi- 
nare che  dall'araba  parola  Kali  che  signiGca  spirito, 
possa  essere  derivato  cotesto  nome.  Aggiunge  peso  alla 
mia  ipotesi  1'  osservare  che  in  antico  Calimara  scrivevasi 
cominciando  colla  lettera  K  e  non  colla  lettera  C,  ciò  che 
rende  indubitato  essere  la  parola  di  origine  straniera 
e  non  proveniente  dalla  Latina,  poiché  capo,  caso  e  mol- 
tissime altre  voci  provenienti  dalla  lingua  del  Lazio  furono 
sempre  scritte  incominciando  colla  lettera  C,  mentre  al 
contrario  quelle  tolte  dalle  altre  lingue  come  cavaliere , 
calesso  ,  cavallo  e  via  discorrendo  ,  si  trovano  nei 
primitivi  scrittori  Italiani  incominciate  per  la  lettera  K. 

La  vicina  Via  di  Calimaruzza,  che  pone  in  comu- 
nicazione le  piazze  di  Mercato-Nuovo  e  de' Signori,  credo 
che  prenda  il  nome  diminutivo  da  Calimara,  perchè 
quivi  ancora  si  estendevano  le  botteghe  dei  mercanti 
di  panni  forestieri. 

Non  voglio  passare  sotto  silenzio  che  nella  via  di 
Calimara  abitò  Domenico  di  Nanni  barbiere  noto  col 
soprannome  di  Burchiello.  Nacque  nel  1380,  e  finché 
visse,  esercitando  la  sua  arte  coltivò  una  poesia  sua 
propria,  naturale,  piena  di  lepidezze,  di  sali,  d'ingegno 


—  1352  — 

e  di  coltura,  come  ancora  lo  dimostrano  i  suoi  Sonetti. 
Mori  nel  1448,  ed  il  suo  ritratto,  non  che  le  due  stan- 
zuccie  della  sua  bottega  furono  dipinte  nel  secolo  pas- 
sato nelle  volte  della  Galleria. 

(22)  Nel  1630  sotto  l'infausto  gesuitico  regno  di  Cosimo  III, 
Firenze  si  poteva  considerare  una  vasta  riunione  di  luo- 
ghi pii  e  sacri.  1  Conventi  ascesero  a  novanta,  le  Con- 
fraternite laicali  a  centoquarantanove.  Adesso  le  Chiese 
sono  quarantasei;  quattro  gli  Spedali,  sci  gli  Ospizj , 
dieci  i  Conservatori  e  quindici  i  Conventi. 

(23)  Avanti  il  1450  i  Palazzi  più  notabili  dei  privati  Fio- 
rentini furono  Alberti,  Castellani,  Bombeni,  Guicciar- 
dini, Alessandri,  Giugni,  Mozzi,  Corbinelli  ,  Davizzi , 
Spini,  Bischeri,  Vespucci ,  Sodcrini,  Nobili,  Antellesi, 
Bardi,  Salviati,  Guidetti,  Corsi,  Peruzzi,  Acciajoli,  Buon- 
delmonti,  Altoviti,  Lotteringhi  della  Stufa,  Strozzi,  Pan- 
ciatichi,  Corsini,  Quaratesi,  Del  Benino,  Busini,  Serristori 
(dove  alloggiò  Malatesta  Baglioni  sul  principio  dell'as- 
sedio), Pandolfini,  Larioni,  Biliotti,  e  Albizzi. 

Nei  venti  anni  successivi  al  1450  sorsero  i  palazzi 
Pitti,  Medici,  Martelli,  Gianfigliazzi,  Tornabuoni,  Ru- 
cellai,  Pazzi,  Pucci,  Giuntini,  Guardi,  Lenzi,  Boni, 
Neroni,  Spinelli,  Benucci,  Strozzi,  Bidolfi,  Capponi, 
Salviati  in  via  Por  S.  Piero,  Canigiani,  Gherardi,  Ne- 
retti, Aldobrandino  Morelli,  Antinori,  Borromci,  Miniati, 
Albizzi,  Niccolini  e  Vettori. 

Finalmente  dal  1470  al  1528  si  ricostruirono  ed 
edificarono  i  palazzi  Pandolfini  in  via  S.  Gallo  ed  Uguc- 
cioni  nella  Piazza  dei  Signori  con  disegno  di  Raffaello 
d'Urbino;  de' Gondi  in  faccia  allo  torri  Magalotti  e  Man- 
cini ossia  da  S.  Firenze;  dc'Soldani  presso  la  piazza  del 
Grano;  dc'Cocchi,  ora  Serristori,  sulla  piazza  di  S.  Croce; 
de'Barlolini  da  Sauta  Trinità;  de' Nasi  sulla  piazza 
de' Mozzi  diretti  e  disegnati  da  Baccio  d'  Angiolo;  de' Por- 


—  1353  — 

tinari  in  via  del  Palagio;  de'  Borgherini  in  Borgo  S. 
Apostolo;  dei  Da  Gagliano  in  via  del  Cocomero;  Dei 
sulla  piazza  di  S.  Spirito;  Bini  sopra  S.  Felice  in 
Piazza  dalla  parte  di  Boboli,  dove  abitò  Malatesta  Ba- 
glioni  sul  finire  dell'assedio,  adesso  destinato  al  Gabi- 
netto Fisico. 

Inoltre  in  meno  di  venti  anni,  dopo  il  1500  furono 
murati  i  casamenti  vasti  de'Landini  quindi  Doilì,  e  ora 
Guasconi,  de' Doni  nel  Corso  de' Tintori,  dei  Gaddi  in 
via  del  Giglio  passata  piazza  Madonna,  dei  Della  Casa 
e  dei  Carnesecchi  in  via  Larga,  dei  Ginori  nella  loro 
via,  dei  Taddei  al  Canto  del  Bisogno  vicino  al  Canto 
alla  Macine,  dei  Valori  nel  Borgo  degli  Albizzi,  ed 
oltre  a  molti  altri  il  vasto  casamento  ora  Bouturlin  in 
via  de'  Servi  non  terminato  al  tempo  dell'  assedio. 

Non  parlo  dei  bellissimi  e  vasti  Palazzi  edificati  dopo 
il  1530,  essendo  materia  troppo  estesa  e  fuori  del  mio 
argomento. 

(24)  Nel  1177  al  suscitarsi  delle  civili  discordie  i  Fiorentini 
combattevano  gli  uni  contro  gli  altri  dalle  loro  torri.  Già 
della  costruzione  di  queste  torri  parlai  alla  nota  25  del 
capitolo  XVIII,  ed  ora  dietro  l' indicazione  lasciatane  dal 
Malispini  farò  menzione  del  luogo  ove  trovavansi  le  prin- 
cipali tra  queste. 

In  piazza  dei  Signori  furono  le  Torri  liberti  nel 
luogo  dove  sorge  il  Cavallo  di  Cosimo  I,  quelle  dei 
Foraboschi,  degli  Ormanni,  e  dei  Della  Vacca  incorpo- 
rate nel  Palazzo  della  Signorìa.  Intorno  a  S.  Cecilia  e 
S.  Romolo  in  Piazza,  avevano  le  Torri  i  Malispini,  gì' In- 
fangati, i  Guglialferi  ed  i  Tebaltlucci;  in  Vacchereccia, 
Por  S.  Maria  e  Mercato  Nuovo  sorgevano  quelle  dei 
Fifanti,  dei  Cappiardi,  dei  Giudi,  dei  Tiniozzi,  dei  Galli, 
dei  Girolami,  degli  Amidei,  degli  Scolari,  dei  Giando- 
nati,  dei  Bosticbi,  degli  Uccellini,  e  dei  Dell'Arca.  In 
Terma,  appresso    a  Borgo  SS.  Apostoli,  si   vedevano  le 

T.    IV.  ?S 


~> 


—  1354  — 

Torri  Palermi™,  Scali  e  Filippi;  e  in  detto  Borgo  quella 
dei  Buondelmonli.  In  Borgo  dei  Greci  vi  erano  le  Torri 
Della  Pera  o  Peruzzi  e  De' Greci;  sorgevano  quelle  dei 
Bagnesi  presso  S.  Remigio,  con  quelle  dei  Guidalotti 
Del  Migliaccio  e  dei  Da  Quona.  In  via  Por  S.  Piero 
avevano  Torri  i  Donati,  i  Tedaldini,  i  Giuochi,  i  Ra- 
vignani,  i  Bisdomini,  gli  Alberighi,  i  Bouizi,  gli  Adimari. 
Da  S.  Martino  stavano  le  Torri  dei  Razzanti,  dei  Giu- 
gni, dei  Malfatti  e  di  quei  Della  Bella.  Intorno  a  Mer- 
cato Vecchio  si  vedevano  quelle  dei  Tosinghi,  degli 
Ubaldiui,  dei  Toschi,  degli  Arrigucci,  dei  Lisei,  de'Ca- 
ponsacchi,  dei  Nerli,  dei  Cipriani,  dei  Catelli™  Da 
Castiglione  e  dei  Vecchietti.  Gli  Alighieri  l'ebbero  tra  la 
piazzetta  di  S.  Martino  e  quella  de'Donati;  i  Barucci 
dalla  chiesa  di  S.  Maria  Maggiore;  gli  Amieri  da  S. 
Andrea,  e  presso  e  per  via  Porta-Rossa  l' avevano  gli 
Ughi,  i  Cosi,  i  Foresi,  i  Monaldi  e  i  Soldanieri.  Da 
Orsanmichele  sorgevano  le  Torri  dei  Chiaramontesi,  dei 
Compiobbesi,  degli  Abati,  dei  Galigai,  dei  Buonaguisi. 
I  Romaldelli  l'avevano  in  Calimara;  in  via  del  Garbo 
gli  Alepri;  e  da  Badia  i  Sacchetti  e  i  Gucci;  in  via 
dell'  Anguillara  gli  Schelmi;  dal  Duomo  i  Figiovanni,  i 
Firidolfi,  i  Fighineldi  e  i  Ferrantini;  e  i  Tornaquinci 
sul  canto  che  da  essi  ha  nome  presso  il  palazzo  Strozzi. 
I  Pazzi  in  faccia  a  quella  dei  Ravignani  dal  palazzo 
Non-Anito;  gli  Agli  presso  S.  Michele  Bertoldi.  La  torre 
Adimari,  detta  del  Guardamorto,  stava  sulla  cantonata 
della  piazza  di  S.  Giovanni;  i  Medici  ed  i  Sizi  l'ebbero 
da  S.  Tommaso  in  Mercato;  i  Magalotti  e  Mancini 
d'appresso  a  S.  Firenze;  i  Cerchi  nella  loro  via;  i 
Gherardini  in  faccia  via  Larabertesca;  i  Gondi  verso 
la  via  dei  Ferravecchi  i  Ricci  nel  Corso,  e  sul  canto  di 
via  Santa  Elisabetta  ebbero  una  casa  che  serviva  di 
ricovero  alle  vedove  della  loro  famiglia,  i  Boscoli  ebbero 
quella  che  serve  di  Campanile  al  palazzo  del  Bargello;  gli 
Alberti  sul  canto  di  Borgo  la  Croce;  gli  Albizzi  nel  loro 


—   1355  — 

Borgo;  i  Baroncclli  l'avevano  in  Piazza,  dove  una  fu 
disfatta  per  fabbricare  la  loggia  dell'Orcagna;  i  Cavalcanti 
l'ebbero  in  Baccano;  quivi  d'appresso  verso  Calimara 
l'ebbero  i  Cavallereschi,  ed  i  Baldovinetli  sulla  cantonata 
di  Borgo  SS.  Apostoli;  i  Pulci  in  cima  a  via  Lambertesca, 
compresa  in  seguito  nella  fabbrica  degli  Uffizi;  i  Pilli 
l'avevano  in  Pelliccerìa;  gli  Strozzi  sulla  piazza  da  loro 
denominata,  incorporata  nel  palazzo;  i  Sassetti  nella 
via  da  loro  denominata;  i  Macci  da  Orsanmichele  sulla 
cantonata  di  via  Calzajoli;  gli  Agolanti  in  via  de'Suc- 
chiellinai;  i  Del  Beccuto  sulla  piazza  Padella;  i  Giraldi 
nella  via  dei  Giraldi;  i  Peruzzi  sulla  loro  piazza;  i 
Bondinelli  sulla  piazza  di  S.  Lorenzo,  incorporata  nel 
Convento  degli  Scolopi;  i  Cerretani  nella  via  così  chia- 
mata, poi  incorporata  nella  fabbrica  del  Seminario,  ora 
Locanda  della  Nuova  York;  i  Mannelli  dal  loro  palazzo 
sceso  il  Ponte  Vecchio  sulla  cantonata  di  via  de' Bardi; 
i  Bossi  sul  canto  di  Borgo  S.  Jacopo  e  via  Guicciardini; 
i  Frescobaldi  sulla  piazza  sceso  il  Ponte  S.  Trinila. 

Poche  sono  le  Torri  tuttora  in  essere,  essendo  state 
incorporate  nei  palazzi  e  nelle  case  ;  ma  quelle  poche 
esistenti  danno  V  idea  di  quelle  oramai  perdute. 

(25)  Come  dissi  delle  Torri,  darò  qui  l'indicazione  delle 
Loggie,  sebbene  di  varie  abbia  parlato  in  questo  rac- 
conto. 

Oggi  Loggie  di  privati  non  ve  ne  sono,  essendo 
state  cangiate  in  altri  usi;  ma  nel  1530  si  vedevano  in 
Firenze  le  seguenti.  La  loggia  degli  Adimari  nel  loro 
Corso,  chiamata  ancora  la  Neghittosa;  degli  Agli,  da- 
vanti al  palazzo  oggi  Altoviti;  degli  Alberti  in  Borgo 
S.  Croce;  dei  Buondelmonti  in  Borgo  SS.  Apostoli;  dei 
Bardi  presso  il  loro  palazzo  nella  via  de'  Bardi  incorpo- 
rata oggi  nel  palazzo  Masetti;  dei  Cavalcanti  in  Baccano; 
dei  Cerchi  nella  via  di  questo  nome;  dei  Canigiani  vi- 
cino a  quella  de' Bardi  compresa  oggi  nel  palazzo  Man- 


—  1356  — 

nelli;  dei  Frescobaldi  a  pie  del  Ponte  S.  Trinità;  de'Ghe- 
rardini  in  Por  S.  Maria  dal  canto  di  S.  Zanobi;  de' Guic- 
ciardini sotto  le  loro  case;  de' Peruzzi  sulla  loro  piazza; 
de'  Rucellai  nella  Vigna-Nuova  di  fronte  al  loro  palazzo, 
de'  Tornaquinci  sotto  la  terrazza  del  palazzo  oggi  Corsi; 
degli  Albizzi  nel  loro  Borgo,  ridotta  a  piazzetta;  degli 
Elisei  presso  alla  volta  di  S.  Margherita;  de' Medici  nel 
Palazzo  in  via  Larga  fatta  serrare  da  Clemente  VII, 
sostituendovi  le  finestre,  disegnate  dal  Buonarroti;  de' Pulci 
in  via  Lambertesca;  de' Pilli  in  Pelliccerìa;  de'Giugni  al 
canto  alle  Farine;  de' Pazzi  in  via  dell'Oriolo  ed  altra 
fuori  di  Firenze  nella  loro  Villa  distante  un  miglio  dalla 
porta  S.  Gallo  luogo  ancora  chiamato  la  Loggia  — ■;  de'Pitti, 
de'Tornabuoni  sotto  i  loro  palazzi;  de'  Gianfigliazzi  e 
degli  Spini  sulle  cantonate  del  Lungarno  sceso  il  Ponte 
S.  Trinità  dalla  parte  di  Settentrione,  de' Soderini  sulla 
loro  piazza  e  dei  Rossi  in  Borgo  S.  Iacopo. 


(26)  Leon  Battista  degli  Alberti  matematico,  Csico  ,  poeta, 
critico,  islorico,  moralista,  pittore,  scultore  e  architetto 
mostrò  al  mondo  una  di  quelle  rare  eccezioni,  che  par 
che  la  natura  faccia  per  far  conoscere  il  suo  potere , 
poiché  fu  profondo  in  ciascheduna  arte  e  scienza,  che 
prese  a  coltivare. 

Le  vicende  luttuose  della  Repubblica  Fiorentina  per 
le  discordie  civili  involsero  la  famiglia  Alberti  in  quella 
sventura,  che  fece  nascere  in  suolo  straniero  il  Petrarca. 
Lorenzo  padre  di  Leone  lo  vide  nascere  in  Venezia  nel 
1404.  Destinato  allo  Stato  Ecclesiastico,  studiò  in  Bo- 
logna il  Diritto  Canonico  e  fu  prete.  Canonico  Fiorentino 
all'  età  di  venti  anni,  scriveva  in  latinità  così  purgala 
che  pareva  latinità  del  secolo  di  Cicerone.  La  sua  com- 
media Philodoxos  fu  creduta  per  dieci  anni  un  resto 
prezioso  dell'  antichità  ,  fino  a  che  non  se  ne  scoperse 
1'  autore. 


d 


—  1357  — 

A  ventiquattro  anni  una  malattia  indebolì  la  me- 
moria all'Alberti  talmente,  che  non  si  ricordava  del  no- 
me de'  suoi  amici,  senza  però  alterare  la  forza  del  suo 
intelletto.  Prolisso  sarei  se  qui  volessi  rammentare  le 
opere  scritte  e  fatte  dall'Alberti  e  più  quelle  indebita- 
mente attribuitegli;  io  ho  voluto  solo  accennarlo  onde 
si  sappia  che  anche  questo  genio  appartiene  a  Firenze. 
Morì  in  Roma  nel  1472. 

(27)  Il  Convento  di  S.  Giusto  detto  Degli  Ingesuati  fu  di- 
strutto per  cagione  dell'  assedio.  I  frati  di  questo  con- 
vento sparsero  l'uso  dei  vetri  dipinti,  e  tra  i  pochi  che 
si  conservano  sono  graziosissimi  quelli  delle  finestre  della 
Biblioteca  Mediceo-Laurenziana. 

L'  uso  dei  Vetri  Colorati  fu  antichissimo.  I  vetri 
del  Duomo,  di  Orsanmichcle,  di  Santa  Croce  e  di  altri 
luoghi  furono  fatti  nel  secolo  XV;  ma  rendutasi  più  rara 
quell'arte  di  colorirli  nella  fusione,  successe  l'uso  di 
dipingere  ed  immedesimare  il  colore  nel  vetro  a  forza 
di  fuoco. 

(28)  Le  Pitture  a  Sgraffito  delle  case  di  Firenze  si  face- 
vano nel  modo  seguente.  S' intonacavano  le  mura  della 
facciata  con  stucco  o  calcina  mescolata  o  di  nero,  o  di 
rosso,  o  di  verde,  di  quel  colore  insomma  che  si  desi- 
derava; sopra  questo  intonaco  vi  si  passava  un  altro 
leggierissimo  intonaco  per  lo  più  bianco;  si  spolverizzava 
su  di  questo  intonaco  il  disegno  con  il  quale  si  voleva 
ornata  la  facciata;  quindi  con  una  punta  di  ferro  a  sgraffi- 
no si  passava  sopra  le  linee  del  disegno  portandosi  via 
il  sottoposto  leggiero  intonaco,  e  scuoprendosi  quello 
colorito  si  raschiava  in  modo  che  formava  il  campo  a 
tutto  il  disegno.  Questa  specie  di  pittura  a  chiaroscuro 
era  talmente  solida,  che  ancora  si  vede  in  alcune  case 
che  non  sono  state  variate. 

Morto  da  Feltro  inventore  di  questa  maniera  fu  un 
pittore  stranissimo,  e  visse  quarantasei  anni;   morì  nel 


—  1358  — 

1505  militando  sotto  Zara.  Andrea  Feltrini  suo  scolare 
che  visse  nel  tempo  istesso,  perfezionò  le  grottesche  ed 
i  graffiti  facendone  de'  bellissimi  in  Firenze  ;  preso  da 
malinconìa,  morì  maniaco  di  64  anni  circa  il  1540. 

(29)  In  oggi  poche  sono  le  case  di  Firenze  che  conservano 
gli  Sporti  aggettanti  la  fabbrica  sulla  strada,  e  le  prin- 
cipali sono  quella  dei  Lenzi  poi  dei  Quaratesi  in  Borgo 
Ognissanti,  quella  de'Ricasoli  in  Parione,  quella  de'Bar- 
tolini  in  via  porta  Rossa,  quella  degli  Antella,  oggi  Stufa 
sulla  piazza  di  S.  Croce.  Una  legge  motivata  dal  Duca 
Alessandro  De'  Medici  proibì  la  nuova  costruzione  di 
sporti  alle  case,  e  vietò  di  restaurare  quelli  che  minac- 
ciavano rovina,  volendo  che  fossero  demoliti.  Mi  sembra 
giustissima  questa  disposizione,  stando  scritto  nel  Gius 
Comune  il  divieto  ai  privati  dell'  usurpazione  dell'  aria 
pubblica. 

(30)  Tre  famiglie  Bartolini  goderono  in  Fireuze  gli  onori  della 
città  durante  il  regime  repubblicano. 

I  Bartolini  detti  Baroni  e  talora  Scodellari  , 
forse  dalla  professione  di  venditore  di  stoviglie  da  uno 
dei  progenitori  di  questa  casa  esercitata,  derivano  da 
Bartoliuo  di  Uberto  di  Davanzato  di  Martinozzo  da  Mon- 
teceraio.  Conseguirono  per  tre  volte  il  Gonfalonierato  e 
ventinove  volte  il  Priorato  tra  il  1297  ed  il  1505,  e  man- 
carono circa  la  metà  del  secolo  diciassettesimo.  Usarono 
per  arme  due  argente  branche  di  leone  incrociate  alla 
schisa  nel  campo  azzurro. 

I  Bartolini  del  quartier  S.  Giovanni,  detti  a  di- 
stinzione degli  altri  Bartolini  ritagliatori  per  la  profes- 
sione che  esercitavano,  dettero  sette  Priori  alla  Repub- 
blica tra  il  1373  ed  il  1473.  Cessano  di  comparire  ai 
libri  pubblici  ed  agli  squiltinj  ai  princjpj  del  secolo  XV, 
talché  m'induco  a  credere  che  circa  quell'epoca  man- 
cassero. Fu  loro  stemma  un  leone  d'oro  rampante   nel 


—  1359  — 

campo  rosso  tenente  tra  le  branche  una  rosa  d'argento 
fogliata  di  verde. 

Finalmente  i  Bartolim  ,  detti  Salimbeni  dal  nome 
di  un  loro  progenitore,  sono  quelli  che  più  degli  altri 
hanno  figurato  nella  Repubblica.  È  ormai  ricevuto  presso 
tutti  i  Genealogisti  che  Salimbene  loro  autore  sia  della  ce- 
lebre famiglia  dei  Salimbeni  di  Siena,  ed  il  Padre  Ildefonso 
nella  sua  appendice  al  Volume  XXIII  delle  sue  Delizie  sic 
sforzato  a  provarlo,  ed  io  rispettando  la  comune  opi- 
nione non  starò  ad  investigare  questa  ormai  ricevuta  e 
sanzionata  tradizione,  sebbene  molte  ragioni  m'inducano  a 
credere  avere  Salimbene  sortito  più  umili  i  natali  nel  ca- 
stello di  Campi  e  niente  avere  di  comune  coi  famosi  Salim- 
beni di  Siena.Ammessi  alle  Magistrature  nel  1362  goderono 
per  cinque  volte  il  Gonfalonierato  e  per  trentaquatlro  il 
Priorato,  da  quell'epoca  al  1525.  Produsse  questa  famiglia 
molti  uomini  distinti,  dei  quali  ne  sia  permesso  poter 
citare  i  seguenti.  Andrea  di  Bartolino  che  nel  1349  fu 
Ambasciatore  ai  Senesi  e  nel  1353  ai  Pistojesi,  ove  andò 
poi  nella  stessa  qualità  Salvestro  suo  fratello  nel  1365. 
Gherardo  di  Salimbene  andò  nel  1445  oratore  al  Conte 
Francesco  Sforza  per  consolarlo  della  perdita  della  Marca 
ed  offrirgli  gli  aiuti  della  Repubblica  per  tornarne  al 
possesso,  quindi  nel  1468  Commissario  a  Fivizzano. 
Onofrio  di  Leonardo  di  Zanobi  fu  eletto  nel  1518  Ar- 
civescovo di  Pisa  e  nel  1527  fu  degli  ostaggi  dati  agl'Im- 
periali nel  famoso  sacco  di  Roma.  Conosciuto  per  uomo 
a  tutta  prova  devoto  ai  Medici,  in  occasione  dell'assedio 
fu  dichiarato  ribelle  e  subì  confisca  dei  beni,  e  dopo 
la  morte  di  Clemente  VII  tornato  in  Firenze  fu  accet- 
tissimo al  Duca  Alessandro  che  seco  lo  condusse  a  Na- 
poli quando  andò  a  scolparsi  presso  Carlo  V  dalle  la- 
gnanze dei  fuorusciti.  Eletto  Arcivescovo  di  Malaga 
nel  1556  morì  mentre  s' incamminava  alla  novella  sua 
sede.  Bartolommeo  di  Leonardo  fu  ambasciatore  a  Lucca 
per  gli  affari  della  guerra   contro   i   Pisani  nel    1392, 


—  1360  — 

quindi  nel  1397  per  trattare  una  lega  coutro  il  Duca 
di  31ilano,  e  nel  1406  andò  Oratore  ad  Alberigo  da 
Barbiano  per  offrirgli  il  comando  supremo  delle  milizie 
della  Repubblica.  Bernardo  suo  figlio  fu  frate  Domenicano 
ed  uuo  dei  primi  cultori  delle  lingue  Greca  ed  Ebraica, 
nelle  quali  scrisse  varj  opuscoli.  Giovanbatista  di  Niccolò  nel 
1500  fu  mandato  commissario  nel  campo  di  Cascina  nella 
guerra  contro  i  Pisani ,  ufficio  nel  quale  grandemente 
meritò  della  patria,  come  pure  di  grande  utilità  fu  a 
Firenze  nel  1503,  quando  essendo  Commissario  a  Vol- 
terra furono  dai  Pisani  tentato  varie  scorrerie  nel  ter- 
ritorio Volterrano.  Prestò  molti  altri  importanti  servigj 
alla  Repubblica  presso  la  quale  era  in  tale  considera- 
zione che  fu  uno  dei  cinque  che  contrastarono  il  Gonfa- 
lonierato  a  Niccolò  Capponi  nel  1527.  Mandato  capitano 
generale  dello  stato  Pisano  potè  tornare  in  mano  dei  suoi 
concittadini  le  fortezze  di  Pisa  e  di  Livorno  eh'  erano 
ritenute  per  Alessandro  e  Ippolito  de'  Medici.  Compianto 
morì  di  pestilenza  Dell'  anno  medesimo.  Raffaello,  uomo 
valoroso  e  assai  cimentato  nelle  armi,  fu  nel  1530  de- 
putato Commissario  di  guerra  nel  Mugello  e  in  Roma- 
gna per  mantener  fermi  nella  devozione  della  Repubblica 
i  comuni  e  le  case  più  potenti  di  quelle  provincic  in 
tempo  che  la  città  era  cinta  da  assedio.  Spenta  la  Repub- 
blica fu  condannato  al  confine,  per  il  che  passò  ad  An- 
versa ove  morì  nel  1538.  Bartolommeo  di  Niccolò  fu 
più  volte  Ambasciatore  e  Commissario  in  campo  per  la 
Repubblica  e  dette  i  natali  ad  Alessandro  che  nel  1571 
fu  eletto  senatore.  Da  lui  provenne  un  ramo  mancalo  in 
Giovanbatista  nel  1672. 

Leonardo  di  Bartolommeo,  dopo  essere  stato  Com- 
missario a  Cortona  nel  1455  e  Gonfaloniere  nel  1459, 
lu  nel  1471  deputalo  a  soprintendere  alla  Guerra  con- 
tro i  Volterrani ,  e  nel  1497  fu  confinato  come  sospetto 
di  aderire  alla  congiura  di  Bernardo  Del  Nero.  Ebbe 
.molti  figli,  trai  quali  Marco,  Damiano,  e  Bartolommeo. 


—  1361  — 

Marco  fu  avo  di  altro  Marco  che  nel  1529  fu  mandato 
Commissario  di  guerra  a  Perugia  per  divertire  le  forze 
di  Clemente  VII  che  assediava  Firenze  e  per  soste- 
nere la  città  nel  possesso  dei  Baglioni. 

Da  Damiano  nacque  altro  Marco  che  durante  l'as- 
sedio fu  uno  dei  Capitani  delle  milizie  della  città,  quindi 
tra  i  sediziosi  che  costrinsero  la  signorìa  a  capitolare. 
Leonardo  suo  fratello  fu  tra  i  più  fanatici  libertini  e  co- 
minciò a  farsi  conoscere  come  uno  dei  promotori  dei 
tumulti  contro  il  Gonfaloniere  Capponi.  Mostrò  sempre 
fino  agli  estremi  molto  accanimento  nella  difesa  della 
patria  e  nell'odio  contro  i  Medicei,  giungendo  fino  a 
proporre  in  consiglio  che  si  dovesse  mettere  la  Caterina 
de' Medici  in  un  pubblico  bordello.  Dopo  l'assedio  doveva 
essere  impiccato,  ma  dovè  la  vita  alla  pietà  di  Baccio 
Valori  che  gli  procurò  il  mezzo  di  fuggire  dalle  mani 
dei  suoi  nemici.  Esule  dalla  patria  morì  nel  1540.  Leo- 
nardo suo  figlio  scelse  per  amore  della  libertà  esilio  vo- 
lontario e  visse  in  Ferrara  intento  allo  studio,  essendosi 
fatto  chiaro  nome  nella  poesia. 

Barlolommeo  di  Leonardo  fu  de' Priori  nel  1475 
e  generò  Lorenzo,  Giovanni,  Gherardo  e  Zanobi.  Lorenzo 
Canonico  Fiorentino,  zelantissimo  del  bene  della  sua 
patria,  si  trovò  armato  in  piazza  alla  difesa  del  palazzo 
della  signorìa  per  il  tumulto  del  1527,  e  nel  1530  si 
portò  spontaneamente  a  Mantova  a  pregare  l' Imperatore 
Carlo  V  che  facesse  osservare  i  patti  dell'accordo  sta- 
bilito nella  capitolazione  della  città.  Giovanni  nel  1522 
fu  dei  Priori  ed  in  lui  ebbero  i  suoi  concittadini  un 
munifico  protettore  delle  arti  belle.  Oltre  la  magnifica 
villa  di  Rovezzano  che  ornò  di  pregevolissime  statue  an- 
tiche, oltre  il  giardino  ora  Stiozzi  in  Valfonda,  ove  pure 
trovavansi  oggetti  d' arte  pregevolissimi,  edificò  ancora 
dietro  il  disegno  di  Baccio  d'Agnolo  il  vago  palazzo  di 
sua  famiglia  sopra  le  case  dei  Scali  e  dei  Squarciasac- 
chi  dai  suoi  maggiori  acquistate  lino  dal  1356.  Gherardo 

T.     IV.  *6 


—  1362  — 

affezionatissimo  ai  Medici  per  dovere  di  gratitudine,  fuggì 
dalla  città  per  non  essere  sostenuto  nel  1528,  e  dopo 
il  termine  dell'  assedio  fu  chiamato  a  far  parte  del  con- 
siglio de'dugenlo.  Nel  1544  fu  da  Cosimo  I  eletto  in 
senatore  ed  in  suo  consigliere,  andò  nel  1548  deputato 
a  concbiudere  una  lega  col  Legato  di  Romagna  e  di 
Ravenna,  e  nel  1547  fu  spedito  a  Siena  per  sedarvi  una 
popolar  sedizione.  Nel  suo  testamento  lasciò  a  Cosimo  I 
la  stupenda  statua  del  Bacco,  che  Giovanni  suo  fratello 
avea  fatta  scolpire  dal  Sansovino,  statua  che  attualmente 
è  uno  dei  più  belli  ornamenti  della  pubblica  galleria 
detta  degli  Uffizj. 

Zanobi,  nato  nel  1485,  ottenne  il  Priorato  nel  1523  e 
nell'anno  seguente  fu  spedito  a  Pistoja  per  quotare,  se 
era  possibile,  i  moti  interni  della  città  straziata  dal  fu- 
rore delle  fazioni  Panciatica  e  Cancelliera.  Coli'  eccessivo 
rigore  da  lui  adoperato  tenne  per  qualche  tempo  in 
freno  le  parli  e  lasciò  al  suo  partire  tranquilla  quella 
città,  per  il  che  ne  riportò  lode  di  prudente  e  saggio 
governatore.  Figurò  molto  negli  ultimi  tempi  della  Re- 
pubblica come  amico  vero  della  libertà,  ma  con  suo 
vantaggio:  non  fu  nemico  dei  Medici  perchè  da  essi  be- 
neficato, ma  avrebbe  voluto  un  governo  ristretto  per 
avervi  maggior  parte  essendo  ricco,  nobile,  animoso  e 
valente  abbastanza.  Fu  mandato  Commissario  a  Pisa  nel 
1527  ,  quindi  nel  1529  ad  Arezzo  per  opporsi  alle  ar- 
mate Imperiali  e  Pontificie  che  movevano  per  assediare 
Firenze.  Richiamato  alla  patria  fu  eletto  Commissario 
generale  di  guerra  per  la  difesa  della  città,  e  lutti  gli 
storici  sono  concordi  nel  lodare  il  suo  zelo  ed  il  modo 
col  quale  soddisfece  all'incarico  ricevuto.  Pure  quest'uo- 
mo che  si  era  offerto  di  volere  mantenere  a  sue  spese 
per  due  interi  mesi  1'  assedio  piuttosto  che  capitolare  col 
nemico,  fu  il  primo  a  parlar  di  resa  e  quello  che  in- 
dusse la  signorìa  a  scendere  ad  accordi  con  gli  assediatiti. 
Fatto  l'accordo  e  consegnata    la   città    agl'Imperiali    fu 


—  1363  — 

uno  dei  dodici  ai  quali  fu  concessa  piena  balìa  per  ri- 
formare il  governo.  Fu  in  seguito  mandato  a  Roma  Am- 
basciatore a  Papa  Clemente,  che  nel  1532  alla  istituzione 
del  senato  lo  fece  nominar  senatore.  Ma  veduto  in  quali 
guaj  avea  piombata  la  patria  volle  tenersi  lontano  dai 
pubblici  affari,  e  ritiratosi  alla  sua  villa  di  Rovezzano 
vi  morì  nel  1533  per  essere  caduto  dalla  seggiola  sulla 
quale  dormiva.  Figurò  tra  i  suoi  discendenti  Zanobi  di 
Giovanbatista  che  si  fece  gran  nome  nelle  armi  e  si 
trovò  in  mezzo  a  tutte  le  guerre  dei  suoi  tempi  servendo 
ora  gli  Austriaci  ora  i  Francesi.  Pervenne  al  grado  di 
Colonnello,  e  nel  1713  ottenne  dall'Imperatore  Carlo  VI 
titolo  di  Marchese  per  se  e  per  i  suoi  discendenti ,  i 
quali  tuttora  esistono  in  vari  rami  divisi.  Arme  dei  Bar- 
tolini  fu  il  leone  diviso  a  sega,  sopra  d'  argento  e  sotto 
nero,  rampante  nel  campo  rosso:  ma  in  seguito  basandosi 
sulla  comune  opinione  della  loro  provenienza  dai  Salim- 
beni  di  Siena  aggiunsero  all'  arme  dei  Barlolini  l'arme 
di  quella  casa ,  consistente  in  tre  mandorle  dorate  nel 
campo  rosso.  Notissima  impresa  di  questa  casa  sono  i 
tre  papaveri  col  motto  —  per  non  dormire  — . 

Finalmente  i  Bartolini  delti  Baldelli,  perchè  ori- 
ginati dai  Baldelli  famiglia  tra  le  primarie  di  Cortona, 
furono  ammessi  alla  cittadinanza  Fiorentina  nel  1559. Loro 
antichissimo  progenitore  è  il  famoso  Legista  Baldo,  e  si 
dipartono  dai  Baldelli  nella  persona  di  Bartolino  di  Piero 
che  fu  del  consiglio  di  Cortona  nel  1407.  Passati  a  Ter- 
ranuova,  di  là  vennero  a  Firenze  per  coprirvi  la  carica 
di  maestri  di  posta  da  molti  di  questi  Bartolini  eserci- 
tata. Questa  casa  fu  divisa  in  due  diramazioni  da  Antonio 
e  Bartolommeo  figli  di  Matteo  di  Antonio.  Antonio  nato 
nel  1530  fu  padre  del  Canonico  Antonio  che  fu  segre- 
tario di  Granduca  Cosimo  II,  e  di  M.  Francesco  che 
nella  medesima  qualità  servì  lo  stesso  Granduca  e  Fer- 
dinando II.  Da  lui  nacque  Alessandro  segretario  della 
Granduchessa  Cristina,  mandato  poi  ambasciatore  residen- 


—  1364  — 

te  in  Spagna  noi  1611,  Matteo  residente  in  Francia  e 
Antonio  maestro  di  posta  da  cui  ebbe  i  natali  Fran- 
cesco che  nel  1689  fu  ascritto  tra  i  senatori  e  morì  nel 
1711.  Dal  Cav.  Anton-Vincenzio  suo  figlio  nacque  Luigi 
che  fu  Consigliere  di  stato  e  reggenza ,  eletto  sena- 
tore nel  1785  e  Bali  di  Firenze,  il  quale  ultimo  di  queste» 
ramo  morì  l'I.  Settembre  1800.  Da  Bartolommeo  di  Mat- 
teo che  nato  nel  1532  coprì  molte  cariche  civiche,  proven- 
gono gli  attuali  Bartolini-Baldclli,  da  non  molti  anni 
insigniti  del  titolo  Marchionale.  Loro  stemma  è  un  becco 
nero  salente  sopra  una  piramide  di  sei  monti  verdi  nel 
campo  d'  oro. 

Molte  altre  famiglie    di    cognome    Bartolini    hanno 
acquistato  lo  stato  durante  il  governo  dei  Medici. 


CAPITOLO  XXVI. 


yyiopo  che  Lodovico  Martelli  e  Carlo  Cappello 
si  furono  a  lungo  occupati  delle  fabbriche  interne  della 
Città,  andarono  ad  intrattenersi  delle  mura  e  dei  con- 
torni, divenuti  interessantissimi  a  causa  dell'assedio. 
Per  questo,  Martelli  indicava  al  Veneziano  Ambascia- 
tore con  tutta  precisione  ciò  che  atteneva  alle  mura, 
cominciando  il  giro  dal  lato  di  levante  e  venendo  verso 
settentrione,  per  ritornare  al  punto  di  partenza  dal 
lato  meridionale. 

Quando  dal  1284  al  1327  la  Repubblica  si  oc- 
cupava di  questo  spazioso  ingrandimento  della  città 
(  diceva  Lodovico  Martelli  )  stava  inalzando  ancora  le 
principali  fabbriche  che  1'  adornano.  Riunita  la  spesa 
di  tutte,  si  vedrà  quale  doveva  essere  la  ricchezza 
dello  Stato  che  le  erigeva;  avvertendo  che  quasi  tutto 
il  suo  dominio  era  così  limitato,  che  poteva  discernersi 
da  questa  cupola,  se  slata  fosse  allora  inalzata.  Tutto 
era  dovuto  al  commercio,  che  fece  designare  da  un 


—   1366   — 

Pontefice  i  Fiorentini  col  nome  di  —  Quinto  Elemen- 
to — ,  come  che  la  loro  industria  fosse  necessarissima 
alle  altre  Nazioni.  Quanto  sono  cangiati  i  tempi! 

Dalla  torre  a  levante  di  qua  d'Arno,  chiamata  la 
Torre  Reale,  cominciano  le  mura,  che,  girando  per 
lo  spazio  di  circa  sei  miglia,  interrotte  a  levante  e 
ponente  dal  letto  del  fiume  ed  aperte  da  sedici  porte, 
vengono  a  rinchiudere  la  città  con  ogni  sicurezza  (1). 

Le  mura  sono  alte  dal  suolo  venti  braccia,  sulla 
grossezza  di  tre  braccia  e  mezzo,  coronate  già  da 
cento  torri  e  da  migliaja  di  merli.  Nel  prospetto  che 
guarda  la  campagna  non  hanno  ambulacro,  ma  co- 
modissimo vi  esiste  nella  parte  che  risguarda  la  città, 
potendovisi  passeggiare  ed  intrattenere  per  difenderle. 
Sono  isolate  sì  nell'interno  che  nell'esterno,  correndo 
lungo  di  esse  in  ambedue  le  parti  una  comoda  strada, 
nella  parte  esterna  tenuta  distante  dalla  muraglia  per 
mezzo  di  fossi  larghi  venticinque  braccia  e  proporzio- 
natamente profondi,  ripieni  d'acqua  condottavi  dal 
Mugnone  e  dall'Arno.  Le  torri,  che  più  non  esistono, 
erano  quadre,  alte  quaranta  braccia,  si  vedono  però 
tuttora  dal  lato  della  campagna  nella  porzione  livellare 
alle  mura.  I  torrioni  delle  porte  alti  sessanta  e  più 
braccia,  sono  conservati  nella  loro  integrità;  tutte  le 
mura  e  le  torri  sono  costruite  di  pietre  irregolarmen- 
te quadre  a  filari,  e  nel  centro  ripiene  di  smalto  duris- 
simo formato  da  sassi,  ghiaje  e  calcina.  Le  torri  ed 
i  merli,  quasi  coronando  questa  città,  facevano  una 
vista  bella  e  piacevole,  oltre  l'aumento  della  fortezza. 
Nel  1526,  quando  Papa  Clemente  volle  mettere  Firen- 
ze in  grado  da  resistere  a  Carlo  V,  mandò  Federigo 


—  1367  — 

di  Bozzolo  ed  il  Conte  Piero  Navarra  a  regolare  le 
fortificazioni;  e  costoro,  come  cose  inutili  non  solo, 
ma  anche  pregiudicevoli  per  l' attuai  sistema  delle 
artiglierìe  fecero  abbattere  le  torri;  cosa  da  molti 
considerata  come  imprudente  risoluzione,  che  ha  fatto 
piangere  i  Fiorentini;  e  sebbene  tutti  i  savj  gridassero 
contro  quella  distruzione,  che  toglieva  alla  città  il 
mezzo  di  tenere  discosti  dalle  sue  mura  i  nemici,  pure 
coloro,  per  non  confessare  il- proprio  errore,  vollero 
proseguirne  l' atterramento.  In  questa  devastazione 
vandalica  bisognò  adoprare  sempre  lo  scalpello,  tanto 
erano  grosse  le  mura  e  ben  collegate  con  lo  smalto. 
La  spesa  per  rovinarle  fu  tale,  quanta  occorsa  ne 
sarebbe  per  edificarle. 

A  questa  rovina,  tu  Messer  Cappello  vedi,  che 
recentemente  ne  è  stata  aggiunta  altra  più  imponente, 
e  la  rovina  di  cui  parlo,  lo  sguardo  la  indovina  da 
quelle  lacrimevoli  macerie  e  rottami  che  circondano 
la  Città. 

Appena  finita  la  peste,  si  dette  mano  all'esecu- 
zione di  un  decreto  del  Governo,  decreto,  che  mai 
si  sarebbe  sospettato  che  si  potesse  proporre  non  che 
vincere  ed  approvare;  decreto  che  contiene  o  una 
prudenza  eternamente  laudabile,  o  una  stoltezza  da 
non  essere  mai  abbastanza  biasimata;  ma  che  o  stolto 
o  savio  che  fosse  1'  ordine,  la  sua  esecuzione  sponta- 
nea sarà  in  ogni  tempo  ammirata  dalle  nazioni. 

Ordinossi  che  i  subborghi  della  città,  e  tutte  le 
fabbriche  sì  sacre  che  profane,  le  quali  da  ogni  lato 
la  circondassero  dentro  il  raggio  di  un  miglio,  do- 
vessero atterrarsi  fino  ai  fondamenti,  onde  non  servis- 


—  1368  — 

sero   di  comodità    ai    nemici   e  di  danno  alla  difesa. 

Malatesta  Baglioni  aveva  tentato  di  opporsi  a  que- 
sta devastazione,  ma  invano.  Per  quanto  si  dicesse, 
che  la  sua  opposizione  realmente  non  fosse  motivata 
dal  desiderio  di  salvare  un  terzo  della  Città  per  di  lei 
solo  vantaggio,  le  sue  ragioni  non  erano  cattive.  Poi- 
ché diceva,  che  inquanto  a  lui  non  sarebbe  per  ap- 
provare giammai  tanta  distruzione,  determinata  da 
pochi  uomini  torbidi;  che  di  leggieri  si  potevano  cir- 
condare di  argini  quei  fabbricati,  e  difenderli  con  pro- 
sperità di  eventi;  che  tempo  e  travaglio  maggiore  ri- 
chiedeva la  rovina  dei  subborghi  che  non  la  costru- 
zione di  un  argine,  tanto  più  che,  secondo  lui,  le 
nostre  mura  valgono  poco  più  che  un  argine,  facili 
a  sfascinarsi  alle  batterìe  dei  cannoni. 

Ma  non  gli  fu  dato  retta.  Michelangiolo  Buonar- 
roti uno  dei  Nove,  Commissario  Generale  sopra  i  ri- 
pari della  città,  nel  mese  di  Luglio  decorso,  era  stato 
mandato  segretamente  a  Ferrara  per  esaminare  le  for- 
tificazioni recenti  operatevi  dal  Duca.  Galeotto  Giugni 
nostro  Oratore  appresso  il  medesimo,  procurò  che  il 
Ferrarese  facesse  vedere  la  sua  fortezza  al  Buonar- 
roti, che  aveva  per  quel  Duca  ancora  altre  segrete 
commissioni,  cose  per  le  quali  Michelangiolo  si  era 
trattenuto  a  Ferrara  fino  a  mezzo  Agosto.  Tornato 
qua,  si  oppose  al  progetto  di  Malatesta,  e  illuminato 
dalla  muraglia  di  Ferrara,  sostenne,  che  male  si  po- 
teva difendere  una  circonferenza  così  vasta,  quale 
sarebbe  venuta  quella  che  rinchiudeva  i  subborghi, 
che  sotto  1'  argine  non  avrebbero  potuto  avere  il  be- 
nefizio delle  acque  del  Mugnonc  che  riempivano  i  fossi; 


—  1369  — 

che  inquanto  alle  mura  le  giudicava  solidissime  e  ben 
munite  di  difesa. 

Frattanto  che  i  Capi  della  Milizia,  i  Direttori  delle 
fortificazioni,  ed  i  Dieci  di  Guerra,  affollati  dalla  gente, 
giravano  intorno  alla  città,  esaminando  il  modo  d'ese- 
cuzione di  così  grande  progetto,  il  popolo,  forse  ec- 
citato dai  consigli  di  chi  voleva  questa  cosa,  cominciò 
a  gridare:  —  Giù  i  borghi,  giù  i  borghi  —  e  si 
avventò  a  guastare  le  case  ed  i  giardini  che  gli  ca- 
pitarono i  primi  tra  le  mani,  stati  amorosa  cura  dei 
padri  e  di  loro  medesimi. 

Fu  adunque  risoluta  la  distruzione  dei  subborghi, 
previa  una  stima  sommaria  delle  case,  delle  ville  e 
dei  giardini,  la  quale  fece  scrivere  i  loro  padroni  nel 
libro  dei  creditori  del  Comune.  11  danno  resultato  è 
incalcolabile,  mentre  le  macerie  stesse  che  sono  sparse 
sul  suolo  tuttora,  senza  considerare  quelle  impiegate 
nei  bastioni  inalzati  fuori  delle  porte  e  nelle  altre 
fortificazioni,  dimostrano  che  questi  subborghi  erano 
altrettante  piccole  città.  Poiché  devesi  sapere,  che 
contenevano  più  chiese,  conventi,  spedali,  piazze  e 
osterìe,  ogni  sorte  di  botteghe  e  di  case,  che  costa- 
vano somme  immense,  come  per  dirne  d' una  in  esem- 
pio, la  casa  de'  Baselli  fuori  la  Porta  S.  Gallo  valeva 
ventimila  fiorini  d'oro. 

Se  r  arrivo  dei  nemici  impedì  che  in  parte  la 
devastazione  fosse  completa,  particolarmente  al  mez- 
zogiorno della  città,  si  eccedette  però  il  decreto  e  la 
volontà  di  Michelangiolo  in  altri  punti.  La  gioventù , 
guidata  dai  Castiglioni  ed  altri  Arrabbiati,  a  turme 
si  portò  nei  subborghi  e  nelle  ville,  e  con  furia  ve- 

T.    IV.  27 


—  1370  — 

ramente  inconsiderata  atterrò  le  fabbriche  non  solo , 
ma  devastò  le  vicine  campagne  in  modo  che  per  molti 
anni  Firenze  non  ne  riceverà  frutto;  mentre  con  scuri 
tagliava  le  viti,  gli  alberi,  gli  olivi,  i  cedri,  e  perfino 
i  rosai,  e  le  altre  piante  di  fiori,  per  portarne  le  fa- 
scine nei  bastioni;  per  il  che  questa  campagna  sì  flo- 
rida e  sì  bella,  che  dava  un  nome  non  ideale,  ma 
realmente  dovuto  a  Firenze  (2),  oggi  non  presenta 
allo  sguardo  che  l' orrido  della  desolazione,  cagionato 
dalla  rabbia  dei  nemici,  e  dal  costante  coraggio  dei 
cittadini  disposti  con  eroismo  saguntino  a  seppellirsi 
sotto  le  rovine  della  patria,  anziché  restare  preda  delle 
barbare  schiere  a  danno  e  schiavitù  dei  concittadini 
mandate  da  uno  che  si  chiama  Clemente  e  che  si 
annunzia  padre  dei  fedeli  e  Vicario  di  Cristo. 

Scorrevano  quegli  esaltati  cittadini  con  certe 
macchine,  specie  d'arieti  chiamate  battitori,  consistenti 
in  triangoli  di  travi  ritte,  dalle  quali  appesa  pendeva 
a  traverso  altra  trave  in  bilico  e  con  impeto  spin- 
gendola a  colpire  le  muraglie,  in  momenti  rovina- 
vano ogni  sorte  di  fabbrica.  Né  in  questa  impresa 
erano  occupati  gli  uomini  soltanto,  ma  le  donne  pure 
vi  si  distinguevano,  e  ne  facevano  una  festa  popolare, 
accompagnata  da  suoni  e  da  canti. 

Salvestro  Aldobrandini  aveva  composto  una  can- 
zone, che  era  quella  appunto  cantata  sopra  ogn'altra, 
di  cui  eccovi  alcune  strofe: 

Deh!  quanto  è  grande  dolore 
Ruinar  di  nostre  mani 
L'arche  de' Padri  nostri 
Li  Templi  de'  Cristiani. 


—  1371   — 

Deh!  quanto  è  gran  dolore 
Pensar  che  a  tal  destino 
Mena  la  madre  patria 
Un  Papa,  un  Cittadino. 

Ma  di  tener  Fiorenza 
Non  avrai,  Papa,  il  vanto 
0  tu  1'  avrai  morente 
Per  darle  l'Olio  Santo! 


Si  dette  luogo  a  molte  private  vendette,  inquan- 
tochè  la  gioventù  guidata  dai  caporioni  si  portò  ad 
incendiare  le  case  e  le  ville  de'  suoi  nemici,  situale 
in  luoghi  innocui  e  fuori  del  raggio  contemplato  nel- 
1'  ordine.  Da  qui  ne  successero  gì'  incendj  delle  famose 
ville  Salviati,  Medicee  di  Careggi,  di  Castello,  di  Fie- 
sole, di  Poggio  a  Cajano;  ed  invano  si  tentò  rattenere 
queir  impeto  furioso,  notandosi,  che  sebbene  accor- 
ressero i  Gonfalonieri  dei  Quartieri  con  le  loro  sedici 
bande  per  raffrenare  quella  distruzione,  non  furono 
rispettati,  e  doverono  ritirarsi  con  perdita.  Soltanto 
Busisi  Gondi  Gonfaloniere  del  Lion  d'  Oro  con  la  sua 
schiera  potè  salvare,  segando  alcune  travi  incendiate, 
la  villa  di  Poggio  a  Cajano,  magnifica  al  di  sopra  di 
quante  fino  al  presente  siano  in  Italia. 

Mi  ricordo  che  si  propose  nella  Pratica  di  punire 
severamente  gli  autori  di  questo  eccesso,  ma  siccome 
vi  è  tutto  il  sospetto  che  il  Gonfaloniere  Carducci  sia 
stato  uno  dei  primi  incitatori  per  sempre  più  aumen- 
tare i  motivi  d'ira  nei  Medici  e  frapporre  più  vasto 
argine  di  separazione  e  di  guerra,  così  l'affare  non 


—   1372  — 

ha  avuto  risoluzione,  ed  ora  al  certo  si  pensa  a  tut- 
taltro  che  alle  ville. 

Non  ostante  che  monti  di  sassi  stiano  intorno  a 
Firenze,  io  procurerò  denotarti,  o  Messer  Cappello,  i 
principali  edifizj  che  la  circondavano. 

Se  lo  sguardo  si  posa  intorno  alle  mura,  vedi 
chiuse  le  porte,  perchè  mediante  le  macerie  e  le  fa- 
scine ammontate  all'esterno,  si  sono  fatti  davanti  di 
esse  e  dei  loro  antiporti  de'  Bastioni  fortissimi  per  di- 
fenderle, munendoli  di  artiglierie;  come  pure  buoni 
cannoni  coronano  le  torri  sovrastanti,  non  so  perchè 
non  demolite  nel  1526.  Per  entrare  ed  uscire  dalla 
città  sono  state  aperte  alcune  porticciuole  accanto 
alle  porte  principali,  che  all'esterno  restano  nascoste 
dietro  i  bastioni  ed  antiporti  (3).  Sicché  ogni  porta 
è  difesa  dal  bastione  circondante  l'antiporto,  fatto  in 
quadro  da  muraglioni  eretti  fino  dal  tempo  del  Duca 
d'Atene,  e  dal  sovrastante  torrione,  dove  sventola  lo 
stendardo  del  Popolo.  Neil'  interno  vedonsi  aperti  quei 
torrioni,  e  sotto  gli  archi,  le  lunette  che  stanno  so- 
pra alle  porte  presentano  dipinti  a  fresco  alcuni  Santi 
tutelari  delle  medesime  con  la  Vergine  nel  mezzo  (4). 

Cominciando  il  giro  delle  mura  a  levante  di  qua 
d'Arno,  sotto  la  Torre-Reale  (5)  vedesi  la  Porta  alla 
Giustizia,  così  chiamata  perchè  da  qui  uscivano  i 
condannati  a  morte  e  si  fermavano  a  sinistra  nella 
chiesa  adesso  rovinata,  detta  il  Tempio,  e  di  qui 
andavano  poco  discosto  in  quel  pratello  elevato,  dove 
sono  tuttora  gli  avanzi  delle  forche.  Al  di  fuori  di 
questa  porta,  Michela ngiolo  rinforzando  un  fortino  che 
vi  era,  ha  fatto  inalzare  un  puntone  a  guisa  di  for- 


—  1373  — 

tezza,  e  di  là  dal  fosso  che  scorre  fino  alla  porta 
detta  alla  Croce,  ha  fatto  un  antemurale  di  terra 
a  scivolo,  onde  i  cannoni  non  possino  colpire  le 
mura  (6). 

Questa  porta,  che  si  chiama  ancora  alla  Zecca 
Vecchia,  o  di  San  Francesco,  non  aveva  gran  sub- 
borgo, perchè  è  stata  sempre  poco  frequentata.  Comodo 
e  grazioso  però  si  trova  quel  viale  lungo  l'Arno  che 
conduce  al  convento  delle  monache  dell'  Arcangiolo 
Raffaello,  indi  alla  casa  di  Baccio  degli  Organi,  che 
vedesi  laggiù  rovinata,  e  proseguendo,  conduce  alle 
mulina  ed  alle  gualchiere  di  Rovezzano  (7). 

Dalla  Porta  alla  Giustizia  volgendosi  a  settentrione, 
si  trova  la  torre  soprastante  alla  Porla  Guelfa,  mu- 
nita come  le  altre.  In  origine  si  chiamava  Porla  Ghi- 
bellina alla  pari  della  strada  che  vi  conduce,  non  per- 
chè edificata  sotto  l' influenza  dei  Ghibellini  ma  perchè 
fu  surrogata  alla  porta  Ghibellina  che  era  aperta  nelle 
Mura  del  secondo  cerchio,  corrispondente  alla  fine  di 
via  del  Palagio.  Onde  si  dimenticasse  quell'uso,  i  Guelfi 
vi  scrissero  in  cartello  di  marmo  —  Porla  Guelfa  —  (8). 

Il  Torrione  con  Porla  più  sotto,  si  chiama  di  S. 
Ambrogio  dalla  vicina  chiesa  nell'  interno,  e  di  S.  Can- 
dida a  cagione  della  chiesa  e  convento  che  si  acco- 
stavano alle  mura  a  sinistra  nel  principio  del  sub- 
borgo, in  oggi  atterrati.  Bensì  questa  è  più  comune- 
mente chiamata  Porla  alla  Croce  dalla  grandissima 
Croce  di  legno  sopra  piedistallo  di  pietra  che  sta  di 
fuori  a  destra.  11  subborgo  era  uno  dei  più  grandi, 
arrivando  a  sinistra  fino  al  monastero  non  del  tutto 


—  1374  — 

rovinalo  appartenente  ai  Yalombrosani  denominato 
S.  Salvi. 

Se  non  è  atterrato  del  tutto,  si  deve  ad  un  mi- 
racolo della  Pittura.  I  distruttori  de'  Subborghi,  che 
minando  il  campanile  lo  avevano  fatto  cadere  con 
grande  strepito  ed  allegrìa,  già  atterravano  il  con- 
vento, quando  con  le  rovine  arrivarono  al  refettorio 
dei  frati,  dove  Andrea  Del  Sarto,  pittore  ben  noto  e 
da  te  conosciuto,  aveva  dipinto  l'ultima  cena  di  Gesù 
Cristo.  Cosa  incredibile!  stettero  vinti  da  inusitato 
stupore;  nel  contemplare  quelle  celesti  sembianze , 
quegli  alti  pieni  di  vita,  pensarono  vedere  ad  ora  ad 
ora  muovere  la  mano  del  Salvatore  per  benedirli,  ed 
aspettando  la  benedizione,  qual  s'inginocchiò,  qual' al- 
tro piegò  la  persona,  componendosi  tutti  in  varj  mo- 
vimenti di  umiltà  e  di  venerazione.  Miracolo  dell'arte 
fu  questo,  poiché  nessuno  si  attentò  distruggere  quel 
luogo.  Anche  gl'Imperiali  sembra  che  lo  rispettino. 

La  strada  fuori  della  porta  alla  Croce  conduce 
a  Rovezzano,  borgo  distante  meno  di  due  miglia;  e 
poco  più  su  trovasi  il  fortilizio  de'  Tedaldi  sul  Monte 
Albano  oggi  occupato  da  Niccolò  Benintendi.  A  dieci 
miglia  si  perviene  al  Ponte  a  Sieve,  castello  grosso  e 
fortificato. 

Dalla  porta  alla  Croce,  girando  sempre  verso  set- 
tentrione, le  mura  torcono  e  fanno  angolo  dove  era 
una  torre  chiamata  de'  Tre  Canti,  o  del  Massajo. 
Dalla  parte  interna,  quell'  arco  che  riunisce  1'  angolo 
dei  muri,  non  è  stato  mai  attenente  ad  una  porta, 
ma  sembra  un  rinforzo  delle  mura  che  in  tal  punto 


—  1375  — 

ripiegano  verso  ponente.  In  quel  luogo  dalla  parte 
esterna  il  palazzotto  dei  Guardi  (9)  non  fu  rovinato, 
perchè  sta  rinserrato  dal  bastione  fattovi  costruire  da 
Michelangiolo  in  difesa  di  quell'angolo  (10). 

Seguitando  il  giro  verso  ponente,  si  trova  la  Porta 
a  Pinti  o  Fiesolana,  che  volta  a  settentrione  con  la 
solita  torre  sovrastante.  Il  nome  di  Fiesolana  le  fu 
dato  perchè  direttamente  conduce  a  Fiesole;  quello 
di  Pinti  si  crede  che  derivi  da  una  parola  abbreviala, 
cioè  dai  —  Pentiti  — ;  perchè  qui  fuori  eravi  un  con- 
vento, dove  gli  uomini  dissoluti  si  portavano  a  far 
penitenza.  Non  aveva  gran  subborgo,  ma  bensì  con- 
duceva a  moltissime  ville  seminate  là  nel  piano  e  sulle 
pendici  dei  colli  Fiesolani.  Di  faccia  alla  porta  stavano 
il  convento  e  la  chiesa  degli  Ingesuati,  delle  quali 
fabbriche  è  rimasto  in  piedi  soltanto  un  tabernacolo 
della  Madonna,  dipinto  da  Andrea  Del  Sarto.  Più  so- 
pra in  linea  retta,  eravi  il  convento  dei  Camaldolensi 
di  S.  Benedetto,  fondato  nel  1400  da  Francesco  di 
Jacopo  De' Ricci,  che,  non  avendo  eredi  necessarj, 
gli  lasciò  i  suoi  beni.  Era  singolare  dirimpetto  a  que- 
sto convento  una  torre  fortissima,  rovinata  con  il 
resto  del  subborgo.  Il  prato  che  vedesi  a  destra,  è 
il  cimitero  che  tiene  sepolte  migliaja  e  migliaja  di 
vittime  del  contagio  non  ancora  affatto  cessato. 

Poco  lungi  dal  Campo  Santo  vedevasi  l'antica 
chiesa  dei  SS.  Gervasio  e  Protasio  fino  dal  secolo  X 
uffiziata  da  canonici,  e  non  molto  distante  si  trovava 
il  convento  di  S.  Martino  a  Majano.  Su  quel  poggetto 
chiamato  Gherardo,  dalla  villa  Gherardi,  il  nostro  No- 
velliere  Boccaccio  ha   finto  che  si  riunissero  le  sue 


—   1376  — 

belle  donne  ed  i  gentili  fiorentini  in  lieta  comitiva  a 
novellare,  finché  non  andarono  nella  vicina  Villa  di 
Schivanoja.  Più  su  è  il  Castello  di  Majano,  dove  nac- 
quero Dante  da  Majano  celebre  Poeta,  e  Benedetto 
bravo  scultore  fiorito  nella  metà  del  secolo  XV  (11). 

Seguitando  la  strada,  si  sale  ai  poggi  di  Fiesole; 
a  destra  perviensi  a  Camerata,  luogo  ripieno  di  ville 
bellissime  e  di  vaghi  casamenti,  ed  era  malagevole  a 
credervene  tanti  a  chi  non  gli  avesse  veduti. 

A  sinistra,  verso  quel  fiumicello  che  si  chiama 
Mugnone  piccolo  ma  furioso  torrente,  si  stava  edifi- 
cando la  chiesa  in  onore  della  Madonna  miracolosa 
detta  della  Quercia.  La  fabbrica  non  è  stata  rovinata 
ma  rimase  sospesa  sono  due  anni  a  cagione  di  tante 
calamità.  Michelangiolo  Buonarroti  gratuitamente  si  è 
occupato  dell'edificazione  di  quel  tempio,  né  veggo 
speranza  che  sia  per  essere  condotto  al  suo  termi- 
ne (12).  Sopra  di  essa,  quel  luogo  era  dei  Romiti  di 
Camaldoli.  Più  verso  la  sponda  del  fiumicello,  prima 
che  le  fazioni  obbligassero  il  grande  Alighieri  ad  ab- 
bandonare la  patria,  vi  possedeva  casa  e  terreno  per 
ricrearvisi  (13).  Non  molto  distante  è  il  villino  fabbri- 
cato da  Giovanni  di  Cosimo  De' Medici,  ove  Pietro 
Crinito  svegliava  l'estro  alle  latine  sue  muse  (14). 
Vicino  a  questo  sta  il  palazzo  dei  Tre-visi,  edificato 
da  Messer  Matteo  Palmieri  (18),  scampato  alla  gene- 
rale demolizione,  non  perchè  i  Fiorentini,  amantissimi 
di  Boccaccio,  volessero  rispettare  la  villa  come  una 
di  quelle  dove  la  brigata  del  nostro  Novelliere  si  fermò 
ne' suoi  divertimenti,  ma  in  memoria  di  Jacopo  Pal- 
mieri e  di  Lucrezia  Mazzanti  sua  moglie.  11  luogo  al 


—  1377  — 

tempo  del  Boccaccio  non  era  così  bello  come  lo  fu 
in  seguito,  e  si  chiamava  Schivanoja  (16).  Adesso,  alla 
lieta  brigata  di  Boccaccio,  è  succeduto  l'accampa- 
mento delle  bande  Spagnole  recentemente  arrivate, 
per  la  loro  miseria  chiamate  Bisogni ,  e  che  agognano 
il  saccheggio  di  questa  città,  sorvegliando  che  non 
sia  vettovagliata,  né  ajutata  in  tutto  il  tratto  delle 
mura  descritto. 

Dopo  che  Martelli  ebbe  nominato  Lucrezia  Maz- 
zanti,  l'Ambasciatore  Veneziano  parve  astratto,  ed  al 
certo  non  prestò  attenzione  al  discorso  del  suo 
compagno.  Anzi  lo  interruppe,  dicendogli:  —  Messer 
Lodovico,  mi  hai  nominato  Lucrezia  Mazzanti  come 
moglie  di  Jacopo  Palmieri;  ma  questa  eroina  ho  sen- 
tito dire  che  fosse  fanciulla,  vergine  di  basso  stato, 
sebbene  di  gran  cuore.  —  Corse  voce  nel  pubblico 
che  ella  fosse  fanciulla,  replicò  Martelli,  ma  la  vera 
storia  di  questa  donzella  non  è  già  quella  che  si  narra 
dalle  bocche  di  tutti;  io  brevemente  ne  farò  il  rac- 
conto. 

Lucrezia  Mazzanti  era  figlia  di  un  contadino  di 
Figline,  lavoratore  di  alcune  terre  di  Jacopo  Palmie- 
ri, uomo  di  circa  quaranta  anni,  ma  così  amabile, 
generalmente  stimato,  così  ben  conservato,  che  il  suo 
aspetto  denotava  appena  sei  lustri. 

Pochi  mesi  avanti  l'assedio,  egli  volle  che  i  suoi 
sottoposti  si  refugiassero  sotto  Firenze,  onde  fuggire 
alle  crudeltà  de'nemici.  Fu  allora  che,  vedendo  spesso 
Lucrezia  Mazzanti,  ebbe  luogo  di  osservare  in  quella 
contadinotta  spirilo  e  sentimenti  superiori  alla  sua 
condizione,  alla  sua  età,  al  suo  sesso.  Egli  se  ne  in- 

t.    IV.  28 


—  1378  — . 

vaghi,  ed  era  bene  scusabile  poiché  oltre  i  pregi  dello 
spirito  e  del  cuore  ella  univa  una  maschile  bellezza. 
Già  ne  vedesti  il  ritratto  delineato  da  Andrea,  ma 
qualora  si  perdesse,  ne  resta  uno  immortale  nella 
Vittoria  che  Michelangiolo  tiene  nel  suo  studio  scol- 
pita per  la  tomba  di  Papa  Giulio  II.  11  generoso  Pal- 
mieri segretamente  si  congiunse  con  lei  in  matrimonio, 
motivo  per  cui  il  popolo  ha  creduto  che  fosse  sempre 
fanciulla. 

Jacopo  Palmieri  era  Gonfaloniere  del  Yajo  del 
Quartiere  di  S.  Spirito,  quando  le  Milizie  fecero  la 
incamiciata  contro  gli  accampamenti  nemici,  guidate 
da  Stefano  Colonna  la  notte  della  festa  della  Conce- 
zione. In  quella  sortita  si  mescolarono  molte  donne 
armate  e  travestite  da  uomini,  quale  in  compagnia 
del  marito,  e  quale  dell'  amante,  tutte  accese  dal  de- 
siderio di  trionfare  del  comune  nemico. 

Tra  queste  vi  fu  la  giovane  segreta  sposa  di  Ja- 
copo Palmieri,  prima  di  tutti  a  seguire  il  Gonfalone 
del  marito.  Quella  impresa  cominciata  con  tanto  pro- 
spero successo,  rimase  senza  effetto;  suonata  la  riti- 
rata, molti  de'  nostri  restarono  tagliati  fuori,  e  tra 
questi  vi  furono  Palmieri  e  Lucrezia  sua  sposa. 

Disperali  di  rientrare  nelle  mura  di  Firenze  e 
trovandosi  in  grave  pericolo,  si  determinarono  d'an- 
dare verso  l'Incisa,  per  quindi  salire  a  Figline.  Così 
fecero,  procedendo  lungo  il  fiume  Arno.  Per  loro 
sventura  si  abbatterono  nel  Capitano  Gio.  Battista 
Recanati,  che  erasi  allontanato  dall'accampamento 
Imperiale  foraggiando  e  predando  sulle  circonvicine 
campagne.  Vani  furono  gli  sforzi  di  valore   dei   due 


—  1379  — 

sposi  sventurati  contro  una  schiera  di  fanti.  Palmieri 
rabbioso  e  furibondo  come  una  tigre  dette  dentro 
alla  schiera  onde  aprire  il  passo  a  se  ed  alla  con- 
sorte, ma  ricoperto  di  ferite  abbandonò  la  spada 
quando  percosso  nella  gola  cadde  estinto  sopra  un 
monte  di  cadaveri  dei  nemici  abbattuti. 

Disperata  Lucrezia,  procurò  morire  appresso  al 
marito,  ma  cadutole  l'elmetto,  le  sue  bellezze  mulie- 
bri apparvero  agli  occhi  dei  soldati.  Era  già  l'alba; 
niuno  si  attentò  di  assaltarla,  ma  con  ogni  cautela 
disarmata,  fu  prigioniera  del  Capitano  Recanati,  che 
in  quel  momento,  obliando  la  sua  ferocia,  sentì  nel 
cuore  l'impressione  delle  bellezze  dell'  avvenente  pri- 
gioniera. Il  Capitano  Pier  Maria  De'  Rossi  da  Parma 
Conte  di  San  Secondo  si  abbattè  nella  truppa  che  si 
dirigeva  all'Incisa,  e  veduta  la  bella  donna  che  sotto 
le  guerriere  divise  mostrava  fierezza  non  minore  al- 
l' avvenenza,  se  ne  invaghì,  e  come  superiore  pre- 
tendeva che  Recanati  gli  cedesse  la  sua  prigioniera. 

Essi  dalle  parole  vennero  alle  minaccie  e  dalle 
minaccie  già  impugnavano  le  spade;  quando  Lucrezia 
mostrandosi  ilare  e  cortese  con  i  due  guerrieri,  con 
raro  accorgimento,  fece  intendere  loro,  che  discon- 
veniva in  presenza  dei  soldati  tale  contesa;  essere 
disposta  ai  piaceri  di  ambidue,  con  che  tutto  si  dif- 
ferisse a  sera,  e  tornassero  in  lieta  amicizia. 

La  condotta  di  Lucrezia  suscitò  in  di  lei  favore 
la  fiducia  dei  due  rivali,  i  quali  non  la  guardarono 
tanto  d'  appresso  da  impedirle  di  fuggire  dalle  loro 
mani  nel  seguente  modo.  La  brigata  era  giunta  sul 
ponte  per  cui  all'Incisa  si    traversa    l'Arno;  quando 


—   1380  — 

Lucrezia  fu  sopra  il  medesimo,  affettando  dimesti- 
chezza con  Recanati,  gli  levò  la  daga  e  la  gittò  in 
terra  distante  a  segno,  che  egli  dovè  distrarre  dalla 
prigioniera  la  sua  attenzione  andando  a  raccogliere 
1'  arme.  Allora  dato  un  salto  si  gettò  ad  un  tratto  a 
capo  chino  di  sotto  in  Arno,  e  quante  volte  l'acqua 
la  respingeva  in  sii  a  galla,  tante  Ella  mettendosi  le 
mani  al  capo  si  atluffava  giù  nel  fondo,  e  così  in- 
nanzi che  fossero  a  tempo  di  salvarla ,  annegò.  Atto 
inaudito  e  magnanimo,  che  ha  la  grandezza  e  la  sem- 
plicità di  spartana  virtù.  Tutti  i  soccorsi  furono  inu- 
tili; il  fiume  era  gonfio,  e  nel  suo  seno,  questa  donna 
degna  di  lunga  e  di  felice  vita  quanto  ella  corta 
e  misera  l'ebhe,  trovò  con  la  morte  lo  scampo  de- 
siderato all'  onor  suo.  —  Onore  eterno  a  le  (esclamò 
Carlo  Cappello ,)  donna  impareggiabile,  modello  di 
amore  e  di  castità  !  Più  che  la  Romana  tu  fosti  memo- 
randa o  Lucrezia  per  nome  e  per  opere;  perché  più 
schiva  e  insieme  più  generosa  dell'altra.  Ah!  se  la 
morte  della  Romana  annunziò  la  libertà  alla  patria 
sua,  possa  la  tua  essere  sostegno  a  quella  di  Fi- 
renze. — 

Dio  lo  voglia,  soggiunse  Martelli,  asciugando  il 
ciglio  dalle  lacrime  spremute  non  so  se  dal  fine  eroico 
di  Lucrezia  Mazzanti,  o  da  un  doloroso  presagio  che 
la  sua  morte  fosse  il  segnale  della  caduta  di  Firen- 
ze (17). 

Martelli  e  Cappello  stettero  lungo  tempo  in  si- 
lenzio, ambidue  in  preda  a  gravi  riflessioni;  indi 
scosso  quel  doloroso  letargo,  ricominciarono  il  loro 
discorso  intorno  alle  fortificazioni  ed  ai  contorni  di 


—  1381  — 

Firenze.  —  Eravamo  rimasti  alla  villa  Palmieri.  Se- 
guitando il  poggio  sopra  di  essa,  avanti  di  salire 
l'erta  di  Fiesole  si  scorge  il  convento  dei  Frati  Os- 
servanti di  S.  Domenico  (18).  Dirimpetto  a  questo  sulla 
mezza  piaggia  s' inalza  il  grandioso  convento  dei 
Canonici  Regolari  con  la  famosa  Badìa  di  S.  Barto- 
Iommeo,  uno  dei  monumenti  della  splendidezza  di 
Cosimo  De'  Medici,  dove  passò  molti  de'  suoi  giorni 
in  letterarie  conversazioni  con  Giovanni  Pico  della 
Mirandola  (19),  con  D.  Matteo  Bosso,  o  con  tanti 
altri  sommi  uomini,  ai  quali  si  univa  Bartolommeo 
Scala  notissimo  Segretario  e  Storico  della  Repubblica 
Fiorentina,  al  quale  appartenne  la  villa  non  molto 
distante  sull'alto  del  poggio  (20). 

In  capo  all'erta  Fiesolana  posa  il  monastero  di 
S.  Girolamo,  e  poco  distante  sorge  la  celebre  villa 
di  Cosimo,  oggi  mezza  rovinata,  famosa  per  la  di- 
mora quivi  fatta  da  lui,  da  Piero  e  Lorenzo  De' Me- 
dici, da  Cristofano  Landini  (21),  dal  Poliziano  (22), 
e  dagli  altri  rari  e  sublimi  ingegni  del  tempo.  A  de- 
stra, sopra  la  più  alta  parte  del  monte,  circa  due 
miglia  distante  da  Firenze,  è  la  città  di  Fiesole,  e  se 
ne  distinguono  la  piazza,  la  cattedrale  dedicata  ai 
SS.  Pietro  e  Romolo  eretta  nel  1028  dal  Vescovo 
Jacopo  Bavaro,  la  casa  vescovile,  la  canonica  ed  il 
campanile  in  mezzo  alle  due  vette  del  monte.  Là  già 
esisteva  la  chiesa  dalla  più  remota  antichità,  ed  il 
suddetto  Vescovo,  sussidiato  da  S.  Enrico  Impera- 
tore di  cui  era  familiare,  la  ingrandì  per  comodo  del 
clero  e  del  popolo.  Nella  vetta  del  monte  a  sinistra, 
dove  già  fu  l'antica  rocca  Fiesolana,  si  vede  il  con- 


—   1382  — 

vento  degli  Osservanti  di  S.  Francesco,  e  più  sotto  la 
Basilica  di  S.  Alessandro  a  tre  navate,  eretta  nel  587. 

Il  monte  Fiesolano  è  il  più  delizioso  soggiorno 
dei  Fiorentini;  ne  sia  riprova  la  quantità  delle  case, 
ville,  e  palazzi,  di  cui  è  tuttora  seminato,  non  ostante 
le  incalcolabili  rovine  dentro  il  raggio  di  un  miglio 
dalla  città.  L'aria  vi  è  della  maggiore  salubrità;  va- 
ghissimi sono  i  punti  di  vista;  fecondo  il  suolo;  tem- 
perati gli  estremi  delle  stagioni;  beato  il  soggiorno, 
per  lo  che  non  è  meraviglia  se  là,  come  in  prospero 
asilo  di  felice  quiete,  amarono  vivere  sempre  gli 
uomini  di  lettere  per  attendere  ai  loro  geniali  studj, 
e  per  trattenersi  in  amichevoli  e  gioconde  brigate. 

Proseguendo  a  discorrere  delle  mura  di  Firenze, 
e  dalla  porta  a  Pinti  andando  verso  ponente,  evvi 
un'  altra  porta  o  postierla  a  mezzo  il  tratto  delle 
mura  per  arrivare  a  quella  di  San  Gallo:  si  chiama 
la  Porta  de' Servì,  nome  datole  dalla  prossima  chiesa 
dei  Servi  di  Maria,  alla  quale  si  perviene  dalla  strada 
chiamata  via  San  Sebastiano  (23). 

La  sesta  porta  che  si  presenta  allo  sguardo,  una 
delle  principali  della  città,  si  chiama  Porla  San  Gallo, 
nome  datole  dalla  magnifica  chiesa,  grandioso  con- 
vento, e  bello  spedale  che  fino  dal  secolo  XIII  furono 
edificati  sul  piazzale  esterno  davanti  alla  porta;  fab- 
briche in  antico  erette  dalla  pietà  di  Guidalotto  di 
Volto  dell'Orco,  destinando  lo  spedale  per  uso  dei 
pellegrini  e  dei  fanciulli  abbandonati,  sotto  la  custodia 
ed  assistenza  degli  Eremitani  di  S.  Agostino. 

Fra  Mariano  da  Ghinazano  ebbe  tanta  influenza 
sull'animo  di  Lorenzo  il  Magnifico,  che  Io  indusse  a 


—  1383  — 

riediGcare  la  chiesa,  il  convento  e  lo  spedale  con 
spesa  e  grandezza  veramente  da  Principe.  In  ciò  fu 
così  bene  secondato  dal  genio  dell'architetto  Giuliano 
Giamberti,  che  il  grido  del  pubblico  destato  dalla 
perfezione  e  bellezza  di  queste  fabbriche,  chiamò 
l'artista  non  più  Giamberti,  ma  Giuliano  da  Sangallo; 
nome  che  il  medesimo  volle  ritenere  e  trasmettere 
come  suo  casato  ai  discendenti.  Sebbene  siamo  in 
distanza,  si  distinguevano  da  questa  cupola  dipinti 
sulla  facciata  del  convento  il  gigantesco  San  Cristo- 
fano  ed  il  colossale  Lucifero  spaventevolissimo  ram- 
mentati dal  Boccaccio,  il  che  spiegava  che  non  tutto 
il  vasto  convento  >fu  rinnuovato  da  Lorenzo  il  Ma- 
gnifico (24).  Adesso  tutto  è  rappresentato  da  quei 
monti  di  sassi  avanzi  di  tanta  rovina  oprata  cantando 
dagli  stessi  Fiorentini. 

II  torrente  Mugnone  viene  fino  presso  alla 
porta ,  e  ramificandosi,  spande  le  acque  dal  lato  di 
levante  e  dal  lato  di  ponente  nei  fossi  sotto  le  mura. 
Se  ne  distingue  il  ponte  fuori  della  porta  da  quel 
leone  di  pietra,  insegna  della  Repubblica,  che  noi 
chiamiamo  Marzocco.  Fuori  di  questa  porta  il  borgo 
era  una  vera  città,  essendovene  aggregati  tre  altri 
che  si  trovavano  poco  distanti.  A  destra,  un  borgo 
lungo  il  Mugnone  risaliva  fino  sotto  alla  Badìa  di 
Fiesole,  ed  il  ponte  che  si  vede  sul  fiume  ne  prende 
il  nome.  In  questo  borgo  chiamato  di  S.  Marco  Vec- 
chio (25),  erano  i  monasteri  di  S.  Maria  della  Mise- 
ricordia e  di  Montedomini,  che.  mettevano  quasi  in 
mezzo  ia  chiesa  di  S.  Marco  (26).  Più  verso  il  ponte 
stava  un  altro  monastero  chiamato  di  Lapo,  dedicato 


—   1384  — 

a  S.  Giovanni  Battista,  fondato  dopo  il  1200  da  Lapo, 
converso  de' Romiti,  per  le  Romite  di  Fiesole.  Co- 
stassù sull'erta  opposta  al  punto  della  Badìa,  è  lo 
scheltro  del  magnifico  palazzo  di  Jacopo  Salviati, 
così  ridotto  dalla  rabbia  popolare  nella  circostanza 
poco  fa  avvertita.  In  alto  era  il  borgo  della  La- 
stra, e  quivi  si  vedevano  il  convento  di  S.  Barto- 
lommeo  per  le  monache  Cistercensi,  lo  spedale  dei 
SS.  Girolamo  e  Niccolò,  e  il  monastero  di  S.  Marta 
delle  Umiliate.  11  terzo  borgo  si  trovava  dritto  fuori 
della  porta  sulla  costa,  arrivando  fino  alla  Loggia 
dei  Pazzi.  La  devastazione  che  atterrò  i  palazzi  e 
ville  quivi  d' intorno ,  salvò  il  bellissimo  palazzo 
de'  Sassetti ,  occupato  adesso  dall'  alloggiamento  di 
alcune  bande  Spagnuole,  che  sorvegliano  la  città  da 
questo  lato.  Sopra  la  Loggia  dei  Pazzi,  il  Borgo  si 
ricongiungeva  con  1'  altra  borgata  detta  Trespia- 
no,  (27)  e  procedendo  si  arriva,  sempre  salendo, 
all'  Uccellatolo  cinque  miglia  lontano ,  onde  colo- 
ro che  vengono  da  Bologna  discuoprono  tutta  la 
città  (28).  Né  qui  finiva  l'estensione  del  subborgo 
San  Gallo,  perché  anche  a  sinistra  della  porta,  fra 
le  case  e  le  ville  proseguiva,  trovandosi  il  bellissimo 
edilìzio,  villa  dell'Arcivescovo  chiamata  Sant'An- 
tonio del  Vescovo,  dove  si  trattenne  alcun  poco 
Papa  Giovanni  XXIII,  prima  che  trasportasse  la  sua 
dimora  dentro  la  città,  e  dove  Papa  Eugenio  IY 
incorse  gravi  pericoli  nei  quattro  anni  che  si  trat- 
tenne in  Firenze.  Poco  più  su,  volgendo  a  mano 
destra,  il  poggio  si  chiama  Monte-Ughi,  sopra  il  quale 
era  il  convento  de' frati  Amidei,  e  vi  apparivano  tante 


—  1385  — 

case  e  ville!  Più  addietro  tra  queste  eravi  il  mirabile 
edifizio  eli  Careggi,  villa  fatta  innalzare  da  Cosimo 
Padre  della  Patria  col  disegno  di  Michelozzi.  Quivi 
ebbero  luogo  le  celebri  conversazioni  platoniche  di 
Marsilio  Ficino,  di  Angiolo  Poliziano,  di  Pico  della 
Mirandola,  dell' Argiropolo,  di  Ermolao  Barbaro,  dello 
Scala,  e  di  altri  uomini  sommi  del  secolo  XV.  Con 
la  morte  di  Lorenzo  De' Medici  ivi  avvenuta  nel  1492, 
cessò  ogni  Accademia  Filosofica  e  Letteraria  in  quel 
luogo  (29). 

Ritornando  alle  mura,  percorsene  lungo  tratto, 
si  perviene  alla  Porla  a  Faenza,  così  nominata  dal 
vasto  monastero  di  monache  Yalombrosane,  chiamate 
le  Donne  di  Faenza,  situato  fuori  della  porta, 
e  che  dà  il  nome  di  Faenza  anche  alla  strada  interna 
della  città  ivi  corrispondente  (30).  11  subborgo  di 
questa  porta  grandemente  si  estendeva  per  quasi  un 
miglio;  arrivando  fino  a  certe  arcate  antichissime, 
le  quali,  secondo  ciò  che  affermano,  erano  pezzi  di 
Acquedotti  Romani  che  portavano  da  Settimello 
l'acqua  alle  Terme  Fiorentine.  La  strada  conduce 
all'Olmo,  ed  alla  Pieve  di  S.  Stefano  in  Pane,  pros- 
sima a  quel  fiumicello  volgarmente  detto  Rifredi, 
ma  che  dovrebbe  dirsi  di  Riofreddo.  Ivi  appresso 
era  lo  spedale  detto  Tra  l'Arcora  così  chiamato 
dalle  antiche  arcate  avvertite,  fondato  nel  1317.  Più 
su  è  il  villaggio  detto  Castello  dalla  villa  anti- 
chissima della  famiglia  Medici,  adesso  appartenente 
a  Cosimino  figlio  di  Giovanni  l'Invitto.  Dietro,  sopra 
il  borgo  di  Quinto,  sono  due  ville,  una  chiamata 
Topaja  e  l'altra  Petraja,  castelli  una  volta  della  fa- 

T.    IV.  29 


—   1386  — 

miglia  Brunelleschi;  e  da  loro  difesi  contro  l'esercito 
degli  Inglesi  e  Pisani  nel  1364.  Quel  convento  più 
sotto  si  chiama  Boldrone  da  un  Pellegrino  Fran- 
cese che  lo  eresse  nel  1192.  Passò  poi  alle  mo- 
nache Camaldolensi.  Seguono  laggiù  Sesto  e  Colon- 
nata, terre  l'una  all'altra  vicina,  e  quindi  si  perviene 
a  Prato  ed  a  Pistoja,  distanti  dieci  e  venti  miglia. 

Passata  la  porta  Faenza,  si  vede  la  Postierla  di 
Polverosa,  alla  quale  conduce  la  via  di  Yalfonda.  Il 
nome  le  viene  dal  monastero  delle  monache  di  S. 
Donato  in  Polverosa  un  miglio  distante  dalla  porta, 
dove  è  l'accampamento  dei  Tedeschi  comandati  dal 
Conte  Lodrone  (31). 

Più  a  settentrione  quella  torre  appartiene  alla 
famiglia  Agli;  e  più  verso  alle  mura  stavano  il  Mo- 
nastero di  Montajone,  lo  spedale  di  S.  Eusebio  per 
uso  dei  lebbrosi  fondato  nel  1186,  e  l'altro  di  S. 
Lazzaro  nel  luogo  detto  Campo  di  Luccio.  Final- 
mente era  prossima  alle  mura  la  chiesa  di  S.  Ja- 
copo, fondata  nel  secolo  XII.  Qua  dentro  la  città  tra 
le  porte  a  Faenza  e  San  Gallo,  Michelangiolo  ha 
eretto  quel  bastione,  intersecato  da  fosse  che  lo  ren- 
dono valevole  ostacolo,  se  i  nemici  penetrassero  dalle 
mura. 

La  porta  che  guarda  a  ponente,  e  che  sarebbe 
la  nona,  si  chiama  Porta  al  Prato,  perchè  ha  nel- 
l'interno quel  vastissimo  prato  triangolare,  nel  quale 
la  gioventù  adesso  sta  facendo  gli  esercizj  militari; 
dove  in  tempi  quieti  la  medesima  si  sollazza  con  varj 
esercizj  ginnastici;  dove  nell'estate  armeggiano  le 
Potenze,  brigate  singolarissime  di  artigiani  (32). 


—  1387  — 

Il  Ghirlandajo,  a  spese  di  Cosimo  De' Medici, 
dipinse  la  lunetta  dell'arco  sotto  il  torrione  della 
porta ,  rappresentandovi  la  Vergine  in  mezzo  ai  SS. 
Giovanni  e  Cosimo  (33).  Nel  subborgo  rovinato,  vi 
erano  il  monastero  di  S.  Martino  alle  Panche  e  lo 
spedale  di  S.  Bartolommeo  (34).  Più  su  si  trovano 
Peretola,  Petriolo,  S.  Donnino  e  Poggio  a  Cajano 
dove  è  la  villa  Medicea  poco  fa  rammentata,  lavoro 
superbo  di  Giuliano  da  Sangallo. 

Lungo  l'Arno,  le  mura  ripiegavano  verso  levante 
ed  in  queste  si  trova  la  Postierla  al  Prato,  che 
guarda  mezzogiorno  e  l'Arno.  Essa  mette  alla  Vaga 
Loggia  dei  Medici ,  dove  sono  anche  le  mulina , 
luoghi  tutti  fino  alla  porta  al  Prato  stati  fortificati 
da  Michelangiolo  con  bastioni,  fossi,  e  casematte, 
estendendo  queste  fortificazioni  anche  sulla  piazza 
d'Ognissanti  e  lungo  il  fiume,  servendosi  per  queste 
della  torre  delle  Serpi,  edificandovi  d'appresso  quel 
bel  cavaliere  di  pietra  per  resistere  agli  assalti  che 
dall'Arno  si  fosse  per  dare  in  questo  punto. 


N   O   T   I   Z   I   E 


(1)  J_/clle  sedici  Porte  di  Firenze  esistenti  nel  secolo  XVI, 

quattro  furono  rimurate  sotto  il  regno  di  Cosimo  I  per 
comodo  dei  gabellini,  cioè  le  porte  alla  Giustizia,  Guelfa 
o  Ghibellina,  de' Servi,  e  di  Camaldoli;  due  furono  di- 
strutte, incorporandosi  il  luogo  dove  erano  nella  fortezza 
di  San  Gio.  Battista  comunemente  detta  da  Basso,  cioè 
le  Porte  Faeuza  e  Polverosa;  Sicché  dieci  soltanto  ne 
sono  aperte,  comprendendo  in  questo  numero  quella  di 
S.  Giorgio,  che  sebbene  non  serva  al  passo  del  pubblico, 
pure  non  è  murala. 

(2)  Fra  l'etimologiche  spiegazioni  del  Nome  di  Firenze  la  più 

naturale  e  forse  la  più  vera  si  è,  che  fosse  chiamata 
Florenlia  dal  campo  fiorente  d' erbe  e  di  fiori  quale 
fu  sempre  il  terreno  che  la  circonda. 

Sulle  mura  di  Firenze  nasce  una  specie  di  fiore 
ossia  la  singolare  Iris  alba  Fiorentina  chiamata  comu- 
nemente Giglio  o  Giaggiolo ,  ed  ha  tre  stami  ed  uno 
solo  pistillo.  La  sua  radica  è  ricercata  in  commercio  per 
1'  odore  che  tramanda,  non  molto  dissimile  da  quello 
delle  viole  mammole. 

Questo  è  il    Giglio    insegna   della  Città  di  Firenze. 


—  1389  — 

;3)  Accanto  alle  porte  principali  di  Firenze,  ancora  si  vedo- 
no rimurate  le  Porticciole  usale  al  tempo  dell'  assedio. 
Anche  degli  Antiporti  fabbricati  dal  Duca  d'Atene,  si 
vedono  le  vestigia,  particolarmente  alle  porte  S.  Nic- 
colò, Romana,  e  San  Friano.  Chi  volesse  avere  una  idea 
precisa  degli  antiporti,  la  può  acquistare  osservando  nel 
Duomo  il  quadro  dove  è  dipinto  Dante.  Sebbene  sembri 
che  ivi  il  pittore  volesse  rappresentare  il  giro  del  secondo 
cerchio  delle  mura,  vi  dipinse  gli  antiporti  edificati  nelle 
porte  delle  lerze  mura. 

(4)  I  magnifici  Torrioni  delle  Porte  di  Firenze   furono   at- 

terrati da  Cosimo  I,  rasandoli  fino  poco  sopra  all'  arco 
e  facendovi  invece  un  vasto  tetto,  sotto  del  quale  di- 
spose i  cannoni,  quando  circa  la  metà  del  secolo  XVI 
messe  Firenze  in  stato  di  difesa.  Pur  non  ostante  resta- 
rono in  piedi  i  torrioni  delle  porte  S.  Niccolò  e  Pinti; 
quello  della  porta  a  Faenza  si  vede  tuttora  incorporato 
nel  maschio  della  Fortezza  da  Basso. 

(5)  La  prima  torre  delle  mura  di  Firenze  a  levante  si  chiamò 

la  Torre  Reale,  perchè  fu  edificata  sotto  la  denomina- 
zione di  un  Re,  cioè  di  Roberto  di  Napoli.  Taluni  opi- 
nano che  il  Monte  del  Re  o  di  S.  Miniato,  situato  al- 
l' opposta  parte  dell'Arno,  ed  al  quale  mediante  un  ponte 
si  sarebbe  arrivali  passando  dalla  porta  sotto  questa 
torre,  le  abbia  comunicato  il  nome. 

(6)  La  ragione  per  cui  la  Porta   alla    Giustizia    si    chiamò 

ancora  Alla  Zecca  si  è,  che  in  vicinanza  fu  trasportata 
la  Zecca,  dove  si  battevano  le  monete,  nel  tempo  che 
si  edificava  la  Loggia  dei  Signori  sul  posto  occupato 
dalla  antica  Zecca.  Destinalo  a  questa  il  fabbricato 
dietro  la  detta  Loggia,  cessò  di  battersi  la  moneta 
presso  la  porta  alla  Giustizia.  Il  convento  vicino  le  dava 


—  1390  — 

anche  il  nome  di  Porta  S.  Francesco,  e  la  Torre  Reale 
le  rauluò  quello  di  Porta   Reale. 

Il  Duca  Alessandro  de' Medici  ridusse  a  fortezza  di 
pietra  quella  che  Michelangioio  aveva  fatto  provvisoria- 
mente per  l'assedio  dalla  porta  alla  Giustizia;  ecco  il 
perchè  in  quel  punto  delle  mura,  sopra  ad  uua  porta 
murata  si  vede  V  arme  Medicea. 

(7)  Delle  Gualchiere  di  Rovezzano,  rovinate  dal  fiume  Arno, 

si  vedono  tuttora  le  vestigia. 

(8)  Propriamente  parlando,  io  credo  che  la  Porta  Ghibellina 

non  potesse  essere  ediGcata  sotto  l'influenza  Ghibellina, 
che  cessò  poco  dopo  il  1260;  ecco  il  perchè  ho  ritenuto 
che  di  fatto  fosse  edificata  sotto  il  regno  dei  Guelfi;  in 
caso  diverso  non  saprei  come  combinare  l' epoca  in  cui 
furono  edificate  le  terze  mura  di  Firenze,  ed  il  governo 
di  un  Re  protettore  dei  Guelfi  (  cioè  di  Roberto  di  Na- 
poli, che  comandava  in  Firenze  in  quel  tempo)  con 
l'opinione  di  coloro  che  vogliono  questa  porta  ediGcata 
dai  Ghibellini.  Tutto  si  concilia,  se  si  dice,  che  a  que- 
sta venne  il  nome  di  Ghibellina  dall'antica  porta  che 
nella  slessa  linea  stava  molto  più  in  dentro,  aperta  nelle 
mura  del  secondo  cerchio. 

(9)  Quattro  famiglie  Guardi  furono  in  Firenze  ai  tempi  Re- 

pubblicani. La  più  antica  abitò  Ollrarno  ed  ebbe  Niccolò 
di  Simone  di  Guardi  Priore  nel  1349  e  1353  e  Barto- 
lommeo  di  Martino  di  Guardi  che  conseguì  la  stessa  di- 
gnità nel  1356.  Ebbero  per  stemma  sei  merli  di  torre 
fatti  a  coda  di  rondine,  di  colore  rosso  e  collocati  a 
triangolo  riverso  nel  campo  d'  argento. 

I  Guardi  detti  Della  Fonte  che  abitarono  nel  Quar- 
tier  S.  Spirito  Gonf.  Nicchio  ebbero  Lippo  di  Guardo 
Priore  noi   1353;  Berto  suo  figlio   nel  1392  e  Lippo  di 


—   1391  — 

Berto  nel  1424.  Arme  di  questi  Guardi  fu  una  croce  al 
naturale  terminante  nelle  estremità  in  giglio,  e  sopra 
quella  una  croce  di  S.  Andrea  potenziataci  tutto  d'oro 
nel  campo  turchino. 

I  Guardi  da  Montelungo  del  Quartier  S.  Croce  Gonf. 
Leon  Nero  ottennero  sette  volte  il  Priorato  tra  il  1471 
ed  il  1529,  e  mancarono  nel  secolo  XVI.  Usarono  per 
arme  un  cane  levriero  nero  rampante  sopra  un  campo 
diviso  a  sghembo  d' argento  su  rosso. 

Finalmente  altri  Guardi  abitarono  in  Via  Borgo  la 
Croce  e  furono  ascritti  all'  arte  dei  correggiai.  Guardi 
di  Lapo  Guardi  fu  il  primo  Priore  di  questa  casa  nel 
1443  e  Gherardo  di  Andrea  di  Lapo  ne  fu  il  decimo 
nel  1497.  Si  estinsero  in  Paolo  di  Simone  di  cui  fu 
unica  figlia  Francesca  maritata  negli  Ugolini,  la  quale 
nel  1630  edificò  il  Monastero  di  S.  Teresa.  A  distinzione 
degli  altri  Guardi  ebbero  per  stemma  una  piramide  di 
sei  monti  d'  oro  tagliata  da  una  banda  azzurra  nel  campo 
d' argento  smerlato  di  rosso. 

(10)  Dei  Bastioni  eretti  da  Michelangelo,  cioè  all'angolo  dei  Tre 
Canti  passata  la  porta  alla  Croce,  alla  porta  a  Pinti 
ed  a  quella  di  San  Gallo,  se  ne  vedono  tuttora  indu- 
bitati avanzi,  che  servono  per  uso  delle  ghiacciaje.  Por- 
zione di  quello  della  porta  a  Pinti  è  ridotto  ad  uso  di 
cimitero  dei  Protestanti. 

Rapporto  poi  allo  stradone  che  nell'  interno  della 
città  di  qua  d'Arno,  ossia  settentrionale  al  fiume,  gira 
sotto  le  mura,  chiamato  Via  Ldngo  le  Mora,  e  che 
muove  dall'  antica  porta  alla  Giustizia  e  termina  dalla 
porta  al  Prato,  se  si  vede  adesso  molto  più  elevato  dal 
suolo  degli  orti  sottostanti,  avvenne  perchè  Cosimo  I , 
sulla  metà  del  secolo  XVI  intese  fortificare  le  mura 
con  ammassarvi  nell'  intorno  monti  di  terra  a  guisa  di 
bastioni.  Sotto  il  governo  francese,  sul  principio  di  que-: 
sto  secolo,  gli  avanzi  di  questi  bastioni  furono   allivel- 


—  1392  — 

Iati,  e  così  riaperta  venne  comodamente   la   strada    per 
uso  e  passeggio  dei  cittadini. 

(li)  Dante  da  Majano  fu  un  celebre  Poeta  che  fioriva  in- 
torno la  metà  del  Secolo  XIV,  le  cui  poesie  in  lode  di 
Nina  sua  Bella  erano  rinomale  quanto  quelle  di  Pe- 
trarca in  onore  di  Laura. 

Benedetto  da  Majano  Scultore,  fioriva  un  secolo 
dopo,  e  tuttora  sono  ammirati  i  suoi  lavori  per  il  genio 
dell'invenzione  e  la  squisitezza  della  esecuzione;  morì 
nel  1478,  e  fu  sepolto  vicino  a  Donatello  nel  sotterraneo 
di  S.  Lorenzo,  avendo  sulla  tomba  la  seguente  iscrizione: 

JCLIANl    ET    BENEDICTl    LEONARDI    FF. 

DE    MAJANO    ET    SUOROM 

MCCCCLXXVIH. 

(12)  L'Oratorio  della  Madonna  della  Querce  fu  incominciato 
nel  1520  col  disegno  di  Michelangelo.  La  chiesa  fu  con- 
sacrata nel  1552,  e  restaurata  nell'  occasione  di  farvisi 
una  solennità  nel  1737.  Cessò  di  essere  destinata  ad 
uso  sacro  nel  1790,  ed  il  locale  ridotto  a  villa  è  attual- 
mente in  proprietà  del  Dottore  Agostino  Gori. 

(13)  La  villa  di  Dante,  rammentata  in  un  rogito  di  ser  Salvi 
Dini  riportato  da  Giuseppe  Pelli  nella  vita  dell'Alighieri, 
non  è  come  volgarmente  credesi  la  villa  già  Pinzauti 
ora  Ponialowski,  ma  bensì  rimaneva  lungo  le  rive  del 
Mugnone  e  può  riscontrarsi  in  quel  complesso  di  case 
nominate  le  Cure.  L'  atto  soprannominato  è  la  vendita 
dagli  Ufficiali  del  Fisco,  che  se  n'erano  impossessati 
all'epoca  dell'esilio  di  Dante,  fattane  a  Giovanni  di  Ma- 
nette Portinari  nel  1332. 

(14)  La  Villa  di  Giovanni  De' Medici  verso  Fiesole,  pervenne 
nella  famiglia  Vitelli,  e  quindi    in  Pompeo   Neri  Badìa, 


v  —  1393  — 

dove  con  l'eruditissimo  Lami,  passava  i  suoi  giorni  in 
letterarie  conversazioni. 

Pietro  Del  Riccio  noto  sotto  il  nome  di  Pier 
Crinito,  allievo  di  Poliziano,  famoso  latinista  e  gre- 
cista, successe  al  suo  maestro  nella  cattedra  delle  let- 
tere nello  Studio  Fiorentino.  I  suoi  amori  Socratici  sono 
rammentali  da  Paolo  Giovio,  e  nelle  sue  poesie  ram- 
menta spesso  diceria  fìnto  nome  della  sua  amante. 
Amico  di  Pico  della  Mirandola,  fu  dell'Accademia  Pla- 
tonica nelle  adunanze  della  villa  Medici  a  Fiesole.  Era 
destinato  che  morisse  a  causa  dell'acqua.  Una  volta  cadde 
nel  Pò  e  ne  sortì  illeso;  ma  un  bicchier  d'acqua  getta- 
togli addosso  por  ischerzo  a  Scandicci  in  villa  di  Piero 
Martelli,  essendo  ad  una  cena  geniale  di  amici,  tanto 
lo  irrilò,  che  morì  per  un  accesso  di  bile  nell'età  di 
trentanove  anni. 

La  famiglia  di  Pier  Crinito  si  disse  più  anticamente 
dei  Lotleringhi  e  cangiò  nome  da  Piero,  detto  il  Riccio, 
figlio  di  Baldo ,  che  nato  nel  Piviere  di  S.  Piero  in 
Bossolo  portò  il  domicilio  in  Firenze.  Antonio  suo  figlio 
ebbe  numerosi  discendenti  poiché  da  Stefano  fu  originata 
una  diramazione  che  si  disse  dei  Comi  per  avere  rac- 
colto l'eredità  di  quella  casa  e  che  mancò  in  Domenico 
di  Alessandro  morto  nel  1730,  e  da  Francesco  proven- 
gono i  Del  Riccio  che  si  sono  manteuuti  fino  al  cadere 
del  secolo  decorso.  Guglielmo  e  Leonardo  di  Giulio  di 
Francesco  suddivisero  in  due  rami  la  casa.  11  primo  di 
essi  passato  a  commerciare  a  Napoli  vi  ammassò  ric- 
chezze considerevoli  colle  quali  acquistò  le  Baronìe  di 
Trentola  e  Luriano  passate  negli  Alamanni  alla  morte 
di  Francesco  suo  figlio  che  fu  assassinato  da  un  servi- 
tore nel  1595.  Da  Leonardo  proviene  Luigi  eletto 
senatore  nel  1702.  Leonardo  di  Giovanni  che  la  me- 
desima dignità  conseguì  nel  1736,  ultimo  della  famiglia 
del  Riccio  morì  il  21  Marzo  1772  lasciando  la  sua 
eredità  ed  il  suo  nome  ai  figli    di  Caterina  sua    sorella 

T.     IV.  3o 


—  1394  — 

moglie  di  Ottaviano  Naldini.  Stemma  di  questa  casa 
furono  due  rose  rosse  separate  da  una  banda  parimente 
rossa  nel  campo  d'oro. 

Altra  famiglia  Del  Riccio  che  usò  per  arme  due 
bande  azzurre  nel  campo  d'argento  ebbe  Filippo  di 
Matteo  Priore  nel  1360,   1367   e  1372. 

(15)  Matteo  Palmieri  apparteneva  ad  una  famiglia  ascritta 
all'arte  degli  Speziali  ed  originaria  da  Rasojo  castello 
nella  provincia  del  Mugello.  Francesco  di  Antonio  di 
Palmiere  fu  ammesso  al  Priorato  nel  1404 ,  che  da 
quell'epoca  al  1468  pervenne  nei  Palmieri  per  sette 
volte.  Matteo  di  Marco  di  Antonio  fu  Priore  nel  1445 
e  1468  ed  unico  di  sua  famiglia  ottenne  il  Gonfalonic- 
rato  nel  1453.  Nel  1435  fu  mandato  Oratore  a  Bologna, 
a  Perugia  nel  1451,  e  nel  1465  al  Pontefice,  a  Milano 
e  nuovamente  a  Bologna.  Più  che  alle  azioni  politiche 
ei  deve  la  sua  fama  alle  opere  letterarie  tra  le  quali 
sono  da  annoverarsi  l'elogio  di  M.  Carlo  Mazzuppini 
da  lui  letto  nei  funerali  di  quel  famoso  segretario  della 
Repubblica;  la  vita  del  Gran  Siniscalco  Acciajoli;  l'Opu- 
scolo de  Temporibus  contenente  un  sommario  di  fatti 
dalla  creazione  del  mondo  al  1449;  e  finalmente  l'ope- 
retta de  Captivitate  Pisarum  da  lui  intitolata  a  Neri 
Capponi.  Ciò  che  fece  parlare  di  lui  dopo  la  sua  morte 
fu  il  suo  poema  in  terza  rima,  cui  intitolò  Città  di 
vita,  poiché  si  volle  in  quello  trovare  riprodotto  l'er- 
rore di  Origene  e  volevasi  dal  Tribunale  Inquisitorio 
procedere  alla  esumazione  del  cadavere  per  arderne  le 
ossa.  Ciò  non  seguì  perchè  vi  s'interpose  la  Repubblica 
che  mai  fu  amica  della  Inquisizione  e  sempre  stette 
ferma  perchè  non  prendesse  gran  piede  nei  suoi  dominj. 
Il  poema  del  Palmieri  ora  è  appena  leggibile,  uè  a  mio 
avviso  meritava  l'onore  che  se  ne  facesse  tanto  rumore 
come  opera  che  presto  doveva  essere  dimenticata,  e  che 
infatti    solo    conosciamo    per    le    sopra    notale    contro- 


—  1395  — 

versie.  La  discendenza  di  Matteo  ed  insieme  la  fami- 
glia Palmieri  mancò  in  Firenze  nel  1825  per  morte  di 
Palmiere  Benedetto  di  Pietro  Leopoldo. 

Arme  di  questa  casa  furono  due  palme  al  naturale 
incrociate  nel  campo  rosso  e  messe  nel  mezzo  da  due 
leoni  d' oro  affrontati. 

Altri  Palmieri,  da  uno  di  essi  detti  di  Maffio, 
abitarono  Oltrarno  nella  via  delta  M affla,  che  per  av- 
ventura dall' islesso  individuo  riconosce  il  suo  nome. 
Maffio  suddetto  figlio  di  Palmiere  fu  Priore  nel  1318. 
Portò  per  stemma  un  Albero  di  palma  al  naturale,  posalo 
sopra  una  piramide  di  sei  monti  dorati  nel  campo  oriz- 
zontalmente semipartilo  di  argento  su  azzurro. 

Finalmente  i  Palmieri  detti  talvolta  di  M.  Paolo 
da  uno  di  essi,  talora  Da  Figline  dal  luogo  donde  pro- 
vennero, e  più  spesso  Della  Camera  per  avere  varj 
individui  della  famiglia  coperto  la  carica  di  Notaj  della 
camera  del  Comune,  ebbero  ser  Paolo  di  ser  Arrigo  di 
M.  Paolo  Priore  nel  1394,  1398  e  1405  e  Cancelliere 
della  Signorìa  nel  1387.  Iacopo  Palmieri,  il  marito 
della  famosa  Lucrezia  Mazzanti,  era  di  questa  casa.  Ei 
pure  combattè  in  favore  dei  Fiorentini  e  fu  fatto  pri- 
gione alla  battaglia  medesima  in  cui  nelle  mani  dei 
nemici  cadde  sua  moglie.  Questi  Palmieri  che  usano 
per  arme  due  palme  verdi  incrociate  alla  schisa  nel 
campo  dorato  ed  aventi  sopra  un  rastrello  rosso,  scem- 
pio a  quattro  denti,  esistono  tuttora  a  Figline. 

(16)  Molte  sono  le  ville  che  pretendono  avere  servito  di 
ricetto  al  Boccaccio  durante  la  morìa  del  1348,  ma 
qualunque  pretesa  cade  di  per  se  stessa  quando  si  ri- 
fletta che  il  Boccaccio  era  in  quell'orribile  circostanza 
assente  dalla  Toscana.  Una  di  queste  ville  e  precisa- 
mente quella  detta  Schivanoja,  prossima  ai  Tre  Visi,  è 
appartenente  ai  Settimanni. 


—  1396  — 

Pretende  quest'onore  anco  la  villa  ora  Calami m 
e  che  anticamente  fu  dei  Pesci.  Questa  famiglia,  che 
tuttora  sussiste,  ebbe  Ugo  di  Aldobrandino  Priore  nel 
1284,  1286  e  1291,  Pesce  di  Gugio  di  Pesce  che  la 
stessa  dignità  conseguì  nel  1302,  1308,  1315  e  1324 
e  Pazzino  suo  figlio  che  fu  parimente  Priore  nel  1312. 

Arme  dei  Pesci  è  un  leone  d'oro  rampante  nel 
campo  azzurro  e  tenente  tra  le  branche  un  pesce  d' ar- 
gento. 

(17)  Alcuni  raccontano  l'azione  eroica  di  Lucrezia  Mazzanti 
in  modo  diverso  da  quello  che  io  ho  fatto.  Essi  dicono 
che  venuta  in  potere  del  Capitano  Recanali ,  egli  la 
condusse  all'Incisa,  dove  avendole  fatto  sapere  che  la  notte 
voleva  ad  ogni  modo  giacersi  con  lei,  essa  se  ne  mostrò 
contentissima.  Anzi  per  lavarsi,  lo  pregò  a  permetterle 
di  scendere  nell'Arno.  Egli  vi  acconsentì,  lasciandola  in 
custodia  di  un  suo  fante.  Così  Lucrezia  prese  occasione 
di  annegarsi  nel  fiume  a  sfuggire  al  preparato  disonore. 

A  me  è  sembrato  più  naturale  il  racconto  del  caso 
posto  in  bocca  a  Lodovico  Martelli:  infatti  come  lavarsi 
in  Arno  nel  mese  di  Dicembre?  Come  è  credibile  che 
Recanati  non  sospettasse  qualche  strano  disegno  nel 
sentirsi  fare  simile  domanda  dalla  prigioniera,  che  do- 
veva supporre  desiderosa  di  evadere  dalla  sua  vigilanza? 
Renedelto  Varchi  racconta  il  caso  in  ambidue  i  modi, 
e  ritiene  per  vero  l'ultimo.  Forse  egli  avrà  avuto  con- 
tezza che  quel  Capitano  fosse  uomo  da  beverie  grosse, 
e  grossa  era  la  stranezza  di  lavarsi  in  Arno  nel  cuore 
dell'inverno. 

Comunque  andasse  il  fatto,  certo  è  che  Lucrezia 
si  suicidò  per  salvare  il  suo  onore,  e  per  evadere  dalle 
brutalità  di  quelle  milizie  congregate  ai  danni  di  Firenze. 

Altamente  fu  commendata  Lucrezia,  ed  alcuni  gio- 
vani ingegni  fiorentini  pieni  di  patria  carità,  perdurante 


—   1397  — 

l'Assedio,  mandarono  fuori  molli  Epigrammi  in  onore  di 
Lucrezia  Stazzanti.  Quello  specialmente  attribuito  a 
Benedetto  Varchi  diceva: 

Perderet  intactum  ne  Virgo  Etrusca  pudorem 

In  rapidas  se  se  praecipitavit  aquas: 

Cumque  foret  coelo  ter  reddita  flumine  ab  imo, 

Impavidum  toties  obruit  amne  caput. 

Quid  dicam?  Semel  amisso  Romana  pudore 

Tusca  ter,  integra  virginitate  perit. 

Recentemente  ancora,  il  fine  eroico  di  Lucrezia  Maz- 
zanti,  fu  esallato  da  Epigrafi  di  due  dotti  Toscani.  Poi- 
ché nella  raccolta  delle  Iscrizioni  composte  da  Pietro 
Contrucci  in  onore  degli  Uomini  Illustri  d'Italia,  la 
Mazzanti,  comunque  per  lieve  errore  chiamata  Marghe- 
rita, è  commendata  nel  seguente  modo: 

MARGHERITA    MAZZANTI 

ANZICHÉ    DA    BRUTALE    SOLDATO    INIMICO 

PATIRE    VITUPERIO 

SI    ANNEGAVA    NELL' ARNO 

o  fortunata! 

CHE    A    DIO    RENDESTI 

PURA    L'ANIMA     INTEMERATO    IL    CORPO; 

E    LASCIANDO    SÌ    ALTO    ESEMPIO    ALLE    FEMMINE 

SFUGGISTI    AI    MALI 

CHE    DISERTARONO    LA    TUA    FIORENZA. 

Ed  il  mentissimo  Antonio  Brucalassi  non  inferiore  ai 
primi  letterati  del  nostro  secolo,  nell'anno  1838  procurò 
che  una  memoria  dell' eroico  tratto  apparisse  all'Incisa, 
onde  il  nome  di  quella  Generosa  insegnasse  ai  meno 
istruiti,  che  la  virtù  in  Toscana  non  era  del  tutto  spenta 
nel  Secolo  XVI,  e  splendeva  ancora  nella  bassa  plebe. 


—  1398  — 

MDXX1X 
LUCREZIA    DE    MAZZANTI 
DONNA    d' ALTO    CUORE 
PLEBEA 
DAGLI    AMPLESSI    ABBORRENDO 
DI    SOLDATO    ALLA    PATRIA    NEMICO 
INVIOLATA 
QUI    NELL'ARNO 
ANNEGOSSI 
ne'  A    LEI 
MAGGIORE    DELL'  ALTRA    LUCREZIA 
1    TEMPI    CONSENTIRONO    UN    BRUTO 
E    LA    REPUBBLICA    FIORENTINA 
PERIVA. 

QUESTA    MEMORIA 

DOPO  CCCIX  ANNI 
ANTONIO  BRUCALASSl 
PONEVA. 

(18)  Il  Convento  e  la  Chiesa  di  S.  Domenico  sul  colle  di 
Fiesole  furono  edificati  dal  Beato  Giovanni  di  Dome- 
nico, in  seguito  Cardinale  ed  Arcivescovo  di  Ragusi,  per 
darvi  principio  ad  una  riforma  dell'Ordine  Domenicano. 
L'epoca  della  fondazione  è  del  1404  avendo  in  tal 
anno  Jacopo  Altoviti  Vescovo  di  Fiesole  donalo  a  tal 
oggetto  una  vigna.  Principali  benefattori  di  questo  con- 
vento furono  Fra  Bernardo  Del  Nero  Vescovo  di  Bisi- 
gnano,  Fra  Serafino  Banchi,  M.  Jacopo  Salviati  e  più 
che  altri  Filippo,  Jacopo  e  Domenico  degli  Àgli  che 
così  dettero  esecuzione  alla  ultima  volontà  di  Barnaba 
loro  padre.  I  Domenicani  ne  furono  cacciati  circa  il  1409 
per  essere  stati  costanti  nel  riconoscere  per  legitlimo 
Pontefice  Gregorio  XII,  motivo  per  il  quale  furono  inol- 
tre tutti  carcerati.  Uiusci  ad  essi  di  evadere  e  ricevuti 


—  1399  — 

a  Fuligno  da  Colino  Trinci  vi  rimasero  finché  nel  1418 
non  furono  rimessi  in  possesso  del  pristino  loro  con- 
vento. Fra  Domenico  Bonvicini  da  Pescia  che  col  Sa- 
vonarola fu  arso  nel  1498  fu  Priore  di  questo  mona- 
stero, che  seguitò  ad  essere  proprietà  dei  Domenicani 
riformati  fino  all'epoca  della  generale  soppressione  dei 
monasteri.  La  chiesa  è  ricca  di  pregevolissimi  dipinti, 
ed  il  portico  che  le  dà  accesso  fu  eretto  a  spese  di 
Alessandro  ed  Antonio  figli  di  Vitale  dei  Medici  ricchi 
Neofiti  che  nel  Giudaismo  erano  di  cognome  Jochiel. 
Assunsero  il  cognome  dei  Medici  per  avere  avuto  com- 
pare al  fonte  battesimale  un  Granduca  Mediceo. 

(19)  Giovanni  Pico  fratello  del  Conte  Della  Mirandola,  amico 
di  Marsilio  Ficino,  di  Girolamo  Benivieni  e  di  tutti  gli 
scenziali  che  fiorirono  dopo  la  metà  del  secolo  XV,  fu 
celebratissimo  per  il  raro  ingegno  con  il  quale  a  mio  cre- 
dere ha  inviluppato  in  prolissa  verbosità  i  Sogni  Plato- 
nici, a  segno  da  rendere  i  suoi  commenti  più  oscuri 
del  testo.  Fu  una  disgrazia,  che  ingegni  siffatti,  usati 
alla  cieca  venerazione  degli  antichi,  non  osassero  esa- 
minare con  la  ragione  le  oscure  assurdità,  e  pensare  da 
loro  stessi.  Morì  nel  1494  nella  fresca  età  di  trentadue 
anni,  e  fu  sepolto  nella  chiesa  di  S.  Marco  di  Firenze 
sul  Presbiterio.  Rimodernato  questo  sul  finire  del  secolo 
XVIII,  fu  remossa  la  sepoltura  di  Pico,  come  quelle 
del  Poliziano  e  del  Benivieni.  In  quella  occasione  il 
corpo  di  Pico  della  Mirandola  fu  ritrovato  talmente  in- 
tatto ed  incorrotto,  che  pareva  spirato  il  giorno  avanti. 
La  lapide  del  suo  sepolcro  portava  la  seguente 
iscrizione: 

d.    m.    s. 

JOHANNES    JACET    HIG    MIRANDULA,     C.ETERA    NORUNT 
ET    TAGUS    ET    GANGES    FORSAN    ET    ANTIPODES 
OB.    AN.    SAL.    MCCCCXCIV.    VIX.    AN.    XXXII. 


—    1400   — 

HIERONY.WUS    BÈNIVENIUS    NE    D1SIUNCTUS    POST 

MORTEM    LOCUS    OSSA    SEPARARET    QUOS    ANIMOS 

IN    VITA    C0NIUNX1T    AMOR    HAC    HUMO 

SUPPOS1TA    PONI    CURAVIT 

OB.    AN.    MDXLII.    VIX.    AN.    LXXXIX.    ME.NS.    IV. 

Nella  Sala  del  Quartiere  di  Papa  Leone  in  Palaz- 
zo-Vecchio dove  Vasari  dipinse  le  gesta  di  Lorenzo  il 
Magnifico,  nella  storia  in  cui  Lorenzo  è  raffigurato  as- 
siso in  mezzo  agli  scenziati  del  secolo,  si  vede  il  ri- 
tratto di  Pico  della  Mirandola,  ed  è  quel  giovane  di 
aria  piacevole,  bella  cera,  in  zazzera  di  lunghi  capelli, 
vestito  di  rosso. 

(20)  Bartolommeo  Scala  figlio  di  un  mugnajo  di  Colle  in 
Valdelsa  di  nome  Giovanfrancesco,  sotto  gli  auspicj  dei 
Medici  giunse  alle  prime  cariche  di  Firenze.  Cosimo  e 
Piero  largamente  gli  somministrarono  i  mezzi  per  i  suoi 
studj,  nei  quali  ebbe  per  condiscepolo  Jacopo  Amman- 
nati,  che  divenne  poi  Cardinale,  ma  allora  anch'egli 
oppresso  dalla  povertà.  Avanzalo  negli  studj,  lo  Scala, 
sotto  gli  occhi  e  nella  casa  de'Medici,  si  trovò  aperta  la 
via  della  fortuna  da  siffatti  protettori:  acquistò  onori  e 
ricchezze:  ascritto  fra  i  Cittadini  nel  1457,  fu  cancelliere 
della  Repubblica,  Priore  nel  1472  e  salì  fino  al  posto 
di  Gonfaloniere  nel  1486.  Innocenzio  Vili,  a  cui  fu 
Ambasciatore  di  obbedienza  nel  1484,  lo  creò  Cavaliere 
e  Segretario  Apostolico.  Era  dotto  ma  non  quanto  gli 
altri  letterati  del  suo  tempo.  Lorenzo  il  Magnifico,  capace 
di  giudicare  gli  uomini  più  di  suo  padre  e  del  suo  avo; 
benché  amasse  ed  onorasse  Io  Scala,  faceva  rivedere 
segretamente  al  Poliziano  le  Lettere  Pubbliche  scritte  da 
lui,  volendo  che  Io  stile  della  Repubblica  Fiorentina, 
nella  quale  regnò  tanto  V  eleganza  latina ,  non  smen- 
tisse la  sua  celebrità.  Qualche  correzione  proposta  da 
Lorenzo   De'Medici,    fece   sospettare   allo    Scala   il  vero 


—  1401  — 

autore,  e  da  qui  ne  sorse  una  acerrima  inimi- 
cizia. 

Gli  animi  dello  Scala  e  del  Poliziano  si  esasperarono 
viepiù  a  cagione  della  bella  Alessandra  figlia  dello  Scala, 
la  quale  univa  alle  grazie  del  volto,  le  più  belle  doli 
dell'animo.  Era  cara  alle  Muse,  ed  alcuni  Epigrammi 
Greci  indicano  il  possesso  che  aveva  di  questa  lingua. 
Poliziano  V  ammirava  al  segno  che  non  sdegnò  di  porre 
le  di  lei  composizioni  accanto  alle  proprie.  Egli  divenne 
perdutamente  amante  di  quella  dotta  bellezza;  ma  né  il 
suo  carattere,  né  il  suo  volto  (se  ne  giudichi  dal  ritratto 
effigiato  dal  Vasari  nella  Sala  di  Lorenzo  il  Magnifico 
nel  Palazzo  Vecchio,  in  quell'uomo  con  zazzera,  e  che  tiene 
un  libro  nella  sinistra  dipinto  nel  quadro  di  Lorenzo 
circondato  dai  Letterati),  erano  atti  a  cattivarsi  l'amore 
del  bel  sesso,  e  per  questo  Alessandra  gli  antepose 
Marcello  Tarcagnota  Poeta  inferiore  di  sapere  al  Poli- 
ziano, ma  nelle  qualità  amabili  superiore.  Poliziano  allora 
divenne  nemico  del  padre  di  Alessandra,  dello  sposo, 
e  per  fino  della  donna  amata,  e  sfogò  la  bile  con  amari 
jambi. 

Bartolommeo  Scala  edificò  il  bel  Casino  in  Borgo 
Pinti,  che  dopo  passò  in  Alessandro  De' Medici  Arci- 
vescovo di  Firenze,  e  quindi  Papa  sotto  nome  di 
Leone  XI.  In  seguito  ne  divenne  proprietaria  la  famiglia 
nobilissima  de' Signori  della  Gherardesca.  La  Villa  di 
Bartolommeo  Scala  a  Fiesole  passò  nei  Guadagni. 

Giuliano  figlio  di  M.  Bartolommeo  fu  Priore  nel 
1521  e  1531,  dei  sedici  Buonomini  nel  1518,  e  Gonfa- 
loniere di  compagnia  nel  1519  e  1526.  Si  estinse  la 
famiglia  in  Guido  di  Giuliano  morto  il  13  Dicembre  1581 
ebe  lasciò  il  suo  palazzo  all' Arcivescovo  di  Firenze  Ales- 
sandro dei  Medici  che  fu  poi  Leone  XI.  A  Guido  so- 
pravvisse un  cugino,  cioè  Giulio  di  Andrea,  che  non  potè 
ereditare  avendo  professato  nell'ordine  dei  servi  di  Maria 
col  nome   di   Fra   Alessio.  Arme  dei   Scala  è   una   delle 

T.    IV.  3i 


—   1402  — 

così  delta  parlanti,  cioè  una  scala  di  tre  gradi  azzurra 
posta  in  banda  nel  campo  dorato.  Il  motto  unito  al- 
l'arme —  Gradatim.  — 

Niente  questa  casa  ha  di  attinenza  cogli  Scali,  fa- 
miglia di  primo  cerchio  originaria  da  Fiesole,  che  ebbe 
magnifici  casamenti  con  torre  e  loggia  presso  S.  Trinità 
nel  luogo  ove  ora  sorge  il  palazzo  dei  Bartolini.  Furono 
ricchissimi  mercanti  e  fallirono  nel  1326  per  oltre 
quattrocentomila  fiorini  d'oro.  Al  suscitarsi  delle  fazioni 
nel  1215  seguirono  la  parte  Guelfa,  e  grandi  danni  sof- 
frirono nei  loro  possessi  dopo  la  disfatta  di  Montaperti 
nel  1260.  M.  Rinieri  di  Rinuccio  fu  Console  nel  1215, 
M.  Ugo  segnò  la  pace  del  Cardinale  Latino  nel  1280,  e 
M.  Manctto  di  Spina  dopo  aversi  acquistata  riputazione 
di  valoroso  alla  battaglia  di  Campaldino  nel  1289,  go- 
vernò Brescia  in  qualità  di  Potestà  nel  1298,  e  in  se- 
guilo molte  altre  città  dell'Italia.  31.  Francesco  Cavaliere 
nel  1325  fu  mandato  Ambasciatore  al  Duca  di  Calabria 
per  notificargli  che  la  Repubblica  lo  aveva  eletto  in  suo 
signore,  e  fu  padre  di  Giorgio  cittadino  influentissimo  ed 
ambizioso  oltremodo  che  fu  Priore  ne!  1378.  Messosi  in 
animo  di  rovesciare  la  Magistratura  dei  Capitani  di  Parte 
Guelfa,  si  fece  capo  del  popolo  e  promosse  la  famosa 
rivolta  dei  Ciompi  nel  1378.  Fu  in  tale  occasione  eletto 
Gonfaloniere  e  decoralo  per  volere  del  popolaccio  della 
equestre  dignità.  Per  tre  anni  governò  quasi  con  potere 
assoluto  Firenze,  ma  venutagli  meno  l'aura  popolare 
per  le  sue  prepotenze,  fu  decapitato  nel  1381.  Altro  Priore 
ebbero  gli  Scali  in  AnlonFrancesco  di  Bartolommeo  di 
Luigi  nel  1480  e  1496,  e  si  estinsero  il  28  31arzo  1637 
alla  morte  del  Senator  Giorgio  di  Anton  Francesco.  Loro 
stemma  fu  la  scala  d'oro  a  tre  gradi,  ritta  nel  campo 
azzurro. 

Consorti  dei  Scali  furono  i  Palkrmim  e  i  Barccci. 
1  primi  si  cstinsero  probabilmente  in  M.  31annuccio  Pa- 
lormini  cavaliere  di   gran   reputazione    morto    nel    1312 


—    1 103  —  - 

e  recato  alla  sepoltura  con  grande  onore  a  spese  del 
pubblico.  Ebbe  per  arme  un  leone  verde  rampante  in 
eampo  d'argento 

I  Barucci,  nominati  anco  da  Dante,  ebbero  Ubaldo 
console  di  Firenze  nel  1196  e  Aldobrandino  nel  1202, 
e  Pietro  Patriarca  d'Aquileia.  A  differenza  dei  Scali 
seguirono  la  parte  Ghibellina  e  furono  cacciati  da  Fi- 
renze nel  1248.  Detto  Barucci  combattè  a  Montaperli 
nel  12G0.  Sandro  di  Donatino  fu  Priore  nel  1364  ed 
Angelo  suo  fratello  nel  1379.  Si  estinsero  in  Piero  di 
Cammillo  morto  il  18  Luglio  1649.  A  differenza  di  altri 
Barucci  dai  quali  furono  originati  i  Del  Beccuto,  questi 
portarono  per  arme  due  gigli  d'argento  astali  ed  incro- 
ciati alla  schisa  nel  campo  rosso. 

(21)  Cristoforo  di  Bartolommeo  di  Cristoforo  Landini  nac- 
que in  Firenze  nel  1434  da  una  famiglia  originaria  di 
Pratovecchio.  Fu  destinalo  alle  leggi  ed  esercitò  il  no- 
tariato, avendo  in  tal  carica  servito  alla  signorìa  nel 
1494.  Ma  più  che  nelle  leggi  fu  famoso  nella  poesìa,  e 
filosofia ,  e  nello  studio  delle  lingue  Greca  e  del  Lazio, 
avendo  tenuto  cattedra  di  belle  lettere  nello  studio  Fio- 
rentino. Ebbe  a  discepoli  Lorenzo  e  Giuliano  dei  Medici, 
il  Poliziano  e  il  Verino.  Le  sue  poesìe  Latine  che  in 
un  codice  intitolato  Xandra  esistono  alla  Biblioteca  Lau- 
renziana  lo  costituiscono  per  uno  dei  migliori  poeti  del 
secolo.  Fu  uno  dei  restitutori  della  Platonica  filosofia  e 
perciò  tra  gl'istitutori  della  celebre  Accademia  degli  Orli 
Oricellarj.  Commentò  con  copiosa  erudizione  Dante,  Ora- 
zio e  Virgilio.  Il  suo  commento  della  Divina  Commedia 
fu  edito  con  tutta  l'allora  possibile  magnificenza  nel  1481, 
e  la  copia  da  Cristoforo  presentata  alla  Repubblica  Fio- 
rentina, cui  lo  avea  intitolato,  esiste  tuttora  nella  librerìa 
Magliabechiana,  impressa  in  pergamena,  riccamente  le- 
gata ed  ornata  di  nielli.  Vuoisi  che  la  Repubblica  donasse 


—  1404  — 

al  Landino  in  benemerenza  delle  sue  fatiche  una  posses- 
sione al  Borgo  alla  Collina  ove  nella  tranquillità  trasse 
eli  ultimi  suoi  anni  e  vi  morì  nel  1504.  11  suo  ritratto 
ritrovasi  nel  Palazzo  Vecchio  in  uno  degli  affreschi  del 
Vasari  ove  effigiò  Lorenzo  il  Magnifico  circondalo  dai 
letterati,  e  Cristoforo  è  appunto  quell'uomo  vestito  di 
rosso  tenente  nelle  mani  un  globo  e  le  seste.  Il  suo 
cadavere  è  tuttora  incorrotto  benché  sia  stato  sempre 
tenuto  con  molta  incuria  e  soggetto  a  rie  vicende.  Nel 
1632  dal  Capitano  Gavignani  gli  furono  estratti  due  denti, 
onde  da  quel  lato  la  guancia  è  infossata,  e  nel  1710  fu 
barbaramente  mutilato  nelle  parli  genitali  in  occasione 
che  la  gran  Principessa  Violante  di  Baviera  si  portò  a 
visitarlo,  essendo  al  Parroco  sembralo  indecente  che  una 
Principessa  lo  vedesse  nella  sua  integrila,  essendo  affatto 
nudo  il  cadavere.  La  spiritosa  Principessa  accortasi  della 
barbarie  disse  al  Parroco  che  a  chi  lo  avea  fatto  avrebbe 
dovuto  applicarsi  la  legge  del  taglione.  Cristoforo  Landino 
edificò  un  vasto  casamento  nel  Corso  dei  Tintori  che  è 
quello  attualmente  abitato  dai  Guasconi. 

La  famiglia  del  Landino  era  stata  precedentemente 
illustrata  da  Francesco  d' Jacopo,  fratello  del  di  lui  avolo, 
il  quale  benché  cieco  fu  peritissimo  nella  poesìa  ed  ec- 
cellente talmente  nella  musica  che  il  Re  di  Cipro  volle 
in  Venezia  coronarlo  solennemente  di  alloro.  Fu  famoso 
fabbricatore  di  Organi  e  di  altri  musicali  istrumenti, 
come  si  ha  dalla  vita  che  ne  scrisse  Filippo  Villani. 
Morì  nel  1390.  Bernardo  figlio  di  M.  Cristoforo  fu  Priore 
nel  1536  e  morì  ultimo  del  ramo  di  questa  casa  ascritto 
alla  cittadinanza  Fiorentina,  non  avendo  avuto  prole  le- 
gittima da  Maria  di  Alessandro  Caccini  che  sposò  nel 
1532.  Peraltro  ebbe  una  figlia  naturale  in  Lucrezia  che 
sposando  nel  1535  Vincenzio  del  Zaccherìa  ereditò  i  di 
lui  beni.  La  famiglia  tuttora  sussiste,  ma  diramatasi  da 
parecchie  generazioni  prima  che  avesse  i  natali  il  celebre 


—  1405  — 

uomo  del  quale  si  è  dato  notizia.  Arme  di  questi  Landini 
è  una  piramide  di  sei  monti  d'oro  con  tre  rami  d'albero 
al  naturale  nel  campo  turchino. 

Altri  Landini  furono  in  Firenze  in  tempi  più  remoti. 
Ebbero  origine  da  Acone  e  furono  distinti  da  un  Lan- 
dino che  si  segnalò  alla  battaglia  di  Carapaldino.  Esiste- 
vano ancora  nel  1433,  quando  Piero  di  ser  Noferi  fu 
squittinato,  ma  non  se  ne  hanno  ulteriori  notizie.  Por- 
tarono per  stemma  un  gatto  nero  rampante  nel  campo 
d'argento  e  sormontato  da  un  rastrello  rosso  a  tre  denti. 

Una  terza  casa  di  questo  nome,  delta  dei  Landini 
dei  tre  pesci,  dall'arme  di  tre  pesci  d'oro  collocati  in 
cerchio  nel  campo  azzurro,  venne  a  Firenze  da  S.  Lo- 
renzo a  Vicchio  nel  Piviere  di  Ripoli  e  conseguì  la  cit- 
tadinanza Fiorentina  durante  il  Principato.  Ne  faccio 
menzione  perchè  in  moltissimi  stabili  di  Firenze  si  vede 
scolpita  l'arme  di  questi  Landini  fattavi  apporre  da  Santi 
che  fu  ricchissimo,  e  fece  consistere  la  sua  ambizione  nel 
comprare  moltissime  case  al  solo  oggetto  di  farvi  met- 
tere il  suo  stemma.  Nel  1640  cól  disegno  del  Silvani 
eresse  il  portico  della  chiesa  della  Madonna  dei  Ricci 
nel  Corso  e  non  mancò  di  farvi  scolpire  l'arme  sua. 
Anco  questi  Landini  tuttora  sussistono. 

(22)  Angelo ,  da  Montepulciano  sua  patria  detto  Poliziano, 
nacque  dalla  nobile  famiglia  Cini  mancata  in  Andrea  di 
Pompilio  il  23  Febbrajo  1719.  Suoi  genitori  furono  M. 
Renedetto  Legista  figlio  di  Desiderio  di  Benedetto  Cini 
ed  Agnese  Tarugi.  Nacque  nel  1454  e  studiò  la  lingua 
Latina  sotto  il  Landino,  la  Greca  sotto  l'ArgiropoIo 
ch'era  uno  dei  dotti  Greci  dopo  la  caduta  di  Costanti- 
nopoli ricovrati  in  Italia.  A  pochi  la  natura  concesse 
tanti  talenti,  riunendo  in  lui  la  viva  fantasìa  col  severo 
giudizio,  due  facoltà  che  raramente  si  trovano  congiunte. 
Giovanetto  scriveva  versi  elegantissimi  in  Greco,  in  La- 
tino  ed  in    Italiano.  La    sua   Elegìa    Latina    sulle   Viole, 


—   1406  — 

le  sue  Stanze  scritte  per  la  Giostra  ili  Giuliano  De' Medici 
mostrano  che  nulla  vi  era  di  più  nitido  ed  elegante  come 
le  sue  Poesìe. 

Di  ventinove  anni  fu  promosso  alla  cattedra  di 
Eloquenza  Greca  e  Latina  nello  Studio  Fiorentino,  soste- 
nula  fino  allora  dagli  uomini  più  celebri  d'Italia.  Egli 
eclissò  la  fama  di  tutti  gli  antecessori.  Che  il  Poliziano 
possedesse  squisitissimo  senso  del  bello,  lo  mostra  ne'suoi 
scritti,  avendo  sì  felicemente  imitate  le  bellezze  declas- 
sici da  gareggiare  con  gli  originali. 

Dove  mostrò  grande  erudizione,  squisitezza  d'ingegno 
e  perizia  nei  classici  è  nella  Miscellanea,  in  cui  ebbe 
qualche  parte  Lorenzo  il  Magnifico.  Poliziano  era  Prete, 
quindi  fu  Canonico  del  Duomo,  e  se  la  vita  non  gli 
mancava,  né  la  fortuna  ai  Medici  veniva  meno,  sarebbe 
stato  creato  Cardinale.  Ebbe  la  disgrazia  di  vedere  morire 
Lorenzo  suo  protettore  e  di  morire  due  anni  dopo,  cioè 
nel  1494  nella  età  d'  anni  quaranta;  e  fu  sepolto  nel 
presbiterio  di  S.  Marco,  dove,  prima  che  fosse  tolta  per 
causa  dell' adornamento  della  cappella  maggiore,  si  leggeva 
quesla  semplice  iscrizione. 

POLITIANLS 
IH    HOC    TCUCLO    JACET 

angelus  ranni 

QLI    CAPUT    ET    LINGCAS 

RFS      NOVA     TBES     HABL'IT 

OBIIT     ANN.    MCCCCXCIV 

SEP.    XXIV     .ETATIS 

XL. 

Gli  uomini  grandi  ebbero  sempre  invidiosi  e  detrat- 
tori; Poliziano  fu  molto  calunniato;  ed  è  certo  che  meritano 
rimprovero  la  sua  condotta  verso  la  bella  Alessandra 
Scala,  comportandosi  da  indelicato  amante,  ed  il  suo 
contegno    verso    Clarice  Orsini    moglie    di    Lorenzo    mio 


—   1407  — 

benefattore,  che  richiese  al  marito  il  di  lui  allontana- 
mento dalla  casa.  Lorenzo  si  mostrò  generoso,  e  concesse 
a  Poliziano  un  dolce  esilio  nella  villa  a  Fiesole. 

(23)  La  Porta  detta  De' Servi  nelle  mura  del  terzo  cerchio, 
fu  aperla  alle  preghiere  di  Fra  Lottaringo  Generale  dei 
Servi  di  Maria,  onde  più  comodo  fosse  dalla  campagna 
l'accesso  alla  SS.  Nunziata  ivi  prossima. 

(24)  Cade  qui  in  acconcio  dare  uu  cenno  dei  Sangallo. 

Francesco  di  Paolo  Giamberti,  il  quale  fu  ragione- 
vole architetto  al  tempo  di  Cosimo  De' Medici  detto  il 
Vecchio,  da  lui  molto  adoprato,  ebbe  due  figli,  Giuliano 
e  Antonio.  Giuliano  divenne  in  breve  tempo  cotanto 
celebre  nell'Architettura,  che  Lorenzo  il  Magnifico  a  lui 
affidò  la  fabbrica  della  sua  Villa  di  Poggio  a  Cajano. 
Dopo  avere  lavorato  ad  Ostia  ed  a  Napoli,  tornò  in 
Firenze  e  si  occupò  della  vasta  fabbrica  della  Chiesa  e 
Convento  di  S.  Gallo.  La  Chiosa  fu  lunga  novanta 
braccia  a  tre  navate  rette  da  colonne  di  maciguo;  erano 
superbe  fabbriche  il  refettorio,  la  libreria,  ed  il  dor- 
mentorio lungo  centocinquantasette  braccia  e  largo  venti, 
con  cento  celle  comodissime;  altri  due  dormentorj  ne 
contenevano  trentasette  per  ciascuno;  inolire  eravi  un 
ospizio,  un  noviziato,  e  quattro  chiostri  circondati  da 
portici  spaziosissimi. 

Quest'opera  che  riuscì  di  comune  soddisfazione,  gli 
procurò  il  soprannome  di  Sangallo.  Onde  Giuliano  disse 
un  giorno  burlando  a  Lorenzo  il  Magnifico:  Col  tuo 
chiamarmi  da  Sangallo  mi  fai  perdere  il  nome  del  casato 
antico,  e  credendo  d'andare  avanti  per  antichità  di  fa- 
miglia ritorno  addietro.  Perchè,  Lorenzo  gli  rispose, 
piuttosto  voglio  che  per  la  tua  virtù  tu  sia  primo  d'un 
casato  nuovo,  di  quello  che  dipenda  da  allro  fìnquì  ignoto. 
Così  da  quel  giorno  lutti  i  Giamberti  lasciato  l'antico 
casato  si  dissero  Da  Sangallo. 


—  1408  — 

Lavorò  in  molle  altre  fabbriche  di  Firenze  e  di  Prato 
dove  eresse  il  bellissimo  Tempio  della  Madonna  delle 
Carceri,  e  in  Roma  dove  restaurò  la  Basilica  di  S.  Maria 
Maggiore.  Giuliano  morì  di  settanlaquattro  anni  nel  1517 
e  fu  sepolto  in  S.  Maria  Novella  nell'antica  sepoltura 
de'Giamberti. 

Antonio  da  Sangallo  suo  fratello,  ajulò  Giuliano 
finché  visse,  essendo  ancora  egli  espertissimo  architetto 
a  segno,  che  fu  nominato  Architetto  del  Comune  di  Fi- 
renze. Egli  eresse  la  Fortezza  Vecchia  di  Livorno,  e 
lavorò  sul  Monte  Cassino  la  tomba  di  Piero  De' Medici 
per  ordine  di  Papa  Clemente  VII.  A  Montesansavino  diede 
principio  al  palazzo  d'Antonio  del  Monte  Cardinale  di  S. 
Prassede.  Egli  morì  nel  1534  e  fu  sepolto  dove  riposava 
il  fratello. 

Francesco  da  Sangallo  figlio  di  Giuliano,  fu  ancor 
esso  architetto  e  scultore,  vedendosi  di  lui  varie  opere 
in  Firenze.  La  famiglia  dei  Sangallo  mancò  in  Firenze 
nel  1771.  Arme  di  questa  casa,  al  pari  di  quella  dei 
Giamberti,  furono  tre  stelle  azzurre  poste  in  banda  ed 
accostale  da  due  fregi  parimente  azzurri  nel  campo 
d'  oro. 

Tutto  il  vasto  convento  di  San  Gallo,  la  chiesa, 
ed  altri  locali  magnifici  situati  fuori  la  porta  che  tuttora 
conserva  quel  nome,  furono  atterrati  all'epoca  dell'as- 
sedio, e  per  molto  lempo  si  videro  le  rovine  di  questi 
luoghi,  tanto  più  che  anche  la  porla  rimase  serrata  fino 
al  secolo  XVII. 

Il  Granduca  Pietro  Leopoldo,  sulle  rovine  di  quel 
convento  e  di  quella  chiesa,  piantò  il  pubblico  giardino 
chiamato  Parterre. 

Più  accosfo  alla  porta  fino  dal  1738  era  stato  at- 
terrato il  bastione,  e  ridotta  la  piazza  a  mezzaluna;  nel 
centro  vi  fu  innalzato  I'Arco  Trionfale  in  onore  di 
Francesco  I  Austriaco,  quando  dal  Soglio  Granducale 
fu  chiamalo  a    cingersi  della    Corona  Imperiale.    L'Arco 


—   1409   — 

fu  una  cattiva  imitazione  di  quello  di  Trajano  o  di  Co- 
stantino in  Roma,  e  l'architetto  fu  il  lorenese  Goadod. 

(25)  La  Chiesa  di  San  Marco  Vecchio  fu  eretta  fino  dal 
Secolo  Xf.  Fu  detta  cosi  per  distinguerla  dall'altra 
chiesa  posteriormente  edificata  nella  campagna  di  Cafaggio 
dedicata  al  Santo  medesimo  e  che  poi,  rinchiusa  nella 
città  di  Firenze  con  il  terzo  cerchio  delle  mura,  servì 
prima  ai  Salvestrini  e  poi  ai  Domenicani. 

(26)  Il  Monastero  di  S.  Maria  a  Montedomini,  presso  S. 
Marco  Vecchio  fu  edificato  nel  1311  sopra  un  fondo 
donato  da  Monna  Nesa  vedova  di  Carlettino  e  a  spese 
per  la  maggior  parte  della  famiglia  Marsili.  Vi  furono 
introdotte  alcune  Clarisse,  che  fino  dal  1285  erano 
venute  da  Castelfiorentino  per  aprire  un  convento  del 
loro  istituto  in  Firenze,  in  vigore  della  testamentaria 
disposizione  di  Fra  Arrigo  Cerchi  che  a  tale  oggetto 
avea  ad  esse  lasciato  una  casa.  Costrette  a  venire  in 
città  in  occasione  dell'  assedio  fu  loro  concesso  uno 
dei  due  conventi  eretti  nel  luogo  ove  esisteva  l'antico 
spedale  degli  ammorbati  presso  la  porta  alla  Giustizia, 
restando  1'  altro  destinato  alle  Monache  di  Monticelli. 

Il  Monastero  poi  di  S.  Maria  della  Misericordia 
riconosce  per  sua  fondatrice  Antonia  di  Francesco  la- 
nini, appartenente  a  famiglia  originaria  di  Scarperìa 
ch'ebbe  Agostino  di  Lotto  Priore  nel  1477  e  che  si 
estinse  in  Simone  di  Lorenzo  che  mancò  l'otto  Giugno 
1599  e  portò  seco  nella  sepoltura  l'arme  dei  suoi  antenati 
consistente  in  uno  scudo  azzurro  semipartito  orizzontal- 
mente avente  nella  parte  superiore  una  torre  d'argento 
merlata,  fabbricata  di  nero  e  con  porta  rossa,  e  nell'in- 
feriore una  piramide  di  sei  monti  d'oro.  Antonia  lanini 
prese  l'abito  di  Terziaria  Agostiniana  e  con  altre  suore 
che  a  lei  si  associarono  si  rinchiuse  a  vita  penitente  in 
t.    iv.  3^ 


—   1410  — 

una  casa  quasi  di  faccia  al  monastero  di  Lapo  nel  1500. 
Queste  Terziarie  aumentate  di  numero  chiesero  alla  Re- 
pubblica di  poter  aver  convento  nella  città  e  furono 
autorizzate  a  comprare  il  Monastero  di  S.  Clemente  in 
Via  S.  Gallo  ove  cominciarono  ad  abitare  nel  1538.  Fu- 
rono molto  protette  dalla  casa  Medicea  che  tra  esse 
monacò  Giulia  e  Porzia  figlie  naturali  del  Duca  Alessan- 
dro, e  colle  largita  dei  loro  Sovrani  restaurarono  tutto 
il  convento  del  quale  si  mantennero  in  possesso  fino  alla 
generale    soppressione  dei  Monasteri. 

Questo  convento  di  S.  Clemente  fu  da  principio  uno 
spedale  dedicato  a  S.  Gherardo  ed  eretto  da  Gherardo 
Bonsi  nel  1345.  I  Capitani  di  Or  S.  Michele  ai  quali 
era  raccomandato  lo  ccderouo  agli  Ospitalieri  dell' Allo- 
pascio  nel  1366,  dai  quali  fu  a  loro  volta  donato  alle 
Convertite  di  Fiesole  nel  1377.  Queste  monache  decad- 
dero dal  loro  fervore  ed  abbandonarono  presto  il  con- 
vento che  dalla  Repubblica  fu  assegnato  ad  alcune  suore 
Benedettine  che  vi  rimasero  fino  al  1427,  nel  qual  anno  lo 
venderono  alla  società  di  S.  Maria  di  Firenze,  quale  era 
composta  dai  Tavolaccini.  Da  questi  confratri  fu  tornato 
ad  uso  di  spedale  per  i  poveri  della  loro  compagnia,  e 
dedicalo  a  S.  Clemente:  fino  al  1506  ne  furono  assoluti 
padroni,  ma  in  quell'anno  Io  cederono  al  Gonfaloniere 
Soderini  che  volle  introdurre  i  Carmelitani  della  Riforma 
di  Mantova,  dei  quali  crasi  dichiarato  protettore.  Due 
anni  soli  vi  stettero  i  Carmelitani  e  lo  spedale  tornò  ai 
Tavolaccini  che  non  amando  molto  tali  permute  stimarono 
meglio  vendere  lo  spedale  che  nel  1513  fu  venduto 
alle  Canonichesse  Regolari  di  San  Bartolommco  d'An- 
cona, che  Leone  X  avea  invitato  ad  aprir  casa  in  Firenze. 
Sopravvenute  le  guerre  che  portarono  la  città  a  perdere 
la  sua  libertà  queste  Monache  cercarono  di  tornare  ad 
Ancona  e  perciò,  come  sopra  notai,  venderono  nel  1528 
alle  Agostiniane  di  S.  Maria  della  Misericordia  a  S. 
Marco  Vecchio  il  loro  convento. 


—  1411   — 

(27)  Dopo  che  Leopoldo  I  Granduca  proibì  la  tumulazione  dei 
cadaveri  in  Firenze  (proibizione  che  dal  1814  in  poi  ha 
infinite  esenzioni,  come  lo  dimostrano  le  migliaja  di 
lapidi  nei  chiostri  e  nei  cimiteri  delle  chiese  di  Firenze) 
nel  punto  suburbano  elevato  e  ventilatissimo  detto  Tre- 
spiano,  fu  situato  il  vasto  Campo-Santo,  ove,  secondo 
l'alta  mente  di  Leopoldo  I,  tutti  i  Fiorentini  indistinta- 
mente dovevano  seppellirsi.  Dal  1814  in  poi,  soltanto 
vi  riposano  i  corpi  di  coloro  che  non  lasciano  venti 
scudi  da  comprarsi  la  tomba  in  un  cimitero  o  in  un 
chiostro  di  Firenze. 

(28)  AU'Uccellatojo  era  vi  una  villa  Uguccioni.  Comprata  da 
Francesco  I  De' Medici  vi  edificò  nel  1569  col  disegno 
del  Buontalenti  la  famosa  Villa  di  Pratolino,  dove  era 
la  più  graziosa  raccolta  di  macchine  e  di  giuochi  d'acque. 
Minacciando  rovina,  fu  preso  il  compenso  di  rasarla  fino 
ai  fondamenti,  espediente  suggerito  dal  talento  di  un 
Tedesco  per  evitare  le  spese  dei  restauri! 

(29)  Nella  Villa  Medici  di  Careggi  sospirava  di  terminare  i 
suoi  giorni  Benedetto  Varchi,  non  saziandosi  di  ripetere 
con  trasporto  di  gioja  quei  sì  decantati  versi: 

In  te  gradito  avventuroso  monte 
Ove  del  volgo  ognor  tanto  si  perde 
Adoro  io  di  fornir  tutti  i  miei  giorni. 

Il  luogo  si  disse  Careggi,  elisione  di  Campo-Regio. 
La  villa  Medici  oggi  dalla  famiglia  Orsi,  è  passata  nel 
Sig.  Sloane. 

(30)  Le  Monache  o  Donne  di  Faenza,  che  abitavano  in  un 
monastero  eretto  nel  1282  col  disegno  di  Giovanni  figlio 
di  Niccolò  Pisano  in  prossimità  della  porta  di  questo 
nome,   scacciate    dal   loro   convento    perdurante  l'Asse- 


—    1412  —  | 

.  dio,  non  più  vi  tornarono  e  furono  inviate  in  quello 
di  San  Salvi.  Nel  luogo  del  convento  delle.  Donne 
di  Faenza,  della  Porta  così  chiamata  e  di  altri  luoghi, 
fu  edificata  la  Fortezza  di  S.  Gio.  Battista  comunemente 
delta  Da  Basso. 

La  Chiesa  delle  Faentine  fu  consacrata  nel  1297 
ed  era  presso  a  poco  configurata  come  quella  di  S. 
Barnaba.  Lunga  settantadue  braccia,  fu  tutta  dipinta  da 
Buonamico  Buffalmacco  pittore  facetissimo,  amico  del 
Boccaccio,  che  fece  bellissime  celie  a  quelle  monache. 
La  chiesa  e  convento  furono  edificati  per  uso  delle 
Valombrosane,  che  con  S.  Umiltà  vennero  da  Faenza 
ad  abitarlo. 

Filippo  Strozzi,  malauguratamente  per  lui,  vide  accolto 
da  Papa  Clemente  VII  il  consiglio  datogli  di  erigere  una 
Fortezza  per  procurare  al  suo  diletto  Duca  Alessandro 
un  sicuro  refugio,  e  per  tenere  in  freno  i  Fiorentini. 
Il  15  Luglio  1534  alle  ore  13  e  mezzo,  nel  punto  che 
Giuliano  Buonamici  da  Prato,  frate  del  Carmine,  astro- 
logo peritissimo  accennò  il  più  propizio,  si  gettò  nei 
fondamenti  della  Fortezza  la  prima  pietra,  benedetta  dal 
Vescovo  Angelo  Marzi,  sulla  quale  era  scritto: 

ALEXANDER    MEDICES    PKIMUS    DUX    FLORENTINAM 

ARCEM    A    FUNDAMENTIS    ERIGENS    PRIMIM 

APPONIT    LAPIDEM    QUEM    ANGELUS    MART1US    EPUS    ASS1SIANENSIS 

INVOCATO    DIVINO    NOMINE    BENEDIXIT    DEDICAV1TQUE 

ANNO    A    SALUTE    CHRISTIANA    MDXXXIV 

CLEMENTE    VII    PONTIFlCE    MAXIMO 

ET    CAROLO    V    IMPERATORE    AUGUSTO 

DIE    XV    MENS1S    JVL1I    HORA    XU1    ET    DIMIDIO. 

11  disegno  fu  di  Pier-Francesco  da  Viterbo,  diretto 
da  Alessandro  Vitelli  e  da  Antonio  Picconi. 

Nel  5  Decembrc  1535  fu  terminata  e  benedetta  con 
celebrarsi  la  Messa  sotto  la  porta  del  Mastio  ne'fossi 
della  Fortezza. 


—   1413  — 

Il  denaro  speso  in  questa  fu  munto  ai  Fiorentini, 
i  quali  per  dire  il  vero,  non  si  presero  gran  pensiero 
del  Forte,  perchè  sapevano  che  i  Principi  non  hanno 
altra  sicurezza  che  nell'amore  de' sudditi.  Quindi  gli  odiati 
Medici  senza  il  vantaggio  dell'amore  de' Fiorentini,  colla 
Fortezza,  anziché  assicurarsi  lo  Stato,  si  sarebbero  tro- 
vali in  pericolo  maggiore.  L'evento  provò  questa  opinione. 
Alessandro  perì  stilettalo,  e  Cosimo  suo  successore  non 
fu  realmente  Duca  per  varj  anni,  perchè  la  Fortezza  era 
in  potere  di  Alessandro  Vitelli. 

Tanto  la  fortezza  di  Belvedere,  che  quella  di  S. 
Giovan  Battista  sono  state  sempre  inutili  a  Firenze  ed 
ai  suoi  Principi.  Hanno  mostrato  così  quanto  l'umano 
giudizio  erra  nelle  sue  corte  vedute,  ed  è  sovente  ob- 
bligato, sebbene  tardi  a  pentirsi  delle  proprie  risoluzioni 
e  concetti. 

(31)  Il  Monastero  di  S.  Donato  in  Polverosa  o  a  Torri  è 
d'ignota  origine  e  solo  tradizionalmente  sappiamo  che 
una  Principessa  infedele  convertita  al  Cristianesimo  com- 
prò quel  luogo,  allora  incolta  boscaglia,  e  di  boscatolo 
vi  fabbricò  la  sua  abitazione  colla  torre  e  la  chiesa.  Alla 
sua  morte  ordinò  che  quel  suo  palazzo  fosse  ridotto  a 
monastero  dotandolo  di  tutti  i  suoi  beni.  La  parola 
«  anno  milleno  »  incisa  sopra  la  porta  principale  del 
claustro  ci  rammenta  forse  l'epoca  nella  quale  avveniva 
questa  pia  fondazione.  Ma  non  si  ha  notizia  di  Monaci 
ivi  abitanti  fino  al  1184,  nel  qual  anno  da  un  privilegio 
dell'Imperatore  Federigo  I  si  rileva  che  vi  abitavano  i 
Canonici  Regolari  di  S.  Agostino  dell'ordine  Portuense, 
detti  Polversi,  i  quali  vi  aveano  eretto  uno  spedaletlo 
pei  pellegrini.  Nel  1186  fu  consacrata  solennemente  la 
chiesa  ed  in  tale  occasione  fu  data  solennemente  la  croce 
a  tutti  i  soldati  toscani  che  prendere  vollero  parte  alla 
Crociata  per  liberare  Gerusalemme  ordiuata  dal  Pontefice 
Clemente  III.  Ignorasi   per  quanto  tempo  questo  convento 


—  1414  — 

restasse  in  potere  di  Canonici  Regolari,  ma  certamente 
nel  1239  era  già  vacuo,  poiché  Ardingo  Vescovo  di 
Firenze  chiamando  a  Firenze  l'ordine  degli  Umiliati  lo 
assegnò  ad  essi  per  loro  abitazione.  E  qui  cade  in  ac- 
concio il  rettificare  un  errore  in  cui  incorsero  il 
Rosselli  ed  il  Richa  dicendo  che  gli  Umiliati  vennero  a 
Firenze  tra  il  1206  ed  il  1208,  poiché  la  carta  originale 
della  concessione  originale  di  S.  Donato  a  Torri  fatta 
dal  Vescovo  Ardingo  agli  Umiliati  nel  1239  esiste  al- 
l'archivio Diplomatico  ed  è  riportata  dal  Lami  a  pag. 
307.  delle  novelle  letterarie  dell'anno  1756.  Ma  riu- 
scendo disastroso  questo  luogo  agli  Umiliati  e  non  meno 
incomodo  per  la  distanza  alle  persone  che  da  essi  ap- 
prendere volevano  il  lanificio,  ottennero  di  essere  trasfe- 
riti in  Firenze  nel  1251,  e  in  S.  Donato  ad  essi  succe- 
derono  le  monache  di  S.  Maria  a  Decimo  dell'ordine 
Agostiniano  che  abitando  fuori  del  Rorgo  S.  Casciano 
vivevano  soggette  a  molti  pericoli.  Circa  59  anni  dopo 
la  detta  traslazione  queste  monache  chiesero  ed  ottennero 
di  mutar  regola  per  vivere  in  più  stretta  osservanza  e 
dalla  regola  di  S.  Agostino  passarono  a  quella  dei  Ci- 
stercensi. Durante  l'assedio  furono  ricevute  nella  città  e 
nel  loro  convento  di  S.  Donato  abitò  il  conte  di  Lodrone 
che  vi  apportò  non  pochi  guasti.  11  Duca  Alessandro 
nel  1532  restituì  questo  luogo  alle  Renedetline  che  vi 
hanno  abitato  fino  alla  soppressione  generale  dei  mona- 
steri durante  il  governo  Francese.  Ai  nostri  giorni  questo 
stabile  è  stato  acquistato  dalla  famiglia  DemidofT  che 
v'introdusse  da  primo  una  officina  di  seterie,  e  quindi 
lo  ridusse  e  deliziosissima  villa.  L'attuale  Granduca  della 
Toscana  eresse  S.  Donato  in  Contea  a  favore  di  Anatolio 
DemidofT,  e  quindi  in  Principato  in  comtemplazione  delle 
sue  nozze  colla  Principessa  Matilde  Napoleona  di 
Monfort. 

La    via    Polverosa    di    Firenze    prese    questo    nome 
perchè,   forse  i  Canonici   Polversi  vi  ebbero   un  ospizio. 


—  1415  — 

(32)  Alcune  liete  brigate  organizzate  tra  loro  per  festeggiare 
con  finti  armeggiamenti  ed  altre  pompe  i  dì  più  solenni 
dell'anno  ebbero  nome  di  Potenze  perchè  i  capi  che  le 
presiedevano  si  aveano  dato  titolo  di  Re  o  Imperatori 
come  se  trattato  fossesi  di  comandare  ad  una  intera 
nazione.  Secondo  l'Ammirato  furono  introdotte  dal  Duca 
Atene  che  per  gratificarsi  la  plebe  e  addormentarla  ne 
creò  sei,  ma  l'Ammiralo  è  in  errore  poiché  quest'uso  è 
molto  più  antico  e  solo  dal  Duca  d'Atene  fu  richiamato 
in  vigore.  Infatti  ci  parla  il  Villani  di  una  bella  e  ricca 
brigata  di  oltre  mille  giovani  che  tutti  vestiti  d'una 
assisa  medesima  armeggiarono  per  la  città  nel  1283. 
Il  Duca  Alessandro  timoroso  di  soverchie  riunioni  di 
popolo,  come  timidi  devono  esser  sempre  i  tiranni,  abolì 
da  primo  questi  festeggiamenti,  ma  fu  poi  costretto  a 
permetterli  dietro  il  riflesso  che  il  popolo  occupalo  in 
sollazzi  e  svagato  continuamente  dal  pensiero  della  festi- 
vità che  stava  preparandosi,  non  potesse  invece  darsi  più 
in  preda  a  pensieri  di  patria  che  poi  potevano  minare  il 
nuovo  dominio  Mediceo.  I  nostri  Cronisti  ci  hanno  con- 
servato memoria  di  molle  feste  fatte  dalle  Potenze,  feste 
che  per  Io  più  finivano  nel  dividersi  gli  armeggiatone  in 
due  brigate  per  fare  ai  sassi,  nella  qual  zuffa  ben  spesso 
perdevano  la  vita  parecchie  persone.  A  tale  era  giunta 
la  reciproca  rivalità  di  queste  brigale  che  non  poteva 
l'una  passare  avanti  la  residenza  dell'altra  senza  che 
venissero  alle  mani,  talché  bisognò  che  il  Magistrato 
degli  Otto  vi  provvedesse  con  due  bandi,  l'uno  del  1577, 
e  l'altro  del  1588.  I  festeggiamenti  delle  potenze,  che 
secondo  Francesco  Del  Bianco  nel  suo  canto  degli  amatori 
di  pace  han  consumato  fama,  tempo  e  denari,  cessarono 
nel  1629,  non  si  sa  se  per  ordine  del  governo  o  per 
mancanza  di  denaro  tra  la  gente  bassa.  Durò  peraltro 
ad  esisterne  una  lontana  memoria  fino  a  quasi  tutto  il 
secolo  decorso,  imperocché  ogni  anno  i  garzoni  dei  batti- 
lani nel  giorno   di  Berlingaccio,  nella    Domenica  e  negli 


—  1416  — 

ultimi  due  giorni  del  Carnevale  stranamente  mascherati 
portavansi  all'arte  della  lana,  alle  principali  botteghe 
dei  lanajoli,  quindi  alle  case  dei  loro  clienti  per  avere 
mancia  in  denaro  o  fiaschi  di  vino,  per  terminare  alle- 
gramente la  serata  in  una  cena  sontuosa. 

Queste  potenze  ebbero  insegna  distinta,  ed  ogni 
potenza  andava  vestila  uniforme.  Il  loro  numero  fu  vario, 
poiché  il  Villani  ne  nomina  solamente  sei,  nel  1588  erano 
giunte  fino  a  trenta:  nel  1610  secondo  il  Laslri  erano 
44,  e  nel  1629  secondo  un  ricordo  pubblicato  dal  Cam- 
biagi  nelle  memorie  storiche  sulle  feste  di  S.  Giovanni, 
erano  ascese  al  numero  di  quarantanove.  Il  capo  di  esse 
si  chiamava  col  nome  d'Imperatore,  di  Re,  di  Duca,  di 
Principe,  di  Signore  o  con  simile  onorevole  titolo.  Stimo 
inutile  di  riportare  i  nomi  di  queste  diverse  potenze  che 
possono  riscontrarsi  in  quasi  tulli  gli  scrittori  delle 
antiche  cose  di  Firenze.  Le  insegne  o  bandiere  di  queste 
brigate  nei  giorni  festivi  si  tenevano  in  alcuni  anelli  di 
ferro  che  tuttora  vedonsi  su  diversi  canti   della  città. 

(33)  La  lunetta  interna  della  porla  San  Gallo  fu  dipinta  dal 
Ghirlandajo.  Il  Gaddi  dipinse  quelle  delle  altre  porle, 
esclusa  quella  al  Prato. 

(34)  Benuccio  di  Senno  Del  Bene  fondò  lo  Spedale  di  SBar- 
tolommeo  alle  Panche  nel  1295.  Si  disse  alle  Panche 
perchè  costruito  presso  gli  argini  del  Mugnone,  chia- 
mandosi panca  la  base  che  sostiene  la  maggiore  elevazione 
degli  argini.  Con  tale  denominazione  trovasi  rammentato 
anco  il  monastero  di  S.  Martino  fondato  nel  1356  da 
ser  Martino  da  Combiate  sopra  una  porzione  di  terreno 
dello  stesso  spedale  cedutagli  dal  Canonico  Niccolò  di 
Sennuccio  Del  Bene.  A  questo  monastero  dettero  vita 
alcune  monache  eslralte  dal  convento  di  S.  Piero  a  Luco 
in  Mugello,  le  quali  colla  esemplarità  della  loro  vita  si 
conciliarono  talmente  la  pubblica  estimazione  che  Pio  li 


—   1417  — 

soppresso  nel  1458  lo  spedale  di  S.  Barloloinraeo,  al 
monastero  di  S.  Martino  volle  riunirne  le  rendite.  Nel 
1529  fu  demolito  questo  convento  e  le  religiose  rice- 
verono in  compenso  l'antico  spedale  fondato  dai  Pollini 
in  via  della  Scala  al  quale  mutuarono  il  nome  dell'antico 
loro  ricovero. 


T.    IV. 


33 


CAPITOLO  XXVII. 


m  parte  settentrionale  della  città  (proseguiva 
Lodovico  Martelli  parlando  a  Carlo  Cappello  )  che 
abbiamo  osservato,  non  avendo  né  monti,  né  colli 
sopra  capo,  non  può  dal  di  sopra  o,  come  si  dice, 
a  cavaliere  essere  offesa;  ma  non  è  così  della  parte 
meridionale  detta  Oltrarno  che  andiamo  ad  esaminare. 
Non  si  comprende  il  perchè  gli  antichi  Fiorentini 
poco  si  curassero  di  fortificare  questa  parte  della  città 
che  ne  aveva  bisogno  più  dell'altra,  essendo  dominata 
dai  poggi.  A  me  non  persuade  la  ragione  che  ho 
sentito  addurre  da  qualcuno,  cioè  che  essendo  una 
tal  fortificazione  progettata  dal  Duca  di  Atene,  la 
Repubblica  temè  facendola,  di  fabbricare  un  giogo 
inespugnabile  e  tremendo  per  i  cittadini,  qualora 
sorgesse  qualche  altro  tiranno  e  se  ne  impossessasse 
Comunque  si  sia,  le  mura  d'Oltrarno  sono  più  deboli, 
più  basse,  e  peggio  costruite  di  quelle  fin  qui  per- 
corse, per  cui  Michelangiolo  ha  dovuto  fortificarle  in 
molti  punti  con  sproni  e  barbacani  costruiti  all'esterno. 


—   1420  — 

Passalo  l'Arno,  dalla  parie  di  ponente  le  mura 
cominciano  da  quel  torrione  detto  della  guardia  ed 
anche  della  Sardigna,  sotto  il  quale  nell'interno  si 
trova  un  piccolo  convento  con  chiesina  dedicata  alla 
Madonna  (1). 

Procedendo  verso  mezzogiorno,  l'altra  porta  con 
torrione  più  vasto  degli  altri  si  chiama  Porla  San 
Friano  dalla  vicina  chiesa  nell'interno;  e  si  appella 
ancora  Porta  Yerzoja,  dal  nome  dell'esterna  campa- 
gna (2).  11  borgo  era  dei  più  vasti,  arrivando  fino  a 
Legnaja,  ramificandosi  a  destra  fino  al  Pignone,  luogo 
dove  si  fermano  i  navicelli  che  da  Livorno  per  il 
fiume  Arno  vengono  contro  acqua.  A  sinistra  sopra 
quel  colle  prossimo  alla  porta,  chiamato  Monte  Olt- 
rcto,  vi  è  il  convento  degli  Olivetani,  e  più  sotto  il 
monastero  delle  monache  di  S.  Piero  a  Monticelli 
Vecchio,  così  detto  per  distinguerlo  dall'  altro  su- 
perbo convento,  ora  distrutto,  parimente  denominato 
Monticelli  prossimo  alla  Porta  San  Piergattolino,  fon- 
dato nel  1260  dalla  famiglia  Ubaldini.  In  quest'ultimo 
visse  e  morì  Piccarda  Donati ,  della  quale  mi  ram- 
mento le  parole  da  lei  dirette  a  Dante  nel  Paradiso: 

Io  fui  nel  mondo  vergine  sorella, 
E  se  la  mente  tua  ben  mi  riguarda 
Non  mi  ti  celerà  l'esser  più  bella; 

Ma  riconoscerai,  ch'io  son  Piccarda, 
(Mie  posta  qui  con  quest'altri  beati, 
Beata  son  nella  spera  più  tarda  (3). 

La  riviera  dell'Arno  fino  al  castello  che  colaggiii 
si  vede,    chiamato   la    Lastra  a    Sujna    distante   sei 


—  1421  — 

miglia,  era  tutta  ripiena  di  ville  e  palazzi.  Sul  Monte- 
Oliveto  comincia  da  questa  parte  l' accampamento 
dell'  esercito  nemico,  e  si  stende  sul  poggio  accanto 
chiamato  Scopeto,  dove  era  la  Badìa  di  S.  Donato, 
i  cui  monaci  si  sono  con  gli  altri  refugiati  in  Firenze. 

Michelangelo  per  fortiflcare  di  più  questo  lato, 
oltre  di  avere  sopra  gli  antichi  merli  fatto  inalzare 
per  alcune  braccia  le  mura  della  città,  le  ha  fornite 
all'  esterno  di  un  lungo  bastione,  assicurando  così 
queste  mura  fino  alla  porta  Romana  con  ogni  sorta 
di  fossi  e  ripari. 

Passato  l'angolo  dove  è  la  torre  dei  Cinque-Canti, 
si  trova  la  Postierla  di  Camaldoli,  così  chiamata  per- 
chè neh'  interno  ivi  vicino  vi  è  il  monastero  dei  Ca- 
maldolesi, che  danno  il  nome  anche  alla  strada,  la 
quale  conduceva  alla  porta,  quartiere  abitato  da  gente 
minuta,  per  lo  più  da  tessitori  dell'arte  della  lana. 

Proseguono  le  mura  andando  a  terminare  in 
forma  di  piramide,  e  nella  punta  di  questo  angolo 
sorge  la  Porta  Romana,  così  detta  perchè  guarda  la 
strada  di  Roma;  e  chiamata  ancora  Porta  San  Pier- 
Gatlolino  dalla  chiesa  che  è  nell'interno  della  città. 

Il  borgo  era  vastissimo  e  si  estendeva  sul  Poggio 
di  fronte  alla  porta,  denominato  delle  Fonti  da  alcune 
sorgenti  d'acqua  che  sgorgano  lungo  l'erta  lastricata, 
nel  qual  luogo  era  la  chiesa  di  S.  Ilario  alle  Fonti, 
eretta  nel  1329.  A  sinistra  il  borgo  arrivava  fino  al 
monastero  di  S.  Gaggio  (4)  in  cima  al  poggio,  occu- 
pato adesso  dagli  Spagnoli,  nei  di  cui  accampamenti 
vedonsi  le  bandiere  con 


—   1422  — 

l'Aquila  grifagna 

Che  per  più  divorar  due  becchi  porta. 

Le  tende  nemiche  si  estendono  verso  levante 
sopra  tutto  il  poggio  Baroncelli,  e  nel  castello  dal 
quale  prende  il  nome,  dimora  il  Principe  d'Oranges. 
A  destra  della  porta  Romana,  il  borgo  arriva  fino  al 
monastero  delle  monache  di  S.  Maria  del  Portico,  ora 
occupato  da  varie  bande  Tedesche  (5).  11  poggio  a 
ridosso  appena  usciti  della  porta  verso  ponente,  è 
lo  stesso  Poggio  Scopelino  che  ho  accennato,  ed 
era  pieno  di  case  e  di  ville.  Alcune  devono  la 
loro  esistenza  tuttora  all'arrivo  dei  nemici.  Vi  sono 
d' appresso  i  colli  di  Bellosguardo  e  di  Mahgnolle, 
luoghi  adorni  di  geniali  soggiorni,  oggi  in  preda  di 
quei  barbari,  i  cui  accampamenti  con  le  bagaglie  si 
estendevano  fino  a  Scandicci,  e  vanno  a  ricongiun- 
gersi con  gii  Italiani  accampati  nei  colli  verso  levante. 
La  strada  diritta  di  fronte  alla  porta  Romana  conduce 
al  castello  del  Galluzzo  e  a  S.  Lucia  a  Massa  Pa- 
gani volgarmente  detta  Mazzapagani;  e  quindi  sopra 
a  quel  poggio  circa  quattro  miglia  distante  sorge 
il  maraviglioso  convento  dei  Certosini,  edificato  dal 
Gran-Siniscalco  Acciaioli. 

Proseguendo  lungo  le  mura  della  porta  Romana, 
esse  cominciano  a  salire  sul  poggio,  nell'interno  della 
città  in  parte  chiamato  Bogoli  o  Boboli,  e  in  parte 
Costa  dei  Magnoli  o  di  S.  Giorgio.  Si  scorge  benissi- 
mo, che  il  poggio  nella  parte  della  città  scende  fino 
alla  porta  Romana  e  viene  avanti  con  le  radici  fino 


—   1423  — 

alla  via  dei  Bardi,  e  va  a  finire  con  la  porta  S.  Mi- 
niato. Alcune  delle  antiche  torri  che  in  questo  tratto 
di  mura  dalla  porta  Romana  a  quella  San  Miniato 
furono  conservate,  sono  divenute  efficacissime  alla 
difesa  mediante  le  artiglierìe  situatevi  da  Michelan- 
giolo.  Accanto  alla  porta  San  Giorgio,  prima  di  arri- 
varvi, si  vede  il  bellissimo  bastione  con  quei  risalti 
dove  stanno  alla  difesa  Amico  da  Venafro  ed  i  suoi 
soldati.  Lassù  in  cima  all'orto  dei  Pitti,  quel  cavaliere 
fu  aggiunto  d'ordine  di  Malatesta  per  maggiormente 
proteggere  V  altro  difeso  da  Amico  da  Venafro.  Co- 
stassù stanno  raccolti  da  circa  seimila  uomini  assol- 
dati da  Malatesta,  e  fra  le  molte  artiglierìe  vi  è  un 
cannone  lungo  dieci  braccia  pesante  sedicimila  libbre 
chiamato  YArchibuso  di  Malatesta.  Propriamente  par- 
lando questo  è  l'unico  punto  nel  quale  i  nemici  non 
possono  offendere  la  città,  e  sono  dominati  dai  nostri. 

Di  fronte  sopra  i  vicini  poggi  stanno  il  palazzo 
del  Barduccio  dove  alloggiano  le  genti  di  Pirro  di 
Castel  di  Piero,  e  più  in  là  quello  della  famiglia  Della 
Luna,  occupato  dalle  bande  di  Mario  Colonna. 

La  Porla  San  Giorgio  situata  nel  punto  il  più 
elevato  di  queste  mura,  prende  il  nome  dalla  chiesa 
e  monastero  che  sono  situati  neh'  interno  a  mezzo  la 
costa  o  erta  che  conduce  alla  porta.  Fuori  di  quella, 
cominciava  il  villaggio  di  Arcetri,  parola  formata 
dalla  corruzione  di  quelle  in  arce  veteri.  Seb- 
bene questa  Porta  non  avesse  un  borgo  prolungato, 
pure  erano  tante  le  case,  le  ville  ed  i  palazzi,  che 
non  un  borgo,  ma  formavano  una  città. 


—   1424  — 

A  sinistra  della  porta  San  Giorgio  forse  un  terzo 
di  miglio,  quella  chiesa  è  San  Leonardo  in  Arcetri, 
circondata  dall'accampamento  degl'Italiani  comandati 
dal  Marchese  del  Vasto.  Poco  più  olire  salendo,  si 
trova  la  piazza  chiamata  Volsaminiato ,  benché  il  vulgo 
dica  Bolsaminialo,  cioè  come  anticamente  si  diceva 
volta  a  San  Miniato ,  perchè  quivi  si  volge  per 
andare  alla  chiesa  di  questo  Santo,  la  cui  via  attra- 
versa e  passa  sul  poggio  chiamato  Giramonte  sotto 
la  casa  della  famiglia  Chiella  o  Chelli  (6);  qual  Gi- 
ramonte fronteggia  ed  è  come  a  cavaliere  al  mona- 
stero e  poggio  a  San  Miniato.  Michelangiolo  voleva 
comprenderlo  nelle  fortiflcazioni,  ma  la  grande  esten- 
sione del  giro  lo  sgomentò  per  il  timore  che  mancando 
le  forze  per  difenderlo,  si  perdesse  anche  il  monte  S. 
Miniato.  Oranges  ne  ha  compreso  l'utilità,  e  vi  ha 
fatto  un  bastione  con  gabbioni  per  abbattere  il  cam- 
panile di  S.  Miniato,  le  cui  artiglierìe  danno  grave 
molestia  al  suo  accampamento. 

Passata  la  piazza  Volsaminiato,  per  quella  via, 
che  era  piena  di  case,  si  arriva  ad  altra  piazza,  nella 
quale  è  un  pozzo  molto  pregiato  dalla  superstizione 
del  popolo,  credendo  le  sue  acque  salutari  ad  ogni 
malattia.  Ivi  appresso  è  un  tabernacolo  della  vergine, 
e  questo  luogo  si  chiama  il  Pian  di  Giullari,  dalle 
feste  e  giullerie  che  vi  si  facevano  dal  popolo  in  liete 
brigate  raccolto.  Il  borgo  di  S.  Miniato,  tutto  il  piano 
di  Giullari,  con  quelle  case  a  guisa  di  due  palazzi 
appartenenti  ai  Guicciardini  (7),  sono  occupati  dagli 
accampamenti  dei  papalini.  Lassù  a  man  dritta  hanno 


—    1425  — 

fatto  la  piazza  del  campo  italiano  con  botteghe,  tende, 
baracche,  ed  anco  le  forche,  sulle  quali  vedesi  un 
impiccato,  non  già  per  indisciplina,  che  non  cono- 
scono regole,  ma  forse  per  qualche  furto  commesso 
ai  commilitoni.  Quassù  alto,  in  quel  casamento  di 
Bernardo  Della  Vecchia,  è  alloggiato  Messer  Baccio 
Valori,  quel  cittadino  da  Firenze  tanto  beneficato,  che 
adesso  sorveglia  le  genti  Imperiali  e  Papaline  congre- 
gale contro  la  patria,  per  servire  alle  mire  tiranniche 
di  Papa  Clemente;  e  dico  così  perchè,  se  Giulio  De' Me- 
dici non  avesse  delle  immoderate  ed  incomportabili 
vedute ,  non  avrebbe  messo  sossopra  1'  Italia  e  rovi- 
nato la  chiesa  per  stipendiare  un  potente  esercito 
contro  il  paese  nativo  solo  per  vendicare  le  ingiurie 
fatte  alle  sue  immagini  da  una  mano  di  inconsiderati 
giovani.  Lo  dia  a  credere  a  chi  vuole:  ma  dubito 
del  pretesto  e  tremo  della  vera  cagione  di  tanta 
guerra.  Né  t'inganni,  soggiunse  il  Cappello:  quelle 
bandiere  Pontificie  meritano  il  rimprovero  che  Dante 
nel  Paradiso  mette  in  bocca  di  San  Pietro: 


Non  fu  nostra  intenzion  eh' a  destra  mano 
De'  nostri  successor  parte  sedesse 
Parte  dall'altra  del  popol  Cristiano: 

Né  che  le  chiavi  che  mi  fur  concesse 
Divenisser  segnacolo  in  vessillo 
Che  contra  i  battezzati  combattesse. 

Dopo  breve  pausa  ed  un  lungo  sospiro,  Martelli  pro- 
seguì il  suo  discorso. 

T.     IV.  34 


—  1426  — 

Dalla  piazza  di  Giullari  si  partono  tre  strade, 
quella  a  destra  conduce  al  monastero  di  S.  Matteo, 
dove  stavano  le  monache  Francescane,  adesso  cir- 
condato dall'  accampamento  di  varie  bande  Tedesche, 
e  sulla  piazza  del  loro  campo,  tra  le  tende  e  barac- 
che, stanno  facendo  l'esercizio  militare.  Lì  più  basso, 
1'  accampamento  loro  si  ricongiunge  a  quello  degli 
Spagnoli  attendati  a  Baroncelli.  Nel  palazzotto  lassù 
dietro,  eh' è  dei  Taddei,  ora  alloggiano  le  schiere 
del  Duca  d'Amalfi,  che  si  distendono  fino  a  San  Gag- 
gio, passando  per  le  piaggie  di  Marignolle  e  di  Bello- 
sguardo fino  a  Monte  Oliveto,  come  poco  fa  si  os- 
servava. 

La  seconda  strada  dalla  piazza  di  Giullari  con- 
duce a  gruppi  di  case  e  ville,  che  vedonsi  mezze 
rovinate. 

La  terza  strada  finalmente  qua  a  sinistra  con- 
duce a  Montici,  luogo  in  cui  si  trova  la  chiesa  di 
S.  Margherita,  e  dove  è  disteso  l'accampamento  di 
Alessandro  Vitelli  e  di  Sciarra  Colonna.  Lì  appresso, 
ma  più  alto,  quel  casamento  con  torre  si  chiama  il 
Gallo  dalla  famiglia  Galli  a  cui  appartiene;  e  vi 
dimora  il  Conte  Pier-Maria  da  San  Secondo  con  i 
suoi  fanti,  che  scendono  fino  nella  valle  sottoposta 
chiamata  Vacciano.  Lì  sotto  scorre  il  fiume  Ema,  dove 
sono  i  celebri  bagni  di  Montici  d' acque  medicinali, 
con  somma  cura  custodite  dalla  Repubblica,  che  vi 
edificò  comodi  quartieri  a  pubblica  utilità.  (8)  li  ta- 
bernacolo più  in  qua  verso  levante,  sta  sopra  un 
crocicchio  di  strade,  chiamato  le  Cinque-vie,  le  quali 
portano   a  Montici,  alla  fonte  dell' Acqua-rinfusa,  ed 


—  1427  — 

al  monte  S.  Miniato,  adesso  interrotte  dalle  fortifica- 
zioni di  Michelangiolo. 

Dalla  porta  San  Giorgio  le  mura  della  città  scen- 
dono sul  declivio  della  costa  fino  alla  Porta  San  Mi- 
niato alle  radici  dei  poggi  San  Giorgio  e  San  Miniato, 
postierla  piuttosto  che  porta  principale.  Quivi  Miche- 
langiolo, accosto  alle  mura  fece  un  bastione  che  lo 
chiamano  di  Ginevra  dalla  fontana  o  lavatojo  così 
appellata,  che  scorre  abbasso  del  poggio  (9).  Fuori 
della  porta  S.  Miniato  si  trovano  due  coste  ripide, 
V  una  di  fronte  che  conduce  alla  chiesa  e  convento 
di  S.  Francesco,  e  l'altra  a  destra  che  guida  al  con- 
vento e  chiesa  di  S.  Miniato,  che  ben  si  scorge  lassù 
tra  mezzogiorno  e  levante  a  guisa  di  fortezza  merlata 
col  noto  campanile  assai  bello  e  gagliardo. 

Questo  monte  si  può  dire  che  stia  sopracapo  a 
Firenze,  onde  chi  lo  possiede  può  battere  tutta  la 
città  anche  con  balestre.  Per  questo  Michelangiolo  ne 
prese  gran  cura  e  lo  rinchiuse  nelle  fortificazioni,  at- 
terrando il  convento  di  San  Benedetto  che  era  a  mezza 
costa,  e  cominciando  un  bastione  fuori  della  porta 
San  Miniato  alle  prime  case,  che  salendo  a  sinistra 
dalla  villa  Frescobaldi  e  circondando  intorno  la  chiesa 
di  San  Francesco,  volge  verso  ponente  a  destra  per 
circuire  tutto  l'orto,  il  convento  e  la  chiesa  di  S. 
Miniato,  e  quivi  rinforzandosi  il  luogo  sempre  più  con 
due  altri  bastioni  che  hanno  di  fronte  Giramonte,  le 
fortificazioni  discendono  di  mano  in  mano  lungo  al- 
cuni gradi  di  pietra,  ed  a  forma  d'  ovato  vanno  a 
ricongiungersi  al  primiero  bastione  della  porta  S.  Mi- 
niato. Non  contento  di  questo,  il  Buonarroti  innalzò 


—  1428  — 

nell'  orto  dei  frati  di  S.  Miniato  un  cavaliere  che  po- 
tesse dominare  i  colli  del  Gallo  e  di  Giramonte,  e 
valendosi  con  somma  arte  del  campanile,  lo  fasciò  di 
balle  di  lana  onde  ammortissero  i  colpi  di  cannone 
che  gli  sarebbero  stati  tratti  contro,  e  fattavi  porre 
sopra  una  gran  colubrina,  l'ha  affidata  a  Lupo  fa- 
moso bombardiere,  con  la  quale  infesta  non  poco  il 
campo  nemico. 

Qua  verso  levante  dalla  chiesa  di  S.  Francesco, 
scende  un  altro  bastione  fino  alla  strada  fuori  della 
porta  S.  Niccolò,  e  con  le  sue  cortine  riesce  sopra 
alcune  bombardiere  di  fianco  all'Arno. 

La  corteccia  di  queste  fortificazioni  all'esterno  è 
di  mattoni  fatti  di  terra  cruda  con  mescolanza  di  ca- 
pecchio tritato,  e  il  di  dentro  è  di  stipa,  paglia,  sassi 
e  terra  pesta  (10). 

A  levante  sta  Y  ultima  porta  chiamata  dalla  vi- 
cina chiesa,  Porta  San  Niccolò.  11  borgo  arrivava  a 
Ricorboli,  nome  derivato  da  Rio  di  Corbolo  uno  degli 
antichi  fossi  che  raccoglievano  le  acque  sparse  nella 
pianura.  Al  principio,  dalla  parte  del  fiume  Arno,  vi 
sono  le  Mulina;  indi  trovasi  il  greto  d'Arno,  e  sulla 
riva  di  mano  in  mano,  lasciata  Rusciano,  celebre 
villa  di  Luca  Pitti  lavoro  di  Brunellesco  (11),  dove 
cominciano  gli  accampamenti  nemici  con  Y  alloggia- 
mento delle  bande  di  Gio.  Battista  Savello,  si  arriva 
alla  valle  di  Gamberaja  tra  Santa  Margherita  a  Mon- 
tici, ed  il  pian  di  Giullari. 

Si  trova  quindi  IHsamo,  cioè  doppio  Arno,  per- 
chè quivi  anticamente  si  divideva  in  due  rami.  Costà 
è  la  contrada  di  Bipoli;  vicino  a  quella  Radia  di  San 


—   1429  — 

Bartolommeo  sulla  strada  è  la  villa  di  Giovanni  Ban- 
dini;  non  saprei  indovinare  per  qual  motivo  rispar- 
miata fu  dalla  distruzione,  tanto  dai  nostri  che  dai 
nemici.  Quivi  d'appresso  è  il  monastero  chiamato  di 
Santa  Brigida  del  Paradiso,  dove  ebbe  i  natali  quella 
monaca  chiamata  Suor  Domenica,  riguardata  come 
una  santa.  I  partigiani  Medicei  la  ritengono  qual 
grande  ausiliaria  della  loro  fazione,  in  quella  guisa 
che  i  liberali  ritennero  fra  Girolamo  Savonarola.  Da 
varj  giorni,  o  vera  o  falsa  che  sia,  è  sparsa  una  pro- 
fezìa di  questa  donna,  che  ha  preso  gran  piede  non 
solo  nel  volgo  ma  ancora  tra'  principali  cittadini,  cioè 
che  i  Medici  hanno  a  ritornare,  e  che  la  città,  non 
pigliando  da  se  questo  partito,  lo  piglierà  per  forza 
con  grave  suo  danno.  Dio  faccia  bugiarda  la  pro- 
fetessa ! 

Proseguendo  la  strada  del  Bagno  a  Bipoli,  a  dritto 
s' incontra  una  lunga  e  sassosa  via  che  conduce  allo 
Spedale  chiamato  dal  luogo  il  Bigallo,  e  quivi  ancora 
si  trova  V  Apparita,  luogo  distante  cinque  miglia,  dal 
quale  si  gode  più  vasta  veduta  che  in  ogni  altro  luogo 
circonvicino  a  Firenze. 

Credo  che  il  Lettore  si  sia  stancato  a  percorrere 
la  descrizione  di  Firenze  e  de'  suoi  contorni  quali 
erano  intorno  al  1530,  e  a  dire  il  vero  sono  annoiato 
io  stesso  nell'ordinaria  con  molta  fatica  sulle  notizie 
dei  luoghi  accennati  che  ho  dovuto  rintracciare.  Ma 
timore  grave  mi  assale  dal  riflesso,  che  dopo  aver 
dato  tanto  tedio,  non  si  abbia  compreso  niente,  se 
non  si  ha  piena  cognizione  del  paese.  Però  con  questa 
descrizione  alla  mano  se  si  andasse  sulla  lanterna 


—  U30  — 

della  cupola  del  Duomo,  vedrebbesi  in  realtà  che  la 
descrizione  dal  Martelli  fatta  a  Messer  Cappello  è  vera 
ed  intelligibile  da  quel  punto.  Se  poi  rincrescesse  sa- 
lire all'altezza  di  oltre  centocinquanta  braccia,  allora 
il  Lettore  può  guardare  in  pittura  questo  panorama 
andando  in  Palazzo  Vecchio,  dove  nel  quartiere  di 
Leone  X,  passata  la  sala  maggiore,  si  trova  quella 
nella  quale  il  Vasari,  fra  le  vicende  della  guerra  fatta 
da  Clemente  VII,  ha  dipinto  con  tutta  la  verità  a 
figure  e  fabbriche  minute,  la  città  di  Firenze  in  quel 
tempo,  lo  stato  dei  suoi  contorni,  e  la  distribuzione 
delle  difese  e  dell'esercito  assediante. 

Lodovico  Martelli  non  terminò  qui  il  suo  discorso 
ma  proseguiva  a  narrare  all'Ambasciatore  di  Venezia: 
che  a  Stefano  Colonna  ed  alle  bande  cittadine  era 
affidata  la  difesa  del  Monte  S.  Miniato  fortificato  nella 
guisa  descritta  con  il  lavorìo  continuo  di  una  mol- 
titudine di  cittadini  ed  artigiani,  non  risparmiandosi 
né  fatica  né  spesa,  per  supplire  alla  quale  si  erano 
imposti  nuovi  balzelli;  e  soggiungeva:  Michelangelo 
sempre  diresse  il  lavoro  delle  fortificazioni  stando  sul 
monte;  e  per  eccitare  con  il  suo  esempio  coraggio  e 
fervore,  lavorò  quella  statua.  Dove?  disse  il  Cappello, 
che  invero  non  poteva  vederla  con  tanta  facilità.  Là 
sul  poggio,  in  quell'angolo  a  levante,  prima  della 
chiesa.  La  vedo.  Ebbene,  era  quello  un  macigno  rozzo 
ivi  giacente;  vi  ha  scolpito  una  Vittoria  alata  colos- 
sale, e  per  essere  veduto  lavorare  anche  di  notte  ed 
incoraggire  così  gli  operai  alla  fatica,  teneva  sul 
berretto  una  specie  di  fanale  che  gli  illuminava  an- 
cora il  punto  del  suo  lavoro.  Chi  il  crederebbe?  La 


—  1431  — 

superstizione  del  popolo  ha  trovato  di  che  avvilire  gli 
animi  anche  in  questo  lavoro  fatto  per  incoraggirli! 
Mentre  Michelangiolo  non  avvertì  che  la  sua  Vittoria, 
voltando  le  spalle  alla  città,  pare  che  voglia  volare 
nel  campo  nemico.  Appena  il  Buonarroti  seppe  questo 
inconveniente,  voleva  distruggere  la  statua,  ma  gli 
fu  impedito,  ed  egli  vi  aggiunse  una  catena  che  di- 
mostrasse essere  avvinta  a  Firenze  (12). 

Lodovico  Martelli  non  cessava  di  raccontare  al 
Cappello  le  circostanze  e  gli  aneddoti  di  quelle  forti- 
ficazioni; narrava  il  fatto  pochi  giorni  avanti  avve- 
nuto, e  che  aveva  ucciso  Mario  Orsini  e  Giorgio  San- 
tacroce, per  i  quali  era  stato  celebrato  solenne  pub- 
blico funerale  in  Duomo.  Questi  capitani  stavano 
costassù  accanto  al  convento  di  S.  Miniato  e  discor- 
revano con  Malatesta,  con  Michelangiolo  e  con  Gio- 
vanbattista Adriani  giovane  talmente  amante  della 
patria  che  là  indefesso  offre  un  esempio  singolare 
agli  altri  Fiorentini  (13).  Ragionavano  se  convenisse 
aumentare  un  bastione  neh"  orto  dei  frati.  Venne  una 
palla  di  cannone,  e  colpito  un  merlo  del  convento 
lo  precipitò  sul  gruppo  dei  suddetti  ed  uccise  nell'atto 
Orsini  e  Santacroce,  lasciando  illesi  Michelangiolo, 
Malatesta  e  l'Adriani. 

Frattanto  però  che  il  dialogo  di  Martelli  con  il 
Cappello  proseguiva,  il  cielo  erasi  ricoperto  di  nebbia 
seguita  da  nuvoloni  che  promettevano  non  lontana 
la  pioggia.  Alcuni  colpi  di  moschetterà  richiamarono 
la  loro  attenzione  dal  lato  di  Fiesole,  e  videro  che 
si  era  attaccata  una  scaramuccia.  Martelli  biasimava 
queste  piccole  pugne  perchè  sebbene  vittoriose  però 


—  1432  — 

vi  scapitavano  le  milizie  cittadine,  che  andavano 
viepiù  indebolendosi  con  la  perdita  dei  buoni  capitani; 
avvertita  in  riprova  la  morte  di  Stefano  da  Figline 
ucciso  da  una  archibusata,  ed  il  pericolo  da  Amico 
da  Venafro  incorso,  che  nel  tirare  un  colpo  di  can- 
none contro  Giramonte  dal  bastione  di  S.  Giorgio  fu 
al  punto  di  morire  abbrustolito,  perchè  gli  prese  fuoco 
un  bariglione  di  polvere. 

La  scaramuccia  però  andava  a  farsi  seria,  poiché 
dal  convento  degli  Amidei  a  Montui  scendevano  circa 
cinquecento  Spagnoli  a  cavallo  per  sorprendere  i  Fio- 
rentini, e  Giannetto  da  Siena  accorreva  in  loro  soc- 
corso dalla  porta  alla  Croce,  mentre  varie  bande 
cittadine  si  avviavano  a  quella  volta  dal  Borgo-Pinti. 

Martelli  pregò  l'ambasciatore  ad  averlo  per  scu- 
sato se,  costretto  dal  suo  dovere,  lo  lasciava,  onde 
accorrere  alla  pugna.  In  poco  tempo  discese,  ed  ar- 
matosi, corse  dietro  alle  compagnie  cittadine. 

Al  contrario  Cappello  si  trattenne  sulla  cupola 
per  osservare  quel  combattimento,  divenuto  vivissimo 
nella  campagna  da  S.  Gervasio  tra  le  porte  a  Pinti 
e  alla  Croce.  Ma  il  vento  che  aveva  portato  i  nuvo- 
loni era  cessato,  ed  un  diluvio  d'acqua  ammorzò  il 
calore  dei  combattenti,  che  si  ritirarono  senza  ripor- 
tare altro  vantaggio,  che  di  aver  lasciato  morti  sul 
campo  alcuni  soldati. 


NOTIZIE 


J_ja  Torre  della  Sardigna,  elevata  poco  dopo  il  1335, 
chiama  vasi  più  anticamente  torre  della  Guardia.  Prese 
il  nome,  di  Sardigna,  secondo  quello  che  nota  Paolo 
Minucci  nei  suoi  commenti  al  Malmantile  riacquistato, 
dal  seppellirsi  che  facevasi  sulla  riva  dell'Arno  al  di 
sotto  di  questa  torre  i  cadaveri  delle  bestie  da  pie  tondo, 
che  ivi  pure  si  scorticavano,  dal  che  veniva  prodotto  non 
lieve  fetore.  E  tal  nome  viene  dai  Latini  che  chiamavano 
Sardinia  quei  luoghi  che  pei  mali  odori  sono  sottoposti 
all'infezione  dell'aria  come  in  antico  era  l'isola  di  Sar- 
degna. Ov'è  il  tabernacolo  di  S.  Rosa,  che  più  propria- 
mente dovrebbe  dirsi  la  Madonna  del  Cantone,  fu  già  un 
monastero  ove  nel  1313  furono  ricoverate  alcune  monache 
venute  da  un  convento  della  Valdipesa  detto  della  B.  Ver- 
gine e  di  S.  Barnaba  a  Torri.  Nel  1335  queste  suore  can- 
giarono il  loro  convento  coi  monaci  Guglielmiti  che  fino  dal 
1302  abitavano  a  S.  Piero  a  Monticelli,  e  questi  monaci 
vi  rimasero  fino  al  1564,  nel  quale  anno  per  privilegio 
di  Pio  IV  furono  i  beni  del  Monastero  ridotti  a  com- 
menda dell'ordine  di  S.  Stefano  a  favore  della  famiglia 
Concini.  In  tempi  più  remoti  in  alcune  stanze  terrene 
t.   iy .  35 


_  1434  — 

si  radunò  una  compagnia  d'uomini  sotto  il  titolo  di  S. 
Uosa,  ed  ceco  il  perchè  fu  dato  tal  nome  al  tabernacolo 
che  rimase  in  piedi  per  rispettare  una  preziosa  pittura 
di  Domenico  Del  Ghirlandajo  e  per  indicare  il  luogo  ove 
esistevano  la  chiesa  e  il  convento  di  S.  Maria  del  Can- 
tone, demolita  nel  1743. 

(2)  li  nome  di  Verzaja  o  Verzura  dato  alla  porta  San  Friano 

veniva  dalla  campagna  fuori  del  secondo  cerchio,  in 
quel  punto  chiamata  Verzaja  dall'erbe  che  si  produce- 
vano in  quel  suolo  basso  ed  umido.  Fuori  della  porta 
fino  dal  secolo  XI  vi  era  la  Chiesa  di  S.  Maria  a  Verzaja 
edificata  dai  Bostichi  in  un  orlo  di  loro  proprietà.  Fu 
distrutta  nel  1529  per  causa  dell'assedio. 

11  patronato  di  S.  Maria  in  Verzaja  passò  in  An- 
tonio di  Puccio  Pucci  nel  1483  per  cessione  di  Rinaldo 
e  Giovanni  di  Francesco  di  Rinaldo  Bostichi.  Nel  secolo 
XVI,  quando  per  comodità  della  popolazione  fu  edificala 
la  chiesa  di  S.  Maria  del  Piguonc,  le  fu  assegnata  la 
cura  dell'antica  Parrocchia  di  S.  Maria  in  Verzaja  ed 
il  Patronato  fu  reso  alla  famiglia  Pucci.  All'estinzione 
del  ramo  principale  dei  Pucci  questo  patronato  passò 
colla  loro  eredità  nei  Venturi,  ed  attualmente  ne  è 
patrona  la  Signora  Chiara  Shneiderff  come  erede  di  una 
porzione  del  patrimonio  Venturi. 

(3)  Il  Monastero  di  S.  Maria  a  Monticelli,  così  detto  perchè 

inalzato  sopra  un  monte  ove  erano  i  possessi  di  un  antico 
citladino  Romano  di  nome  Celio,  ebbe  per  fondatore  il 
celebre  Cardinale  Ottaviano  Ubaldini  nel  1260.  Lo  edi- 
ficò in  sostituzione  di  altro  più  antico  monastero  sotto 
lo  stesso  nome  cretto  dalla  B.  Agnese  sorella  di  S. 
Chiara  presso  S.  Donato  a  Scopeto,  parte  per  timore 
che  le  suore  essendo  male  alloggiate  non  soffrissero 
danno  dalla  licenza  delle  soldatesche,  parte  per  esser 
prive    di    elemosine  per    la  distanza    dalla   città.    Che  il 


—  1435  — 

nuovo  monastero  fosse  magnifico  si  rileva  dalla  spesa 
di  80,000  scudi  che  vi  volle  per  condurlo  a  compimento. 
Questo  pure  fu  uno  dei  tanti  conventi  atterrati  in  oc- 
casione dell'assedio.  Le  monache  furono  ricevute  nella 
casa  di  Alessandro  Corsini,  da  dove  nel  1534  passarono 
in  un  convento  per  esse  eretto  sul  locale  ov'esisteva 
l'antico  spedale  degli  ammorbali,  ora  compreso  nel  Re- 
clusorio dei  poveri. 

In  Monticelli  fiorirono  varie  suore  illustri  per  san- 
tità tra  le  altre  la  B.  Chiara,  al  secolo  Avvegnente  di 
M.  Albizzo  di  Ubaldo  Ubaldini  vedova  del  conte  Nino 
di  Gallura  morta  nel  1264,  e  la  B.  Costanza  Donati. 
Costei  al  secolo  si  chiamò  Piccarda  di  M.  Simone  Do- 
nali, e  fu  fanciulla  avvenente  sopra  ogni  altra  della 
ciltà.  Destinata  in  consorte  a  M.  Rossellino  della  Tosa 
rifuggiva  da  tali  nozze  e  non  potendo  vincere  colle  istanze 
e  coi  pianti  la  volontà  dei  genitori,  si  fuggì  dalla  casa 
paterna  e  andata  a  Monticelli  prese  il  velo  monastico 
cangiando  il  suo  nome  in  quello  di  Costanza.  Il  padre 
con  Corso  suo  fratello,  vedendo  inutili  le  preghiere,  la 
trassero  violentemente  dal  chiostro.  Fecero  celebrare  con 
ogni  possibil  pompa  le  sue  nozze,  ma  Piccarda  nella  sera 
medesima  del  matrimonio  mentre  attendeva  nella  sua 
camera  lo  sposo,  gettatasi  ai  piedi  del  Crocifisso  lo  pregò 
a  salvarle  la  verginità  che  a  lui  avea  già  consacrata. 
Subito  il  corpo  suo  fu  coperto  di  fetidissime  piaghe  e 
dopo  otto  giorni  di  penosa  infermità  mancò  di  vita 
avendo  ottenuto  dal  genitore  di  poter  rivestire  le  lane 
dell'ordine  Francescano. 

Non  molto  lontano  dal  monastero  di  Monticelli  era 
un  tabernacolo  con  la  Immagine  della  Madonna,  che  si 
chiamava  S.  Maria  della  Pace.  Questo  simulacro  cominciò 
ad  operare  miracoli  nel  1564,  talché  co'l'elemosine  rac- 
colte vi  fu  edificato  un  piccolo  oratorio  che  diventò  di 
patronato  delle  monache  di  S.  Felicita  che  erano  le  pa- 
drone del  suolo.  Nel  1616  la  Granduchessa  Cristina  di 


—  1436  — 

Lorena  ingrandì  la  chiesa  e  vi  fabbricò  un  monastero 
per  i  Monaci  di  S.  Bernardo  detti  Fogliacensi  che  fece 
venire  dalla  Francia.  Questo  convento  fu  soppresso  dopo 
la  metà  del  mancalo  secolo  XVIII. 

(4)  Il   Monastero   di    S.   Gaggio   deve   la   sua   fondazione  al 

celebre  Cav.  M.  Tommaso  Corsini  che  nel  1345  lo  eresse 
per  le  monache  Agostiniane.  Fu  il  convento  dedicato  a 
S.  Caterina  e  prese  il  nome  di  S.  Gaggio  (corruzione 
di  S.  Cajo)  quando  le  monache  di  quel  convento,  che 
rimaneva  di  contro  a  quello  di  S.  Caterina,  chiesero  di 
unirsi  ad  esse  e  di  formare  un  solo  monastero.  Le  prime 
a  consacrarsi  a  Dio  nel  nuovo  monastero  furono  Ghita 
Albizzi  moglie  del  fondatore  Corsini  insieme  con  Cate- 
rina sua  figlia,  Nera  di  Lapo  Manieri  e  Lapa  dei  Rossi 
vedova  di  Giannozzo  di  Bencino  Del  Sanna.  Nel  1529 
all'approssimarsi  dell'assedio  le  monache  furono  ricevute 
nelle  case  dei  Corsini,  e  tornarono  all'antico  convento 
nel  1531. 

(5)  Il  Monastero  di  S.  Maria  della  Disciplina  detto  del 
Portico  fu  pure  abitalo  dalle  monache  Agosliniane.  Ben- 
venuta di  Duccio  vedova  di  Francesco  Del  Morello  ne 
fu  la  fondatrice  nel  1340.  La  chiesa  fu  rinnuovata  col 
disegno  del  Ferri  nel  1705.  Anco  questo  convento  rimase 
soppresso  per  provvidissima  Legge  del  Granduca  Pietro 
Leopoldo. 

(6)  La  Casa  Chelli  o  ser  Chelli  è  originaria   di  S.  Miniato 

e  deve  il  suo  nome  a  ser  Chello  Notaro  di  cui  fu  figlio 
Antonio  parimente  Notaro,  Cancelliere  della  Signorìa 
nel  1380  e  1383.  Leonardo  di  Piero  di  ser  Antonio  fu 
Priore  nel  1436  e  1447,  ed  Antonio  suo  fratello  nel 
1441.  Esisteva  ancora  la  famiglia  nel  1524,  nel  quale 
anno  Leonardo  di  Raffaello  di  Leonardo  fu  squittinato. 
In  lui  sembra    che  mancasse    questa  famiglia    che  ebbe 


—  1437  — 

per  arme  una  dorata  scala  a  tre  gradi  ritta  nel  campo 
rosso. 

Altre  famiglie   Chelli  di    minor  conto    hanno  avuto 
Io  stato  durante  il  principato. 

(7)  La  villa  Guicciardini  denominata  la  Bugìa  fu  prossima  a 

S.  Margherita  a  Montici  e  da  essi  passò  nei  Nerli. 

(8)  I  Bagni  di  Montici,  due  miglia  circa  distanti  da  Firenze 

furono  nel  secolo  XIV  quelli  che  poi  divennero  i  bagni 
di  Casciana,  ed  in  oggi  quelli  di  Lucca  e  di  Monte- 
catini. 

(9)  La  Fonte  della    Ginevra  a  pie    del  monte  S.   Miniato  è 

la  sorgente  la  più  antica  e  la  migliore  delle  acque  po- 
tabili delle  fontane  di  Firenze.  Dalla  Ginevra  l'acqua 
va  alla  fontana  sulla  piazza  de'Mozzi  ed  a  quelle  delle 
piazze  di  S.  Croce  e  dei  Pitti. 

(10)  Cosimo  I  riprese  le  fortificazioni  fatte  da  Michelangiolo 
al  monte  S.  Miniato,  e  condottele  di  materiali  e  pietrami, 
le  riunì  alla  città  mediante  un  muraglione  che  andava 
all'esterno  della  porta  S.  Niccolò  a  congiungersi  con 
l'antiporto.  Fece  scendere  del  pari  un  altro  muraglione, 
che  tagliando  fuori  uua  porzione  del  borgo  interno 
passata  la  porta  San  Miniato  ,  andava  fino  all'  Arno 
attraverso  il  giardino  Serristori.  Di  queste  fortifi- 
cazioni ne  appariscono  indubitate  vestigie ,  ed  io  ho 
voluto  citarle  con  precisione,  sebbene  fatte  nel  1545, 
perchè  rappresentano  quelle  di  Michelangiolo  ridotte  a 
maggiore  solidità  e  resistenza.  Nel  muraglione  tra  le 
porte  S.  Miniato  e  S.  Niccolò  lungo  la  via  esterna  della 
città  è  una  lapide  con  caratteri  di  bronzo  che  indica 
le  fortificazioni  di  Cosimo  I  Duca  di  Firenze,  falle  cioè 
prima  che  assumesse  il  titolo  di  Granduca. 


—   1438  — 

(11)  La  Villa  ni  Rusciano,  luogo  delizioso  sopra  una  collina 
circa  un  miglio  fuori  della  porta  S.  Niccolò  fu  eretta 
da  Luca  Pitti,  si  dice,  col  disegno  di  Brunellesco.  Nel 
1472  la  Repubblica  comprò  la  villa  e  tenuta  di  Rusciano 
per  farne  un  donativo  al  Conte  Federico  d'Urbino  Ca- 
pitano generale  delle  armi  Fiorentine  per  il  ricupero  di 
Volterra  che  si  era  ribellala.  Dopo  varj  passaggi,  oggi 
si  possiede  dalla  Signora  Baring  nei  Kerrich. 

(12)  La  statua  quasi  colossale  della  Vittoria  scolpita  da  Mi- 
chelangiolo  sul  monte  S.  Miniato  avea  in  capo  l'usbergo, 
ed  era  armata  come  una  Pallade. 

Taluni  hanno  sbagliato  nel  credere  la  Vittoria  di 
Michclangiolo  un'altra  statua  consimile,  che  presso  la 
porta  della  Fortezza  si  è  veduta  fino  al  principio  del 
secolo  XIX;  ma  erano  in  errore,  poiché  la  statua  di 
Michelangiolo  fu  distrutta  quando  Cosimo  I  rifabbricò 
la  Fortezza,  e  la  statua  supposta  la  Vittoria  di  Miche- 
langiolo fu  scolpita  dal  Tribolo  per  reggere  l'arme  Me- 
dicea ad  imitazione  di  quelle  della  Fortezza  da  Basso. 

(13)  Gli  Adriani  si  dissero  Dal  Pino,  o  perchè  originar)  del 
luogo  così  denominato  circa  un  miglio  fuori  della  porla 
S.  Gallo,  o  perchè  esercitando  la  professione  di  vinat- 
lieri  ebbero  un  Pino  per  insegna.  Andrea  di  Berlo  fu 
Priore  nel  1394  e  nel  1411.  M.  Virgilio  suo  figlio  sposò 
nel  1458  Piera  di  Ubertino  Strozzi  dalla  quale  gli  nacque 
Marcello  nel  1463.  Fu  costui  profondo  politico  e  maestro 
in  tal' arte  al  Machiavelli.  Eletto  segretario  della  Repub- 
blica nel  1498,  esercitò  tal  carica  fino  al  1512.  Morì 
nel  1521  e  fu  sepolto  a  S.  Salvatore  al  Monte.  Giovan- 
balista  suo  figlio  fu  uno  dei  più  valorosi  difensori  di 
Firenze  durante  l'assedio,  narrandosi  che  mai  scendesse 
dal  monle  di  S.  Miniato  altro  che  per  andare  al  confine. 
Fu  uno   dei  migliori    letterati  del    suo  secolo,  e   la  sua 


—  1439  — 

storia  Fiorentina  è  pregevolissimo  lavoro  che  comprende 
in  22  libri  il  regno  di  Cosimo  I.  Morì  nel  1579.  La 
famiglia  Adriani  si  estinse  in  Marcello  di  Angelo  morto 
l'ii  Agosto  1664.  Usò  per  arme  una  gran  croce  dorata 
nel  campo  azzurro  avente  nel  lato  sinistro  superiore 
una  stella  d'oro  a  otto  raggi,  ed  altra  nel  lato  destro 
inferiore. 


CAPITOLO  XXVIII. 


o-agg^B-»  - 


'  tteso  il  blocco  strettissimo  di  Firenze,  i  sol- 
dati imperiali  erano  costretti  di  stare  la  maggior  parte 
del  loro  tempo  nell'inazione;  trovavano  però  da  occu- 
parsi, e  col  pretesto  de' foraggi,  si  sbandavano  conti- 
nuamente per  le  campagne  a  commettervi  ogni  sorte 
di  nefandità,  in  queste  eccitati  ed  ammaestrati  dagli 
Spagnoli. 

Gli  stupri,  le  violenze,  le  rapine,  i  santuarj  ro- 
vesciati, le  case  arse,  i  campi  devastati,  le  stragi 
medesime  erano  cose  comuni;  ma  gli  strazj  osceni 
venivano  commessi  con  tanta  pravità  di  eccessi  da 
non  potersi  descrivere. 

1  miseri  contadini  particolarmente  erano  appiccati 
agli  alberi,  e  quindi  abbandonati  alle  angoscie  di  una 
tormentosa  agonia.  Però  qui  non  rimaneva  la  ferocia 
Spagnola;  spesso  si  trovavano  corpi  di  appiccati  aperti 
nel  ventre  o  nel  dorso  da  sconcie  ferite,  e  da  quelle 
aperture  rovesciarsi  i  visceri  sanguinosi.  Quelli  che  per 
amore  di  guadagno  si  azzardavano  portare  vettova- 
t.  iv.  36 


—  1442  — 

glie  a  Firenze,  se  erano  sorpresi  dagli  Spagnoli,  ave- 
vano mozzata  una  gamba,  o  ambedue,  ovvero  le 
mani',  lasciati  indi  in  mezzo  alla  via;  talvolta  spic- 
cata loro  la  testa  dal  busto,  la  legavano  con  i  ca- 
pelli nella  destra  a  guisa  di  lanterna,  e  il  cadavere 
mutilato  appoggiavano  in  piedi  al  tronco  di  un  al- 
bero. 

Queste  cose  si  commettevano  intorno  a  Firenze 
da  cristiani,  in  un  esercito  ai  servigj  di  un  Pontefice 
chiamato  Clemente,  vicario  di  Cristo,  e  padre  dei 
Fedeli  !  ! 

Così  tra  la  paura  di  siffatti  supplizj,  tra  gì' im- 
pedimenti del  contado,  la  penuria  dei  viveri  aumen- 
tava giornalmente  in  Firenze,  e  faceva  fremere  i 
cittadini  tanto  contro  il  Governo  che  non  pensava  di 
venire  ad  oneste  condizioni  di  accordo,  quanto  contro 
Malatesta  Baglioni,  che  non  procurava  con  una  sor- 
tita generale  allargare  l'assedio  per  la  introduzione 
dei  viveri. 

Si  sapevano  per  la  città  le  tentazioni  di  Clemente 
VII;  poiché  o  vere  o  false  che  fossero,  ad  arte  i  Pal- 
leschi andavano  seminando  le  dicerìe:  che  il  Papa 
non  si  curava  di  signoreggiare  la  città;  che  non  vo- 
leva togliere  la  libertà  a  Firenze  sua  patria;  che 
qualora  i  Fiorentini  gli  avessero  restituito  la  nipote 
Caterina  De' Medici,  le  sue  entrate,  i  suoi  onori,  ri- 
messo i  nipoti  in  città  a  godere  degli  uffizj  come  gli 
altri  cittadini,  richiamati  i  suoi  amici  fuorusciti,  e 
tenuto  per  riputazione  della  Santa  Sede  un  Amba- 
sciatore presso  di  lui,  egli  non  si  sarebbe  mescolato 
nel  governo  della  Repubblica. 


—  1443  — 

Queste  condizioni  sembravano  a  tutti  oneste  e  giu- 
ste; ma  il  Gonfaloniere  Carducci,  i  Castiglione  e  tanti 
altri  Libertini  dicevano  che  quello  era  un  artilìzio 
di  Clemente,  e  perciò  da  non  fidarsi  a  tale  apparente 
moderazione.  D'  altronde  un  accordo  con  il  Pontefice 
faceva  cessare  del  tutto  l'autorità  di  quei  pochi  Ar- 
rabbiati, che  avevano  ridotto  nelle  proprie  mani  la 
somma  delle  cose. 

Giunsero  a  tempo  per  sedare  il  generale  mal- 
contento,, lettere  di  Messer  Baldassarre  Carducci  e 
di  Luigi  Alamanni,  per  le  quali  referivansi  le  lusinghe 
d'imminente  soccorso,  avute  da  Francesco  I  Re  di 
Francia. 

Luigi  Alamanni  aveva  acquistato  alla  Corte  di 
Francia  un  mecenate  nello  stesso  Re,  che  lo  adoprò 
in  varie  commissioni,  lo  decorò  dell'  ordine  di  San 
Michele,  e  colà  coltivò  i  suoi  poetici  studj.  France- 
sco I,  che  ancora  non  avea  potuto  ottenere  da  Carlo 
V  la  restituzione  dei  figli  tenuti  in  ostaggio,  nutriva 
di  fatto  delle  intenzioni  ostili  contro  di  lui,  delle  mire 
sull'  Italia,  e  procurava  con  lusinghiere  promesse  di 
conservarsi  il  nido  di  Firenze,  che  poteva  essere  di 
grande  appoggio  alle  sue  vedute.  Per  questo  lusingava 
i  Fiorentini  con  promesse  di  soccorso,  che  neppure 
sognava  d' inviare,  perchè  i  figli  in  mano  del  suo 
nemico,  erano  un  gran  freno  alla  sua  sfrenata  am- 
bizione. Non  se  ne  persuadevano  i  Fiorentini,  e  cre- 
dendo che  già  i  soccorsi  di  Francia  fossero  alle  loro 
porte,  inconsideratamente  si  dettero  in  preda  a  tale 
allegrezza,  che  a  maggiore  spregio  degli  Imperiali, 
vollero  dimostrata  con  feste  e  spassi. 


—   144*    - 

Come  avvertii  in  principio  del  mio  racconto,  si 
soleva  nel  carnevale  giuocare  il  calcio  sulla  piazza 
di  S.  Croce.  Le  buone  speranze  erano  destate  dalle 
notizie  di  Alamanni  appunto  in  quel  tempo;  sicché  a 
dimostrazione  di  giubbilo,  oltre  le  messe  solenni,  e 
il  suono  delle  campane,  si  ordinò  il  giuoco  del  calcio. 

Si  portarono  di  fatto  al  giuoco  sotto  le  divise 
verde  e  bianca:  e  per  maggiore  scherno  dei  nemici, 
messero  il  palco  dei  suonatori  sul  comignolo  della 
facciata  di  S.  Croce.  11  giuoco  era  animato  e  vivo, 
poiché  Jacopo  Castellani  (1)  alfiere  delia  schiera  bianca 
si  trovava  bene  secondato  da  Paolo  dell'Abbaco  ffc), 
da  Bartolommeo  Pescioni  (3)  e  da  Carlo  Pieri  (4),  i 
quali  sopra  ogni  altro  si  distinguevano  per  coraggio 
in  quella  schiera.  Né  interiori  erano  Battista  Libri  (5), 
Girolamo  Martini  (6)  e  Piero  Federighi  (7)  seguaci 
della  schiera  verde,  condotta  da  Antonio  Davanzati  (8). 

Procedeva  il  giuoco  con  calore  e  sollazzo,  quando 
una  arancia  scagliata  contro  Lamberto  di  Bartolommeo 
Cambi  gì' infranse  un  occhio,  e  lo  ridusse  pienamente 
cieco,  poiché  già  aveva  perso  la  vista  dall'altro  oc- 
chio. 11  disturbo  viepiù  si  accrebbe  quando  una  palla 
di  cannone  scagliata  dall'accampamento  nemico  di 
Giramonle  investì  e  sbaragliò  l'orchestra  dei  suonatori 
situata  in  punto  visibile  agli  Imperiali. 

Irritata  la  gioventù  fiorentina,  volle  vendicare 
tale  insulto,  e  si  pensò  di  proposito  ad  una  battaglia. 

Opponevasi  Malatesta  Baglioni  con  allegare  tanti 
prudenziali  pretesti,  che  se  da  un  lato  aumentavano 
i  sospetti  sulla  sua  condotta,  dall'altro  viepiù  accen- 
devano il  desio  della  pugna. 


—  1445  — 

I  Dieci,  disprezzando  le  osservazioni  poco  corag- 
giose del  Generale,  gli  ordinarono  perentoriamente 
di  combattere.  Siccome  forse  giunto  non  era  l'istante 
di  scuoprirsi,  Malatesta  obbedì,  ordinando  una  sortita 
contro  gli  accampamenti  meridionali. 

II  penultimo  giovedì  del  Carnevale  del  1529  (stile 
fiorentino,  corrispondente  al  1530  stile  comune)  do- 
vevano uscire  fuori  alla  medesima  ora  le  squadre  da 
tre  lati,  cioè  dalla  porta  San  Friano,  dalla  porta  S. 
Pier-Gattolino,  e  dal  bastione  del  monte  S.  Miniato. 
Alla  pugna  dovevano  andare,  oltre  le  milizie  assol- 
date, tutte  le  compagnie  dei  cittadini,  rimanendo  sol- 
tanto quelle  che  potessero  guardare  la  città  e  le  for- 
tificazioni, per  evitare  il  possibile  di  un  assalto  dei 
nemici  accampati  nel  lato  di  settentrione,  e  quelle 
che  formassero  due  corpi  di  riserva  per  farli  uscire 
dalle  porte  S.  Friano  e  S.  Piergattolino  a  pugna 
avanzata. 

Fra  i  comandati  che  guidavano  le  squadre  alla 
battaglia,  meritano  onorata  memoria  Bartolommeo 
del  Monte  (9),  Ridolfo  d'  Assisi,  Fiano  da  Jesi,  e 
Michelangiolo  da  Marrano  tra  quelli  che  dovevano 
uscire  dalla  porta  S.  Friano.  Di  quelli  che  andavano 
dalla  porta  S.  Piergattolino  si  distinguevano  i  capitani 
Ottaviano  Signorelli  (10),  Pasquino  Corso,  Ferrone  da 
Spinello,  Caccia  degli  Àltoviti  (11),  Strozza  Strozzi, 
Francesco  Bardi,  Ivo  Biliotti  e  Lodovico  Machiavelli. 
.  Uscì  adunque  fuori  Malatesta  con  le  sue  lance 
spezzate,  con  Sforza  d'Assisi,  Ottone  da  Pordenone 
ed  altri  capitani  accompagnati  dai  Commissari  Lodo- 
vico Martelli,  Zanobi  Bartolini  e  Tommaso  Soderini. 


—  1446  — 

11  punto  al  quale  Malatesta  voleva  che  si  diri- 
gessero le  operazioni  era  il  poggio  di  S.  Donato  a 
Scopeto,  poiché  preso  il  convento,  da  quel  punto  si 
dominava  il  campo  nemico. 

Era  alloggiato  in  tal  luogo  (che  sebbene  rovinato 
pure  serviva  di  fortificazione)  Barracone  da  Nava, 
uomo  d'ardimento  incomparabile,  con  tutto  il  suo 
colonnello  di  soldati,  vecchi  Spagnuoli,  i  quali  riser- 
vandosi al  saccheggio,  non  si  erano  curati  fino  a 
quel  giorno  di  mostrare  il  loro  valore.  Ma  non  per- 
tanto ciò,  e  nonostante  lo  svantaggio  del  luogo  che 
avevano  i  soldati  di  Firenze,  messisi  a  corda  e  vol- 
gendosi a  dritta  cominciarono  a  salire  il  poggio  S. 
Donato  non  curando  le  archibusate,  le  quali  in  gran 
numero  erano  a  loro  tirate  dagli  Spagnuoli,  che  di- 
fendendosi gagliardamente,  attaccarono  una  mischia 
e  tanto  durarono  che  da  ogni  banda  cadevano  morti 
e  feriti.  Frattanto  le  altre  milizie  Marzocchesche  uscite 
dalla  porta  San  Friano  percossero  gli  Spagnuoli  alle 
spalle,  onde  la  zuffa  divenne  quasi  generale,  inani- 
mando i  suoi  Barracone  con  le  parole  come  buon 
Capitano  e  ributtando  i  nemici  con  i  fatti.  Ma  lui 
morto  con  una  archibusata,  i  Fiorentini,  non  ostante 
gli  sforzi  di  Ripatta,  Macciano,  e  Boccanera  che  erano 
succeduti  a  Barracone  nel  comando,  combatterono 
egregiamente  e  si  spinsero  innanzi  gridando:  serra 
serra.  A  viva  forza  occupato  il  poggio,  presero  anche 
la  chiesa  ed  il  convento,  mettendo  in  fuga  gli  Spa- 
gnuoli. 

Frattanto  la  battaglia  divenne  generale,  poiché 
Oranges  mandò  gl'Italiani  in  soccorso  degli  Spagnoli, 


—  1447  — 

e  facendo  scaricare  le  artiglierìe  da  Giramonle,  dal 
Barduccio  e  da  altri  punti,  danneggiava  molto  gli 
assalitori.  Ma  anche  le  artiglierìe  delle  fortificazioni 
di  Firenze  rispondevano  orribilmente  al  saluto,  e  fra 
queste  lo  sparo  della  gran  colubrina  di  Malatesta 
sul  cavaliere  di  S.  Giorgio  era  tremendo.  Frattanto 
in  tutti  i  luoghi  si  combatteva  aspramente,  poiché 
anche  i  Tedeschi  vennero  in  ajuto  degli  Spagnoli. 
Lo  sparo  delle  artiglierìe  e  degli  archibusi,  non  che 
le  grida  de' combattenti,  facevano  tanta  caligine  e 
tanto  fragore,  che  non  lasciavano  né  vedere  né  udire 
cosa  alcuna;  per  tutto  si  combatteva  con  furore; 
cavalli  inferociti  erravano  senza  cavalieri;  cumuli  di 
morti  giacevano  in  atti  diversi;  chi  fuggiva,  chi  si 
arrendeva,  chi  chiedeva  soccorso;  per  tutto  vedevi 
armi  spezzate  e  disperse,  ed  il  terreno  ingombro  di 
membra  grondanti  di  sangue.  Con  varia  fortuna  in- 
calzava la  battaglia,  poiché  i  Fiorentini,  tenendo  il 
poggio  S.  Donato,  erano  pervenuti  a  dominare  i 
nemici. 

-Mancava  la  sortita  ed  il  soccorso  che  dal  monte 
S.  Miniato  doveva  portare  Amico  da  Venafro,  il  quale 
al  certo  avrebbe  fatto  risolvere  la  vittoria  per  i  Fio- 
rentini; ma  egli  non  compariva,  e  frattanto  ora  si 
rincacciavano  i  nemici,  ora  rinculcavano  i  Fiorentini, 
ed  in  codesto  modo  la  battaglia  da  cinque  ore  du- 
rava senza  che  la  vittoria  propendesse  più  da  una 
parte  che  dall'altra. 

Malatesta  cavalcava  un  mulettino,  e  con  la  voce 
incoraggiva  i  suoi.  Più  volte  finse  volersi  gettare 
nella  mischia,  facendo  ala  delle  braccia  che  appena 


—   1448  — 

po'.eva  muovere,  e  dando  con  le  calcagna  nel  corpo 
del  muletto  per  spingerlo  oltre  e  mescolarsi  con  i 
soldati;  ma  i  Commissari  lo  rimovevano  da  quel  pro- 
ponimento con  le  parole  e  con  i  prieghi;  e  non  ba- 
stando, lo  ritenevano  con  le  mani,  perchè  di  fatto 
poteva  da  quel  punto  provvedere  ai  bisogni  della 
battaglia,  alla  quale  nessun  giovamento  avrebbe  ar- 
recato, se  si  fosse  gettato  nella  mischia. 

Era  il  Generale  per  natura  e  per  l'esercizio  ani- 
mosissimo finché  fu  sano  e  finché  non  rifletteva  a'suoi 
segreti  impegni,  e  l'aspetto  della  pugna  lo  spingeva 
mal  suo  grado  al  cimento,  scordandosi  a  cosa  aves- 
sero ridotto  il  suo  corpo  le  infermità,  e  l'entusiasmo 
guerriero  facevagli  ancora  dimenticare  che  con  quel 
fatto  poteva  perdere  il  fruito  del  suo  tradimento. 

Era  l' Ave-Maria  della  sera  e  combattevasi  sempre 
da  ambe  le  parti;  ma  disperando  Malatesta  del  soc- 
corso di  Amico  da  Yenafro,  suonò  la  ritirata. 

A  Lodovico  Martelli  toccò  una  archibusata,  ma 
non  ne  fu  ferito  ben  difendendolo  le  maglie  e  la  co- 
razza. Morirono  Lodovico  Machiavelli,  Piero  De' Pazzi 
e  molti  altri,  lasciando  i  Fiorentini  circa  duemila 
morti,  sebbene  la  perdita  degli  Imperiali  fosse  mag- 
giore. 

Anche  i  nemici  giudicarono  che  quell'assalto  era 
stato  bene  inteso  e  meglio  eseguito,  e  se  Amico  da 
Yenafro  non  fosse  mancato,  la  vittoria  era  dei  Fio- 
rentini, e  l'assedio  sarebbe  stato  levato. 

11  motivo  per  cui  Amico  da  Yenafro  non  com- 
parve si  fu,  che  appunto  quando  doveva  uscire, 
venne  a  contesa  con  Stefano  Colonna  (il  quale  stava 


—  1449  — 

a  sorvegliare  le  fortificazioni  nel  tempo  dell'assalto), 
e  tanto  oltre  andò  la  rissa,  che  il  Colonna  uccise 
Amico,  e  così  le  sue  schiere  non  si  mossero  in  soc- 
corso dei  combattenti. 

Volle  il  Gonfaloniere  che  si  onorasse  la  memoria 
dei  generosi  soldati  morti  in  quella  battaglia  con  un 
solenne  Funerale  fatto  in  S.  Maria  del  Fiore,  al  quale 
intervennero  le  Magistrature. 

Ma  l'esito  di  questa  sortita,  contemplata  da  tutti 
i  cittadini  ammonticchiati  sulle  torri  ed  i  tetti  dei 
luoghi  ove  si  scorgevano  i  combattenti,  non  produsse 
non  solo  alleviamento  alla  città,  ma  anzi  alle  miserie 
antiche  aggiunse  la  gramaglia  del  lutto  per  tanti 
valorosi  cittadini  estinti  sulle  colline  d'intorno,  il  che 
accorò  la  moltitudine  a  segno,  che  in  tutte  le  case 
si  gemeva,  e  si  andava  fantasticando  un  aumento  di 
sventure,  ed  apertamente  già  se  ne  attribuiva  al  Gon- 
faloniere ed  ai  Signori  la  cagione  per  l'ostinatezza, 
con  la  quale  si  rigettava  ogni  proposizione  diretta  a 
chiedere  la  pace  al  Papa. 

Frattanto  che  in  Firenze  si  viveva  immersi  in 
tanta  miseria,  nella  Italia  superiore  esultavasi,  non 
già  per  la  ricuperata  libertà,  ma  almeno  per  la  ces- 
sazione di  ogni  molestia  e  guerriera  intrapresa. 

Carlo  V  si  era  portato  a  Bologna  per  pacificare 
definitivamente  i  governi  Italiani;  per  ricevere  la 
Corona  Imperiale  dalle  mani  del  Pontefice;  e  per 
andar  quindi  a  guerreggiare  contro  il  Turco. 

In  apparenza  qual  uomo  eravi  al  mondo  più  felice 
di  Carlo  V?  Poche  parole  daranno  la  risposta. 

T.     IV.  37 


—  1450  — 

Giovanna  figlia  ed  erede  di  Ferdinando  e  d'Isabella 
Signora  delle  Spagne,  dell'Indie,  dei  Paesi-Bassi, 
forse  di  mezza  Europa,  delirò  di  amore  per  Filippo, 
figlio  ed  erede  di  Massimiliano  Austrico  Imperatore 
e  Duca  di  Bologna,  e  Filippo  la  fuggiva,  ed  in  breve 
consunto  da  amplessi  non  suoi  sul  primo  fiore  di 
giovinezza  le  morì  tra  le  braccia.  L'angoscia  le  tolse 
la  mente  ;  stette  muta;  imbalsamato  il  cadavere  lo 
vestì  di  abiti  magnifici;  lo  stese  sopra  un  letto  di 
broccato,  e  quivi  si  pose  ad  aspettare  che  si  svegliasse, 
imperciocché  aveva  sentito  dire  di  un  Be  il  quale  era 
risuscitato  dopo  quattordici  anni  dalla  sua  morte; 
presa  da  geloso  furore  non  consentiva  che  alcuna 
donna  si  accostasse  a  quel  letto;  se  un  ministro  an- 
dava per  consultarla,  il  dito  ponendogli  sui  labbri, 
bisbigliava  sommessa:  aspetta  che  il  mio  Signore  si 
svegli. 

Tale  fu  la  madre  di  Carlo  V;  e  tale  egli  stesso 
divenne  quando  dalle  infermità  domato  e  dagli  anni 
mutò  la  porpora  Imperiale  in  una  veste  da  frate,  e 
rotta  la  corona  sopra  i  gradini  dell'altare,  si  compose 
dei  frammenti  un  rosario  per  numerare  i  pater  et 
ave.  Dopo  essersi  per  tanto  tempo  inebriato  alla  coppa 
del  potere,  la  gettò  lontana  da  sé,  quasi  non  lo  avesse 
dissetato  che  di  fiele. 

Ma  ancora  dovranno  passare  trent'anni  prima 
che  Carlo  si  faccia  inalzare  un  feretro,  e  vivo  assista 
alle  sue  esequie  col  capo  privo  di  capelli  e  di  corona, 
col  cuore  affogato  nel  sangue  e  ne' rimorsi.  Ora  gode 
che  ne' suoi  regni  non  tramonti  il  sole,  ed  anela  che 
pure  vi  sorga! 


—  1451   — 

In  Bologna,  dove  il  Papa  e  l'Imperatore  sembrano 
divenuti  amicissimi,  è  accordata  la  pace  a  tutti  gli 
Stati  Italiani,  sebbene  a  gravissime  condizioni,  fuori 
che  ai  Fiorentini.  Federigo  Gonzaga  Marchese  di  Man- 
tova ritorna  in  grazia  di  Carlo,  ed  in  quella  occa- 
sione viene  elevato  al  grado  di  Duca.  Carlo  Duca 
di  Savoja  ed  il  Marchese  di  Monferrato,  abbandonando 
come  aveva  fatto  Genova  ogni  affezione  per  Francia, 
si  riducono  nel  partito  Imperiale  salito  all'apice  della 
potenza.  Le  Repubbliche  di  Genova,  di  Siena  e  di 
Lucca  si  ravvisano  come  feudatarie  dell'Impero.  La 
Lombardia  è  data  al  Duca  Francesco  Maria  Sforza, 
dacché  il  Papa  ricusa  per  i  suoi  nipoti  quel  ricchis- 
simo Stato,  offertogli,  come  si  dice,  dall'Imperatore 
invece  della  Toscana,  e  ciò  perchè  Cesare  amava 
lasciare  pacificata  pienamente  l'Italia  per  volgere  le 
forze  d'Europa  contro  il  Turco.  1  Veneziani  ottengono 
la  pace  cedendo  la  città  di  Ravenna  e  Cervia  al 
Pontefice,  ed  i  porti  sull'Adriatico  e  nella  Puglia 
all'Imperatore.  Anche  il  Duca  Alfonso  di  Ferrara  ri- 
torna nella  quiete,  cedendo  porzione  de' suoi  Stati. 
Così  tutta  l'Italia  tremante  e  serva  ubbidiva  a  Carlo  V. 

I  Fiorentini  pure  mandano  ambasciatori  all'Im- 
peratore nella  circostanza  della  sua  coronazione 
non  tanto  per  onorarlo,  quanto  per  distorlo  dall'es- 
sere loro  nemico.  A  questa  ambascerìa  reputano 
vantaggiosissima  la  persona  di  Niccolò  Capponi,  il 
quale  sempre  caldo  d'amore  per  la  salute  della  pa- 
tria non  ricusa  l'incarico,  sebbene  lo  ravvisi  troppo 
tardo,   e   veda   che   per   compagni   gli   sono    desti- 


—  U52  — 

nati  cittadini  incapaci    di    moderazione,    cioè   Tom- 
maso Soderini,  Matteo  Strozzi,  e  Raffaello  Girolami. 

Gli  ambasciatori  male  augurano  della  loro  am- 
bascerìa dall'essere  sbeffeggiatf  alle  porte  della  città 
di  Bologna  per  cagione  di  alcuni  rocchetti  di  filo 
d'oro  trovali  nelle  valigie  loro,  come  che  avessero 
voluto  frodare  la  gabella,  scherzo,  si  dice,  fatto  da 
alcuni  mandatarj  del  Papa  per  deridere  i  rappresen- 
tanti dei  Fiorentini. 

Hanno  udienza  da  Carlo  V,  sebbene  nel  passare 
che  Niccolò  Capponi  fa  accanto  ad  Andrea  Doria 
sente  dirsi  in  un  orecchio:  tardi  venisti  e  dopo  otta. 
Capponi  parla  a  Cesare  scusando  Firenze  e  pregando 
Sua  Maestà  che  voglia  accettarla  in  amicizia  ed  in 
protezione,  come  città  fedelissima  a  chi  promette  la 
sua  fede,  addicendone  in  esempio  il  Re  di  Francia, 
e  come  egli  pure  avrebbe  esperimentato. 

Gli  ambasciatori  hanno  da  Cesare  breve  risposta, 
perchè  già  è  tutto  guadagnato  da  Clemente;  tanto 
più  che  anche  i  Consiglieri  Imperiali  gli  hanno  in- 
sinuato di  levare  quel  pernicioso  esempio  agli  Italiani, 
bisognando  toglier  loro  l'ultimo  asilo  della  libertà. 
Per  questo  dice  loro:  essere  pronto  a  perdonare  le 
ingiurie;  ma  essere  ancora  obbligato  a  Papa  Clemente 
nelle  cose  attenenti  a  Firenze,  senza  la  volontà  del 
quale  non  può  né  vuole  con  i  Fiorentini  attaccar 
pratica  alcuna. 

Gli  ambasciatori,  vedendo  inutile  di  tentare  Ce- 
sare; né  avendo  facoltà  di  trattare  con  il  Pontefice, 
si   dividono    di  opinione,   poiché   Niccolò   Capponi  e 


—  1453  — 

Matteo  Strozzi  pensano  di  scrivere  ai  Dieci,  che  bi- 
sogna ricorrere  al  Pontefice  per  non  trarre  la  città 
nella  sua  ultima  rovina;  al  contrario  Tommaso  So- 
derini  e  Raffaello  Girolami  non  vogliono  insinuare 
questo  al  governo;  quindi,  essendo  proibito  agli  am- 
basciatori di  scrivere  separatamente,  non  rendono 
inteso  il  Gonfaloniere  della  ferma  risoluzione  dell'Im- 
peratore. 

Bensì  Niccolò  Capponi  non  si  è  scoraggito,  e 
sperando  nell'assistenza  di  Andrea  Doria,  importuna 
Cesare,  importuna  i  suoi  ministri;  ma  gli  agenti  del 
Papa  fanno  si  che  non  ottenga  più  udienza  dall'Im- 
peratore; il  quale,  ricevuta  con  tutta  pompa  la  co- 
rona Imperiale  nella  chiesa  di  S.  Petronio  dalle  mani 
di  Clemente  VII;  se  ne  va  in  Germania  per  attendere 
alla  guerra  contro  Solimano  Imperatore  dei  Turchi 
e  Ariadeno  Barbarossa  terribilissimo  corsaro,  sicuro 
che  in  quanto  air  Italia  tutta  era  a  lui  sottomessa. 
Dissi  tutta  l'Italia,  poiché  al  mezzodì  i  due  regni  di 
Sicilia  e  di  Napoli  erano  direttamente  soggetti  a  Carlo 
V;  lo  stato  della  Chiesa  ed  i  suoi  feudatarj  erano 
domi  dalla  potenza  Imperiale  senza  speranza  nelle 
proprie  forze;  i  Duchi  di  Ferrara,  di  Savoja,  ed  il 
marchese  di  Monferrato  esistevano  soltanto  per  bene- 
placito dell'Imperatore;  le  Repubbliche  di  Venezia,  di 
Genova,  di  Siena  e  di  Lucca  erano  affatto  assogget- 
tate alla  politica  Spagnola;  finalmente  la  Toscana 
istessa  era  già  invasa  dalle  truppe  di  Carlo,  e  la  sola 
città  di  Firenze  in  tanta  schiavitù  e  timore,  conser- 
vava lo  spirito  generoso  del  sangue  Italiano. 


—  1454  — 

Carlo  V  aveva  scagliato  sul  di  lei  territorio  ed 
intorno  alle  di  lei  mura  i  suoi  soldati  vendicatori 
delle  ingiurie  fatte  a  Clemente;  soldati,  che  non 
avendo  più  altrove  onde  saziare  la  loro  cupidigia,  si 
volsero  tutti  a  dilaniare  il  giardino  d'Italia,  unica 
terra  lasciata  in  preda  alla  desolazione  in  mezzo  alla 
pace  generale.  Tutta  quella  gente  feroce,  nutrita  nel 
sangue  e  nei  delitti,  che  per  trent'anni  si  era  infa- 
mata devastando  le  contrade  d'Italia,  era  stata  adu- 
nata ai  danni  di  Firenze,  sotto  gli  auspicj  del  Ponte- 
fice Romano. 

Carlo  V,  che  aveva  promesso  a  Clemente  dargli 
Firenze  nelle  mani,  più  generoso  di  lui  che  ne  era 
pur  figlio,  non  volle  essere  testimone  delle  miserie  e 
dell'estrema  ruina  di  quell'illustre  ingegnoso  popolo, 
che  pure  aveva  contribuito  all'avanzamento  delle  arti 
e  delle  Scienze,  e  che  generoso  mostrava  al  mondo 
un  coraggio  vano,  ma  appunto  perchè  senza  speranza, 
ammirando  e  memorabile. 

Niccolò  Capponi,  quando  si  vide  escluso  affatto 
dalla  presenza  dell'Imperatore,  non  conoscendo  altra 
strada  di  salute  che  di  trattare  con  il  Papa,  tanto 
disse,  tanto  pregò  i  suoi  colleghi,  che  mossi  dalle 
lacrime  che  gli  occhi  di  quel  gran  cittadino  versavano 
al  pensiero  delle  miserie  di  Firenze  frutto  di  una  inu- 
tile fermezza,  s'indussero  a  scrivere  ai  Dieci  la  precisa 
risposta  dell'Imperatore,  cioè  che  non  eravi  alcun  mezzo 
di  convenire  con  Cesare,  se  non  si  ricorreva  al  Papa. 

I  Governatori  della  Repubblica,  biasimando  quel 
consiglio,    nel   quale    ravvisarono   l'insinuazione   del 


—  1455  — 

solo  Capponi  e  non  di  Girolami  e  di  Soderini,  procu- 
rarono che  nel  pubblico  non  traspirasse  una  tale 
notizia,  non  volendo  assolutamente  trattare  con  il 
Pontefice. 

Ma  Niccolò  Capponi,  che  lo  avea  preveduto,  per 
non  mancare  alla  patria  di  ogni  possibile  ajuto,  seb- 
bene fosse  proibito  ad  un  ambasciatore  di  scrivere 
ai  particolari  sopra  cose  concernenti  il  suo  uffizio, 
scrisse  segretamente  a  Rinaldo  Corsini  ed  a  Lorenzo 
Segni  suo  cognato  (12).  Le  lettere  contenevano  presso 
a  poco  i  medesimi  sentimenti:  Ti  fo  intendere  come 
siamo  spacciati,  né  abbiamo  più  rimedio  alcuno  se 
non  che  mandar  presto  al  Papa  e  rimettersi  in  lui. 
So  che  suoli  essere  in  fede,  sebbene  dubito  che  la 
sia  per  perdere  in  mezzo  a  codesti  fanatici,  o  che  tu 
l'abbia  piuttosto  perduta  come  di  molti  altri.  Ti  rac- 
comando la  città,  e  ti  prego  non  manchi  d* ajuto  in 
questi  estremi  bisogni. 

Queste  parole  fecero  effetto,  poiché  sparsasi  per 
Firenze  la  notizia,  che  il  motivo  per  cui  Cesare  non 
voleva  trattare  con  i  Fiorentini  si  era,  che  volevali 
prima  conciliati  con  Papa  Clemente,  mosse  un  grave 
tumulto. 

Il  modo  per  cui  con  imponenza  si  mostrò  la 
pubblica  indignazione  contro  il  Governo,  ebbe  però 
tutt' altro  principio  che  da  questa  nuova. 

Era  il  penultimo  giorno  del  Carnevale  intorno 
le  ore  diciannove.  Alessandrina  Acciaioli  moglie  di 
Messer  Galeotto  Martelli,  nell' attraversare  la  via  Por 
S.  Maria  presso  al  Mercato  Nuovo,  fu  insultata  da  un 
individuo  mascherato. 


—   1456  — 

Altrove  notai  che  questa  gentildonna,  vaga  d'es- 
sere corteggiata  perchè  si  credeva  bella  ed  amabile, 
aveva  cavato  profitto  dalle  sue  attrattive  quel  Venerdì 
di  Marzo  dell'anno  antecedente  in  cui,  dalla  casa  dei 
Buonaparte  in  via  del  Fondaccio  di  S.  Niccolò,  insieme 
con  Manetta  De'  Ricci  fu  accompagnata  alle  proprie 
case  dai  fratelli  Pier-Antonio  e  Giovanni  Buonaparte, 
guadagnandosi  l' affezione  di  Giovanni,  che  preso  dallo 
spirito  e  dalla  avvenenza  di  lei,  si  mostrò  da  quel- 
l'epoca in  poi  molto  assiduo  nel  frequentare  la  casa 
Martelli. 

Egli  si  procurò  la  stima  e  l'amicizia  di  Lodovico, 
e  questa  in  principio  fu  l'apparente  cagione  della  sua 
familiarità  in  quella  casa.  I  maldicenti  però,  che  allora 
come  adesso  erano  molti  e  volentieri  occupati  de' fatti 
altrui,  onde  non  venisse  loro  meno  la  materia  per 
divertire  le  brigate  a  detrimento  dell'altrui  riputazione, 
credettero  di  avere  indovinato  il  motivo  reale  per  cui 
Giovanni  Buonaparte  quotidianamente  si  portava  nella 
via  de' Martelli,  e  calcolando  tutte  le  circostanze  reali 
e  sognate  conclusero,  egli  amare  Alessandrina  Accia- 
joli  ed  a  lei  essere  dedicate  le  attenzioni  di  quell'av- 
venente gentiluomo. 

Vero  o  no  ciò  che  si  vociferava ,  certamente  la 
condotta  dei  sospettati  amanti  non  faceva  che  viepiù 
confermare  le  asserzioni  dei  maldicenti,  e  particolar- 
mente di  Andrea  Minerbetti  parente  di  Francesco 
Arcivescovo  Turritano,  appartenente  ad  una  delle  do- 
viziose ed  antiche  famiglie  di  Firenze  (13). 

Il  Minerbetti  si  era  fatto  un  dovere  di  seguitare 
i  passi  di  Alessandrina  Acciajoli  e  di  Giovanni  Buo- 


—  1457  — 

naparte,  di  spiare  le  loro  mosse,  la  loro  condotta  a 
segno  che  sembrava  divenuto  l'ombra  dei  loro  corpi. 
Egli  si  vantava  nelle  brigate  di  saper  tutto,  e  natu- 
ralmente la  qualità  di  spione  doveva  essere  stata 
assunta  per  qualche  forte  motivo.  Quindi  spesso  era 
deriso  dai  compagni,  i  quali  tenevano  per  fermo  che 
la  condotta  di  Andrea  Minerbetti  fosse  dettata  dalla 
vendetta,  per  non  aver  conseguito  dalla  bella  Accia- 
joli  quello  che  comunemente  si  voleva  concesso  a 
Giovanni  Buonaparte. 

Questi  si  avvide  che  Minerbetti  sorvegliava  i  suoi 
passi,  ma  procurò  di  non  farne  dimostrazione,  onde 
non  richiamare  viepiù  l'attenzione  dei  Fiorentini  sopra 
se  stesso  e  sopra  Alessandrina.  Bensì  i  motivi  fre- 
quenti di  esasperazione  che  Minerbetti  dava  a  Buona- 
parte, destarono  in  lui  odio  per  questo  sturbatore 
della  quiete  altrui ,  odio  che  lungamente  frenato, 
scoppiò  finalmente  con  tremenda  vendetta. 

Alessandrina  Acciajoli,  l'ultimo  Lunedì  del  Car- 
nevale 1529  stile  fiorentino,  dopo  essere  stata  presso 
la  sua  amica  Manetta  De' Ricci,  erasi  condotta  dalla 
via  di  Vacchereccia  in  Mercato  Nuovo,  con  la  deter- 
minazione di  andare  alla  casa  paterna  nel  Borgo  SS. 
Apostoli. 

Sullo  sbocco  della  via  di  Vacchereccia,  o  fosse 
caso  o  fissato,  che  io  non  saprei,  si  combinò  con 
Giovanni  Buonaparte,  e  seco  lui  unita,  s'intratteneva 
ad  osservare  i  drappi  di  seta  ed  i  broccati  esposti 
all'occhio  dei  passeggieri  nelle  botteghe  di  Mercato 
Nuovo  e  di  via  Por  Santa  Maria,  più  per  consuetu- 

t.    iv.  38 


—  1458  — 

dine  che  per  speranza  di  vendita,  in  quei  giorni  pur 
troppo  angosciosi  e  miseri  per  i  Fiorentini. 

Devo  avvertire,  che  per  la  pioggia  caduta  nella 
notte,  le  strade  erano  ripiene  di  pozze  d'acqua  e  di 
fango;  e  devo  ancora  accennare  un'usanza  singolare 
praticata  dalla  gioventù  fiorentina  nel  dopo  pranzo 
delle  giornate  del  Carnevale. 

I  giovani,  e  particolarmente  i  nobili,  uscivano  in 
brigata  dalle  loro  case  travestiti  e  mascherati  in  mille 
guise,  e  portando  ognuno  un  pallone  gonfiato,  si 
conducevano  in  Mercato  Nuovo,  in  Mercato  Vecchio 
ed  in  tutte  le  strade  dove  erano  aperte  le  botteghe 
dei  negozianti.  Quivi  dando  di  colpo  ai  palloni,  me- 
scolandosi con  gli  altri  cittadini  e  traendo  loro  ad- 
dosso i  palloni  medesimi,  procuravano  di  metterli 
dentro  nelle  botteghe,  affinchè  i  commercianti  e  gli 
artefici  fossero  costretti  a  licenziare  i  loro  garzoni  ed 
a  serrare  le  botteghe,  onde  poi  con  le  mogli  e  le 
figlie  avessero  agio  di  andare  ai  pubblici  spassi,  al 
giuoco  del  Calcio,  alle  mascherate  e  alle  altre  feste 
che  si  usavano  nel  Carnevale.  Finché  questa  usanza 
stette  nei  limiti  di  semplice  scherzo  senza  arrecare 
offesa  e  danno  ad  alcuno,  il  popolo  rise,  applau- 
dì, e  nessun  male  ne  successe.  Ma  un  poco  alla 
volta,  non  solo  si  usò  il  pallone  non  badando  di 
scagliarlo  intriso  d'acqua  e  di  fango  sulle  persone  e 
sulle  mercanzìe,  sciupando  i  drappi  e  le  stoffe,  movendo 
risse,  ma  si  praticò  di  portare  mazzi  di  cenci  intrisi 
nel  fango  delle  vie  e  nei  rigagnoli,  e  gettarli  quindi 
nelle  botteghe  e  sulle  persone.  Questo  abuso  produsse 


—  1459  — 

molte  questioni,  e  gli  Otto  di  Balìa  ordinarono  che 
niuno  si  attentasse  di  scagliare  il  pallone  nei  giorni 
di  Carnevale  prima  delle  ventidue  ore,  e  prima  che 
i  trombetti  del  Comune  fossero  andati  per  le  strade 
suonando  le  trombe,  perchè  i  mercanti  avvertiti  ser- 
rassero le  loro  botteghe.  Tanto  inoltrò  la  cosa , 
che  la  gioventù  non  solo  usava  il  pallone  per  le 
strade  contro  le  botteghe  e  le  persone  che  vi  erano, 
ma  ancora  non  vergognò  d'inseguire  i  passeggieri  e 
le  donne  nelle  chiese  e  percuoterli  con  pallonate 
appresso  agli  altari  (14). 

Avvertita  questa  usanza,  ritorno  alla  mia  storia. 

Dalla  parte  della  via  di  Terma  si  sentirono  delle 
voci:  al  pallone,  al  pallone,  bada,  bada,  e  nel  tempo 
istesso  proruppe  nel  Mercato  Nuovo  una  brigata  di 
giovani  vestiti  in  strane  guise,  con  maschere  al  volto, 
quale  di  smalto,  quale  di  velluto,  quale  di  panno  in 
varj  colori.  Questa  turba,  girando  a  cerchio  i  palloni 
legati  con  cordicella,  gli  scagliava  sopra  le  persone 
e  sopra  le  robe  in  modo  da  irritare  i  più  pacifici, 
lordando  i  volti,  i  vestiti,  i  drappi,  e  le  botteghe  con 
il  fango  e  le  immondizie  raccolte  dai  palloni  nei  ri- 
gagnoli e  nelle  pozze  della  strada. 

La  cosa  tanto  più  sorprese,  inquantochè  nel  de- 
corso di  quel  Carnevale  nessuno  aveva  pensato  ai 
divaghi  ed  al  brio  solito,  e  molto  meno  i  Fiorentini 
vi  pensavano  in  quel  giorno,  sì  perchè  le  trombe 
non  avevano  avvertito  al  popolo  essere  permesso  il 
pallone ,  sì  perchè  quella  brigata  era  corsa  nelle 
strade  prima  dell'  ora  stabilita ,  e  finalmente  più 
di  tutto  perchè  ogni  cittadino  amareggiato  dall'esito 


—  UGO  — 

della  battaglia  pochi  giorni  avanti  infelicemente  com- 
battuta, era  esasperato  ed  afflitto  ancora  viepiù  dalle 
notizie  di  Bologna,  e  dalla  ostinazione  della  Signorìa 
e  dei  Dieci  di  non  adottare  i  consigli  di  Niccolò 
Capponi. 

Un  pallone  lordo  di  fango  andò  a  colpire  il  volto 
di  Alessandrina  Acciajoli.  Giovanni  Buonaparte  distinse 
la  mano  che  lo  scagliò,  non  a  caso,  ma  ad  arte  con 
tutta  la  mira  possibile.  Furente  per  l'insulto  fatto 
accanto  a  lui  alla  sua  amica,  egli  si  slanciò  nel 
gruppo  dei  mascherati,  dietro  il  quale  si  era  ascoso 
colui  che  aveva  scagliato  il  pallone,  ben  distinto 
dagli  altri  dalla  maschera  di  velluto  mezza  verde 
e  mezza  bianca.  Giovanni  potè  arrivare  a  ghermirgli 
la  maschera,  e  nel  momento  apparve  scoperto  il 
volto  di  Andrea  Minerbetti.  Difenditi  vile  marrano, 
esclamò  Buonaparte,  che  già  gli  era  addosso  con  la 
spada.  Qui  successe  una  baruffa;  i  mascherati,  cac- 
ciati di  sotto  le  vesti  gli  stiletti,  si  avventarono  contro 
Giovanni  io  difesa  del  Minerbetti;  egli  valorosamente 
gli  allontanava ,  frattanto  che  mille  voci  applaudivano 
al  suo  coraggio,  e  poche  braccia  si  disponevano  a 
soccorrerlo.  La  storia  tra  questi  ultimi  ricorda  Nic- 
colò Del  Vivaio  (15),  Luca  Vespucci  (16),  Simone  Del 
Guanto  (17)  e  Niccolò  Becchi  (18)  che  a  caso  si  tro- 
varono in  quel  luogo,  che  si  azzuffarono  irritati  dal 
vedere  la  disuguaglianza  della  pugna. 

Chi  fossero  i  cittadini  mascherati,  al  di  là  di 
Andrea  Minerbetti,  non  si  conobbe  nel  punto  della 
mischia  vivissima  e  micidiale.  Crebbero  gli  ajuti  ai 
mascherati;  crebbero  del  pari  ai  seguaci  di  Buona- 


—  1461  — 

parte;  Minerbetti  però  cadde  trafitto  in  mezzo  al 
Mercato  Nuovo,  né  Giovanni  mancò  di  ferite,  essendo 
intriso  del  proprio  sangue.  Le  grida  del  popolo,  il 
tumulto  di  chi  andava  e  veniva,  il  serrare  delle  case 
e  delle  botteghe,  in  un  momento  sparse  Y  allarme  per 
la  città.  Già  molte  voci  gridavano:  Palle,  Palle,  am- 
basciatori, Pace,  Pace.  Vi  furono  delle  imprecazioni, 
degli  evviva  a  Papa  Clemente.  Masse  di  artigiani  si 
portarono  a  gridare  sotto  al  palazzo  de' Signori:  Ab- 
basso il  fallito,  abbasso  Carduccio. 

La  Signoria  avvertita  del  tumulto,  mandò  per 
sedarlo  la  guardia  del  palazzo.  Se  questa  dissipò  il 
vano  attruppamento  nella  piazza  de' Signori,  non  fece 
così  su  quella  di  Mercato  Nuovo;  perchè  essendo  la 
guardia  composta  di  cittadini,  prese  parte  nella  mi- 
schia, combattendo  in  ajuto  chi  del  parente,  chi 
dell'amico,  di  modo  che  il  tumulto  e  la  pugna  creb- 
bero grandemente. 

La  Campana  del  popolo  chiamò  sotto  le  armi  i 
cittadini  de' Quartieri;  accorsero  in  un  momento  Gio. 
Battista  Del  Bene  (19)  col  Gonfalone  di  Lione  d'oro, 
Piero  di  Poldo  Pazzi  col  gonfalone  della  Vipera, 
Bernardo  di  Francesco  Rinuccini  con  i  seguaci  del 
Carro  (20).  Non  pertanto  la  zuffa  proseguiva  e  si 
sbarravano  e  barricavano  le  strade  intorno  al  Mercato 
Nuovo.  Giovanni  Buonaparte  (21)  con  i  suoi  combatteva 
alla  coscia  del  Ponte  Vecchio  dove  erasi  refugiato, 
e  dove  era  stato  raggiunto  dal  fratello  Pier-Antonio 
e  dai  servi  di  sua  casa;  ma  finalmente  s'indusse  ad 
abbandonare  quel  luogo.  Sopraggiunse  Stefano  Co^ 
lonna,  che,  come  comandante  delle  milizie  cittadine. 


—  1462  — 

avvertito  del  tumulto,  era  sceso  dal  monte  S.  Miniato, 
e  per  la  via  de' Bardi  venne  alle  spalle  di  Buonaparte 
e  dei  suoi  compagni.  Egli  era  stimato  dalla  gioventù, 
e  potè  ottenere  che  da  quel  lato  si  desistesse  dalla 
pugna,  e  sotto  scorta  dei  suoi  seguaci  mandò  prigio- 
nieri al  monte  Giovanni  Buonaparte,  Niccolò  Del  Vivaio, 
Niccolò  Becchi,  Paolo  Libri  ed  altri  dei  combattenti, 
che  dichiararono  di  arrendersi  a  lui  soltanto. 

Molti  dei  cittadini  mascherati  avevano  perduta 
la  maschera,  e  così  tra  loro  apparvero  Zanobi  Signo- 
rini (22),  Lorenzo  Bracci  (23),  Baffaello  Torrigiani, 
Raffaello  Velluti,  Carlo  Federighi,  Taddeo  Guiducci  (24) 
e  vari  altri  che  avevano  riputazione  di  Palleschi. 

Finalmente  si  pervenne  a  dissipare  l'attruppa- 
mento dei  combattenti  ed  a  sedare  il  tumulto.  La 
quantità  dei  colpevoli  lasciò  per  allora  impunito 
quell'attentato,  tanto  più  che  molti  opinarono,  sotto 
quell'usanza  del  pallone  esservi  stato  accosto  il  fine 
di  muovere  tumulto,  onde  spinge  ad  aprire  le  porte 
ai  Medici.  La  cosa  divenne  probabile  e  quasi  certa 
quando  la  sera  stessa  tra  le  schedole  del  Tamburo  di 
S.  Maria  Novella  ne  fu  trovata  una  che  accusava 
Andrea  Minerbetti  e  vari  altri  cittadini  di  macchina- 
zione a  favore  dei  Medici. 

Giovanni  Buonaparte  e  gli  altri  prigionieri  stettero 
con  Stefano  Colonna  sul  monte  S.  Miniato,  perchè 
gli  Otto  avevano  ordinato  il  loro  arresto  se  fossero 
scesi  in  città.  Costassù  i  feriti  sanarono  delle  loro 
piaghe,  e  tutti  dedicarono  la  loro  vita  alla  salute 
della  città,  difendendola  da  quel  punto  importantis- 
simo. 


—  1463  — 

Alessandrina  Acciaioli  spaurita  perdurante  il  tu- 
multo, erasi  refugiata  nella  casa  paterna,  e  soltanto 
dopo  alcune  settimane  si  azzardò  tornare  alle  case 
di  suo  marito. 

Questo  tumulto  aveva  dato  luogo  alla  Signorìa 
di  conoscere  palesemente  il  malcontento  del  pubblico, 
che  pure  non  ignorava;  onde  Rinaldo  Corsini  e  Lo- 
renzo Segni  che  altamente  disapprovavano  la  deter- 
minazione del  Governo  di  non  trattare  con  Clemente 
VII,  presero  animo  e  si  risolvettero  di  fare  un  tenta- 
tivo perchè  si  mandassero  Ambasciatori  per  la  pace 
al  Pontefice. 

Più  di  Rinaldo  Corsini,  Lorenzo  Segni,  uomo  di 
gran  fede  presso  Niccolò  Capponi,  persona  sincera, 
amatrice  del  pubblico  bene,  benché  non  intendesse  a 
profondo  le  cose  dello  Stato,  non  discostava  dal 
modo  di  pensare  di  Niccolò  Capponi,  ed  il  Popolo 
Fiorentino  lo  amava  e  stimava  assai,  tanto  più  che 
dopo  la  caduta  e  partenza  di  Niccolò  lo  ravvisava  il 
sostegno  del  partito  moderato. 

Tanto  disse,  tanto  fece,  che  finalmente  la  Si- 
gnorìa ed  i  Dieci  esternarono  la  risoluzione  di  man- 
dare ambasciatori  al  Papa,  onde  il  tumulto  si  acquie- 
tasse. 

Il  popolo  credeva  di  avere  ottenuto  una  vittoria, 
tanta  letizia  destò  nei  Fiorentini  la  risoluzione  del 
Governo.  Ma  il  popolo  veniva  ingannato  crudelmente,* 
poiché  quella  risoluzione  altro  non  era  che  polvere 
negli  occhi  per  acquietare  gli  spiriti  e  per  fare  rica- 
dere a  carico  del  Pontefice  tutta  l'odiosità  delle 
angustie  di  Firenze;  inquantochè  si  mandavano  gli 


—  1464  — 

ambasciatori,  ma  senza  mandato  libero  da  potere 
trattare  la  pace. 

Penetrossi  da  Lorenzo  Segni  questa  malizia,  e 
con  tutta  franchezza  volle  che  si  discutesse  nella 
pratica  sul  mandato  libero  agli  ambasciatori.  Il  sep- 
pero i  Libertini  più  fanatici,  e  per  impedire  questa 
risoluzione,  che  al  certo  avrebbe  fatto  terminare  la 
guerra  ed  il  loro  impero,  risolverono  d'impedire  che 
Lorenzo  Segni  andasse  a  fare  la  proposta  nella  pratica 
dei  Signori. 

Dante  da  Castiglione,  i  suoi  fratelli,  Giovanni 
Rignadori  e  Gio.  Battista  Busini  vedendo  il  Segni  che 
si  avviava  al  palazzo  dei  Signori,  armati  lo  minac- 
ciarono di  ammazzarlo  se  più  avesse  parlato  d'amba- 
sciata al  Papa  e  di  libero  mandato,  dicendogli,  che 
volevano  quel  governo  a  dispetto  del  suo  consiglio. 
Lorenzo  Segni  rispose:  che  non  sapeva  cosa  volessero 
dire,  e  che  sempre  lui  direbbe  ciò  che  gli  faceva 
soddisfare  al  debito  di  buon  cittadino.  Si  trovarono 
presenti  molti  a  questo  tratto  straordinario  e  tiran- 
nico, tra  quali  Donato  Giannotti  (25),  Giorgio  Gua- 
dagnoli  (26)  e  Francesco  Tempi  (27)  che  si  frapposero, 
onde  il  Segni  non  fosse  ferito  da  quei  furibondi. 

Radunatasi  la  Signorìa  nella  sala  d' Udienza , 
presenti  i  Magistrati  e  molti  cittadini  quivi  adunati, 
Lorenzo  Segni  così  ragionò:  Penso,  magnifico  Gonfa- 
loniere e  Signori  Eccellentissimi,  che  tutti  abbiale 
potuto  sentire  quello  che  poco  fa  mi  è  accaduto, 
cioè  che  Dante  da  Castiglione  e  certi  altri  che  voi 
ben  sapete  chi  essi  siano  mi  hanno  minacciato  e 
proibito   che  io   non   parli  più   quanto  io  sento  in 


—   14G5  — 

servizio  di  questa  Repubblica.  Né  io  sono  venuto  qui 
alla  vostra  presenza,  perchè  spaurito  da  loro  vi  chiegga 
giustizia,  ricercando  che  con  notabile  esempio  si 
vendichi  da  voi  così  grande  ingiuria;  ma  bene  di 
avvertirvi  con  ogni  modestia  quanto  simili  usanze  si 
disconvengono  in  questa  città,  che  fa  professione  di 
essere  libera,  e  che  per  la  libertà  mantenere  mette 
in  Fovina  la  roba  e  la  salute  universale  d'ogni  gente. 
Non  sono  i  modi  tenuti  questa  mattina  contro  di  me 
da  cittadini  liberi,  ma  da  espressi  tiranni  partigiani, 
e  che  desiderano  per  una  sola  parte  il  ben  pubblico. 
Conciossiachè,  dove  i  cittadini  domandati  del  loro 
parere  non  possono  dirlo  liberamente,  quivi  non  può 
chiamarsi  vivere  libero,  ma  deve  chiamarsi  Stato 
assoluto,  particolare,  e  che  si  mantiene  con  violenza. 
A  me  poco  importa  come  s'abbia  a  ire  la  mia  vita, 
perchè  io  so  bene  in  nessuna  altra  impresa  che  per 
salute  della  patria  poterla  spendere,  e  così  la  morte 
sarà  per  riuscirmi  più  gloriosa  e  più  degna  di  lode. 
Ma  ben  m'importa  e  duole  di  vedere,  se  questi  modi 
seguiteranno,  che  non  vi  sarà  più  cittadino  che  si 
metta  a  rischio  per  salute  del  Pubblico.  Né  si  potrà 
dire  che  in  questa  città  si  viva  più  liberi,  dappoiché 
l'autorità  di  questa  Repubblica  è  ridotta  in  potere 
di  sì  pochi  rabbiosi,  piuttosto  che  forti  partigiani,  di 
giovani  incivili  rapaci  e  ingiusti;  la  qual  cosa  certa- 
mente vituperosa,  non  tanto  mi  duole,  quanto  mi 
maraviglio  che  la  sia  sopportata  più  tempo.  Lorenzo 
Segui  voleva  seguitare,  ma  il  Gonfaloniere  fe'cenno 
che  egli  si  ritirasse.  Allora  in  consiglio  fu  detto,  che 
se  non  si  riparava  a  quel  disordine,  ninno  dei  citta- 

T.    IV.  39 


—  ii66  — 

dini  chiamato  che  fosse  per  dare  il  suo  parere,  vi 
comparirebbe;  ma  il  Gonfaloniere  fece  intendere  che 
non  conveniva  dare  punizione  di  una  cosa,  che  seb- 
bene sembrasse  un  fallo,  pure  represso,  era  lo  stesso 
che  perdere  lo  stato  presente.  Quindi  richiamato  Lo- 
renzo Segni,  e  scusato  con  l'irreflessione  giovanile 
queir  avvenimento,  fu  invitato  a  dire  ciò  che  credesse 
consigliare  sulla  ambascerìa  al  Pontefice. 

Lorenzo  allora  espose  le  ragioni  tutte  che  nello 
stato  delle  cose  esigevano  che  si  desse  agli  ambascia- 
tori il  mandato  libero  per  trattare  l'accordo  con 
Clemente  VII. 

Ma  in  quella  pratica  sedeva  Bernardo  da  Casti- 
glione, uno  dei  più  vecchi  e  fanatici  Liberali.  Questi, 
pieno  di  sdegno  contro  il  Segni,  interrompendolo 
prese  a  dire:  Se  per  Taddietro  fosse  stato  creduto  a 
me  ed  agli  altri  che  sono  del  mio  animo,  forse  che 
questo  giorno  non  avremmo  a  combattere,  se  si 
debba  perdere  o  non  perdere  questa  libertà.  Poiché 
se  ci  fussimo  vendicati  arditamente  contro  alle  cose, 
alla  vita,  ed  alla  roba  de'nostri  nemici,  noi  non 
avremmo  oggi  tanta  paura  di  loro  in  questi  travagli, 
nò  il  Papa,  confidando  in  questi  scellerati  cittadini, 
avrebbe  mosso  la  guerra  per  rimetter  sé  e  loro  nel- 
l'antica tirannide.  La  quale  non  piaccia  a  Dio  che  ci 
rovini  addosso,  ma  piuttosto  c'intervenga  come  ai 
Saguntini,  anziché  ci  rimettiamo  sotto  il  crudel  giogo 
di  servitù.  Io  non  posso  negare,  che  noi  ci  troviamo 
in  partiti  scarsi  e  pericolosi:  ma  quando  io  considero, 
che  i  virtuosi  fatti  hanno  avuto  sempre  gran  difficoltà 
nei  principj,  non  mi  conturbo   di  sorta  e  conservo 


—  1467  — 

ancora  viva  speranza,  che  riaperte  le  strade  anguste 
ed  aspre,  noi  abbiamo  ancora  a  potere  risorgere 
ne' luoghi  sicuri  e  pieni  di  dolcezza  e  contento.  Né 
mai  ci  sarà  paruto  dolce  questo  vivere  libero,  se  non 
quando,  sopportati  per  mantenerlo  infiniti  mali  e 
danni,  lo  potremo  noi  fruire  senza  alcuna  paura. 

Vienci  ad  offendere  ingiustamente  il  Papa,  Vicario 
di  Dio  e  cittadino  nostro,  circondandoci  di  armati  per 
toglierci  la  libertà  nostra.Yiene  con  armi  dell'Imperatore 
co'Capitani  Cesarei,  con  tutti  quelli  apparati  di  guerra, 
dai  quali  ha  veduto  con  gli  occhi  suoi  distruggere  la 
città  di  Roma,  acciocché,  non  sazio  delle  crudeltà 
sofferte  da  quella  città,  possa  sfogar  meglio  la  rab- 
biosa sua  voglia  in  rovinare  il  nostro  Dominio,  in 
ardere  quanto  contiene,  e  distruggere  affatto  la  città 
nostra.  Sia  con  Dio:  né  altro  già  s'aspetti  da  uno 
che  non  sa  che  cosa  sia  umanità,  civiltà,  o  leggi 
divine,  o  ragioni  umane.  Abbiasi  a  fare  con  costui, 
che  sebben  tiene  la  Sede  ed  il  grado  Santo,  è  pure 
in  tutto  lontano  per  ogni  costume  dal  nome  che  tiene 
falsamente,  essendo  in  verità  più  simile  a  Siila,  a 
Tiberio  ed  a  Nerone  tiranni  atrocissimi,  che  a  giustis- 
simi Re  e  Pontefici  santissimi. 

Ma  veggiamo  se  possiamo  resistere  umanamente 
alle  forze  sue,  discorrendo  i  presenti  tempi.  Sono 
dunque  contro  noi  le  forze  Imperiali  del  Viceré  di 
Napoli  e  quelle  che  tumultuariamente  ha  fatto  il  Papa; 
abbiamo  l'Imperatore  collegato  con  lui,  e  che  ha 
pattuito  seco  di  rimetterlo  in  Firenze  Signore;  ab- 
biamo l'esercito  Francese  che  era  in  Lombardia 
rovinato;  abbiamo  un  accordo  fatto  a  Cambray,  so- 


_  1468  — 

spetto  alla  nostra  salute;  abbiamo  un  assedio  con 
tutte  le  sue  miserie.  E  queste  sono  quelle  cose  che 
ragionevolmente  ci  fanno  paura,  ed  a  voi  tanto  più, 
quanto  più  lungo  tempo  siamo  stati  senza  aver  guerra 
nei  nostri  confini. 

Ma  rivolgiamoci  colla  ragione  dall'altra  banda, 
e  consideriamo,  che  il  Re  di  Francia  non  è  mai  per 
abbandonarci,  che  i  Veneziani  nostri  amici  hanno  gli 
eserciti  in  essere.  Quanto  all'accordo  di  Cambray,  non 
si  sa  nulla  di  certo,  e  come  di  cosa  incerta  parlando, 
in  che  modo  si  debbe  stimare  che  il  Re  Francesco 
possa  con  giustizia  alcuna  o  con  onor  suo  o  utile 
lasciare  l'Italia  e  Firenze  a  discrezione  dell'Impera- 
tore, ove  in  che  modo  è  da  immaginarsi  che  renda 
questo  governo  libero  in  preda  alla  casa  dei  Medici? 
Io  tengo  per  certo,  né  mi  fondo  su  vane  persuasioni, 
che  il  Re  debba  lasciar  perdere  prima  una  parte  del 
Regno  di  Francia,  che  patire  che  questa  Repubblica 
diminuisca  in  parte  la  sua  libertà.  Purché  noi  prose- 
guiamo in  qualche  resistenza  non  mancherà,  crede- 
temi, Sua  Maestà  d'ajutarci  per  mare  e  per  terra. 
Che  se  l'Imperatore  è  armato,  se  siamo  assediati,  che 
genti  sono  queste?  Gente  collettizia,  scalza  e  bisognosa 
veramente  di  tutto,  e  non  la  vedete  qui  intorno  a 
noi  senza  armi,  senza  virtù?  Mancano  loro  denari; 
Cesare  circondato  da  pericoli  parte  d'Italia  per  la 
necessità  di  rivolgersi  contro  Solimano,  il  quale  già 
avendo  dal  suo  Ruda,  e  rotto  Giovanni  Sepusio  Vaj- 
voda  in  quel  regno  suo  collegato,  gli  viene  ad  as- 
saltare Vienna.  Qui  è  l'intento  della  guerra,  qui  è 
dove  Cesare  deve  opporsi,  qui  deve  impiegare  tutta 


—  1469  — 

la  sua  forza  se  vuol  mantenere  la  riputazione  e  'I 
suo  grado,  e  non  debbe  consumare  il  tempo  in  far 
grande  un  suo  nemico,  acciocché  possa  vendicarsi 
contro  di  lui  delle  ricevute  ingiurie. 

Discorriamo  le  cose  nostre,  e  che  dipendono  tutte 
da  noi.  Onde  abbiamo  noi  tanto  spavento,  per  cui  ci 
paja  essere  forza  rimetterci  in  mano  de' nostri  nemici? 
Non  abbiamo  noi  nove  o  dieci  mila  fanti  pagati  de'mi- 
gliori  d  Italia?  Non  abbiamo  noi  Malatesta  Baglioni  e 
Stefano  Colonna  capitani  eccellentissimi?  Non  abbiamo 
noi  la  città  nostra  fortiGcata,  bastionata  benissimo? 
Non  ci  sono  artiglierìe  e  munizioni  sufficienti  per 
difenderci  dalla  forza  di  un  esercito?  La  gioventù  non 
è  prontissima  a  difendere  la  patria  libertà  e  la  nostra 
salute?  Ripigliamo  però  l'animo  forte;  ricordiamoci 
che  il  Savonarola,  uomo  divino,  ha  profetato  e  pre- 
detto: che  questa  Repubblica  ha  da  vivere  e  preva- 
lere contro  a  tiranni  e  contro  ai  loro  seguaci,  e  che 
sebbene  tutto  il  mondo  ci  cingesse  le  mura  d'intorno, 
gli  Angioli  e  Dio  difenderanno  questa  patria  e  la 
manterranno  libera  a  dispetto  di  tutte  le  forze  umane. 

Su  quali  buoni  avvisi  concludo,  che  non  si  man- 
dino ambasciatori  al  Papa  per  non  indebolire  i  nostri 
amici,  o  che  si  mandino  in  questo  modo  prescritti, 
cioè,  che  in  parte  alcuna  non  debbano  alterare  questo 
Governo. 

Il  discorso  del  Castiglione  fece  impressione  sol- 
tanto in  coloro  che  si  volevano  illudere  sulla  vera 
posizione  delle  cose  da  lui  riandate;  ma  Lorenzo  Segni 
che  le  vedeva  con  la  mente  priva  d'ambizione,  si 
rizzò,  e  rispose  nel  seguente  modo: 


—  1470  — 

Quanto  io  ami  la  patria  mia,  mi  sia  oggi  in  gran 
segno  la  deliberazione  fatta  da  me,  di  posporre  per 
cagione  della  sua  salute  l'estimazione  della  mia  sin- 
cera fama  ed  ottima  mente  in  verso  la  libertà,  ed  il 
pericolo  nel  quale  incorro  per  dire  il  mio  consiglio 
alla  sicurezza  e  salute  sua.  Perchè  dicendo  quelle  cose 
che  dispiaceranno  a'favoriti  dei  Libertini,  mi  veggio 
venire  in  sospetto  o  di  poco  fedele  di  questo  governo, 
o  di  non  amico  di  loro,  che  fanno  professione  sopra 
lutti  di  essere  alla  libertà  amicissimi. 

Bernardo  da  Castiglione,  certo  magnificamente 
ha  parlato  in  favore  di  questa  Repubblica,  confortando 
a  mantenerla  libera  e  non  dare  il  mandato  libero  agli 
ambasciatori  destinati  al  Papa:  come  quelli  che  ma- 
nifestamente dubita  o  di  non  perderla,  o  di  non 
l'indebolir  di  troppo.  Al  quale  io  in  contrario  rispondo 
(io  che  mi  tengo  al  par  di  lui  e  di  qualsivoglia  citta- 
dino pietosissimo  inverso  la  patria)  che  nessun  altro 
mezzo  in  questo  punto  è  più  comodo,  né  più  destro 
a' nostri  bisogni,  che  far  tutto  l'opposto. 

Ed  avendo  chiamato  Dio  in  testimonio  e  la  pas- 
sata mia  vita,  che  quello  che  dirò,  sarà  detto  di 
cuore  per  la  sola  carità  in  verso  la  Repubblica,  e 
senza  alcuna  espettazione  di  benefizj ,  o  speranza  di 
conciliarmi  uomini  potenti:  dico  che  si  debba,  e  con 
ogni  maggiore  prestezza,  mandare  ambasciatori  al 
Papa.  Né  solamente  dico  che  debbano  mandarsi,  ma 
che  di  più  sia  dato  loro  il  mandato  libero  di  potere 
interamente  accordare  con  lui,  senza  eccezione  di 
libertà ,  od  altro  punto  riserbato  all'  arbitrio  no- 
stro. 


—  1471  — 

Vuoi  tu  dunque  che  si  debba  mutare  il  presente 
Stato?  consigli  tu  la  tua  patria  che  di  libera  si  faccia 
serva?  sia  lontano  da  me  questo  concetto,  e  più 
lontano  sia  dalla  patria  l'effetto  che  potesse  nascere 
per  simile  cagione.  Non  dico  io,  né  consiglio  che  si 
debba  mutare  il  governo  presente;  ma  dico  e  consiglio 
che  agli  ambasciatori  si  debba  dare  il  mandato  libero 
senza  riserbo  ed  assoluto  del  tutto.  Confermo  il  mio 
detto  con  quello  degli  ambasciatori  mandati  appresso 
Cesare,  i  quali  riferiscono,  che  bisogna  convenire  col 
Papa  se  vogliamo  aver  pace;  né  si  discordano  da 
quello  che  è  a  Roma,  il  quale  scrive  affermando,  che 
il  Papa  vuole  con  noi  l'onor  suo  e  mantenerci  liberi. 
Concordo  finalmente  con  tutto  il  mondo,  fuorché  con 
Bernardo  Castiglione,  che  grida  non  bisognare  ricor- 
rere al  Papa  se  vogliamo  mantenerci  salvi. 

Che  dunque  sia  mai  sì  pericoloso  consiglio  in 
danno  di  questa  Repubblica,  se  daremo  libero  questo 
mandato,  se  daremo  al  Papa  questa  soddisfazione  che 
ei  tanto  desidera,  se  mostreremo  di  volere  avere 
grado  con  seco  di  questo  benefizio  ?  fia  che  egli 
chiederà  alla  città  che  si  disarmi  delle  armi  forestiere? 
Vorrà  che  ella  si  spogli  delle  armi  civili?  Ricercherà 
che  la  libertà  nostra  resti  soggetta?  Non  fia  nò,  non 
fia,  perchè  se  questo  credesse  il  Papa  di  ottenere  da 
noi,  mostrerebbe  anco  di  non  essere  molto  saggio.  Anzi 
piuttosto  interverrà  il  contrario,  ed  in  questo  credo 
che  si  aggirino  i  suoi  pensieri,  cioè,  che  veduta  la 
difficoltà  di  rimutar  questa  libertà  e  la  voglia  unita 
del  popolo  che  la  desidera,  s'ingegnerà  di  mostrarsene 
almeno  contento  e  soddisfarassi  dell'esserne  in  qualche 


—   1472  — 

parte  ancor  egli  l'autore,  siccome  egli  sarebbe,  per 
dire  il  vero,  liberandoci  da  sì  soprastante  pericolo  e 
contentandosi  di  qualche  condizione  comportabile.  Ma 
quando  altrimenti  fosse,  e  che  i  fatti  nello  stringere 
l'accordo  non  convenissero  con  le  parole,  ditemi  di 
grazia,  da  che  stretto  nodo  sareste  legati  che  da  poi 
non  possiate  disciorvi  dalle  condizioni  dure  e  ritirarvi 
dai  patti  offensivi,  non  essendo  dal  canto  suo  mante- 
nuta la  fama,  onde  ei  fa  risuonar  per  tutto  di  voler 
che  la  città  viva  libera?  Dirà  qui  forse  uno:  a  che 
fine  si  debbe  dare  il  mandato  libero,  e  non  si  debbe 
nondimeno  osservare  in  altro  caso  che  in  restando 
liberi  e  con  tal  condizione?  Debbesi  dare,  a  giudizio 
mio  per  questa  ragione,  perchè  in  tal  modo  scoprendo 
appieno  la  mente  del  Papa,  se  la  vedremo  finta  e 
nemica  alla  libertà  nostra,  avremo  con  i  Principi  e 
cogli  altri  Stati  una  grande  escusazione.  Onde  ancora 
forse  quelli  che  favoriscono  il  Papa,  intendendo  le 
sue  ingiuste  voglie,  si  moveranno  a  prestarci  ajuto, 
conoscendo  non  essere  vero  il  carico  dato  a  questa 
Piepubblica,  cioè:  che  ella  non  vuol  tener  conto  di 
lui,  che  da  tutti  i  Principi  è  onorato;  che  noi  vogliamo 
ritenere  l'entrate  della  sua  famiglia  per  servirsene  nei 
nostri  bisogni;  che  noi  vogliamo  privare  gli  antichi 
suoi  benemeriti  della  città  de' segni  onorati  posti 
ne' Templi,  ne' Sepolcri  per  l'invidia  della  loro  mag- 
gioranza; che  vogliamo  ritenergli  la  sua  nipote  come 
ingiusti  ed  inimici  di  quella  innocente  e  nata  di  real 
sangue;  ed  insomma  che  noi  vogliamo  notare  i  suoi 
nipoti  come  ribelli  ed  inimici  della  Repubblica,  com- 
portandoci da  arrabbiati  nemici  di  chi  mai  ci  ha  offesi. 


—   1473  — 

Ma  sarà  manifesto  a  tutto  il  mondo,  che  il  Papa  da 
noi  non  voleva  altro  che  la  libertà,  né  altro  cercava 
che  farci  servi.  Queste  cose  adunque  scoperte,  ci 
faranno  più  uniti  nei  nostri  consigli,  più  animosi  a 
difenderci,  come  quelli  che  potremo  molto  sperare, 
e  molto  più  essere  meritevoli  degli  ajuti  divini  ed 
umani. 

Io  conosco  bene ,  che  più  onorevol  consiglio 
sarebbe  a  far  dimostrare  a  questa  città  un  animo 
intrepido  e  che  a  nulla  volesse  cedere.  Ma  non  mi  è 
ancora  nascosto  quanto  sarebbe  stato  meglio  innanzi 
a  questi  tempi  avere  accordato  con  Cesare,  quando 
potevamo  con  condizioni  onestissime,  e  quando  dagli 
amatori  di  questa  Repubblica  vi  eravamo  spinti  con 
molte  ragioni.  Perchè  non  saremmo  costretti  a  deli- 
berare della  nostra  salute,  quando  l'Imperatore  è 
accordato  col  Papa,  quando  egli  è  in  Italia,  quando 
egli  è  armato,  quando  ci  cinge  di  duro  assedio,  quando 
il  Re  di  Francia  non  ci  ajuta,  quando  egli  stesso  è 
accordatosi  e  lasciatosi  a  discrezione,  quando  non 
abbiamo  fortezza  che  vaglia  né  di  soldati,  nò  di  for- 
tificazione di  muraglia,  e  quando  la  peste,  la  fame,  la 
discordia  e  la  guerra  tolgono  ogni  bene,  ogni  salute 
alla  Patria  nostra.  Che  per  dire  il  vero  chi  si  conduce 
dove  noi,  non  può  pigliare  i  primi  partiti  belli  e  del 
tutto  sicuri,  ma  gli  conviene  pigliare  i  secondi,  che 
sieno  men  brutti,  e  dove  in  qualche  parte  si  scampino 
i  grandi  pericoli. 

Quale  è,  cittadini  prestantissimi,  la  speranza  che 
ci  resta  a  poterci  difendere  dal  Pontefice  e  dall'Im- 
peratore. Che  il  Pontefice  sia  uso  a  perdere.  Ma  Ce- 

T.    IV.  4° 


—   1474  — 

sare  che  è  uso  a  vincere  non  supplirà  e  non  supplisce 
di  fatto  a  questo  difetto?  Che  l'Imperatore  non  abbia 
ad  osservare  i  patti  fatti  al  Pontefice,  e  piuttosto 
voglia  prendere  noi  liberi  per  amici  e  lasciar  il  Papa 
negletto.  Ma  questo  è  il  contrario,  ed  i  fatti  istessi 
non  vel  dimostrano  falsissimo? 

Frattanto  la  città  nostra  cinta  da  si  duro  e  ter- 
ribile assedio  spera  forse  di  vincere  gli  assedianti 
sull'esempio  di  molte  città  dei  tempi  antichi,  di  Na- 
poli, di  Pavia?  Ah  non  c'illudiamo,  poiché  se  misu- 
reremo le  nostre  forze  fondate  sull'armi  d'altri,  se 
la  nostra  consuetudine  avvezza  ad  ogni  altro  mestiero, 
se  i  Capitani  che  ci  hanno  a  guardare  appena  cono- 
sciuti da  noi,  nò  non  avremo  questa  speranza:  anzi 
all'incontro  saremo  più  timidi  quanto  più  incalzi  il 
pericolo  nostro.  E  già  lo  vedete  cosa  è  la  generalità 
del  popolo  ora  che  siamo  circondati  d'armi  sfoderate 
contro  il  nostro  capo.  Conciosiacosachè  i  mercenarj 
non  mettono  l'animo,  ma  tolgono  la  roba  de' citta- 
dini; e  i  Capitani  che  male  abbiano  guardata  la  casa 
loro,  possono  men  bene  difendere  l'altrui;  e  tanto  più 
quelli  che  usi  a  tiranneggiare  la  loro  Patria,  non 
sappiano  quanta  forza  abbia  l'amor  della  libertà  per 
difenderla  in  casa  altrui. 

Queste  cose  tutte  avvertendo,  non  vogliate  piut- 
tosto attendere  in  questo  consiglio  alle  speciose  pro- 
poste e  che  appariscono  ripiene  di  'gloria,  che  alle 
vere  e  certe  che  sono  lontane  da  ogni  vanità.  Con- 
siderate vi  prego  (e  riducetevi  a  mente  tutti  i  danni 
che  dovete  temere  e  che  angustiano  già  la  città  non 
pigliando    questo    consiglio  )    all'  atrocissima    servitù 


—   1475  — 

nella  quale  metterete  la  Patria  vostra,  se  rimanete 
perdenti.  Perchè,  se  altra  volta  eravate  assuefatti  a 
portare  un  giogo  non  incomportabile,  espugnati  per 
forza  d'arme,  aggiugnerete  alla  Patria  vostra  una 
servitù  atrocissima.  Perchè  agli  sfrenati  cavalli  rifug- 
giti dalle  custodie,  quando  poi  sono  ridotti  in  poter 
dell'uomo,  si  mettono  più  duri  morsi:  e  alle  rigogliose 
spighe  fuori  del  debito  tempo,  colla  falce  si  toglie  la 
speranza.  Non  vi  fidate  in  quell'ultimo  ajuto  allegato 
delia  profezìa,  e  dei  miracoli  divini  che  debbono  libe- 
rare questa  Patria:  perchè  noi  non  dobbiamo  essere 
così  stolti  in  reputare  questa  nostra  presente  e  pas- 
sata vita  atta  a  meritarci  da  Dio  grazie  concedute 
pochissime  volte.  Anzi  piuttosto  riconoscendoci  ed 
umiliandoci,  pensiamo  che  le  Profezìe  non  s'intendono 
se  non  da  chi  ha  il  medesimo  lume  profetico,  e  che 
l'usare  la  ragione  umana  sia  la  vera  scorta  che  Dio 
ci  abbia  dato  per  farci  salvi. 

Deh!  mettetevi  innanzi  agli  occhi  il  Dominio  perduto, 
distrutto  e  condotto  agli  estremi  danni;  qua  dentro 
nella  città  le  calamità,  gli  stenti,  i  pericoli  conse- 
guenze della  guerra,  senza  il  pensiero  della  atrocis- 
sima servitù  che  perdendola  vi  verrà  addosso,  se 
pienamente  non  acconsentirete  a' consigli,  che  presi 
da  voi  potrebbero  ancora  arrecarvi  salute. 

Non  fu  nessuno  nella  pratica,  che  non  acconsen- 
tisse in  cuore  alla  proposta  di  Lorenzo  Segni;  di 
modo  che  il  Gonfaloniere  si  trovò  costretto  contro 
sua  voglia  di  mandare  ai  voti  il  partito:  se  si 
dovessero  inviare  gli  ambasciatori  con  libero  man- 
dato. 


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—  1477  — 

insinuazioni  di  Girolami.  Giunti  a  Castelnuovo  di 
Garfagnana,  gli  comparvero  d'avanti  Michelangiolo 
Buonarroti  e  Rinaldo  Corsini  come  svaligiati  ed  in 
guisa  di  fuggitivi,  i  quali,  per  la  cagione  che  dirò  in 
seguito,  partiti  da  Firenze  in  quel  tumulto  dell'assedio, 
affezionatissimi  come  erano  alla  libertà  della  Patria, 
raccontarono  a  Niccolò  la  risoluzione  presa  dalla 
pratica  di  fare  l'accordo,  e  la  ostinazione  del  Gonfa- 
loniere che  non  aveva  voluto  osservare  i  decreti  e  le 
deliberazioni  di  essa;  concludevano  che  gli  pareva  un 
miracolo  che  Firenze  non  andasse  a  sacco. 

A  tale  avviso  Niccolò  Capponi  messe  un  alto 
grido,  e  rivolgendosi  a  Matteo  Strozzi  disse:  Andiamne 
Matteo,  che  io  vo  vedere  s'io  saprò  far  nulla,  perchè 
la  mia  città  non  rovini  a  posta  di  pareccchi  sciagu- 
rati falliti,  e  che  con  tirannico  modo  han  trapassato 
l'ordine  di  tutte  le  leggi  ed  usurpatasi  l'autorità  di 
quel  popolo. 

Così  però  entrato  in  una  bestialissima  collera,  fu 
la  notte  assalito  dalla  febbre,  che  ritrovandolo  afflitto, 
incollerito,  sbattuto,  aggravò  viepiù  il  malore.  Questo 
gran  cittadino,  angustiato  da  malattìa  violenta  per 
sette  giorni,  non  potendo  salvare  la  Patria  che  sin- 
ceramente amava,  esclamando  di  continuo:  dove 
abbiamo  noi  condotto  questa  misera  patria!  morì  di 
dolore  nella  età  di  anni  cinquantasei;  uomo  preclaro 
e  quasi  l'unico  che  veramente  amasse  la  patria  sua 
ed  il  bene  universale  (28)! 

Andarono  gli  ambasciatori  a  Bologna  ed  erano 
stati  scelti  tra  i  più  fanatici  liberali,  cioè  Andrevolo 
Niccolini,  Luigi  Soderini  e  Jacopo  Guicciardini  (29). 


—  1478  — 

Presentati  al  Pontefice,  egli  si  stupì  nel  sentire, 
che  non  avevano  alcun  mandato  da  trattare,  e  che 
soltanto  venivano  a  lui  per  sapere  cosa  volesse  dai 
Fiorentini. 

Clemente  si  sdegnò  di  simile  contegno,  che  in 
vero  si  poteva  ravvisare  come  un  nuovo  insulto,  ed 
esclamò,  che  Firenze  aveva  perso  il  suo  senno,  se  a 
lui  mandava  cittadini  dappoco,  come  erano  quelli 
inviati.  Come  a  Firenze  in  quel  punto,  non  mai  fu 
fatta  più  vera  applicazione  della  notissima  sentenza: 
che  quando  il  Cielo  ha  destinato  di  spingere  un  popolo 
nella  sua  rovina,  toglie  il  senno  a  chi  lo  governa. 

Pure  Clemente  volle  ascoltare  quella  ambascerìa 
senza  commissione. 

Stava  il  Papa  in  un  magnifico  gabinetto,  assiso 
sopra  una  sedia  a  braccioli  foderata  di  velluto  cre- 
misi fermato  con  bullettoni  dorati  con  i  piedi  sopra 
un  guanciale  foderato  pure  di  velluto.  Vestiva  una 
cappa  bianca,  con  mozzetta  rossa  soppannata  di  pelle 
bianchissima,  ed  aveva  in  capo  una  berretta  di  simile 
colore  e  roba,  chiamata  callotta.  Accanto  a  lui,  sopra 
tavola,  posava  un  Crocifisso  lavoro  finissimo,  ed  un 
Messale  con  fermagli  d'argento  cesellati  da  Benvenuto 
Cellini,  il  cui  interno  era  ripieno  di  bellissime  minia- 
ture lavorate  dai  monaci  degli  Angioli  di  Firenze 
unici  in  simili  pitture. 

Sopra  un'altra  tavola,  parimente  coperta  con 
tappeto,  vi  era  un  singolarissimo  modello  di  Firenze, 
formato  di  sughero,  esteso  per  quattro  braccia. 

E  su  questo  lavoro  devo  avvertire,  che  Papa 
Clemente    ansioso    di    avere    solt'  occhio   la    precisa 


—  1479  — 

situazione  delle  fabbriche  di  Firenze  e  dei  contorni 
della  città  per  dare  gli  opportuni  ordini  al  Generale 
del  suo  esercito,  die  commissione  segreta  a  Lorenzo 
della  Volpaja  eccellente  maestro  nel  levar  piante,  e 
al  Tribolo  di  formare  la  pianta  della  città  e  contorni 
di  Firenze.  Questi  artisti,  di  notte  tempo,  con  i  ne- 
cessarj  strumenti  eseguirono  la  commissione  misu- 
rando le  strade,  le  torri,  le  case,  tutto  insomma,  e 
quindi,  formata  la  pianta  prima  con  l'inchiostro,  ne 
fecero  poi  un  modello  di  sughero  diviso  in  più  pezzi 
da  riunirsi,  e  con  segretezza  lo  portarono  al  Pontefice. 
Clemente  trasportava  per  tutto  seco  questo  modello, 
e  così,  come  se  fosse  stato  sulla  faccia  del  luogo, 
veniva  in  piena  cognizione  di  tutte  le  mosse  di 
queir  assedio ,  delle  quali  giornalmente  per  lettera 
veniva  istruito. 

Presentati  gli  ambasciatori  al  Pontefice,  Jacopo 
Guicciardini  ebbe  la  parola.  È  da  sapersi  che  costui, 
alla  più  esaltata  idea  della  libertà ,  univa  anche 
un  ardire  pari  al  suo  fanatismo,  ed  era  per  l'appunto 
il  contrapposto  di  Francesco  Guicciardini  lo  Storico, 
notissimo  per  il  suo  genio  al  dispotismo,  e  che  per 
essere  stato  il  gran  sgabello  del  Trono  Mediceo,  si 
meritò  il  sopra-nome  di  Messer  Cerrettieri  molto  di- 
sonorevole, dovendo  egli  sentire  l'odiosità  del  con- 
fronto fatto  di  lui  con  Messer  Cerrettieri  Visdomini 
fautore  del  Duca  di  Atene. 

Conoscendosi  dai  Governatori  di  Firenze  l'umore 
di  Jacopo  Guicciardini,  erano  sicuri  che,  se  con 
l'ambasciata  il  popolo  si  acquietava  per  la  speranza 
della  pace,  essi  sapevano  che  appunto  dalla  amba- 


—   1480  — 

scoria    stessa    sorgerebbe    motivo    di    continuare    la 
guerra. 

Guicciardini  parlò  al  Papa  nel  seguente  modo: 
Poiché  la  Repubblica  nostra,  Padre  Santo,  non  ha 
potuto  sperare  alcuna  mercede  da  te  per  liberarsi  da 
sì  gravi  danni  che  gli  fa  intorno  l'esercito  tuo,  ci 
ha  commesso  che  facciamo  intendere  alla  Santità  tua, 
come  l'è  in  tutto  deliberata  di  mantenere  la  sua 
libertà  fino  alla  morte.  E  poiché  in  così  giustissima 
causa  non  può  trovar  pietà  né  appresso  di  te,  né 
appresso  di  Cesare,  come  si  converrebbe  nel  Vicario 
di  Cristo,  e  nel  Principe  dell'Impero  Cristiano,  ricorre 
al  trono  della  Maestà  Divina,  e  la  supplica,  che  viste 
le  ragioni  dell'una  e  dell'altra  parte,  dia  di  noi  quel 
giudizio,  che  veramente  sia  giusto,  e  che  debba  ri- 
tornare in  sua  gloria.  Sappiamo  che  nella  difesa  che 
fa  la  città,  la  quale  è  pur  tua  patria,  difende  in 
prima  la  libertà,  dono  dato  da  Dio  ai  mortali  pef  il 
più  bello  ed  il  più  maraviglioso  che  egli  abbia  mai 
conceduto  dopo  la  vita.  Di  poi  vi  si  difende  la  roba, 
i  figliuoli,  la  Religione,  cose  carissime  e  preziose,  le 
quali  dal  tuo  esercito,  composto  di  barbare  nazioni 
e  nemiche  d'ogni  giustizia  ci  sono  consumate  in  parte, 
in  parte  ammazzate  e  parte  messe  in  gran  compro- 
messo, senza  scorgersi  in  te,  non  dico  un'ombra  di 
misericordia,  anzi  scorgendosi  in  te  ognora  più  una 
grandissima  crudeltà  verso  di  lei,  nella  quale  nato, 
allevato,  onorato  e  per  suo  mezzo  condotto  in  così 
alto  grado,  quale  tu  siei.  Dalla  pietà  di  questa,  con- 
dotta in  tante  miserie,  se  non  ti  muovi,  qual  cosa 
tanto  più  ti  muoverà  mai  a  misericordia?  Dal  crudo 


—  1481   — 

spettacolo  di  questa  che  si  dimostra  lacerata  e  di- 
strutta in  ogni  sua  parte,  se  non  abborri,  da  che 
spaventoso  mostro  e  da  che  orribil  furia  puoi  essere 
messo  in  timore  o  in  pentimento?  Non  posso,  rimet- 
tendomi nella  memoria  i  crudi  strazj  che  quella  Patria 
afflitta  patisce  contenere  il  pianto,  e  non  dirompermi 
in  tal  maniera  nelle  lacrime  che  più  non  posso,  non 
dico  parlare,  ma  sostenere  questa  infelicissima  vita. 

E  tu  Padre  Santo,  che  tieni  in  terra  il  luogo  del 
Redentore  dell'Universo,  non  ti  commuoverai  e  non 
comanderai  all'esercito,  che  lasci  stare  quella  Patria 
e  che  più  non  l'affligga  con  tanta  rovina!  La  quale, 
se  pure  ha  errato  per  colpa  di  certi  che,  forse  troppo 
gelosi  della  sua  libertà,  non  le  hanno  lasciato  fare  il 
suo  debito  verso  di  te,  ha  pure  in  questo  ben  fatto, 
ch'ella  vuol  essere  libera,  né  può  più  patire  il  giogo 
della  servitù 

Che  giogo,  che  servitù  (l'interruppe  Papa  Cle- 
mente, il  quale,  nel  sentire  così  strano  ed  insultante 
discorso,  fu  in  prima  sorpreso  e  quindi  scuotendo 
tutta  la  persona  sulla  sedia,  acceso  il  volto  dalla  col- 
lera, con  tutti  i  segni  di  veemente  indignazione,  troncò 
quella  stranissima  arringa  ) ,  che  schiavitù  andate 
fantasticando,  ribaldi,  forsennati  che  siete!  Rimpro- 
verate voi  stessi,  scellerati,  dei  mali  che  provate.  A 
me  duole  che  le  miserie  cadano  sopra  la  moltitudine 
del  popolo  innocente  e  non  sopra  quei  pochi  ribaldi 
arrabbiati  impotenti  difensori  d'una  tirannica  licenza- 
e  non  già  della  vera  libertà. 

T.     IV.  fi 


—  1482  — 

Voi,  e  non  io,  togliete  realmente  la  libertà  alla 
Patria  mia,  opprimendola  con  la  più  insoffribile  servi- 
tù, nel  mentre  che  osate  imputare  a  me  di  opprimerla. 

Io  ben  so  quello  che  si  conviene  di  fare,  né  mai 
sognai  ridurre  la  Patria  in  servitù.  Anzi  i  tiranni  ed 
empj  siete  voi,  che  sotto  il  nome  di  libertà  le  avete 
imposto  un  giogo  insopportabile.  Parvi  libertà  quella 
dove  sotto  il  nome  del  Popolo,  cacciati  i  più  ed  i 
migliori  cittadini  dagli  uffìzi  è  ridotta  1'  autorità  pub- 
blica in  pochi   arrabbiali   senza  gradi,  senza  onori? 
Parvi   libertà   quella    dove   senza   cagione  parte  dei 
cittadini  s'imprigiona, molti  più  si  perseguitano,  alcuni 
si  mettono  a  crudelissime  morti?  Pajonvi  modi  civili 
ardere  i  palazzi  dei  cittadini,  dei  Salviali  a  Montughi. 
i  miei  di  Cajano,  di  Fiesole  e  di  Careggi,  devastare 
tutte  le  fabbriche  che   facevano    corona    a   Firenze? 
Parvi  carità  di  patria  il  proporre  in  consiglio  di  spia- 
nare i  miei  palazzi  e  Firenze  ancora  a  vituperio  dei 
Medici?  Onesto  e  moderato  vivere   vi  sembra  quello 
della  città,  dove  i  più  tristi  non  solo  senza  pena,  ma 
anzi  premiati,  penetrano  nei  Templi  di  Dio,  riducono 
in  pezzi  le  immagini  votive  mie  e  dei  miei  maggiori? 
dove  sono  accusato  per   tamburazione,   e   chiamato 
ribelle?  dove  me  Vicario  di  Cristo,  con  abiti  pontifi- 
cali  dipingono    impiccato    nel  mio  palazzo?  dove  si 
rubano  le  mie  entrate  e  degli  onesti  cittadini,  si  ven- 
dono i  beni  de'  monasteri,  delle  chiese,  delle   Arti? 
dove  si    atterrano   i  templi,  i  conventi,  si  spogliano 
gli  altari  de' loro  voti  e  ricchezze?  dove  si  propone 
d'  esporre  al  postribolo  la  mia  nipote? 


—  1483  — 

E  andate,  ribaldi,  non  vi  manda  la  mia  Firenze, 
ma  quella  mano  d' iniqui  che  prevalsa,  tirannicamente 
la  governa. 

Io,  io,  e  non  voi,  amo  la  patria,  io  amo  Firenze, 
ed  io  la  libererò  dalia  vostra  tirannia. 

Tutto  il  Contado  Fiorentino  è  in  mio  potere,  è 
governato  da' miei  Commissari;  ebbene,  ho  io  variato 
il  suo  regime? 

Firenze  sia  libera,  i  Medici,  quali  cittadini  vi 
stiano  e  siano  alla  pari  degli  altri  onorati  delle  pub- 
bliche cariche.  Questo  è  ciò  che  voglio,  e  non  altro.  — 

Gli  Ambasciatori,  piuttosto  scacciati  (dai  Monsi- 
gnori Paolo  Nomi  (30)  e  Giuliano  Del  Benino  (31)  e 
dal  Cardinal  Salviati  assistenti  al  Pontefice)  che  li- 
cenziati dalla  presenza  del  Papa,  ritornarono  in  Fi- 
renze, passando  fra  i  nemici  con  il  salvacondotto  per 
diritto  delle  genti  concesso  sempre  a  chi  riveste  una 
tal  qualità.  Riferirono  alla  Signorìa  le  parole  del  Pon- 
tefice, ma  il  Popolo  nulla  ne  penetrò. 

Tali  proposte,  ancorché  si  vedessero  sotto  appa- 
rente moderazione  nascondere  appetiti  ingiusti,  pure 
avrebbero  fatto  cessare  la  guerra  ed  il  potere  di  chi 
usurpava  ogni  autorità;  bisognava  nasconderle,  ed  al 
contrario  spandersi  ad  arte,  che  il  Papa  voleva  la 
resa  della  città  a  discrezione  sua.  Così  non  più  si  di- 
scorse di  pace. 


NOTIZIE 


(1)  J?  inora  quando  si  è  parlalo  della  famiglia  Castellani 
si  è  costumato  di  rifondere  in  una  sola  tutte  le  onori- 
ficenze profuse  a  quattro  casate  di  questo  nome  che 
furono  anticamente  in  Firenze.  Per  esempio  alcuni  Ca- 
stellani che  abitarono  nel  sestiere  di  S.  Pancrazio  ebbero 
Tano  di  M.  Banco  Priore  nel  1317  e  1320:  i  Castel- 
lani del  quartier  S.  Croce  Gonf.  Carro  dettero  alla  Re- 
pubblica Bencivenni  di  Zanobi  pannajolo  Priore  nel  1353: 
ed  i  Castellani  che  a  distinzione  degli  altri  si  dissero 
Galigai,  dalla  professione  da  essi  esercitata,  ottennero 
sei  volte  il  Priorato  tra  il  1344  ed  il  1425.  La  loro 
arme  fu  una  stella  d'  oro  in  mezzo  al  campo  turchino 
avente  due  stelle  d'argento  ai  lati  ed  una  al  di  sotto, 
e  col  capo  dello  scudo  caricato  del  lambello  e  dei  gigli 
d'Anjou. 

Certamente  in  pregj  storici  e  a  tutte  le  rammentate 
superiore  la  famiglia  de' Castellani,  così  denominata  dalla 
custodia  che  aveva  del  castello  di  Allafronte,  forse  da 
Allafronle  di  Giuseppe  loro  progenitore  così  denominato, 
e  posto  ad  una  delle  estremità  dell'antica  Firenze.  Vanni 
di  scr  Lotto  fu  il  primo  dei  Priori  di  questa  casa  nel 
1326,  ed  Iacopo  di  Bernardo  ne  fu  il  trigesimo  nono 
nel    1531.   II    Gonfalonierato  di    giustizia    fu    per    nove 


—  1485  — 

volte  conferito  ai  Castellani,  eome  pure  conseguirono 
tutte  le  altre  più  illustri  dignità  che  distinsero  le  altre 
più  nobili  casate  della  città.  Michele  di  Vanni  fu  nel 
1365  mandato  a  Siena  per  concludere  cogli  Ambascia- 
tori del  Papa,  della  Regina  di  Napoli  e  di  molti  mu- 
nicipi Italiani  una  lega  per  reprimere  l' ardire  delle 
bande  di  ventura.  Fu  oratore  al  Pontefice  a  Viterbo  nel 
1367,  e  nel  1376  a  Gregorio  XI  ad  Avignone,  quindi 
tornò  allo  stesso  Pontefice  a  Roma  nel  1377  per  trattar 
secoiui  la  pace  e  chiedere  per  la  Repubblica  Fiorentina 
l' assoluzione  dalle  censure.  M.  Lotto  suo  fratello  fu 
mandalo  in  ambascerìa  al  Pontefice  a  Perugia  nel  1387, 
quindi  a  Venezia  per  essere  mediatore  di  una  pace  tra 
quella  Repubblica  ed  il  Signore  di  Padova.  M.  Vanni 
di  Michele  fu  cittadino  libéralissimo  verso  la  patria  e 
per  solenne  decreto  armato  Cavaliere  nel  1385.  Nel- 
T  anno  medesimo  fu  spedito  in  qualità  di  Commissario 
nel  territorio  Aretino  per  ricuperare  alcune  castella  che 
nella  passata  guerra  erano  state  tolte  al  Comune;  nel  1408 
fu  Ambasciatore  al  Re  di  Napoli:  nel  1410  a  Giovanni 
XXIII  per  prestargli  obbedienza,  e  nel  1414  fu  mandato 
a  prender  possesso  di  Cortona  in  quell'  anno  dal  Re 
Ladislao  di  Napoli  venduta  ai  Fiorentini.  Matteo  di  Mi- 
chele molto  si  adoprò  nelle  guerre  di  Pisa,  e  nel  solenne 
ingresso  in  quella  città  nel  1405  portò  l'insegna  di 
parte  Guelfa.  Sostenne  innumerevoli  ambascerìe  tra  le 
quali  una  al  Pontefice  nel  1413,  ed  altra  nel  1415  al 
Re  di  Napoli  che  volle  di  sua  mano  armarlo  Cavaliere. 
Alla  sua  morte  nel  1429  fu  onorato  di  splendidissimi 
funerali  e  tutti  i  Magistrati  accompagnarono  il  suo 
cadavere  in  S.  Croce.  Nel  tempo  che  davasi  sepoltura 
al  suo  corpo,  Francesco  suo  figlio  che  accompagnava 
la  bara  paterna  fu  dagli  Ufficiali  dei  pupilli  condotto 
all'  aitar  maggiore ,  e  strappatigli  di  dosso  i  lugubri 
vestimenti  fu  abbigliato  di  verde  ed  armato  Cavaliere. 
Antonio  di  Leone  Castellani  nel  1527  era    commissario 


—  1486  — 

alla  Pieve  S.  Stefano  e  mostrò  yalore  nel  respingere  il 
contestabile  di  Bourbon  quando  vi  pose  l'assedio:  e  fu 
uno  degli  arruoti  alla  balìa  che  riformò  il  governo  dopo 
la  resa  della  città.  Iacopo  di  Bernardo  all'istituzione 
del  consiglio  dei  Dugento  ne  fece  parte.  Questa  famiglia 
che  tuttora  sussiste  porta  in  campo  d'  argento  un  ca- 
stello rosso  fabbricato  di  nero  e  sormontato  da  due 
torri,  e  sopra  una  corona  d'  oro  con  due  palme  intrec- 
ciate, per  privilegio  della  casa  d'Aragona.  Non  so  se 
da  questi  diversi  fossero  i  Castellani  che  portarono  per 
arme  un  castello  rosso  sopra  una  scogliera  al  naturale 
nel  campo  azzurro  e  che  mancarono  in  Bernardo  di 
Raffaello  di  Spinello  morto  il  28  Marzo  1778. 

Da  questa  casa  prese  nome  la  piazza  cui  si  accede 
dal  Lungarno  a  levante  degli  Uffizj,  come  pure  quella 
strada  che  vi  conduce  dalla  piazza  del  Grano. 

(2)  Dalla  Via  di  Pellicceria,  così  detta  dai  Pellicciai  che  vi 
stavano  riuniti  e  vi  avevano  la  residenza,  si  perviene  in 
una  piazzetta  interna  detta  dell'ABBACO. Prese  questo  nome 
da  una  famiglia  delta  dell'ABBACO  e  ancora  di  M.  Luca, 
perchè  questo  Luca  Gglio  di  un  Matteo  era  celebre  nel- 
l' insegnare  la  grammatica  e  l'aritmetica  ai  giovanetti. 
I  discendenti  di  Maestro  Luca  ottennero  dieci  volte  il 
priorato  tra  il  1469  ed  il  1526.  Mancarono  dopo  la 
metà  del  secolo  XVI  ed  usarono  per  stemma  un  campo 
orizzontalmente  semiparlito,  al  di  sopra  d'oro  con  due 
palle  rosse,  ed  al  di  sotto  rosso  con  una  palla  dorata. 
Vi  fu  in  Firenze  altra  famiglia  dell'ABBACO  o  della 
Grammatica,  ma  non  credo  che  possa  aver  dato  nome 
a  questa  piazzetta,  poiché  questa  casa  ebbe  Oltrarno  le 
sue  abitazioni.  Dette  molto  nome  alla  famiglia  Maestro 
Piero  di  Ser  Paolo  che  ottenne  il  Priorato  nel  1363. 
Costui  fu  famoso  geometra,  grande  aritmetico  e  il  più 
celebre  grammatico  dei  suoi  giorni.  Edificò  una  cappella 
in  S.  Trinità  ed  alla  sua  morte  ordinò  che  tutti  i  suoi 


—  1487  — 

libri  fossero  rinchiusi  in  un  cassone  di  ferro  e  là  si 
tenessero  finché  non  venisse  un  uomo  al  pari  di  lui 
dotlo  in  quelle  facoltà,  e  che  allora  a  lui  si  consegnas- 
sero. Ignoro  se  questo  legato,  esempio  della  vanagloria 
del  grammatico,  ebbe  il  suo  effetto,  e  nel  caso  a  chi 
i  suoi  libri  furono  consegnati.  Maestro  Paolo  portò  per 
stemma  una  tavoletta  da  abbaco  bianca  nel  campo  nero, 
benché  la  sua  famiglia  che  esisteva  ancora  circa  la  metà 
del  secolo  XVI  portasse  un  campo  addogato  di  azzurro, 
d'oro  e  di  rosso,  col  capo  dello  scudo  rosso  con  un  A 
gotica  di  argento. 

(3)  I  Pescioni  detti  ancora   Sermicheli   discesero    da    Castel- 

fiorentino  e  furono  ammessi  alle  Magistrature  nella  per- 
sona di  Ser  Michele  di  Ser  Segna  di  Gonzo  che  nel  1368 
fu  il  primo  dei  dodici  Priori  che  da  queir  epoca 
al  1511  ebbe  questa  famiglia.  Domenico  di  Matteo  fu 
Gonfaloniere  di  Giustizia  nel  1440  e  nel  1446.  Barto- 
lommeo  di  Antonio  Pescioni  fu  sostenuto  nel  1527  per 
avere  sparlato  dei  Medici  e  solo  potè  esser  liberato 
dopo  la  loro  cacciata.  Dopo  l'assedio  fu  confinato,  talché 
gli  convenne  gettarsi  tra  i  fuorusciti.  Mancarono  in  Piero 
di  Leonardo  morto  il  30  Agosto  1626,  ed  usarono  per 
arme  di  uno  scudo  verticalmente  semipartito,  avente  a 
destra  quattro  pesci  d'  argento  posti  in  fascia  nel  campo 
azzurro,  ed  a  sinistra  quattro  fasce  rosse  nel  campo  di 
argento.  Dalle  loro  case  prese  nome  quella  via  tergale 
alla  chiesa  di  S.  Gaetano  che  conduce  sulla  piazza  già 
delle  Cipolle,  ora  degli  Strozzi. 

(4)  Oltre  a  molte  famiglie  Pieri  ammesse  a  cittadinanza  du- 

rante il  Principato,  tre  sono  note  dai  tempi  Repubbli- 
cani. 

I  Pieri  Del  Rosso  detti  ancora  Rossi  Pieri  origi- 
nari di  Montelupo,  furono  ascritti  all'arte  dei  galigai 
ed  ottennero  Yentinove   volte  il  Priorato  tra  il  1378  ed 


__-  1488  — 

il  1525.  Ad  essi  appartenne  Alessandro  di  Andrea  che 
essendo  degli  Otto  nel  1529  fu  (falla  Signorìa  privato 
di  Ufficio,  e  Leonardo  suo  fratello  Castellano  del  Borgo 
S.  Sepolcro  nel  1529.  Ebbero  per  stemma  un  becco 
rosso  rampante  nel  campo  azzurro.  Rimasero  estinti  il 
6  Aprile  1656  per  morte  di  Alessandro  di  Andrea. 

I  Pieri  Serricciardi  vennero  da  Castelfiorentino  ed 
ebbero  ser  Ricciardo  di  Piero  notaro  della  Signoria  nel 
1395,  1410  e  1416,  Piero  suo  figlio  Priore  nel  1438, 
e  Giovanni  di  Piero  che  la  stessa  dignità  conseguì  nel 
1472.  Sembra  che  mancassero  sul  cadere  del  secolo  XV, 
non  trovandoli  al  di  là  di  quell'epoca  rammentali.  Eb- 
bero per  arme  un  leone  d'oro  rampante  nel  campo 
azzurro  ed  avente  tra  le  branche  una  bandiera  bianca 
con  croce  rossa. 

L'Arme  dei  Pieri  Scodellarì,  così  detti  dalla  pro- 
fessione di  venditori  di  stoviglie  da  uno  di  essi  esercitata, 
si  compose  di  due  bande  incrociale  alla  schisa  nel  campo 
d'argento,  la  superiore  dorata  e  l'altra  turchina.  Ottennero 
per  quindici  volte  il  Priorato  tra  il  1407  ed  il  1528 
e  nei  tempi  dell'assedio  produssero  Andrea  che  fu 
de' Dieci  nel  1527,  e  Luigi  di  Francesco  seguace  della 
parte  Medicea  che  fece  parte  del  consiglio  de'Dugento 
all'istituzione  di  quel  Magistrato  nel  1532.  Al  contrario 
dei  suoi  consorti  Carlo  di  Raffaello  fu  tra  i  libertini 
più  ardenti  e  fece  parlar  molto  di  se  allorché  Claudio 
Tolomei  da  Siena  pubblicò  la  famosa  canzone  in  lode 
del  Principe  d'Oranges.  Carlo  mandò  al  Tolomei  un 
cartello  pieno  delle  più  amare  invettive  nel  quale  dopo 
avergli  detto  che  mentiva  per  la  gola,  ch'era  un  tradi- 
tore, un  tristo  ladro  ed  un  pazzo  cagnotto,  concludeva  — 
però  manigoldo  tu  sarai  impiccato  ed  il  Celano  da  Pisa 
farà  da  boja,  e  lui  pure  poi  sarà  ammazzato  e  nel 
sepolcro  scriverassi: 

L'ossa  son  qui  di  un  boja  e  di  un  Pisano; 
E  l'anima  nel  centro  dell'inferno: 


—   1489  — 

L'un  Claudio  si  chiamò,  l'altro  Celano. 
E  perchè  assai  tristizie  insieme  ferno, 
L'un  fu  impiccato,  e  l'altro  per  marrano 
Fu  morto,  se  gli  è  ver  quel  ch'io  discerno: 
E  come  e' fu  privato  di  costoro 
Jl  mondo  ritornò  nel  secolo  d'oro.  — 

A  Carlo  dopo  la  caduta  della  Repubblica  non  mancò 
l'onore  della  vendetta  Medicea  e  confinato  da  prima 
discosto  trenta  miglia  dalla  città,  fu  poi  nel  1531  ri- 
confinato alla  Spezia.  Alcuni  dei  Pieri  Scodellari  indos- 
sarono le  divise  di  Cavalieri  dell'Ordine  di  S.  Stefauo 
e  si  eslinsero  in  M.  Niccolò  di  Luigi  Canonico  Arci- 
prete della  Metropolitana  Fiorentina,  eletto  Spedalingo 
degl'Innocenti  nel  1628  e  morto  nel  1641. 

(5)  La  famiglia  dei  Libri  da  Somma,  piccolo  castello  nella 
Valdarno  superiore,  fu  trasportala  a  Firenze  da  Ser 
Francesco  di  Feo  di  Lato  che  venne  ad  esercitarvi  il 
notariato  al  principio  del  secolo  XIV.  Maffeo  suo  figlio 
esercitò  la  professione  di  copiatore  di  codici  allora  assai 
distinta  e  lucrosa,  e  la  insegna  della  sua  bottega  divenne 
arme  della  famiglia,  e  dall'arme  desunsero  i  suoi  figli 
il  cognome.  Maffeo  fu  inoltre  uno  dei  più  gentili  e  pur- 
gati rimatori  del  suo  secolo  e  le  sue  poesìe  pregiatissime 
per  eleganza  di  stile  sono  tuttora  in  molto  pregio.  I 
suoi  posteri  coprirono  le  cariche  le  più  distinte  della 
Repubblica,  e  Leonardo  di  Andrea  ottenne  il  Priorato 
nel  1531.  Al  tempo  dell'assedio  figurarono  varj  della 
famiglia  Libri,  tra  i  quali  Alessandro  di  Giovanni  che 
fu  dato  in  ostaggio  agl'Imperiali  per  l'osservanza  dei 
patti  stipulati  in  occasione  della  resa;  Lodovico  suo 
fratello,  detto  l'Orsaccio,  che  dopo  aver  valorosamente 
difeso  la  patria  fu  confinato  a  Reggio  dopo  l'assedio; 
M.  Paolo  di  Pandolfo  giurista  che  per  aver  dimostrato 
amore  alla  libertà  fu  dai  Medici  confinalo  a  Camerino 
T.    IV.  42 


—   1490  — 

nel  1530  e  quindi  a  Mesi,  e  Giovanbatista  suo  fratello 
che  confinato  a  Manfredonia,  fa  poi  dichiara to  ribelle 
per  avere  m  aggiunto  le  ansate  dei  fuorusciti.  Lorenzo 
di  Albertacrio,  detto  Talloncino,  seguì  Piero  Strozzi  in 
tutti  i  suoi  tentativi  di  tornare  la  patria  in  liberta  : 
trovò  secciai  a  Montemuiio  ed  aDa  difesa  di  Siena. 
Ottenuto  perdono  tornò  in  patria,  aia  nel  1559  fu  con- 
dannato ad  essere  impiccato  come  complice  della  con- 
giura di  Pandolfo  Pucci.  Trovò  peraltro  umanità  in 
Cosimo  che  gli  commutò  la  pena  nell'esilio  perpetuo. 
Giulio  di  IL  Paolo  in  distìnto  legista  e  profondo  filosofo, 
e  molta  riputazione  si  acquistò  coIT opera  che  scrisse 
«  sul  cielo  e  la  sostanza  del  mondo  ».  Lesse  filosofia 
nell'Università  di  Padova,  quindi  Dritto  Gvile  in  quella 
dì  Pisa.  Ebbe  pure  nome  distinto  tra  i  letterali  Lorenzo 
di  Leonardo  lettore  «Tlstituta    nello  studio   Fiorentino, 

if:uj:i  Y.::-z...-r\.  -  ;■_.  A;  •"..«::.  >!::;  lì'.  Il-':  5  -:■ 
da  lui  in  retta  linea  provengono  anelli  che  attualmente 
rappresentano  la  famiglia  Libri  in  Firenze.  Arme  par- 
lante dei   Libri  sono  tre    libri  rossi  chiusi    e  ballettati 

:  ;:;   tr".    lare:-:-    ;.    ìtz-zz:;-. 

Girolamo  MamTDi  apparteneva  ad  una  casa  che  dicevasi 
a  djftmzinne  di  altre  omonime  Mirtini  dell  Ala. 
T  arme  di  un'  ala  azzurra  ritta  nel  campo  di  argento, 
e  anco  Mietici  di  Sei  Luca  da  uno  dei  progenitori 
della  famiglia.  Ser  Giovanni  di  Luca  fu  notaro  della 
-:.i::.j  l-..  Li  17  B ir::  .  .'. :::-:■'  >:.  ::•:-...-.>  :::-.z.~lÌj 
ià  Priorato  nel  1438  apri  la  serie  dei  sei  Priori  che 
da  queir  epoca  al  1503  ottennero  questi  Martini,  e  Ser 
Martino  loro  germano  fu  Cancelliere  delle  Riformagioai 
nel  14U.  Ufficiale  dello  studio  Fiorentino  e  dei  Dieci 
eletti  per  la  guerra  contro  i  Lucchesi  nel  1429.  Erano 
tra  i  suoi  discendenti  Giovanbalista,  detto  Gote,  e  Gu- 
glielmo detto  Menno  figli  di  un  Martino  di  Guglielmo, 


—  1491   — 

i  quali  ambidue  figurarono  tra  i  fuoruscili  e  si  trova- 
rono con  Piero  Strozzi  all'  impresa  del  Borgo  S.  Sepol- 
cro- Loca  di  Agnolo  fa  generoso  Mecenate  degli  artisti 
e  dei  Letterati,  protettore  manifieo  di  Pierino  da  Vinci, 
amico  del  Varcai  che  pianse  la  sna  morte  con  una  serie 
di  sonetti  che  in  autografo  si  conservano  presso  1  autore 
di  onesta  nota.  I  Martini  dell'Ala  si  estinsero  il  21  Ot- 
tobre 1708  per  morte  di  Zanobi  dì  Francesco  di  coi 
fa  erede  la  figlia  Maria  moglie  di  Ferdinando  del  Mae- 
stro di  Campo  Generale  Alessandro  Passerini  sisaro  del 
compilatore  di  «seste  notizie.  Terrò  brevi  parole  ancora 
delle  altre  famiglie  Martini. 

I  M astisi  detti  talora  di  Cam  o  di  Agostino  ed 
ancora  Bosxtcti,  cominciarono  ad  ottenere  il  Priorato 
nella  persona  di  Cino  di  Martino  di  Bonajnto  che  fa 
P:  :  '  :  :  1:13  e  1314  -:  G  -  i:Y.  :i -:-  ::.  i  :  1  ".  D  :  : 
di  Ini  p*?r  altre  otto  volte  fa  conseguito  il  Priorato  dai 
suoi  discendenti  fino  al  14'  Sì  estinsero  in  Gioran- 
balisla  di  Francesco  del  Capitano  Cammillo  morto  il  5 
Ottobre  175S.  P  rtarono  per  arme  una  fascia  dorala 
caricata  di  tre  croci  azzurre  in  campo  rosso. 

I  Marti  m  per  la  professione  che  esercitai  ano  detti 
Beccai,  trassero  la  loro  origine  da  Montevarchi  e  per 
diciotto  volte  conseguirono  la  dignità  di  Priori  tra  il 
1349  ed  il  145a  Si  estinsero  in  Priore  di 
nella  prima  decade  del  secolo  JLYL  Ebbero  per 
mi  becco  azzurro  caricato  sull'omero  d'una  croce  rossa, 
posto  in  mezzo  a  due  coltelli  a  lama  di  argento  e  ma- 
nico nero  nel  campo  verde,  con  il  capo  nello  scudo 
azzurro  caricato  del  lambeUo  rosso  coi  gigli  d'oro  della 
:  -i    :  Al/  :  -. 

Al  contrario  I  arme  dei  Mabtim  da  un  loro  ante- 
nato detti  di  Goccio,  fu  un  campo  orizzontalmente  semi- 
partito al  di  sopra  azzurro  e  d" oro  al  di  sotto,  con  nn 
leone  d'oro  andante  nella  parte  superiore.  Questi,  ori- 
ginar] di  Cigoli,  da  Tommaso  di  Goccio  di  Martino  che 


—   1492  — 

ottenne  il  Priorato  nel  1373  e  Giuliano  di  Tommaso  di 
Antonio  che  la  stessa  dignità  conseguì  nel  1511  dettero 
alla  Repubblica  quattordici  Priori.  Giuliano  di  Tommaso 
fu  Gonfaloniere  nel  1440  e  nel  1444.  Nei  tempi  a  noi 
più  prossimi  furono  molto  illustrati  da  Filippo  che  per 
l'Arcivescovo  Incontri  fu  Vicario  generale  della  Diocesi 
Fiorentina,  uomo  molto  dotto  ed  illuminato  che  molto 
cooperò  alle  riforme  Ecclesiastiche  operatesi  dal  Gran- 
duca Pietro  Leopoldo.  Rosso  Antonio  suo  fratello  fu  let- 
terato di  chiaro  nome  uno  dei  più  belli  ornamenti  del- 
l'Accademia della  Crusca  cui  prestò  importanti  servigj, 
essendo  famoso  conoscitore  ed  annotatore  di  codici.  Nel 
suo  figlio  Francesco  Maria  morto  il  20  Luglio  1800 
rimase  estinta  questa  famiglia  e  ne  ereditarono  i  Cor- 
boli  nei  quali  era  maritata  Margherita  sorella  dell'ultimo 
dei  maschi. 

Altra  casata  dei  Martini  si  disse  di  Roffo  o  dà 
Brozzi  e  da  uno  dei  progenitori  della  casa  e  dal  luogo 
di  origine.  Roffo  di  Martino  di  Roffo  di  Doddo  fu 
Priore  nel  1405,  1412  e  1422  e  Lorenzo  suo  figlio 
conseguì  la  medesima  dignità  nel  1432.  Questi  Martini 
che  in  modesta  fortuna  tuttora  sussistono  alzano  per 
arme  una  navicella  con  remo  dorato  nel    campo  verde. 

Altre  case  di  questo  nome  conseguirono  la  cittadi- 
nanza sotto  il  Principato,  come  i  Martini  di  Monsum- 
mano.  Questi  dichiarati  di  antica  nobiltà  da  Gio.  Gastone 
da  essi  ospitalo  nel  1734  produssero  Vincenzio  d'Ippo- 
lito celebre  Giurista,  Governatore  di  Siena  e  Consigliere 
di  Slato  del  Granduca  Ferdinando  III  mancato  di  vita  nel 
1809,  i  di  cui  nipoti  tuttora  decorosamente  rappresen- 
tano la  di  lui  famiglia  in  Firenze.  Loro  arme  è  una 
mano  al  naturale  sopra  una  piramide  di  sei  monti  verdi 
nel  campo  azzurro,  posta  in  mezzo  da  due  stelle  dorate. 

(7)  Da  Sovigliana    castello  presso   F]mpoli  vennero  a  Firenze 
i  Federigo!  nella  persona  di  Federigo  di  F'erro  di  Mei- 


—  1493  — 

cadante,  qua  venuto  ad  esercitare  l'arte  dello  speziale. 
[  suoi  discendenti  si  stabilirono  nel  sesto  di  S.  Pancra- 
zio e  nella  via  che  anticamente  dicevasi  dagli  Orafi, 
quale  movendo  dalla  Vigna  vecchia  imbocca  nella  Via 
dell'Arme.  Dalle  case  dei  Federighi  cangiò  questa  via  il 
proprio  nome  per  assumere  quello  di  questa  famiglia 
che  tuttora  conserva.  I  Federighi  cominciarono  a  godere 
delle  Magistrature  nella  persona  di  Cino  di  Federigo  nel 
1346,  e  da  quell'epoca  al  1528  per  trentacinque  volte 
in  essi  pervenne  il  Priorato,  per  nove  il  Gonfalonierato. 
Facendo  menzione  degli  uomini  più  illustri  primo  no- 
minerò Francesco  di  Lapo  Oratore  ai  Veneziani  e  in 
Lombardia  nel  1390,  Sindaco  per  trattare  la  pace  col 
marchese  Alberto  D'Esle  nell'anno  medesimo,  ambascia- 
tore alla  compagnia  di  Biordo  Michelotli  nel  1394, 
Commissario  generale  per  accomodare  le  vertenze  della 
Repubblica  coi  Tarlati  di  Pietramala  al  1385,  e  Gon- 
faloniere di  Giustizia  nel  1382  e  1405.  Benozzo  suo 
figlio  da  Canonico  Fiorentino  fu  eletto  Vescovo  di  Fie- 
sole nel  1421  e  resse  quella  chiesa  fino  al  1450.  M. 
Carlo  di  Francesco  nato  nel  1380  fu  famoso  giurista 
ma  più  distinto  uomo  di  Stato.  Nel  1415  leggeva  dritto 
civile  nell'università  di  Bologna,  da  dove  fu  richiamato 
dalla  Repubblica  nell'anno  seguente  quando  volle  valersi 
della  sua  capacità.  Tra  i  molti  incarichi  a  lui  affidati 
mi  sia  permesso  notare  i  seguenti.  Nel  1420  fu  desti- 
nalo ad  accompagnare  Martino  V  fino  ai  confini  quando 
abbandonò  il  soggiorno  della  città  di  Firenze.  Nel  1422 
fu  mandato  Oratore  ai  Lucchesi,  quindi  al  Soldano  di 
Egitto  per  seco  intavolare  un  trattato  commerciale  a 
favore  dei  mercanti  fiorentini.  Nel  1434  fu  mandato 
ambasciatore  ad  Eugenio  IV  per  invitarlo  ad  abbando- 
nare la  mal  sicura  stanza  di  Roma  ed  a  venire  a  più 
quieto  asilo  in  Firenze,  quindi  deputato  ad  andargli 
incontro  a  Pisa  e  ad  accompagnarlo  a  Firenze.  Nel  1439 
mandato   Oratore  all'Imperatore   Alberto   per   congratu- 


—  1494  — 

larsi  della  sua  assunzione  all'Impero  fu  per  le  mani 
slesse  de!  Monarca  armato  cavaliere  a  spron  d'oro  e 
decorato  del  titolo  e  privilegi  di  Conte  Palatino  per  se 
e  suoi  discendenti.  Morì  di  contagio  in  Pisa  ov'era 
Commissario  nel  1449  e  a  spese  del  pubblico  ebbe 
magnifici  funerali. 

Questa  famiglia  si  divise  in  due  principali  dirama- 
zioni nei  figli  di  M.  Carlo  ed  in  quelli  d' Jacopo  suo 
fratello  stato  Gonfaloniere  nel  1415.  Figurarono  tra  i 
discendenti  d' Jacopo,  Piero  di  Giovanni  Vescovo  di  Val- 
pome  nel  secolo  XVI,  il  senatore  Giovanni  di  Francesco 
Presidente  della  città  e  stato  di  Siena  morto  nel  1669, 
il  cavaliere  Carlo  Francesco  suo  figlio  poi  Fra  Giovanni- 
Antonio  tra  i  Cappuccini,  famoso  Predicatore  e  generale 
di  tutto  l'ordine,  e  Giovanfrancesco  di  Mattia  eletto 
senatore  nel  1761  molto  bene  affetto  al  Granduca  Pietro 
Leopoldo  che  lo  elesse  soprintendente  dell'Accademia  di 
belle  Arti  alla  sua  istituzione  nel  1784.  Mattia  suo  figlio 
morì  ultimo  di  questo  ramo  e  dei  Federighi  in  Firenze 
nel  1831  8  Febbrajo. 

Tra  i  posteri  di  M.  Carlo  ebbe  molto  nome 
durante  V  assedio  Carlo  di  Niccolò  che  fu  mandato 
Commissario  a  Firenzuola  nel  1529  e  dopo  l'assedio 
confinato  a  Lecce,  quindi  a  Reggio  di  Calabria  e  finalmente 
dichiarato  ribelle  nel  1534.  In  Lecce  appunto  stabilì  la 
famiglia,  e  Francesco  suo  nipote,  di  cui  tuttora  dura  la 
discendenza,  comprò  le  baronìe  di  Abriola  e  Castel 
Glorioso  dai  Di  Sangro  nel  1568.  Da  Antonio,  altro 
figlio  di  M.  Carlo,  proveniva  M.  Jacopo  di  Raffaello  fa- 
moso letterato  del  secolo  XVII,  console  dell'Accademia 
Fiorentina ,  morto  nel  1658.  Il  Conte  Piergiovanni  di 
Carlo  morì  ultimo  dei  suoi  discendenti  il  21  Febbrajo 
1765  lasciando  superstite  la  sola  figlia  Alessandra  che 
sposò  il  Conte  Angelo  Pandolfini. 

Arme  Federighi  è  il  campo  azzurro  con  otto  palle 
d'argento,  una  nel  centro  e  le  altre  in  corona. 


—  1495  — 

(8)  La  famiglia  Bostichi  è  per  gli  Antiquarj  Fiorentini  un 
vasto  seminario  di  altre  famiglie.  Questi  Bostichi,  forse 
consorti  dei  Batini  e  dei  Bonaxtichi  che  ad  essi  ebbero 
vicine  le  case,  furono  Magnati  ch'ebbero  torri,  grandi 
casamenti  e  loggia  nel  primo  cerchio  e  precisamente 
nella  via  detta  di  Porta  Rossa,  quasi  di  prospetto  al 
palazzo  dei  Davanzati.  Ottennero  il  Consolato  nella  per- 
sona di  M.  Piero  nel  1186  ed  al  suscitarsi  delle  fazioni, 
seguirono  la  parte  guelfa.  Non  se  ne  ha  più  notizia 
dopo  il  principio  del  secolo  XIV,  poiché  da  tutti  gli 
antiquarj  è  ritenuto  che  non  sia  della  loro  consorterìa 
quel  Francesco  di  Raimondo  di  Piero  di  Bostico  alber- 
gatore che  fu  Priore  nel  1460  e  1472.  Ebbero  per 
arme  tre  pugnali  d'oro  posti  in  banda  nel  campo  rosso 
col  capo  dello  scudo  dorato.  Da  essi  pertanto  si  dicono 
derivate  le  seguenti  casate. 

I  Riccialbani  che  ebbero  le  loro  case  in  Vacche- 
reccia  e  precisamente  nella  stradella  che  portava  alla 
piazza  di  S.  Cecilia.  Tra  il  1294  ed  il  1505  ebbero 
cinque  Gonfalonieri  e  diciannove  Priori,  primo  dei 
quali  fu  Michele  d' Jacopo  di  Rustico  (detto  probabilmente 
Bostico,  donde  l'equivoco  della  loro  derivazione)  di 
Riccialbano  di  Grecocciolo  di  Petrinio.  Francesco  di 
Niccolò,  che  nel  1400  fu  Capitano  di  Pistoja  e  Potestà 
di  Prato  nel  1404,  scrisse  alcune  memorie  di  sua  fa- 
miglia, quale  non  sembra  che  andasse  molto  al  di  là 
della  metà  dei  secolo  XVI,  non  trovandone  dopo  quel- 
l'epoca fatta  menzione.  Al  tempo  dell'assedio  viveva 
Agostino  Riccialbani  che  fu  fatto  ribelle  nel  1529  per 
avere  vilmente  abbandonato  la  città,  e  Domenico  di 
Francesco  che  fu  uno  degli  arruoti  alla  balìa  per  la 
riforma  del  governo  nel  1530.  I  Riccialbani  ebbero  per 
arme  il  leone  rampante  in  azzurro,  ed  armato  di  rosso. 

Gli  Stradi  invece  vennero  in  Firenze  da  Strada 
nel  Casentino  nella  persona  di  Bartolo  da  Strada  che  fu 
il  primo  Priore  di  sua  casa  nel  1332,  come  Sigismondo 


—   1496  — 

<ii  Giannozzo  fu  il  decimo  nono  nel  1511.  Ebbero  an- 
cora gli  Stradi  Jacopo  di  Bartolo  che  fu  Gonfaloniere 
nel  1358  e  1376,  ma  più  che  da  ogni  altro  furono 
illustrati  dalla  B.  Villana  morta  nel  secolo  XIV,  e  da 
Zanobi  Poeta  coronalo  di  alloro  in  Pisa  dall'Imperatore 
Carlo  IV  nel  1354  e  morto  in  Avignone  nel  1364.  Fi- 
lippo Villani  ne  scrisse  la  vita.  Mancarono  nel  secolo 
XVI  ed  ebbero  l'arme  simile  ai  Biccialbani  coll'cccezione 
ch'ebbero  il  campo  orlato  di  oro. 

Finalmente  i  Davanzati  così  denominati  dal  loro 
autore.  Lottieri  di  Davanzato  fu  nel  1320  il  primo  dei 
quarantaquattro  Priori  che  dette  alla  Repubblica  questa 
famiglia  e  si  rese  benemerito  della  Religione  ordinando 
nel  suo  testamento  la  fondazione  del  convento  di  S.  Marta. 
Emulo  nella  pietà  ebbe  Niccolò  di  Roberto  che  nel  1411 
eresse  pei  Francescani  il  convento  di  S.  Michele  alla 
Doccia  nel  monte  di  Fiesole.  Ebbero  i  Davanzati 
ancora  il  Gonfalonierato  per  dieci  volte  e  primo  ad  ot- 
tenerlo fu  Davanzato  di  Giovanni  nel  1386  e  nuova- 
mente nel  1396.  Essendo  Vicario  di  S.  Miniato  nel  1397 
fu  barbaramente  massacrato  nel  palazzo  Pretorio  da 
Benedetto  Mangiadori  che  avea  sollevato  la  terra  per 
tentare  di  darla  in  mano  ai  Pisani.  Manetto  suo  fratello 
fu  nel  1397  deputato  sindaco  per  trattare  la  pace  tra 
i  Pisani,  Lucchesi  e  Fiorentini.  Niccolò  di  Roberto  fu 
Ainbascialore  al  Legato  nel  1410.  M.  Giuliano  di  Niccolò 
cominciò  la  sua  carriera  politica  nel  1421  andando 
oratore  al  Duca  Filippo  Maria  Visconti  per  lamentarsi 
che  colla  sua  ambizione  mettesse  sossopra  l'Italia,  nel 
1424  passò  ufficio  di  Ambasciatore  col  Duca  di  Ferrara 
per  trattare  secolui  degli  interessi  del  Signor  di  Forlì 
raccomandato  dei  Fiorentini:  nel  1425  fu  deputato  per 
Ambasciatore  residente  in  Roma  ove  trovavasi  ancora  nel 
1431,  nel  qual'anno  prestò  1' atto  di  ubbidienza  a  nome 
della  Repubblica  col  nuovo  Pontefice  Eugenio  IV.  Nel 
1434  essendo  Gonfaloniere  di  Giustizia  allorché  da  Eu- 


—   1497  — 

genio  IV  fu  consacrato  il  tempio  di  S.  Maria  del  Fiore, 
in  mezzo  al  solenne  apparato  di  quella  festa  fu  con 
gran  pompa  dalle  mani  stesse  del  Papa  armato  cavaliere 
a  spron  d'oro,  e  finito  il  tempo  del  suo  governo  fu 
mandato  capitano  a  Pisa.  Fece  parte  dell'  ambascerìa  spe- 
dita all'  Imperatore  Alberto  per  rallegrarsi  della  sua 
assunzione  all'impero  nel  1439  e  con  M.  Carlo  Federi- 
ghi ne  riportò  il  titolo  e  privilegj  di  conte  Palatino. 
Molti  altri  uomini  segnalati  produsse  questa  famiglia  che 
lungo  sarebbe  l'annoverare. 

Ai  tempi  di  questo  racconto  tra  gli  altri  dei  Da- 
vanzali figurarono,  Giovanni  uno  dei  capitani  delle  bande 
mandato  a  Poppi  per  opporsi  al  Principe  di  Oranges 
nel  1529,  Piero  che  fece  parte  del  consiglio  dei  Dugento 
alla  istituzione  di  tal  Magistratura  nel  1532,  e  più  di 
ogni  altro  Antonfrancesco  di  Giuliano  ardente  per  amore 
di  libertà  che  fece  parte  della  commissione  incaricata 
di  trovar  denari  durante  l'assedio.  Dopo  la  resa  fu  con- 
finato in  Sicilia  e  poco  dopo  riconfinato  a  Pontremoli. 
Fu  suo  figlio  il  celebre  Bernardo  Davanzali  famoso  non 
meno  per  la  sua  concisa,  esatta  e  purgata  traduzione  di 
Tacito,  che  per  la  sua  storia  dello  Scisma  d' Inghilterra 
e  per  il  suo  trattato  sulla  coltivazione  Toscana  pel  quale 
si  rese  mentissimo  dell'  Agricoltura.  Lasciò  discendenza 
che  mancò  nel  Cav.  Bostico  di  Bernardo  morto  il  10 
Febbrajo  1734.  Rimase  però  a  quell'epoca  superstite 
altro  ramo  di  questa  casa,  che  pur  venne  meno  e  con 
esso  tutta  la  famiglia  dei  Davanzati,  finita  il  22  Marzo 
1838  in  Carlo  di  Giuseppe  che  pose  miseramente  fine 
ai  suoi  giorni  precipitandosi  per  frenesìa  dall'  alto  di 
un  terrazzo  nel  cortile  del  suo  palazzo  in  via  Porta 
Bossa.  Per  fatale  e  strana  combinazione  dallo  stesso 
terrazzo  erasi  nel  1653  il  primo  di  Ottobre  precipitato 
altro  di  sua  casa,  cioè  Bernardo  di  Bostico  nipote  del 
celebre  istorico  Davanzati,  e  nel  1736   incontrò   volon- 

T.     IV.  43 


—  1498  — 

tariamente  dallo  stesso  luogo  e  nella  stessa  guisa  la 
morte  un  legnajolo  di  cognome  Dolci. 

Arme  Davanzati  fu  il  Leone  d' oro  rampante  nel 
campo  azzurro. 

Diversi  da  questi  sono  altri  Davanzati,  delti  ancora 
Cbiarini,  che  ottennero  tre  volte  il  Priorato  tra  il  1317 
ed  il  1425.  Mancarono  negli  antichi  tempi  e  portarono 
per  arme  una  banda  scaccata  di  azzurro  e  di  argento 
nel  campo  rosso. 

(9)  Bartolommeo  del  Monte  appartiene  alla  celebre  famiglia 
dei  Marchesi  del  Monte  S.  Maria,  famiglia  di  primo 
rango  e  tra  le  più  illustri  d' Italia  per  storica  celebrità, 
di  cui  non  e  dei  ristretti  limiti  di  una  nota  il  par- 
lare. 

Due  casate  Monti  però  furono  ancora  in  Firenze 
e  ottennero  Magistrature  nella  Repubblica.  I  più  antichi 
sono  i  Monti  detti  di  Pugio  da  Pugio  di  Iacopo  da 
Campi  che  fu  Gonfaloniere  nel  1323  e  Priore  nel  1324. 
I  discendenti  da  Monte  suo  figlio,  che  fu  ferravecchio, 
ottennero  ventiduc  volte  il  Priorato  fino  al  1527.  Esi- 
stono tuttora  onoratamente  nel  regno  di  Francia  e  por- 
tano 1'  antica  arme  di  loro  casa  consistente  in  due 
piramidi  di  sei  monti  dorati  nel  campo  azzurro  divise 
da  una  banda  rossa. 

Gli  altri  Monti,  per  distinguersi  dalla  loro  profes- 
sione detti  Albergatori,  ebbero  venti  Priori  tra  il  1412 
ed  il  1528.  Si  estinsero  avanti  il  fine  del  secolo  XVI 
,  e  portarono  per  arme  un  rastrello  scempio  a  tre  denti, 
che  più  in  aulico  fu  un  M,  azzurro  nel  campo  d'  argento 
col  capo  dello  scudo  turchino  caricato  col  solito  lambello 
e  coi  gigli  dorati  della  casa  d' Anjou. 

Da  niuna  di  queste  case,  ma  dal  vicino  Monte  di 
Pietà  prese  nome  la  piazzetta  confinante  colla  via  Pel- 
liccerìa. 


—  1499  — 

(10)  Ottaviano  Signorelli  Perugino,  meritò  gli  elogi  dogli 
Storici  e,  dei  Poeti  di  quel  tempo,  essendo  stato  di  fatto 
uno  dei  migliori  guerrieri  del  Secolo  XVI. 

E  qui  mi  piace  di  rammentare  il  Poema  in  nove 
Canti  scritto  da  Mambrino  Roseo,  dedicato  a  Malatesta 
Baglioni  e  intitolato:  L'Assedio  e  Impresa  di  Firenze, 
stampalo  iu  Peroscia  (Perugia)  per  Girolamo  Cartolai 
alli  3  di  Decembre  1530.  Non  meritò  l'onore  della  ri- 
stampa ,  per  il  che  questo  libro  è  rarissimo.  Il  Perugino 
Poeta  che  si  portò  a  Firenze  con  le  milizie  Perugine, 
stomachevole  adulatore  di  Malatesta ,  dà  molte  interes- 
santi notizie  intorno  all'assedio  ed  intorno  alle  persone 
che  v'  intervennero.  Parla  mollo  anco  di  Ottavio  Signo- 
relli cui  consacra  parecchie  ottave,  che  credo  inutile  di 
riportare  non  essendo  che  pessima  prosa  rimata,  al  pari 
di  tutto  il  rimanente  di  quel  poema. 

(11)  Delle  nostre  famiglie  più  illustri  riesce  oscura  e  confusa 
l' origine  per  le  falsità  che  intorno  ad  essa  han  sparse 
gli  adulatori.  Varie  infatti  sono  le  opinioni  sulla  origine 
degli  Altoviti,  e  forse  nessuna  di  quelle  è  la  vera. 
Taluni  basandosi  sopra  un'  antica  iscrizione  latina  tro- 
vata in  alcuni  scavi  nel  monte  Fiesolano  e  nella  quale 
rammentavasi  un  Furio  Cammillo  Altovita  nipote  del 
gran  Furio  Cammillo,  hanno  detto  gli  Altoviti  da  co- 
testo Furio  originali  e  perciò  del  sangue  del  famoso 
Cammillo.  Secondo  altri  poi  è  loro  progenitore  un  Te- 
balduolo  potentissimo  Cattano  Longobardo  che  ebbe  vasti 
possessi  nella  Val  d'Elsa,  ed  in  consorterìa  cogli  Alto- 
viti  pongono  gli  Squarcialupi  dei  quali  fu  altrove  di- 
scorso, ed  una  famiglia  dei  Corbizzi  dei  quali  dopo 
degli  Altoviti  terremo  brevi  parole.  Ma  come  è  possibile 
se  in  vece  gli  Altoviti  erano  padroni  d' immensi  possessi 
nella  Valdarno  superiore,  e  da  alcuni  documenti  può  anzi 
dedursi  che  da  quella  provincia  deducano  l'origine  ?  Sia 
che  vuoisi  di  questa  opinione  che  ho  creduto  ben  fatto 


—   1500  — 

.li  riportare,  è  però  certissimo  che  nel  1192  un  Longo- 
bardo di  Corbizzo  abitava  in  Firenze  nel  Borgo  dei  Santi 
Apostoli  ove  avea  casa  e  torri,  e  comprava  da  Strozza  di 
Arduino  alcune  terre  ad  Arcctri.  Da  Longobardo  vcdonsi 
nati  Davanzato,  Altovita,  Iscorcia,  Corbizzo,  Squarcin- 
lupo,  Iacopo  e  Caccia  lutti  rammentati  in  un  atto  del 
1210.  Altovita  di  Longobardo,  quello  da  cui  forse  ebbe 
nome  la  casa,  fu  seguace  costante  di  parte  Ghibellina 
e  per  privilegio  dato  in  S.  Miniato  nel  1227  fu  in  re- 
munerazione dei  suoi  scrvigj  armato  cavaliere  e  dichia- 
ralo suo  Consigliere  dall'  Imperatore  Federigo  IL  Le 
principali  diramazioni  di  questa  casa  si  dipartono  da 
Caccia  e  da  Davanzato  di  Longobardo. 

Caccia  che  fu  molto  danneggiato  nei  suoi  possessi 
dai  Ghibellini  nel  1260,  fu  padre  di  Vinta  che  segnò  la 
pace  del  Cardinale  Latino  nel  1280  e  sedè  Gonfaloniere 
di  Giustizia  nel  1307.  Da  lui  nacquero  Bardo  e  Gugliel- 
mo. Bardo  generò  Paolo  cittadino  molto  influente  che  fu 
deputato  a  sopire  le  discordie  che  agitavano  la  città  nel 
1349,  che  in  seguito  fu  mandato  a  prender  possesso  di 
Prato  dal  Re  Luigi  di  Napoli  compralo  per  17,500 
fiorini,  eletto  a  riformare  il  Governo  del  comune  di  San 
Miniato  nel  1351,  Ambasciatore  a  Cortona,  Arezzo  e 
Perugia  nel  1353.  Bartolommeo  suo  fratello  fu  valoroso 
soldato  e  chiamato  per  antonomasia  Meo  senza  paura. 
Si  fece  gran  nome  all'assedio  di  Verona  nel  1387  avendo 
con  inaudito  coraggio  affrontato  con  soli  dugento  soldati 
l'armala  intera  dei  Milanesi  che  assediavano  la  loro 
città,  e  rotte  le  loro  file  introdotto  nella  città  il  sospi- 
rato soccorso.  Fu  eletto  per  loro  generale  dai  Padovani, 
quindi  nelle  stesse  qualità  servì  Ladislao  Re  di  Napoli 
nel  1408.  Accusato  di  aver  fallo  parie  di  una  congiura 
per  rovesciare  lo  Stato  fu  decapitato  nel  1412.  Vinta 
terzo  tra  i  figli  di  Bardo  fu  multalo  in  cinquecento  fio- 
rini dal  Duca  di  Atene  che  falsamente  lo  accusò  di 
baratterìa,  e  questa   fu   la   cagione   per   cui  gli  Altoviti 


—  1501  — 

comparvero  tra  i  primi  quando  si  trattò  di  francare  la 
città  dal  giogo  di  quel  tiranno.  Guglielmo  di  Vinta,  dopo 
essere  stato  con  Monte  Acciaioli  Ambasciatore  al  Pon- 
tefice, perde  la  testa  sotto  la  mannaja  del  carnefice  per 
aver  congiuralo  contro  la  Repubblica  nel  1341.  In  Gio- 
vanni e  Bardo  suoi  pronipoti  si  suddivise  la  casa  dopo 
la  metà  del  secolo  XV.  Giovanni  nato  nel  1388  fu 
Priore  nel  1436  e  fu  padre  di  Piero  Commissario  di 
Pisa  nel  1478,  più  volte  Ambasciatore  e  Gonfaloniere 
nel  1491,  da  cui  nacquero  Bardo  e  Ridolfo.  Bardo  ar- 
dente Libertino  era  stato  •  Ambasciatore  a  Genova  nel 
1496,  ma  nel  1527  era  da  molli  anni  tenuto  lontano 
dagli  impieghi  perchè  contrario  ai  Medici.  Per  il  tumulto 
nato  in  occasione  della  loro  cacciata  sounò  a  stormo  la 
campana  del  Comune  per  invitare  il  popolo  all'armi, 
ciò  che  gli  acquistò  la  riabilitazione  agl'impieghi.  Ri- 
dolfo fu  avo  di  altro  Ridolfo  che  fu  eletto  senatore  nel 
1593  e  da  lui  derivò  un  ramo  degli  Altoviti  ascritto 
al  patriziato  Romano,  ramo  illustrato  da  due  Prelati 
ambidue  colpiti  dalla  morte  nel  punto  in  cui  stavano 
per  conseguire  la  porpora  cardinalizia,  cioè  Antonio  di 
Giovanni  nel  1695  e  Luigi  nel  1744.  Questa  dirama- 
zione tuttora  sussiste  ed  ha  sede  nel  palazzo  già  Valori 
nel  Borgo  degli  Albizzi.  Bardo  di  Guglielmo  nato  nel 
1405,  dopo  essere  stato  Gonfaloniere  nel  1478  e  soste- 
nuto importantissime  ambascerìe,  governò  Pisa  in  qua- 
lità di  Commissario  nel  1478.  Varj  dei  suoi  discendenti 
figuravano  al  tempo  di  questo  racconto.  Fra  questi  M. 
Bardo  di  Giovanni,  rinomato  giureconsulto,  fu  eletto 
oratore  ai  Senesi  nel  1529.  Uomo  ambiziosissimo  e  di 
poco  animo ,  credendo  mal  sicura  la  stanza  di  Siena 
rifuggì  a  più  sicuro  ricovero  nella  Rocca  di  Volterra 
appena  intese  che  Firenze  stava  per  essere  cinta  di 
assedio  e  che  i  Senesi  ne  favorivano  i  nemici.  Invitato 
a  far  ritorno  alla  patria,  ubbidì  per  non  soggiacere  al 
bando  di  ribellione  e  alla  confisca  dei  beni.  Al  termine 


—   1502  — 

dell'assedio  mostrò  molto  zelo  in  favore  di  Malatesla 
che  perciò  lo  deputò  ambasciatore  a  Don  Ferrante  Gon- 
zaga per  stabilire  i  palli  della  capitolazione.  Ma  neppure 
allora  seppe  bene  comportarsi  e  si  meritò  i  rimproveri 
dei  suoi  colleghi,  perchè  mentre  da  essi  dibattevansi  i 
patti  articolo  per  articolo,  e  tentavasi  di  far  men  dure 
che  fosse  possibile  le  condizioni  della  città,  Bardo  par- 
lando all'orecchio  del  Gonzaga  lo  consigliava  a  star 
fermo  nei  patti  domandati  facendogli  conoscere  lo  stremo 
in  cui  trovavasi  Firenze.  I  di  lui  cugini  Jacopo  e  Fran- 
cesco furono  l'esempio  di  ciò  che  può  lo  spirito  di  parte 
per  dividere  le  famiglie,  poiché  se  Jacopo  ardente  liber- 
tino seppe  valorosamente  difendere  la  libertà  durante 
l'assedio  da  meritarsi  il  confine,  al  contrario  Francesco 
fu  talmente  zelante  dei  Medici  che  fu  necessario  soste- 
nerlo in  palazzo,  e  dopo  il  termine  dell'assedio  fu  arruoto 
alla  balìa  che  riformò  il  governo  ed  ebbe  molta  mano 
a  procurare  la  condanna  del  proprio  fratello.  Dai  discen- 
denti di  Francesco  trassero  i  Medici  cinque  Senatori, 
ed  un  Vescovo  ne  ebbe  la  chiesa  Fiesolana  in  Filippo 
Neri  del  senatore  Guglielmo  e  morto  nel  1702.  Di 
questo  ramo  unico  superstite  è  il  vivente  cavaliere  Gu- 
glielmo di  Aldobrando  Alloviti  che  al  proprio  aggiunge  il 
cognome  dei  Sangalletti  per  essere  succeduto  nella  Com- 
menda nell'ordine  di  S.  Stefano  da  quella  famiglia  istituita. 

Di  Davanzato  di  Longobardo  sappiamo  che  nel  1212 
comprò  da  Cinnamo  di  Manelto  Cinnami  una  casa  con 
torre  nel  Borgo  dei  SS.  Apostoli.  Altovilo  suo  figlio 
trovasi  in  molli  atti  nominato  dei  Caccialupi,  e  a  lui 
da  parecchi  anliquarj  si  riferisce  il  privilegio  dall'Im- 
peratore Federigo  II  concesso  a  suo  zio  nel  1227.  Ebbe 
molti  figli  tra  i  quali  Guinizzingo  o  Tingo  che  nel  1294 
fu  il  primo  degli  undii  i  Gonfalonieri  che  dette  al  comune 
questa  famiglia,  M.  Oddo,  Tegghiajo  e  M.  Ugo. 

IVI.  Oddo  giudice  ottenne  la  digtiilà  equestre  nel 
1252.  Sedeva  nel  consiglio  del  comune  nel  1251  quando 


—  1503  — 

fu  conclusa  la  lega  coi  Genovesi  e  nel  1256  quando  fu 
fatta  la  pace  con  i  Pisani.  Nel  1251  fu  deputato  sindaco 
per  concludere  un  trattato  di  alleanza  coi  Senesi,  e  nel 
1279  fu  mandato  oratore  a  Papa  Niccolò  III  per  chie- 
dergli che  mandasse  a  Firenze  un  Legato  per  pacificare 
la  città.  Gentile  suo  figlio  fu  per  otto  volte  Priore,  e  nel 
1299  ottenne  missione  dal  Papa  e  dai  Fiorentini  di  entrar 
mediatore  per  conciliare  le  differenze  tra  i  Bolognesi  ed 
i  Marchesi  D'Este.  Piero,  Ugo  e  M.  Bindo  suoi  fratelli 
furono  tutti  dichiarati  ribelli  dell'Impero  per  avere  difeso 
Firenze  contro  Arrigo  VII  nel  1313.  M.  Bindo  fu  dei 
Capitani  di  guerra  con  grandi  autorità  eletti  dal  Comune 
nel  1307  e  in  benemerenza  dei  suoi  servigj  fu  armato 
cavaliere.  Nel  1343  dopo  la  cacciata  del  Duca  di  Atene 
fu  tra  i  cittadini  eletti  a  riformare  il  governo.  Da  Gio- 
vanna Cipriani  ebbe  prole  di  lui  non  meno  illustre  in 
M.  Rinaldo,  M.  Stoldo,  M.  Oddo,  Simone,  Nastagio  e 
Alessandro.  Da  M.  Rinaldo  che  dal  Duca  di  Atene  fu 
armato  cavaliere  nel  1343,  quando  sperò  colla  clemenza 
di  potere  disarmare  gli  Altoviti  che  erano  contro  lui 
congiurali,  provenne  una  linea  in  Domenico  di  Niccolò 
mancata  nel  1679.  M.  Stoldo  cavaliere  dopo  essere  stato 
ad  Avignone  ambasciatore  a  Gregorio  XI  per  le  contro- 
versie con  quel  Papa  nel  1375,  fu  nel  1378  mandato 
a  Roma  per  prestare  obbedienza  ad  Urbano  VI  per  la 
sua  esaltazione.  Sostenne  ancora  molle  altre  ambascerìe, 
ed  essendo  valoroso  in  guerra  dal  1381  al  1393,  epoca 
della  sua  morte,  sempre  fece  parte  del  consiglio  che 
soprintendeva  alle  cose  militari.  M.  Oddo  giudice  trattò 
pei  Fiorentini  la  lega  con  Siena  e  Perugia  nel  1345  e 
nel  1347,  fu  mandato  ambasciatore  al  Re  Lodovico  di 
Ungheria  quando  calò  in  Italia  a  vendicare  la  morte  di 
Andrea  suo  fratello.  Simone,  molto  adoperato  in  ufficj 
urbani  e  forensi  dalla  Repubblica,  propagò  un  ramo  che 
mancò  in  Bindo  di  Francesco  poco  dopo  la  metà  del 
secolo  XVI.  Nastagio  di  M.  Bindo  stalo   canonico  della 


—  1504  — 

Metropolitana  nella  sua  gioventù,  sposò  nel  1362  Lapa 
Del  Bene  che  Io  rese  padre  di  Bindo  che  fu  Potestà  di 
città  di  Castello  nel  1387.  Da  lui  ebbero  i  natali  M. 
Oddo  Proposto  di  Prato  di  cui  ammirasi  la  bella  tomba 
che  nella  chiesa  dei  SS.  Apostoli  gli  fu  scolpita  da  Mino 
da  Fiesole  e  Antonio  che  fu  Avolo  di  altro  Antonio  che 
nel  1487  sposò  Dionora  figlia  di  Stoldo  «Altoviti  e  di 
Clarenza  Cibo  sorella  d' Innocenzio  Vili.  Da  questi  co- 
njugi  nacque  nel  1491  il  celebre  Bindo.  Egli  fu  da  primo 
favorevole  ai  Medici  talché  nel  1532  alla  istituzione  del 
consiglio  dei  Dugento  ne  fece  parte.  Il  tirannico  dominio 
del  Duca  Alessandro  lo  disgustò  con  i  governi  monar- 
chici, talché  dopo  la  di  lui  morte  si  mise  apertamente  a 
favorire  i  fuorusciti  e  tra  gli  altri  fu  largo  di  generosi 
ajuti  all'uccisore  del  Duca,  Lorenzino  dei  Medici.  Cosimo  I 
eleggendolo  senatore  nel  1546  sperò  di  ridurre  al  suo 
partito  quest'  uomo  ricchissimo,  per  le  sue  virtù  e  pei 
suoi  talenti  universalmente  rispettalo,  ma  invano,  poiché 
Bindo  fu  sempre  costante  nel  partito  che  avea  abbraccialo 
ed  il  suo  nome  figurò  sempre  al  pari  di  quello  di  Piero 
Strozzi  tra  i  principali  che  avessero  in  odio  la  domina- 
zione Medicea.  Fu  per  questo  che  eletto  all' Arcivescovato 
di  Firenze  Antonio  suo  figlio  nel  1548,  trovò  in  Cosimo 
Medici  un  fermo  oppositore  alla  sua  elezione  e  per  dieci 
anni  gli  fu  impossibile  di  potere  essere  ricevuto  in  Fi- 
renze. Ottenuto  di  potere  venire  alla  sua  sede  si  rese 
accettissimo  alla  intera  popolazione  essendo  il  modello 
del  perfetto  prelato,  e  l'amore  dei  suoi  diocesani  lo 
ricompensò  ampliamento  della  non  curanza  e  del  mar- 
cato disprezzo  di  Cosimo  I,  che  sempre  si  oppose  alla 
sua  promozione  al  Cardinalato  dai  Pontefici  più  volte 
promossa.  Morì  nel  1573  ultimo  del  ramo  proveniente 
da  Nastagio  di  M.  Bindo.  Alessandro  ultimo  tra  i  fra- 
telli di  Nastagio  fu  oratore  a  Clemente  VI  nel  1342  per 
intercedere  che  dasse  Ferrara  in  Vicariato  agli  Estensi. 
Da  Gentile  suo  figlio  proveniva  quel  Luigi  Alloviti  che 


—  1505  — 

durante  l'assedio  fu  tra  i  capitani  delle  milizie  che 
difesero  la  patria,  del  quale  fu  nipote  Antonio  cavaliere 
di  Kodi  fatto  ribelle  da  Cosimo  Medici  perchè  accorse 
alla  difesa  della  libertà  senese  nel  1553.  Da  Vieri  di 
Alessandro  e  da  Alamanna  Tolosini  nacquero  tra  molti 
figli  M.  Oddo  ed  un  altro  Alessandro.  M.  Oddo  fu 
Goufaloniere  nel  1432  e  propagò  un  ramo  eslintosi  in 
Jacopo  del  senatore  Lorenzo  il  quale  dopo  avere  ottenuto 
il  Patriarcato  di  Antiochia  e  l'Arcivescovado  di  Atene,  ed 
essere  stato  Nunzio  a  Venezia,  morì  nel  1694  essendo 
Nunzio  alla  Corte  Germanica.  Alessandro  di  Vieri  fu 
mandato  oratore  al  Pontefice  nel  1406  per  dargli  parte 
dell'acquisto  di  Pisa  e  condolersi  delle  nuovità  di  Roma: 
quindi  a  Parma  per  invitare  M.  Ottobuono  Terzi  al 
soldo  dei  Fiorentini:  nel  1407  a  Ferrara  per  ringraziare 
il  marchese  che  in  contemplazione  dei  Fiorentini  non 
avesse  tolto  lo  stato  ad  Obizzo  da  Montecarello  che  gli 
si  era  ribellato  e  pregarlo  a  interamente  accordargli  il 
perdono.  Fu  inoltre  oratore  ai  Genovesi  nel  1408,  a 
Pisa  nel  1409,  a  Bologna  nell'anno  medesimo,  e  suc- 
cessivamente nel  1410  e  1411;  e  nel  1418  fu  deputato 
ad  andare  ai  confini  dello  slato  per  incontrare  Martino 
V  ed  onoratamente  accompagnarlo  a  Firenze.  Fu  grande 
di  animo  ed  amico  del  viver  libero  perciò  nemico  de- 
gl'intrighi di  Cosimo  il  vecchio  de'Medici  che  tornalo 
dall'esilio  nel  1434  lo  fece  cacciare  dalla  città.  La  sua 
discendenza  sussistè  in  Firenze  fino  al  1781  16  Ottobre, 
nel  qual  anno  alla  morte  di  Alessandro  del  capitano 
Pier  Martino  rimase  estinta. 

Tegghiaio  di  Altovita  fu  padre  di  M.  Tommaso 
cavaliere  e  ambasciatore  ai  Perugini  nel  1334  da  cui 
nacquero  Jacopo  e  Simone.  Jacopo  resosi  Domenicano 
in  S.  Maria  Novella  seppe  conciliarsi  fama  di  esemplare 
religioso  e  di  dotto  Teologo.  Dopo  di  essere  passato  per 
le  principali  cariche  dell'ordine  fu  eletto  Vescovo  di 
Fiesole  nel  1390,  sede  che  resse  fino  al  1416.  Dalla 
t.  iv.  44 


—  1506  — 

Repubblica  ebbe  diversi  incarichi,  tra  i  quali  la  missione 
di  prestare  obbedienza  ai  Pontefici  Innocenzio  VII  e 
Gregorio  XII.  Simone  suo  fratello  fu  ambasciatore  a 
Ferrara  nel  1386  e  nel  1395,  a  Perugia  e  a  Cortona 
nel  1396,  e  nel  1391  governò  Città  di  Castello  colla 
carica  di  Potestà.  Morì  nel  1398  lasciando  superstite  il 
figlio  Giovanni  che  fu  Gonfaloniere  nel  1421  e  Commis- 
sario di  Pisa  nel  1424.  Furono  tra  i  discendenti  di 
Giovanni  uomini  eminenti  ai  quali  non  mancarono  le 
principali  dignità  della  Repubblica.  Un  ramo  proveniente 
da  Roberto  suo  figlio  passò  in  Francia  circa  il  1487  e 
vi  acquistò  la  contea  di  Rochefort.  Filippo  di  Folchetto 
capitano  delle  galere  del  Re  fu  ucciso  dal  Duca  di 
Angoulème  figlio  di  Enrico  II  nel  1586,  ma  prima  di 
perire  potè  vendicare  la  sua  morte  nel  sangue  dell'uc- 
cisore. Marsilia  bellissima  sua  figlia  perì  di  dolore  vit- 
tima di  un  amore  tradito,  ed  in  Filippo  di  lei  fratello 
mancò  questo  ramo  nel  1670.  La  diramazione  però 
proveniente  da  Simone  altro  suo  figlio  era  rimasta  in 
Firenze  ove  si  eslinse  nel  1673  per  morte  di  Antonio  di 
Gio.  Francesco. 

M.  Ugo  di  M.  Altovita  fu  giudice  e  faceva  parte 
del  consiglio  del  Comune  per  la  pace  coi  Pisani  nel 
1256  e  fu  primo  dei  cento  sette  Priori  di  sua  casa  nel 
1282.  Dopo  avere  conseguita  per  altre  cinque  volte 
questa  dignità,  morì  in  uffizio  nel  1291.  Da  Feo  suo 
figlio  discendeva  quel  Rinaldo  Alloviti  che  nel  1495  fu 
mandato  ambasciatore  al  Cardinale  Giulio  Della  Rovere 
perchè  ottenesse  ai  Fiorentini  la  restituzione  delle  terre 
perdute  nella  ribellione  di  Pisa,  e  che  fu  dai  Pisani  nel 
suo  viaggio  fatto  prigione.  Tra  i  discendenti  di  Feo  fu 
pure  Caccia  uno  dei  più  valorosi  capitani  delle  milizie 
durante  l'assedio,  il  quale  dopo  la  resa  gettatosi  tra  i 
fuorusciti  e  trovatosi  a  tutte  le  loro  imprese,  era  alla 
guardia  della  rocca  di  Montemurlo  nel  1536.  Dopo  la 
perdita    della  battaglia    fu  assediato    nella  fortezza    alla 


—  1507  — 

quale  fu  dai  nemici  posto  fuoco  e  nel  tempo  slesso  a 
lui  intimato  di  arrendersi.  Caccia  animoso  si  gettò  in 
mezzo  alle  fiamme  e  preferì  quella  orribile  morte  al- 
l'odiato pericolo  di  cadere  nelle  mani  di  Cosimo  I.  Messer 
Palmiere  di  Ugo,  giudice  e  cavaliere,  nel  1296  fu  ca- 
pitano del  popolo  di  Pistoja.  Bandito  da  Firenze  nel  1300 
passò  ai  servigj  dell'Impero  in  qualità  di  Segretario  e 
morì  a  Pisa  nel  1310.  Arnaldo  suo  fratello  fu  Priore  nel 
1299  e  1322  ed  avolo  di  altro  Arnaldo  che  nel  1343 
fu  armato  cavaliere  dal  Duca  di  Atene.  Questo  M.  Ar- 
naldo fu  ambasciatore  a  Siena  nel  1338,  ad  Arezzo  per 
far  lega  con  molti  Principi  e  Repubbliche  nel  1349: 
all'esercito  a  Susisana  nell'anno  medesimo:  a  Volterra 
nel  1350  e  quindi  nell'anno  stesso  ad  Arezzo:  a  Perugia 
nel  1352  per  trattar  pace  e  alleanza,  nuovamente  a  Siena 
nell'anno  medesimo  per  mettere  in  pace  quel  Comune 
coi  Poliziani,  a  Forlì  nel  1353  per  pacificare  quella  città 
dei  Malatesti.  Stimato  per  prudenza  e  valore  fu  da  molte 
città  eletto  per  governarle,  e  di  Pistoja  fu  capitano  nel 
1358,  Potestà  di  Perugia  nel  1352,  quindi  di  molte 
altre  città  dell'Italia.  Palmiere  suo  figlio  fu  deputato  nel 
1384  per  trattare  col  Re  Carlo  di  Napoli  la  compra  di 
Arezzo,  quindi  in  quell'anno  mandato  ancora  ambasciatore 
a  Rimini  ed  a  Bologna.  Fu  oratore  a  Ferrara  nel  1386, 
e  nuovamente  ai  Malatesti  nel  1388.  In  quest'anno  fu 
ancora  ambasciatore  a  Veuezia,  nel  1394  a  Biordo 
Michelotti,  nel  1395  a  Venezia  e  nel  1396  a  Gio.  Ga- 
leazzo Duca  di  Milano.  Fu  Potestà  di  Perugia  nel  1380, 
di  città  di  Castello  nel  1383,  e  di  Ascoli  nel  1389.  Era 
in  tale  concetto  presso  il  popolo  di  Firenze,  che  la  plebe 
in  occasione  della  sommossa  dei  Ciompi,  benché  fosse 
già  cavaliere,  volle  che  ne  fosse  rinnuovata  la  cerimonia. 
Alla  sua  morte  nel  1396  fu  onorato  di  solenne  funebre 
onoranza  a  spese  del  pubblico  ed  alle  sue  esequie  tutti 
intervennero  i  Magistrati. 


—   1508  — 

Da  Luigi  suo  figlio  discendeva  altro  Luigi  di  Alberto 
che  nel  1573  ottenne  la  dignità  senatoria.  Alberto  suo 
figlio  conseguì  la  stessa  dignità  nel  1605,  e  da  lui  e  da 
Francesca  Berardi  ebbero  i  natali  Giovanni,  Luigi  e 
Giulio.  Giovanni  fu  per  quattro  anni  residente  alla  corte 
di  Milano,  e  per  dieci  alla  corte  di  Vienna,  quiudi 
ambasciatore  straordinario  al  Re  di  Ungheria  nel  1618 
e  a  diversi  altri  Potentati.  Abbandonata  la  carriera  di- 
plomatica, si  fece  uomo  di  chiesa  ed  entrò  in  Prelatura. 
La  morte  che  Io  colse  in  età  non  anco  matura  gì' im- 
pedì di  salire  alle  prime  dignità  della  chiesa  alle  quali 
era  vicino  ad  ascendere.  Luigi  suo  fratello  fu  eletto 
senatore  nel  1617  e  da  lui  nasceva  quell'Alberto  Alto- 
viti  che  dall'Imperatore  Ferdinando  II  fu  elevato  al 
titolo  di  marchese  del  S.  R.  Impero  nel  1633.  Questo 
ramo  si  estinse  nel  Marchese  Luigi  di  Alberto  morto  il 
13  Aprile  1764.  Finalmente  da  Giulio  di  Alberto  pro- 
venne una  diramazione  che  mancò  nell'Abate  Francesco 
di  Giovanbatista  il  5  Febbraio  1828,  e  del  quale  ereditò 
Lorenzo  Bonaccorsi  Perini  figlio  di  una  di  lui  sorella. 

Arme  notissima  degli  Altoviti  è  la  lupa  d'argento 
rampante  nel  campo  nero.  Agli  squittinj  per  gli  uffìcj 
alla  Repubblica  trovasi  un'altra  famiglia  Altoviti,  per 
distinzione  detta  degli  Altoviti  Baroni,  la  quale  era 
ascritta  all'arte  dei  legnajoli.  Si  estinse  per  morte  del 
prete  Lorenzo  di  Sebastiano  nel  1599. 

I  Corbizzi  consorti  degli  Altoviti  si  dissero  piutto- 
sto Cobbizzeschi  per  differenziarsi  dalla  famiglia  Corbizzi 
magnatizia  in  Firenze.  A  questi  Corbizzeschi  appartiene 
Corbizzo  di  Caccia  Console  della  città  nel  1201  e  del 
consiglio  degli  Anziani  nel  1215,  e  si  estinsero  poco  dopo 
il  principio  del  secolo  XVI. 

Gli  antichi  Corbizzi  originarj  di  Fiesole  sono  cono- 
sciuti fino  dai  tempi  i  più  remoti  della  storia  Fiorentina, 
narrandoci    il    Malispini    che    M.    Riccomanno   fu    fiuto 


—  1509  — 

cavaliere  da  Carlo  Magno  nel  805,  che  Davizzo  fu  uno 
«lei  gentiluomini  assegnali  per  trattenitori  all'Imperatore 
Arrigo  quando  passò  per  Firenze  nel  1013,  dal  quale 
Imperatore  ricevè  l'equestre  dignità  Ruggero  dei  Corbizzi. 
Marcello  fu  Console  di  Firenze  nel  1191,  e  Bambo  di 
Mompi  nel  1199.  Aldobrandino  figurò  tra  i  Crociati  alla 
guerra  santa  del  1215  ove  intervenne  anco  Donato  che 
fu  ascritto  tra  gli  Ospitalieri  dell'ordine  di  S.  Giovanni 
di  Gerusalemme,  eletto  Vescovo  di  Acri,  quindi  Patriarca 
di  Gerusalemme.  In  tutti  i  fatti  della  storia  fiorentina 
trovasi  mescolato  il  nome  di  questa  casa.  Durante  il 
regime  Repubblicano  Giovanni  di  Filippo  di  Paolo  fu 
Priore  nel  1464,  Filippo  suo  figlio  nel  1472  e  Gonfa- 
loniere nel  1494.  Si  estinsero  in  Roberto  di  Filippo 
morto  il  primo  Maggio  1620,  seppure  tuttora  non  ne 
esiste  un  ramo  passato  a  Castrocaro  nel  secolo  XIV.  I 
Corbizzì  ebbero  le  loro  case  nel  mercato  vecchio  presso 
S.  Pier  Bonconsiglio,  ora  S.  Pierino,  nella  via  che  gui- 
dava a  S.  Maria  in  Campidoglio.  Loro  arme  fu  lo  scudo 
partito  inchiavato  d'oro  e  di  rosso. 

Da  Davizzo  dei  Corbizzi  furono  originati  i  Davizzi. 
Di  essi  fu  Davizzino  di  Ranieri  Priore  nel  1294  e 
Gonfaloniere  nel  1300,  e  Tommaso  di  Francesco  che 
conseguì  il  Priorato  nel  1452  e  1463.  Vincenzio  di 
Pierfrancesco  di  Neri  prese  la  croce  di  Malta  nel  1591 
e  Lodovico  suo  fratello  morì  ultimo  della  famiglia  nel 
1623.  L'arme  dei  Davizzi  fu  uno  scudo  partito  spaccato 
e  contro  inchiavato  di  argento  e  di  rosso,  dell'uno 
nell'altro. 

(12)  Lorenzo  Segni  non  appartenne  a  quella  famiglia  dei 
Segni  che  si  disse  Segni  Guidi  da  Segna  di  Guido  suo 
progenitore,  e  che  dal  1447  al  1492  dette  sette  Priori  ed 
abitò  nel  popolo  di  S.  Remigio.  Questa  casa  Segni  che 
produsse  Fabio  ed  Agnolo  poeti  di  qualche  rinomanza,  nel 
secolo  XVI,  portò   per  arme  una  palma  verde  ritta  in 


—   1510   — 

mezzo  a  due  stelle  nel  campo  azzurro  e  si  estinse  nel 
capitano  Francesco  di  Giuliano  morto  il  10  Maggio  1658, 
seppure  i  Segni  Carosi  che  si  spensero  in  Francesco  di 
Flamminio  che  morì  nel  1690  non  erano  loro  consorti. 
Al  contrario  la  famiglia  di  Lorenzo  Segni  trasse  la 
sua  origine  da  Poggibonsi  ov'  era  la  primaria,  avendo 
da  essa  avuto  i  natali  la  B.  Buona  moglie  del  B.  Luc- 
chese. Lotleringo  di  Buono  nel  1209  andò  a  chiedere 
favore  pei  suoi  concittadini  al  Patriarca  di  Aquilea 
prefetto  Imperiale  in  Italia.  Questi  Segni  portarono  il 
domicilio  in  Firenze  nel  secolo  XIII  e  furono  ammessi 
alle  Magistrature  nella  persona  di  ser  Segna  di  Cambio 
che  fu  Cancelliere  della  Signorìa  nel  1287.  Ranieri  suo 
figlio  fu  il  primo  dei  trantaquattro  Priori  di  questa  casa. 
Celebre  fu  Francesco  di  Giovanni  che  essendo  Proposto 
de'Priori  nel  1381  mosse  la  proposizione  di  imporre  un 
accatto  per  sostenere  la  guerra  contro  i  Visconti  facendo 
appello  alla  generosità  dei  cittadini,  e  per  far  vedere  che 
i  suoi  detti  non  erano  discordi  dalle  sue  azioni  offrì 
senza  veruno  interesse  16000  fiorini  d'oro.  Lorenzo  suo 
figlio  fu  Commissario  di  Pisa  nel  1477,  e  Mariotto  e 
Stefano  suoi  fratelli  divisero  in  due  rami  la  casa.  Varj 
dei  discendenti  di  Mariotto  figuravano  tra  i  difensori 
della  patria  durante  l'assedio.  Tra  questi  Mariotto  di 
Piero  che  stato  più  volte  Priore  e  dei  Dieci  e  Potestà 
di  Arezzo  nel  1528,  era  durante  l'assedio  uno  dei 
commissari  delle  milizie.  Fra  i  commissarj  delle  milizie 
figurò  pure  Piero  suo  figlio,  e  non  meno  di  esso  zelanti 
furono  nella  difesa  della  città  i  di  lui  fratelli  Bernardo, 
che  in  seguito  fu  signore  di  Camporsevoli  nella  Maremma, 
ed  Antonio  che  si  meritò  il  contine  dopo  l'assedio.  Da 
lui  nacque  Fra  Mariotto  cavaliere  di  Malta  morto  nel 
1605  ultimo  di  questo  ramo.  Alessandro  di  Piero  fu 
Priore  nel  1503,  Commissario  di  Pisa  nel  1528,  del 
Magistrato  de'Dieci  nel  1529,  quindi  dato  in  ostaggio 
agl'Imperiali  nel  1530   per  l'osservanza  dei    patti  della 


—  1511   — 

resa.  Da  Giovan  Maria  suo  figlio  nacquero  Piero  ed 
Alessandro.  Il  primo  di  essi  fu  talmente  versato  nelle 
lettere  greche  e  latine  da  meritarsi  il  nome  di  Cicerone 
dei  suoi  tempi.  Tradusse  le  opere  di  Demetrio  Falereo 
e  fece  parte  dell'Accademia  della  Crusca  ove  si  disse 
l'Agghiacciato.  Morì  nel  1605.  Alessandro  suo  fratello 
fu  molto  ben  affetto  al  Granduca  Ferdinando  I  e  dette 
i  natali  a  Tommaso  da  cui  nacquero  Bartolommeo 
cavaliere  di  Malta  e  Commendatore  d'Imola,  ed  Ales- 
sandro dottissimo  gentiluomo,  Segretario  del  Cardinale 
Leopoldo  dei  Medici,  e  Bibliotecario  di  Cosimo  III  da  cui 
fu  pure  eletto  senatore.  Oltre  molti  discorsi  da  lui  letti 
nelle  diverse  Accademie  alle  quali  fu  ascritto,  scrisse 
una  voluminosa  ed  esalta  storia  di  sua  famiglia. 

Da  Stefano  di  Francesco  discendeva  Lorenzo  che 
dopo  avere  goduto  le  primarie  Magistrature  della  Re- 
pubblica, essere  stato  dei  Dieci,  ambasciatore  a  Carlo  V 
e  al  Duca  di  Ferrara  ed  essersi  talmente  conciliato  le 
simpatìe  dei  suoi  concittadini  da  essere  considerato  come 
uno  dei  più  considerevoli  tra  gli  abitanti  di  Firenze, 
tradì  vilmente  la  patria  gettandosi  nel  partito  di  Mala- 
testa  Baglioni  per  costringere  la  Repubblica  a  capitolare. 
Ciò  gli  aprì  l'adito  al  favore  Mediceo,  e  perciò  fu 
arruolo  alla  balìa  cui  fu  ordinato  di  riordinare  il  governo. 
Morì  nel  1535  e  da  Ginevra  di  Piero  Capponi  lasciò  un 
figlio  che  rese  illustre  la  sua  famiglia.  Fu  questi  Ber- 
nardo autore  di  una  storia  di  Firenze  dal  1527  al 
1555.  La  sana  critica,  la  imparzialità,  esattezza  ed  in- 
teresse che  in  questa  ritrovansi,  costituiscono  Bernardo 
tra  i  nostri  più  celebri  istorici.  Oltre  le  istorie  scrisse 
la  vita  di  Niccolò  Capponi  suo  zio,  scrisse  un  trattato 
sopra  i  tre  libri  dell'anima  di  Aristotile  pubblicati  coi 
tipi  del  Torrentino,  e  tradusse  dal  Greco  la  rettorica, 
la  poetica  ed  i  libri  della  politica  di  Aristotile.  Fu 
dePriori  nel  1513,  e  nel  1541  fu  dal  Duca  Cosimo 
mandato  ambasciatore  in  Germania.  Da  Costanza  Ridolfi 


—   1512  — 

ebbe  varj  figli  tra  i  quali  Lorenzo  cavaliere  di  Malta  e 
Giovanbatista  da  cui  provenne  Carlo  che  stabilì  la  sua 
famiglia  in  Pollonia.  Giovanbatista  suo  figlio  fu  Castellano 
di  Varsavia  e  fu  padre  di  Carlo  Giuseppe  dal  senatore 
Alessandro  Segni  fatto  tornare  a  Firenze  per  farvi  rivi- 
vere la  famiglia.  Si  prese  pensiero  della  sua  educazione 
ed  infatti  riuscì  un  uomo  coltissimo,  ina  le  speranze 
del  senatore  rimasero  in  quanto  alla  successione  deluse, 
poiché  Carlo  amò  vivere  senza  il  legame  del  matrimonio 
ed  ultimo  di  sua  famiglia  morì  il  5  Maggio  1752.  I  suoi 
beni  passarono  nei  Corsini  coi  quali  aveva  vitaliziato,  e 
con  questi  beni  la  casa  già  abitata  dallo  storico  Ber- 
nardo suo  antenato,  qual  casa  era  situala  in  Lungarno 
presso  il  palazzo  dei  Ricasoli.  Arme  dei  Segni  furono 
tre  rose  d'oro  separate  da  una  fascia  d'oro  nel  campo 
azzurro. 

Non  so  poi  su  qual  documento  si  basi  l'asserzione 
degli  Antiquarj  che  i  Niccoli  siano  consorti  dei  Segni, 
se  non  è  sopra  una  certa  somiglianza  nell'arme,  aven- 
do i  Niccoli  portato  sei  rose  d'  argento  nel  campo 
azzurro  divise  da  una  fascia  dorata.  Questi  Niccoli  tra 
il  1342  ed  il  1469  ottennero  per  cinque  volte  il  Priorato. 
Furono  illustrati  da  Niccolò  che  fu  uno  dei  più  distinti 
letterati  dei  suoi  tempi,  da  Poggio  chiamato,  nell'orazione 
che  lesse  nei  suoi  funerali,  il  risuseitalore  del  Greco 
idioma.  Una  famosa  Biblioteca  da  lui  raccolta  fu  per  sua 
disposizione  data  dopo  la  sua  morte  ai  Domenicani  di 
S.  Marco.  Morì  di  73  anni  nel  1430.  Questi  ^Niccoli  al 
tempo  nel  quale  scriveva  il  Verino,  cioè  circa  il  fine 
del  secolo  XV  erano  estinti.  Siccome  il  Bracciolini  nella 
orazione  funebre  di  Niccolò  Niccoli  disse  ch'ei  discen- 
deva dal  sangue  dei  Signori  di  Montecaroso,  quindi  è 
che  nel  secolo  XVII  un  ambizioso  cittadino  di  cognome 
Garosi  architettò  un  albero  genealogico  nel  quale  innestò 
i  Niccoli,  i  Segni  Guidi  e  la  propria  casa,  facendole 
tutte  derivare  dai  Bonaguisi. 


—  1513  — 

Altri  Niccoli  ascritti  all'arte  dei  beccaj  ebbero 
quattro  Priori  tra  il  1349  ed  il  1395.  Arme  di  questi 
Niccoli  furono  tre  stelle  d'oro  divise  da  una  fascia  di 
argento  nel  campo  rosso. 

» 

(13)  Secondo  il  Verino  che  ci  ha  tramandato  le  tradizioni  dei 
suoi  tempi  intorno  alle  origini  delle  famiglie  fiorentine, 
i  Minerbetti  sarebbero  qua  venuti  da  Lucca.  Peraltro 
e  comunemente  ritenuto  che  siano  nativi  dell'  Inghilterra 
e  della  famiglia  di  Tommaso  Becket  Arcivescovo  di 
Cantorbery  fatto  uccidere  dal  Re  Enrico  li.  Dicesi  perciò 
che  la  famiglia  dell'Arcivescovo  proscritta  e  perseguitala 
fu  costretta  a  cercarsi  una  nuova  patria,  e  che  verso  il 
fine  del  secolo  XI  si  stabilì  a  Lucca,  d'onde  poi  tra- 
sportò il  domicilio  a  Firenze.  Vuoisi  infatti  che  l'etimo- 
logia di  questo  cognome  sia  minor  Becket,  quasi  ad 
indicare  un  ramo  cadetto  di  quella  potente  casa  dell'In- 
ghilterra. In  Firenze  erano  già  stabiliti  i  Minerbelti 
circa  la  metà  del  secolo  XIII,  sapendosi  che  alla  battaglia 
di  Monlaperli  M.  Ruggerino  Minerbetti  era  uno  degli 
Alfieri  dell'esercito  guelfo  e  che  poi  nel  1280  segnò  la 
pace  del  Cardinale  Latino.  Maso  suo  figlio  aprì  la  serie 
dei  trentatrè  Priori  che  dal  1283  al  1531  dette  alla 
Repubblica  questa  famiglia ,  e  Lapo  fu  il  primo  dei 
tredici  Gonfalonieri  nel  1302.  Andrea  di  Niccolò  nel 
1389  fu  mandato  ambasciatore  a  Bonifazio  IX  per  pre- 
stargli obbedienza  ed  offrirgli  le  forze  della  Repubblica. 
Fu  uno  dei  più  valorosi  cittadini  di  Firenze  perciò 
spesso  fece  parte  del  Magistrato  dei  Dieci  di  guerra  e 
nel  1393  fu  mandato  a  Perugia  per  sopirvi  le  civili 
discordie.  Giovanni  suo  figlio  essendo  Gonfaloniere  nel 
1434  ricevè  da  Eugenio  IV  lo  stócco  e  il  cappello  be- 
nedetto nella  notte  di  Natale  tra  la  solennità  dei  Pon- 
tificali nel  Tempio  di  S.  Maria  Novella.  Morì  nel  1445 
ed  essendo  stato  mollo  benemerito  della  città  se  gli 
T.    iv.  4^ 


—   1514  — 

fece  a  spese  pubbliche  la  funebre  onoranza,  e  da  tutti 
i  Magistrati  fu  accompagnato  il  cadavere  alla  sepoltura 
nella  sagrestìa  di  S.  Pancrazio  ch'egli  avea  edificato. 
Da  lui  nacque  Piero  che  nel  1471  deputato  ambasciatore 
di  obbedienza  a  Sisto  IV  ne  tornò  da  quel  Papa  armato 
cavaliere  a  spron  d'oro,  e  che  nel  1472  fece  parte  del 
consiglio  preposto  alle  cose  della  guerra  contro  i  Volter- 
rani. Nel  1475  fu  mandato  a  Pistoja  per  tentare  di 
porre  un  argine  al  furore  delle  fazioni,  e  nel  1480  dovè 
tornare  al  Pontefice  per  chiedere  assoluzione  dalle  cen- 
sure fulminate  contro  la  città  in  occasione  della  congiura 
dei  Pazzi.  Tommaso  di  Andrea  tra  le  molte  ambascerìe 
che  sostenne  per  la  Repubblica,  mandato  a  prestare 
obbedienza  ad  Alessandro  VI  nel  1492  fu  dal  Pontefice 
armato  cavaliere.  Nei  suoi  figli  si  divise  in  tre  rami  la 
casa.  Da  Piero  provenne  una  diramazione  che  si  estinse 
in  Raffaello  di  Luca  il  22  Maggio  1788.  Costui  avendo 
avuto  in  sorte  la  eredità  Squarcialupi  dovè  per  disposi- 
zione del  testatore  chiamarsi  Aleandro  Squarcialupi,  e 
scrisse  una  pregevolissima,  interessante  e  minuta  cro- 
naca dei  suoi  tempi  che  abbraccia  il  periodo  dal  1737 
al  1788.  Esiste  nel  suo  originale  nella  Biblioteca  Pan- 
ciatichi.  Antonio  propagò  quel  ramo  che  si  disse  dei 
Minerbetti  Tassi  per  la  eredità  di  questa  casa,  e  che 
mancò  in  Alamanno  del  senatore  Ugo  nel  1731.  Andrea 
di  M.  Tommaso  fu  Commissario  generale  della  Romagna 
nel  1516  e  sostenne  per  il  comune  molte  missioni.  Co- 
nosciuto fanatico  pei  Medici  fu  sostenuto  in  palazzo 
durante  l'assedio.  Appena  seguita  la  resa  fu  tolto  dal 
suo  carcere  e  fu  compreso  nella  balìa  che  riformò  il 
Governo  della  città.  Eletto  senatore  nel  1532  fu  fido 
consigliere  dei  Duchi  Alessandro  e  Cosimo  1.  Dopo  di 
lui  cinque  altre  volte  fu  conferito  il  senatorato  ai  Mi- 
nerbetti. La  discendenza  del  senatore  Andrea  e  con  essa 
la  famiglia  si  estinse  in  Andrea  di  Orazio  del  senatore 


—  1515  — 

Arrigo  che  morì  il  21  Novembre  1793  lasciando  super- 
stite una  sola  figlia  maritata  al  marchese  Niccolò  San- 
tini di  Lucca. 

Altro  figlio  di  M.  Tommaso  fu  Francesco  che  da 
Canonico  Fiorentino  fu  eletto  Vescovo  di  Arezzo  e  poi 
Arcivescovo  Turritano.  Fu  mollo  in  favore  presso  Leone 
X,  talché  quando  questo  Papa  venne  a  Firenze  nel  1515. 
ei  fu  mandato  a  incontrarlo  a  Cortona.  Nel  1523  fu 
deputato  ambasciatore  di  obbedienza  a  Clemente  VII  e 
macchiò  la  sua  fama  e  la  sua  reputazione,  pregando  il 
Pontefice  con  tale  adulazione  e  tale  umiltà  e  quasi  poco 
men  che  piangendo  a  riparare  ai  guai  della  patria  e  a 
darlo  un  padrone  in  uno  di  sua  famiglia.  Bimase  alla 
sua  sede  di  Arezzo  finché  Firenze  fu  stretta  da  assedio 
e  non  mancò  di  porgere  ogni  sorta  di  ajuto  ai  di  lei 
nemici,  ma  appena  seppe  che  vi  era  stata  spenta  la 
libertà  volò  a  Firenze  per  cooperare  a  stabilirvi  il 
dominio  dei  Medici.  Nel  1531  fu  mandato  a  Prato 
incontro  al  Duca  Alessandro  quando  venne  a  prender 
possesso  del  nuovo  suo  dominio  ed  a  quel  Principe  servì 
poi  in  qualità  di  consigliere  di  stato.  L'istessa  carica 
ricoprì  durante  il  regno  di  Cosimo  I  che  lo  ebbe  non 
meno  caro  e  lo  destinò  ad  importanti  ambascerìe.  Spese 
oltre  30000  scudi  nel  fondare  e  dotare  il  monastero 
di  S.  Silvestro  in  Borgo  Pinti  ove  dispose  che  si  accet- 
tassero le  fanciulle  monacande  senza  veruno  assegnamento 
dotale.  Morì  nel  1543.  Altri  Prelati  dette  questa  famiglia, 
come  Bernardetto  di  Andrea  Vescovo  di  Arezzo  ben 
affetto  a  Cosimo  I  che  gli  affidò  importanti  missioni  tra 
le  quali  una  a  3Iantova  per  condolersi  della  morie  del 
Duca  Francesco  nel  1549,  ed  altra  a  Filippo  II  Re  di 
Spagna  per  ottenere  l'investitura  di  Siena.  Alla  corte 
medesima  rimase  residente  dal  1557  al  1564.  Morì  nel 
1574.  Cosimo  di  Bernardo  Vescovo  di  Cortona  nel  1622 
fu  tra  i  consiglieri  di  stato  di  Cosimo  II. 


—  1516  — 

Arme  dei  Minerbetli  furono  Ire  pugnali  di  argento 
appuntati  in  pila  verso  la  punta  dello  scudo  nel  campo 
rosso. 

(14)  Nel  1534  il  Pallone,  usanza  carnevalesca  di  Firenze 
seguitata  dagli  Strozzi  e  da  varj  altri  cittadini,  diede 
motivo  al  Duca  Alessandro  De' Medici  d'imprigionarne 
molti ,  e  tra  questi  i  figli  di  Filippo  Strozzi.  Questi  però 
tolse  al  Duca  il  pretesto,  perchè  mandò  i  suoi  cassieri 
a  pagare  in  tutte  le  botteghe  il  danno  che  potevano 
avere  arrecalo.  Questa  è  la  prima  origine  dell'  odio  che 
si  sviluppò  tra  gli  Strozzi  ed  il  Duca  Alessandro,  aumen- 
tato in  seguito  da  più  crudeli  ingiurie. 

(15)  Niccolò  di  Pierozzo  del  Vivajo  nel  1527  era  stato  il 
nono  Priore  che  dal  1388  aveva  dato  al  Comune  la  sua 
«asa.  Il  vero  cognome  di  questa  casa  fu  Franceschi  e 
si  disse  del  Vivajo  da  un  piccolo  borgo  presso  Figline 
dal  quale  traeva  l'origine.  Si  eslinse  per  morte  di  Al- 
berto di  Niccolò  il  18  Novembre  1659.  Usò  per  arme 
un  archipenzolo  azzurro  fregiato  d'oro  e  caricato  di  sci 
mezze  lune  d' oro  addossate  ed  accostate  da  sei  palle 
parimente  dorale  nel  campo  d'argento. 

(16)  Luca  di  M.Piero  Vespucci  che  fu  del  consiglio  de'Dugcnto 
dopo  la  caduta  della  Repubblica  apparteneva  ad  una 
famiglia  originaria  di  Perclola  e  che  da  Vespuccio  di 
Dolce  di  Bene  vinaltierc,  che  fu  Priore  nel  1350,  a  Bar- 
tolommeo  di  ser  Antonio  di  ser  Anastasio,  che  lo  fu 
nel  1524,  ottenne  per  Ire  volle  il  Gonfalonieralo  e  per 
venticinque  il  Priorato.  Giovanni  di  Simone  Vespucci 
fu  mandato  Commissario  al  Borgo  S.  Sepolcro  nel  1436 
mentre  vertevano  le  dispute  sul  possesso  di  quella  terra 
tra  la  Repubblica  ed  Eugenio  IV,  e  nel  1435  fu  oratore 
al  Re  Alfonso  di  Aragona  che  gli  concesse  il  privilegio 


—  1517  — 

di  apporre  un  vaso  nel  proprio  stemma.  M.  Guidan- 
tonio  di  Giovanni  di  Simone  fu  famoso  Legista  e  Gon- 
faloniere nel  1487  e  nel  1498.  Nel  1478  fu  deputato 
oratore  a  Sisto  IV  ed  al  Re  Luigi  XI  di  Francia.  Tornò 
a  Sisto  IV  nel  1480  per  chiedere  a  nome  della  Repub- 
blica assoluzione  dalle  censure  fulminate  per  la  congiura 
de'  Pazzi,  e  nel  1484  andò  a  prestare  obbedienza  al 
nuovo  Papa  Innocenzo  Vili.  Nel  1494  fu  mandato  am- 
basciatore a  Carlo  Vili  Re  di  Francia  quando  si  udì 
che  moveva  alla  conquista  di  Napoli  e  nell'anno  seguente 
tornò  a  Parigi  per  risedervi.  Nel  1497  fu  di  nuovo 
mandato  alla  corte  di  Francia  per  chiedere  ajuti  nella 
guerra  di  Pisa,  quindi  nel  1498  a  Milano  e  Venezia. 
Giuliano  di  Lapo  di  Biagio  sostenne  il  Gonfalonieralo 
nel  1462,  e  nel  1453  fu  Commissario  generale  di  guerra, 
ed  Ambasciatore  a  Genova  nel  1459.  Piero  suo  figlio 
guidò  le  galere  dei  Fiorentini  nel  viaggio  di  Barberìa 
nel  1462,  e  nel  1464  in  altra  escursione  nella  Sorìa. 
Nel  1470  fu  mandato  ambasciatore  al  Re  Ferdinando 
di  Napoli  che  lo  armò  cavaliere.  Nel  1478  in  occasione 
della  congiura  dei  Pazzi  fu  per  ordine  di  Lorenzo  il 
Magnifico  rinchiuso  nelle  Stinche  sotto  pretesto  che  si 
fosse  approfittato  del  tumulto  nato  in  queir  occasione 
per  saccheggiare  molte  case,  ma  più  probabilmente  per 
avere  ajutata  la  fuga  di  Napoleone  Franzesi  suo  amico. 
Solo  nel  1480  ottenne  di  essere  liberato  per  mediazione 
del  Duca  di  Calabria.  Antonio  di  ser  Anastasio  di  ser 
Amerigo  di  Stagio  servì  per  molti  anni  la  Repubblica 
in  qualità  di  Cancelliere  delle  Tratte,  e  in  benemerenza 
dei  suoi  luoghi  e  fedeli  servigj  gli  fu  nel  dargli  congedo 
per  vecchiezza  assicurata  una  pensione  vitalizia,  unico 
esempio  di  simile  generosità  nella  Repubblica  Fiorentina. 
Ma  chi  rese  veramente  illustre  questa  famiglia  fu  Ame- 
rigo suo  fratello  nato  da  Lisabetta  di  ser  Giovanni  di 
ser  Andrea  Mini  il  9  Marzo  1451.  Ebbe  a  precettore 
Giorgio  Antonio  Vespucci  suo  zio,  Domenicano  in  S.  Marco., 


—  1518  — 

uno  dei  pia  dotti  uomini  del  secolo   XV   il  quale   tra- 
dusse i  monumenti  greci  di  Sesto  Empirico  e   che   dal 
Ficino  fu  scelto  a   censore  della   sua  teologìa  platonica. 
Da  lui   Amerigo   apprese   più   lingue.    Si   occupò    nello 
studio  della  storia,  della  fisica  e  della   geometria,  e   si 
rese  familiari   Dante   e   Virgilio.   Ammesso   alla   celebre 
Accademia   Platonica    vi   conobbe    il   Toscanelli    che  gli 
rese  palesi  i  suoi  pensieri  sulla  esistenza  di   un   nuòvo 
mondo  e  gli   svolse   i   progetti  della   nuova  ricerca.    A 
tale  oggetto  si  rese  familiare  lo  studio  dell'astronomìa, 
della  cosmografia  e  della  nautica,  nel  che  gli  giovarono 
molto  i  lumi  che  potè  ottenere  da  M.  Piero  suo  parente. 
Era  a  Siviglia  ministro  della  ragione  dei  Medici  quando 
intese  che  il  Colombo  era  giunto  a  tenere  la  terraferma 
dell'Asia.  Animato  da  questo  successo  si  maneggiò  presso 
il  Re  Ferdinando  di  Spagna  onde  a  lui  pure  si  fornis- 
sero   i    mezzi    per    procedere  a    nuove    scoperte.    Partì 
da  Cadice  il  10  Maggio  1497  con  quattro  navi  e   toc- 
cando l'Isole  Fortunate  volse  arditamente  a  ponente,  e 
in  capo  a  37  giorni,  a  mille  leghe  dalle  Canarie,  den- 
tro la  Zona  torrida  giunse  a  tenere  la  terraferma.  Scese 
a  terra  il  primiero,  e  primo   volle  calcare    coi  piedi   il 
nuovo  continente.  Proseguendo  nei  suoi  viaggi  risalì   il 
golfo  di  Paria,  tornò  alla  Margarita  e    sì  fermò  a   Ve- 
nezuela. Proseguì  nel  suo  cammino  che  lo  portò  a  nuova 
scoperta  e  nel  1498  tornò  in  Spagna  dopo  18  mesi  di 
peregrinazione.    Altro   viaggio    intraprese  nel   1499  che 
produsse    maggiori  scoperte,    e  da    questo  fece   ritorno 
nell'  anno  seguente.   Giunta    alla    Repubblica    Fiorentina 
la  nuova  della  gloria  del   suo   concittadino,  mandò   so- 
lennemente le  lumiere  alle  case  dei  Vespucci  e  vi  stet- 
tero accese  per  tre  notti  continue,  segno  di  grandissima 
onoranza   che    raramente    accordavasi   dal   Comune.    La 
ingratitudine  del  Re  di  Spagna  verso  il  Colombo  lo  sco- 
raggi, per  il    che    abbandonato    quel    Monarca    andò    a 
prestare  i  suoi  servigj  a  Don  Emanuello  Re  di  Portogallo. 


—  1519  — 

Per  quel  Sovrano  intraprese  il  suo  terzo  viaggio  nel 
1501,  viaggio  che  lo  portò  a  scoprire  il  Brasile.  Altro 
ne  fece  nel  1503,  ma  fortunoso  e  pieno  di  perigli,  du- 
rante il  quale  vittima  dell'invidia  e  della  crudeltà  di 
uno  dei  suoi  capitani  fu  più  volte  in  pericolo  di  perder 
la  vita.  Disgustato  col  Portogallo  tornò  nuovamente  in 
Spagna  e  si  mise  in  corso  per  tentare  altri  liti  nel  1508, 
ma  perì  nel  corso  di  questa  navigazione  e  fu  sepolto 
all'  isole  Terzère.  Amerigo  ebbe  la  gloria  di  dare  il  suo 
nome  al  nuovo  mondo,  gloria  che  non  sorti  neppure  ai 
più  grandi  conquistatori.  Ei  stesso  in  lettere  dirette  a 
Piero  Soderini  scrisse  la  relazione  dei  suoi  viaggi.  Molte 
calunniose  voci  insorsero  contro  il  Fiorentino  navigatore, 
le  sue  scoperte  furono  tacciale  di  falsità,  e  fu  per  Ano  detto 
che  di  favole  e  di  millanterìe  avesse  ripieno  le  lettere  nelle 
quali  rese  conto  dei  suoi  viaggi.  Ben  è  vero  che  il  con- 
siglio Beale  delle  Indie  nel  1508  pubblicò  sentenza  con- 
tro il  Vespucci  aggiudicando  al  Colombo  il  merito  di 
dare  il  suo  nome  al  nuovo  mondo,  ma  la  sentenza  non 
ebbe  l' effetto  e  forse  questa  sentenza  fu  causata  dal 
dispetto  della  Spagna  che  Amerigo  1'  avesse  abbandonata. 
È  indubitalo,  ed  anco  i  più  acerrimi  detrattori  del  Ve- 
spucci lo  affermano,  che  egli  il  primo  toccò  il  continente 
occidentale.  Di  fatto  non  è  presumibile  che  Amerigo 
superasse  l' opinione  generale  degli  uomini  a  forza  di 
semplici  ciancie;  perciò  se  Amerigo  non  fu  di  fatto  il 
primo  scopritore  del  nuovo  mondo,  se  Colombo  lo  pre- 
cede, deve  però  ritenersi  che  per  convinzione  e  per 
gì'  insegnamenti  del  Toscanelli  prima  di  lui  lo  cono- 
scesse, e  che  avendo  in  seguito  avuto  la  fortuna  di  toc- 
care il  primo  il  gran  continente  ,  non  del  tutto  usurpato 
fu  il  diritto  di  dargli  il  suo  nome,  nome  che  in  sostanza 
non  egli  gli  diede,  ma  bensì  il  consenso  e  la  consue- 
tudine di  tutti  i  contemporanei  e  di  tutta  Y  Europa. 

La  linea  procedente  dal  fratello  di  Amerigo  Vespucci 
si  spense  in  Giovanni  di  Antonio  nel  1712.  1  Vespucci 


—   1520  — 

che  tuttora  esistono  in  Firenze  sono  è  vero  della  stessa 
famiglia,  ma  procedono  da  un  ramo  distaccatosi  dal  tronco 
comune  oltre  un  secolo  avanti  il  nascere  del  celebre 
navigatore.  Arme  dei  Vespucci  è  la  banda  azzurra  cari- 
cata di  vespe  dorate  nel  campo  rosso,  col  franco  quar- 
tiere di  argento  con*  un  vaso  dorato  con  viole  al  na- 
turale. 

Per  disposizione  di  Simone  di  Piero  Vespucci  fu 
edificato  presso  le  sue  case  lo  spedale  di  S.  Maria 
dell'  Umiltà  nella  via  Borgo  Ognissanti  nel  1400.  La 
compagnia  del  Bigallo  ne  fu  chiamata  al  Patronato  che 
mantenne  fino  al  1587,  nel  quale  anno  e  diritti  e  spedale 
cede  ai  Religiosi  di  S.  Giovanni  di  Dio  coli'  obbligo  di 
esercitarvi  1'  ospitalità  secondo  il  loro  istituto.  Questi  ri- 
dussero subito  a  miglior  forma  il  locale  che  poi  nel  1635 
ingrandirono  per  le  liberalità  di  molte  famiglie,  in  specie 
dei  Comi  e  dei  Ximcnes.  Lo  spedale  e  la  chiesa  col 
disegno  del  Marcellini  furono  ridotti  alla  forma  attuale 
nel  1735,  quando  per  volere  del  Granduca  Gio.  Gastone 
fu  convenuto  coi  Frati  che  avrebbero  prestato  le  loro 
cure  repartitamente  a  24  malati  per  giorno  dietro  un 
compenso  da  darsi  ai  Religiosi  dalla  congregazione  isti- 
tuita per  il  conservatorio  dei  poveri,  che  dovevano  se- 
condo le  primarie  disposizioni  del  Sovrano  essere  rac- 
colti nello  spedale  di  Bonifazio. 

(17)  Una  strada  nel  quartier  S.  Croce  circoscritta  dalle  vie 
dei  Leoni  e  dei  Saponai,  come  pure  un  vicolo  che  prin- 
cipia da  via  delle  Cipolle  presso  S.  Pierino  e  si  perde 
tra  alcune  case  del  quartier  S.  Maria  Novella,  ed  altro 
vicolo  situato  Oltrarno,  portano  il  nome  di  via  del 
Goanto  dalla  prossimità  delle  abitazioni  di  varie  case 
di  tal  cognome. 

Alla  prima  di  tali  vie  dette  nome  la  famiglia  Ber- 
nardini detta  del  Guanto  dall'arme  di  un  guanto  d'oro 
nel  campo  rosso,  forse   insegna   dell' osterìa  di  Dolfo  di 


—  1521  — 

Bernardino  che  fu  Priore   nel   1389.    Niccolò    figlio   di 
Dono  conseguì  la  stessa  dignità  nel  1429. 

I  del  Guanto  che  abitavano  Oltrarno  nel  popolo 
di  S.  Iacopo  ebbero  Girolamo  di  Piero  di  Simone  priore 
nel  1488.  Simone  figlio  di  Girolamo  fu  uno  dei  capi- 
tani delle  milizie  cittadine  nel  1528.  Si  eslinsero  in 
Bernardo  di  Francesco  che  morì  il  30  Gennajo  1617 
stile  comune.  Fu  stemma  di  questa  casa  un  campo  di- 
mezzato di  argento  su  azzurro,  e  nella  parte  inferiore 
un  braccio  vestito  di  rosso  colla  mano  coperta  da  un 
guanto  di  argento  e  tenente  una  croce  rossa  in  asta. 

18)  Varie   furono  le  famiglie    Becchi    in    considerazione    ai 
tempi  Repubblicani. 

Prima  tra  le  altre  è  la  famiglia  dei  Becchi  detti 
Nettoli  per  Giovanni  di  Nettolo  di  Ciomeo  di  Becco 
da  Lucca  cambiatore  che  fu  Priore  nel  1437.  Francesco 
suo  figlio  lo  fu  nel  1446  e  Guglielmo  di  Francesco  nel 
1517.  Appartiene  a  questa  casa  Guglielmo  di  Giovanni 
Becchi  Agostiniano,  illustre  teologo  e  matematico  e  più 
famoso  astronomo  per  i  suoi  tempi.  Nella  Magliabechiana 
conservansi  alcune  sue  osservazioni  sugli  astri,  da  lui 
dedicate  a  Piero  di  Cosimo  de'Medici  nel  1456.  La  sua 
dottrina  lo  portò  al  generalato  dell'ordine  Agostiniano, 
indi  al  Vescovato  di  Fiesole  nel  1470,  quale  resse  fino 
al  1480.  Questi  Becchi  si  estinsero  in  Guglielmo  di 
Francesco  morto  il  29  Agosto  1599.  Fu  loro  stemma 
il  campo  dorato  con  tre  teste  d'Aquila  azzurra  con  lin- 
gua rossa,  col  capo  dello  scudo  azzurro  col  solito  lam- 
bello  e  gigli  della  casa  d'Anjou. 

I  Becchi  del  quartier  S.  Croce,  dalla  professione 
da  essi  esercitata  detti  fibbiai,  da  Michele  di  Francesco 
di  Becco  fabbro  che  fu  Priore  nel  1437  a  Niccolò  di 
Giovanni  di  Francesco  di  Michele  che  la  stessa  dignità 
conseguì  nel  1527,  dettero  al  comune  tredici  Priori. 
Ricciardo  di  Francesco  di  Michele  Prelato  alla  corte  di 

T.    IV.  4*' 


—    1522  — 

Roma  era  per  salire  a  eminenti  dignità  quando  tu  col- 
pito dalla  morte.  Si  eslinsero  il  15  Maggio  1706  in 
Giovan  Maria  di  Gaspero.  Da  questi  Becchi  che  porta- 
rono per  arme  una  quercie  al  naturale  piantata  sopra 
una  piramide  di  sei  monti  d'oro  e  retta  da  due  leoni 
affrontali  doro  nel  campo  azzurro,  prese  nome  una 
strada  del  quartiere  S.  Croce. 

Ad  altri  Becchi  nativi  di  Fiesole  appartenne  ser 
Stefano  di  ser  Matteo  che  fu  squiltinato  nel  13G3.  Tieri 
e  Lorenzo  suoi  figli  lo  furono  nel  1391.  Arme  di  questi 
Becchi  fu  un  Saracino  al  naturale  cavalcante  un  becco 
di  argento  nel  campo  azzurro. 

I  Becchi  di  Sesto  di  S.  Piero  Scheraggio  che  usa- 
rono per  stemma  un  doppio  rastrello  rosso  posto  in 
banda  nel  campo  d'argento  ebbero  Gianni  di  Becco  che 
fu  de'Signori  nel   1282,  1285  e  1289. 

Finalmente  i  Becchi  Bcjamonti  che  furono  pa- 
droni di  Torre  Becchi  rocca  fortissima  nel  Fiorentino 
contado.  A  questi  appartenne  M.  Bujamonte  di  M.  Rota 
che  con  Palmiere,  Visconte  e  Becco  suoi  figli  intervenne 
alla  battaglia  di  Montaperti,  e  che  fu  rammentato  da 
Dante  nel  cavalier  supremo  della  tasca  coi  tre  becchi. 
Fu  stemma  di  questa  casa  lo  scudo  rosso  con  tre  teste 
di  falco  dorale. 

(19)  La  famiglia  di  Giovanbatista  Del  Bene  abitò  in  via 
Borgo  SS.  Apostoli  nel  palazzo  che  fa  angolo  su  quella 
piazzetta  di  contro  a  quello  dei  Borgherini,  e  da  essi 
prese  nome  quella  stradclla  che  dalla  della  piazza  guida 
al  Lungarno.  Questi  Del  Bene  vennero  a  Firenze  da 
Fiesole  e  si  dissero  più  in  aulico  Benucci.  Ammessi 
alle  Magistrature  nel  1283  ottennero  per  venti  volte  il 
Priorato.  Sennuccio  di  Benuccio  fu  gentil  rimatore,  amico 
carissimo  del  Petrarca  e  non  meno  grato  a  Giovanni 
XXIII,  che  gli  ottenne  di  essere  richiamato  alla  patria 
dalla  quale  era  stato  bandito.  Jacopo  di  Francesco,  per 


—  1523  — 

antonomasia  detto  il  Magno,  fu  Gonfaloniere  di  Giustizia 
nel  1352,  1355  e  1365,  ambasciatore  ad  Arezzo  nel 
1351,  e  nel  1358  Potestà  di  Prato  che  resse  con  fer- 
mezza e  vi  quietò  i  moti  civili  che  la  dividevano.  Dopo 
aver  sostenuto  altri  onorevoli  incarichi  morì  nel  1306. 
Jacopo  di  Filippo  andò  nel  1451  ambasciatore  a  La- 
dislao Re  di  Ungheria  per  invitarlo  a  venire  in  Italia 
a  reprimere  la  potenza  dei  Veneziani;  e  per  lo  stesso 
oggetto  si  portò  a  Milano  presso  Francesco  Sforza  per 
vincolarlo  vie  maggiormente  alla  lega  coi  Fiorentini. 
Altro  Jacopo  figlio  di  Francesco  di  Jacopo  fu  nel  144=7 
tesoriere  Pontificio,  come  Io  fu  più  tardi  Piero  di  Al- 
berlaccio  di  Vieri  amicissimo  di  Alessandro  VI  e 
del  Duca  Valentino.  Ebbe  molto  potere  nella  corte  Pon- 
tificia ed  i  Fiorentini  se  ne  approfittarono  noi  1501, 
quando  temendo  dell'ambizione  del  Valentino  tentarono 
ogni  mezzo  per  non  disgustarlo  colla  Repubblica.  Allorché 
Firenze  fu  assediata  trovò  tra  i  Del  Bene  varj  generosi 
che  la  difesero,  e  meritano  distinzione  Leonardo,  Neri, 
Lodovico,  Francesco  e  Giovanbatista  tutti  figli  di  Tom- 
maso ,  i  quali  dopo  1'  assedio  furono  condannati 
al  confine.  Fra  questi  Giovanbatista  soprannominato 
Bogìa  si  distinse  al  di  sopra  degli  altri.  Fanatico  liber- 
tino fu  uno  dei  principali  nei  tumulti  del  1527  e  figurò 
tra  coloro  che  arsero  le  ville  Medicee.  Fu  in  seguito 
tra  i  nemici  di  Niccolò  Capponi  e  tentò  di  far  nascere 
dei  rumori  all'occasione  dell'arresto  di  Jacopo  Alamanni. 
Alla  istituzione  delle  milizie  civiche  fu  uno  dei  capitani 
preposti  a  dirigerle  e  da  lui  fu  istigato  il  Ghiberti 
quando  dipinse  Clemente  VII  sopra  le  forche.  Dopo  la 
resa  fuggì  dalla  città  travestilo  da  contadino  e  trovò 
generosità  nel  conte  di  Lodrone  che  lo  nascose  nel 
campo  Imperiale  e  gli  procurò  i  mezzi  di  porsi  in  salvo. 
Datosi  allo  spirito,  mentre  a  Firenze  si  cercava  per 
decapitarlo,  andò  a  Gerusalemme  a  visitare  il  sepolcro, 
e  morì  durante  questo  suo  pellegrinaggio.  Al    contrario 


—    1524  — 

Filippo  Del  Bene  mercante  a  Venezia  invitato  a  soccor- 
rere con  denaro  la  patria  vi  si  ricusò  trascinato  dal- 
l'avarizia che  lo  avviliva. 

Altro  difensore  ebbe  Firenze  in  Niccolò  di  Ridolfo 
Del  Bene,  detto  Monamì,  che  essendosi  dopo  l'assedio 
fuggito  ebbe  bando  di  ribelle  e  ne  fu  posta  a  prezzo  la 
testa.  Albertaccio  di  Piero  perì  alla  battaglia  combattuta 
a  Marciano  contro  Cosimo  I  nel  1554,  ed  il  Duca  assi- 
curò al  suo  nome  corona  immortale  di  gloria  quando 
per  pubblico  decreto  condannò  all'infamia  la  sua  me- 
moria. Niccolò  dopo  l'assedio  passò  in  Francia  ove 
incontrò  il  favore  di  Francesco  I  alla  cui  corte  coprì 
cariche  luminose.  Fu  colto  e  rinomato  poeta,  e  destinato 
a  parecchie  missioni  tra  le  quali  una  sostenne  presso 
Pio  V  nel  1571.  Acquistò  in  quel  regno  varie  baronìe  e  vi 
mise  la  sua  famiglia  al  livello  delle  principali.  Giuliano 
suo  figlio  cavaliere  di  S.  Maurizio  fu  inviato  dalla 
Francia  alla  corte  di  Pollonia,  quindi  al  Pontefice  e  alla 
Toscana  nel  1588  per  condolersi  della  morte  di  Fran- 
cesco I.  Bernardo  Vescovo  di  Nimes  fu  ambasciatore 
al  concilio  di  Trento  e  per  fanatismo  religioso  molto  si 
distinse  nelle  guerre  di  religione.  Caduto  nelle  mani 
degli  Ugonotti  dopo  inauditi  strazj  fu  tolto  di  vita.  Fra 
Niccolò  di  Francesco  cavaliere  di  Malta  perì  alla  difesa 
di  quell'isola  nel  1565,  e  Baccio  di  Francesco  cavaliere 
di  S.  Stefauo  commissario  generale  delle  galere  Toscane 
perì  in  uno  scontro  contro  i  Maomettani  nel  1594.  Fra 
Gisberto  di  Piero  Bailo  della  Morea  fu  grande  Ospitaliere 
ed  ammiraglio  dell'ordine  di  Malta.  Due  senatori  tolsero 
i  sovrani  Medicei  da  questi  Del  Bene  che  in  Firenze 
mancarono  alla  morte  di  Fra  Tommaso  del  Colonnello 
Giulio  Cavaliere  di  Malta  e  Gran  Priore  di  Pisa , 
Maggiordomo  maggiore  e  Ministro  favorito  di  Cosimo  III, 
morto  il  2  Dicembre  1739.  Il  ramo  di  Francia  ed  altro 
ramo  stabilito  a  Verona  e  decorato  del  titolo  comitale, 
erano    precedentemente    mancati.    Due    gigli    d' argento 


—  1525  — 

astati,  incrociati  alla  schisa  in  campo  azzurro  composero 
l'arme  di  questa  casa,  ed  un  cane  mastino  col  molto 
«  el  più  fedele  »  ne  fu  l'impresa. 

Altre  famiglie  Del  Bene  furono  in  Firenze  che 
giudico  proprio  di  nominare  per  diflerenziarle  da  questa. 

I  Faffi  Del  Bene  portarono  l'aquila  bicipite  col 
volo  abbassato,  rossa  nel  campo  di  argento,  ed  ebbero 
Lapo  di  Bene  di  Faffo  Priore  nel  1284,  1286,  1290, 
1294  e  1296. 

I  Del  Bene  Chiari  dettero  quattro  Priori  tra  il 
1319  ed  il  1361  e  si  estinsero  in  Chiarozzo  di  Bene 
di  Chiaro  vittima  della  pestilenza  del  1363.  Ad  essi 
appartiene  il  B.  Remigio  Domenicano.  Ebbero  per  arme 
due  lune  crescenti  di  argento  nel  campo  azzurro  divise 
da  due  fregi  dorati. 

I  Del  Bene  Guidacci  dei  quali  ne  sarà  tenuto 
parola  parlando  di  quella  casa. 

I  Del  Bene  che  in  grado  cittadinesco  tuttora  esi- 
stono a  Firenze  provengono  da  una  famiglia  Bucelli 
delta,  a  distinzione  di  altra  omonima,  Bucelli  del  Corso 
perchè  abitarono  nel  corso  dei  Tintori,  ed  ebbero  sei 
Priori  tra  il  1367  ed  il  1461.  Fu  loro  stemma  il  bove 
rosso  rampante  in  campo  di  argento. 

Finalmente  i  Del  Bene  Benizzi  furono  ascritti  all'arte 
degli  Speziali  ed  ottennero  il  Priorato  in  Girolamo  di 
Niccolò  nel  1409,  1416  e  1424,  e  mancarono  durante 
il  secolo  XV.  La  loro  arme  composta  di  aquila  di  argento 
seminata  di  lune  azzurre  nel  campo  turchino  gli  fa 
supporre  consorti  degli  antichi  Benizzi  che  uguale  usa- 
rono lo  stemma,  ma  senza  le  lune.  Questi  Benizzi  che 
ottennero  quattordici  Priori  dal  1301  al  1427  si  estin- 
sero  nel  secolo  XVI.  Furono  illustrati  da  Banco  di  Guer- 
nieri  Gonfaloniere  di  Giustizia  e  da  S.  Filippo  d' Jacopo 
nato  nel  1233,  Servita  e  Generale  dell'ordine,  il  quale 
per  umiltà  ricusò  il  sommo  Pontificato.  Morì  il  23 
Agosto  1285. 


—   1526  — 

(20)  Non  si  può  scrivere  dei  Rinuccini  senza  aver  di  mira 
la  storia  che  di  quella  casa  ha  scritto  il  chiarissimo 
Giuseppe  Aiazzi.  Peraltro  quanto  io  convengo  con  lui 
nell'escludere  i  Rinucciui  dalla  consorterìa  coi  Guidacci, 
dei  quali  dirò  qualcosa  al  termine  di  questa  nota, 
altrettanto  mi  trovo  costretto  dalla  da  me  emessa  pro- 
fessione di  volere  attenermi  al  vero,  a  non  potere  seco 
lui  convenire  sull'  ipotesi  da  lui  avanzata  relativamente 
all'  origine  di  questa  famiglia  da  quella  potentissima 
dei  Ricasoli.  Senza  stare  ad  esaminare  i  documenti 
allegati  che  forse  riguardano  due  diverse  casate  e 
che  qualche  coincidenza  di  nome,  e  T  esistenza  di 
una  Cona  nel  Valdarno  e  di  altra  nel  Chianti  hanno 
fatto  attribuire  ad  una  sola  famiglia ,  soltanto  citerò 
avermi  colpito  la  differenza  dell'epoca  in  cui  visse  il 
Rinuccino  che  dall' Aiazzi  vien  dato  per  padre  a  Lapo 
sicuro  progenitore  dei  Rinuccini,  da  quella  in  cui  dev'es- 
sere vissuto  il  vero  di  lui  genitore.  Infatti  questo  Ri 
nuccino  allegato  dal  chiarissimo  Aiazzi  viveva,  anzi  era 
maggiorenne  e  capace  di  potere  come  testimone  assistere 
a  dei  contratti  nel  1189;  ed  allora  come  può  convenire 
quell'  epoca  coli'  esistenza  di  Lapo  suo  figlio  che  nel 
1280  fu  uno  degli  espromissori  del  partito  guelfo  alla 
pace  del  Cardinale  Latino,  e  che  non  doveva  essere 
grave  per  anni,  poiché  si  sa  che  protrasse  la  vita  fino 
circa  il  1330?  A  schiarir  vie  maggiormente  questo  dubbio 
serva  il  fare  osservazione  che  i  Rinuccini  furono  am- 
messi al  Priorato  nel  1347  e  che  né  alla  istituzione  del 
governo  popolare  nel  1282,  uè  alla  riforma  di  Giano 
Della  Bella  del  1293,  nò  alla  posteriore  di  Baldo  di 
Aguglione  nel  1311  nella  quale  quasi  tutte  le  case 
Magnatizie  furono  escluse  dalle  Magistrature,  mai  i  Ri- 
nuccini trovatisi  menzionati  tra  le  case  eccettuate,  come 
sarebbe  seguito  se  realmente  fossero  stati  un  ramo  dei 
potentissimi  Signori  di  Ricasoli  che  furono  esclusi,  e  che 
dopo  oltre  un  secolo  poterono    soltanto  essere    ammessi 


—  1527  — 

dietro  rinunzia  all'avito  nome  e  alle  insegne,  e  per 
solenne  speciale  decreto  della  Repubblica.  Dilucidato  per 
quanto  a  me  pare  questo  punto  della  loro  istoria  dirò 
non  esistere  dubbio  sulla  provenienza  dei  Rinuccini  da 
Cona  nella  Valdarno  superiore.  Lapo  di  Rinuccino  loro 
progenitore  fu  adunque  uomo  popolare  e  dopo  aver 
segnato  la  pace  del  Cardinale  Latino,  fu  nel  1287  sin- 
daco per  trattare  coi  gueIG  discacciati  da  Arezzo,  nel 
1290  fu  Ufficiale  sull'estimo  e  nel  1294  edificandosi  il 
Tempio  di  S.  Croce  vi  eresse  una  cappella  che  ora 
serve  di  sagrestìa.  Cino  suo  figlio  morì  in  giovane  età 
prima  del  1320  e  da  Tessina  Corbizzi  ebbe  nel  1316 
Francesco  uomo  che  rese  illustre  la  sua  casa  e  la  elevò 
al  rango  delle  primarie  della  città.  Lungo  riuscirebbe  il 
far  menzione  di  tutti  gli  atti  della  sua  vita,  serva  solo 
il  rammentare  qui  i  principali.  Cominciò  ad  essere  in 
carica  nel  1344,  nel  qual  anno  fu  deputato  ambasciatore 
alla  lega  di  Rignano.  Nel  1345  fu  dato  in  ostaggio  a 
Mastino  della  Scala  per  la  compra  di  Lucca,  nel  1347 
fu  il  primo  dei  diciassette  Priori  di  sua  famiglia  e  nel 
1350  prestò  gratis  al  comune  17000  fiorini  per  la  compra 
di  Prato  quindi  altri  3540  per  la  guerra  di  Pisa  nel 
1363.  Nel  1362  fu  deputato  ambasciatore  a  Ferrara  per 
onorare  le  nozze  del  marchese  Niccolò  D' Este  con  Verde 
della  Scala  ed  in  tale  occasione  fu  con  magnifica  pompa 
armato  cavaliere  a  spron  d'oro.  Nel  1364  fu  dei  siudaci 
destinati  a  trattare  la  pace  con  i  Pisani,  quindi  mandato 
ad  Arezzo  per  rivendicare  al  comune  i  castelli  di  Ser- 
ra e  Gressa.  Nel  1375  fu  mandato  oratore  a  Urbano  V 
ad  Avignone  per  prestargli  obbedienza  e  per  procurare 
che  il  Petrarca  tornasse  alla  patria,  e  nel  1370  fu  spe- 
dito a  S.  Miniato  per  tornar  quella  terra  all'obbedienza 
dei  Fiorentini.  Nel  1373  ebbe  il  vanto  di  momentanea- 
mente quietare  le  civili  discordie  di  Pistoja  e  in  occa- 
sione della  guerra  contro  Gregorio  XI  nel  1375  fu  uno 
degli  emissarj   mandati  in  varie  terre  del  Pontificio   do- 


—   1528  — 

minio  per  ribellarle  alla  Chiesa.  Fu  inoltre  deputato 
ambasciatore  alla  Regina  Giovanna  di  Napoli  per  giu- 
stificare il  Comune  dalla  immeritata  condanna  inflittagli 
dal  Pontefice  e  nell'occasione  di  tale  ambasciata  citasi 
un  lubrico  aneddoto  tra  il  Rinuccini  e  quella  Regina, 
aneddoto  che  il  severo  carattere  del  Magistrato  e  la  di 
lui  matura  età  rendono  immeritevole  affatto  di  fede. 
Restituitosi  a  Firenze  fu  eletto  in  uno  dei  Commissarj 
di  quella  guerra  nella  quale  si  diportò  con  zelo  impa- 
reggiabile. Fu  rimunerato  delle  sue  fatiche  per  la  patria 
come  Aristide  in  Atene,  poiché  nel  1378  fu  ammonito. 
Morì  nel  1381  lasciando  una  fortuna  colossale  per  il 
secolo  in  cui  visse.  Ebbe  molti  tìgli,  tra  i  quali  emer- 
sero Giovanni,  Simone  e  Cino.  Giovanni  fu  armato 
cavaliere  dai  Ciompi  nel  1378,  fu  Capitano  di  Perugia 
nel  1382,  ambasciatore  agli  Alidosi  per  mantenerli  in 
fede  alla  Repubblica  nel  1391.  Simone  e  Cino  propaga- 
rono la  famiglia. 

Tra  i  discendenti  di  Simone  si  distinse  Giovanni 
di  Simone  che  nel  1527  fu  multato  dal  Cardinale  Pas- 
serini per  essere  poco  parziale  ai  Medici,  e  che  mostrò 
tale  ardore  in  difesa  della  libertà  durante  l'assedio,  da 
meritarsi  dopo  la  capitolazione  di  essere  condannato  al 
confine.  Questo  ramo  mancò  nel  senatore  Ottavio  di 
Tommaso  morto  nel  1675. 

Cino  di  M.  Francesco  si  fece  molto  nome  tra  i 
letterati  e  scrisse  rime  eulte  e  leggiadre.  Tra  i  figli  che 
Cino  ebbe  da  Elisabetta  di  M.  Filippo  Adimari,  sorella 
del  Cardinale  Alamanno,  furono  Jacopo  e  Filippo  dai 
quali  provengono  le  due  principali  diramazioni  dei 
Rinuccini. 

Da  Jacopo  provenne  un  ramo  che  si  protrasse  fino 
al  1830,  nel  qual  anno  si  estinse  in  Gio.  Romano  di 
Cosimo  Maria,  ramo  che  fu  illustrato  da  Renedetto  di 
Jacopo,  soldato  che  militò  alla  difesa  di  Firenze  sotto  il 
Ferruccio   dal   quale  fu    nel  1530  lasciato   alla  guardia 


—   1529  — 

di  Pisa,  e  che  dopo  l' assedio  gettatosi  tra  i  fuorusciti  fu 
da  Cosimo  I  fatto  ribelle.  Rimasto  prigione  alla  battaglia 
di  Montemurlo  dovè  la  vita  alla  generosità  di  Pirro 
Colonna.  Domenico  di  Giuli an  Maria  sostenne  ambascerìe 
a  Bologna,  a  Mantova,  a  Brescia  e  a  Verona,  e  Dome- 
nico suo  figlio  mostrò  molto  valore  militando  per  Cosimo 
I  all'assedio  di  Siena.  Francesco  di  Orazio  eletto  Vescovo 
di  Pistoja  nel  1652  si  mostrò  quanto  dotto  altrettanto 
zelante  Prelato,  e  governò  la  sua  diocesi  fino  al  1678. 

Filippo  di  Cino  fu  mandato  ambasciatore  di  obbe- 
dienza a  Martino  V  nel  1418,  e  morì  dopo  aver  coperto 
molte  Magistrature  nel  1462.  Tra  i  nove  suoi  figli  non 
possono  lasciarsi  sotto  silenzio  Alamanno,  Francesco  e 
Neri.  Alamanno  nacque  nel  1419  ed  ancor  giovinetto 
dava  indizio  che  sarebbe  divenuto  non  oscuro  letterato. 
Ebbe  a  maestro  il  Ficino  e  l'Argiropolo.  Era  aucor 
giovine  quando  dal  Greco  tradusse  in  elegante  latino  la 
vita  di  Apollonio  Ttaneo  scritta  da  Filostrato  e  varie  tra 
quelle  di  Plutarco,  non  che  le  di  lui  operette  —  de 
virtutibus  mulierum  -  e  -  de  consolatione  ad  Apollonium  — . 
Scrisse  in  seguito  un'  orazione  latina  a  nome  della  Re- 
pubblica quando  fu  assunto  al  Papato  Callisto  III,  altra 
che  gli  richiese  Pierfilippo  Pandolfini  quando  si  recò  a 
Napoli  per  le  nozze  del  Re  Ferdinando,  dettò  la  vita  di 
Giannozzo  Manetli,  e  un'orazione  funebre  in  morte  di 
Matteo  Palmieri.  Tutti  gli  scrittori  contemporanei  hanno 
reso  giusto  tributo  al  suo  sapere  e  rendono  chiara 
testimonianza  della  sua  celebrità  letteraria.  Come  citta- 
dino prestò  pure  importanti  servigj  alla  patria,  poiché 
oltre  l'essere  stato  Priore  nel  1470  e  per  tre  volte 
riformatore  degli  studj  di  Firenze  e  di  Pisa,  fu  poi  nel 
1475  deputato  ambasciatore  a  Sisto  IV  per  offrire  al  Papa 
le  forze  della  Repubblica  per  opporsi  al  Sultano  che 
minacciava  d'invadere  l'Ungheria.  Morì  nel  1499  e  nei 
funerali,  che  magnifici  se  gli  celebrarono,  lesse  l'ora- 
zione funerale  Marcello  Adriani.   Francesco  suo  fratello 

T.    IV.  47 


—  1530  — 

fu  Priore  nel  1496  ed  uno  dei  più  arrabbiati  sostenitori 
del  Savonarola,  a  tale  che  all'epoca  dell' uccisione  di 
questo  Religioso  fu  multato  in  cinquecento  fiorini. 

Neri  di  Filippo,  nato  nel  1436  e  morto  nel  1508, 
continuò  a  scrivere  i  pregevoli  ricordi  storici  in  un 
Priorista  della  famiglia  incominciati  a  riportarsi  da  Ala- 
manno suo  fratello  e  per  cura  del  meritissimo  Giuseppe 
Aiazzi  resi  di  pubblico  diritto  nel  1840.  Andrea  suo 
figlio  era  Castellano  di  Ancona  nel  1527  quando  fu 
ucciso  dai  Veneziani  che  s'introdussero  a  tradimento 
nella  fortezza,  e  Bartolommeo  mostrò  tale  carità  per  la 
patria  da  andar  limosinando  a  battere  alle  porte  dei 
cittadini  domandando  a  nome  di  essa  e  della  languente 
libertà  Fiorentina  soccorso  di  armi,  di  viveri  e  di  da- 
naro. Alessandro  loro  fratello  attese  al  quieto  vivere 
avendo  solo  accettato  la  carica  di  Capitano  del  Borgo 
S.  Sepolcro  nel  1527.  Continuò  nel  domestico  Priorista 
i  ricordi  storici  del  padre  e  del  zio,  e  morendo  Potestà 
di  Colle  nel  1532  lasciò  illustre  figliolanza  in  Matteo, 
Tommaso  e  Francesco.  Matteo  da  Canonico  Fiorentino 
fu  eletto  Arcivescovo  di  Pisa  nel  1577  e  nell'anno 
stesso  dovè  solennemente  unire  in  matrimonio  Francesco 
I  colla  troppo  famosa  Bianca  Cappello.  Poco  resse  la 
sua  diocesi,  poiché  mancò  di  vita  nel  1582.  Tommaso 
morto  in  Lione  vittima  della  pestilenza  del  1564  fu 
padre  di  Cammillo  che  dopo  aver  coperto  distinte  cari- 
che in  Roma  fu  nel  1622  eletto  senatore.  Fu  ascritto  a 
varie  illustri  Accademie  e  tra  le  altre  a  quella  della  Cru- 
sca, ove  si  disse  l'Abbozzato,  e  meritamente,  come  testi- 
moni esser  ne  possono  le  sue  opere  a  stampa  e  più 
quelle  che  manoscritte  esistono  nella  librerìa  di  sua  casa. 
Da  "Virginia  Band  ini  ebbe  prole  numerosa,  ma  dei  ma- 
schi soli  due  pervennero  a  maturità  ed  ambidue  furono 
uomini  non  volgari.  Giovanbatista  nato  nel  1592  di  soli 
ventiduc  anni  fu  ascritto  alla  Crusca,  giusto  omaggio 
che   fu   reso  ai    suoi  meriti    non    ai    natali.  Percorse  in 


—    1531   — 

Roma  la  carriera  Prelatizia  e  nel  1625  fu  eletto  Arci- 
vescovo di  Fermo.  Nel  1645  fu  mandato  Legato  Apo- 
stolico nell'Irlanda  per  tentare  di  rendere  migliori  le 
sorti  dei  Cattolici.  Quanto  egli  oprasse,  a  quali  priva- 
zioni, a  quali  perigli  si  trovasse  esposto  meglio  non  può 
conoscersi  che  dalle  lettere  ch'ei  scrisse  durante  questa 
sua  legazione  e  dalla  storia  da  lui  slesso  dettatane  che 
fu  stampata  in  Roma  nel  1646.  Morì  nel  1653  ed  oltre 
molte  opere  che  rese  di  pubblico  diritto,  molte  ne  lasciò 
ancor  manoscritte.  Tommaso  suo  fratello  fu  discepolo 
non  ultimo  del  Galileo  e  assai  per  sapere  distinto.  Tra 
le  molte  sue  opere  che  manoscritte  esistono  nella  Bi- 
blioteca Rinucciniana  una  è  la  storia  di  sua  famiglia, 
opera  che  lo  caratterizza  per  profondo  antiquario.  Scrisse 
ancora  un  interessante  trattato  sopra  le  usanze  civili  del 
suo  secolo,  trattato  che  per  cura  dell' Aiazzi  vide  la 
luce  nel  1840.  Coprì  alla  corte  Medicea  cariche  della 
primaria  distinzione  e  nell'ordine  di  S.  Stefano  ottenne 
il  grado  di  Gran  Contestabile  nel  1659.  Morì  nel  1682. 

Si  può  quasi  dire  che  la  gloria  letteraria  fosse 
ereditaria  in  questa  famiglia  poiché  anco  tra  i  figli  di 
Francesco  di  Alessandro  furono  uomini  che  vennero  in 
fama  per  la  loro  letteratura.  Alessandro  è  noto  per  un 
poema  sacro  in  versi  eroici  latini  che  diviso  in  sei  libri 
intitolò  «  Diva  Cattarina  Martyr  »  dedicandolo  a  Co- 
simo II,  e  per  un  carme  scritto  in  morte  di  Torquato 
Tasso.  Fu  eletto  senatore  nel  1615  e  morì  nel  1622. 
A  Ottavio  suo  fratello  si  deve  l'invenzione  del  Dramma 
in  Musica,  poiché  il  primo  di  questi  drammi  fu  la  sua 
Euridice  che  accompagnato  dalla  musica  del  Peri  fu 
rappresentato  nel  1600  per  le  nozze  di  Maria  dei  Medici 
col  Re  di  Francia  Enrico  IV.  Scrisse  ancora  altri  drammi 
cioè  la  Dafne  e  V Arianna  che  furono  prodotti  in  circo- 
stanze solenni  della  casa  Medicea,  dettò  il  balletto  de- 
nominato la  mascherata  delle  Ingrate  e  varie  altre  opere 
sì  in  verso  che  in  prosa  parte  stampate  e  parte  inedite 


_-  1532  — 

nella  domestica  librerìa.  Ebbe  un  figlio  naturale  di  nome 
Pierfrancesco  che  non  smentì  l'origine  essendosi  ei  pure 
elevato  ad  alto  rango  tra  gli  uomini  di  lettere  del  suo 
secolo.  Servì  la  corte  Pontificia,  quindi  Ferdinando  li 
dei  Medici  che  lo  mandò  residente  a  Milano  nel  1642. 
Tredici  anni  rimase  in  quella  carica  in  cui  incontrò  la 
grazia  del  suo  Sovrano  e  quella  del  governo  di  Spagna 
che  in  riprova  di  soddisfazione  gli  conferì  il  feudo  di 
Sina  Piebe  di  Meza  col  titolo  di  Contea. 

Pierfrancesco  fratello  di  Ottavio  sposando  Virginia 
Ridolfi,  che  fu  l'erede  di  un  ramo  di  quella  casa,  portò 
nella  sua  famiglia  titolo  di  marchese  e  dritto  feudale 
sulla  terra  di  Baselice  nel  regno  Napoletano.  Fu  padre 
del  senatore  Giovanni  e  di  Carlo  che  nel  1658  fu 
mandato  ambasciatore  residente  alla  corte  Papale.  Da 
lui  e  da  Teresa  Riccardi  nacquero  Alessandro,  morto  a 
Roma  non  ancora  quinquagenario  in  dignità  Cardinalizia, 
e  Folco  che  passò  la  sua  vita  intento  allo  studio  e 
lavorando  alla  compilazione  del  Vocabolario  dell'Acca- 
demia della  Crusca,  cui  era  stato  ascritto  non  immeri- 
tatamente. I  tre  suoi  figli  non  meno  dei  loro  antenati 
illustrarono  questa  Prosapia.  Giovanni  ammesso  in  Pre- 
latura coprì  vari  governi  e  morì  ponente  di  Consulta 
nel  1730,  Alessandro  stabilitosi  al  feudo  di  Baselice 
pose  ogni  studio  nel  migliorare  le  condizioni  dell'agri- 
coltura e  nel  rendere  più  felici  le  sorti  dei  suoi  dipen- 
denti. S'ei  vi  riuscisse  possono  testimoniarlo  le  benedi- 
zioni che  tuttora  in  quei  paesi  accompagnano  il  di  lui 
nome.  Carlo  loro  fratello  cominciò  la  sua  carriera  po- 
litica quando  nel  1699  fu  mandato  ambasciatore  ad 
Innocenzio  XII  in  compagnia  del  marchese  Clemente 
Vitelli.  Passò  in  seguito  ufficio  di  congratulazione  con 
la  Regina  Anna  d'Inghilterra  che  su  quel  trono  era 
succeduta  a  Guglielmo  III  e  nel  1704  dovè  portarsi  a 
Parigi  per  complimentare  Luigi  XIV  della  nascita  del 
Duca  di  Brettagna.  Nel  1705  fu  eletto  ministro  ordina- 


—  1533  — 

rio  alla  corte  di  Spagna  e  vi  rimase  fino  al  1709,  nel 
qual  anno  tornato  in  patria  dovè  subito  partirsene  per 
andare  a  nome  di  Cosimo  III  a  diverse  corti  dell' Ale- 
magna  per  ringraziarle  del  titolo  di  Altezza  Reale 
finalmente  concesso  ai  Granduchi  della  Toscana.  Fu 
plenipotenziario  della  Toscana  al  congresso  dell' Aja,  e 
come  ambasciatore  Toscano  assistè  alle  feste  celebrate 
in  Francfort  per  l'elevazione  di  Carlo  VI  all'Impero. 
Passato  al  congresso  di  Utrecht  vi  fece  molto  parlare 
di  se  per  l'ardore  col  quale  sostenne  gl'interessi  dei 
suoi  Sovrani  per  conseguire  il  rifacimento  delle  ecce- 
denti contribuzioni  esatte  dalla  Toscana  nelle  guerre 
d'Italia,  e  per  procurare  la  cessione  dei  porti  Spagnoli 
in  Toscana.  Essendovisi  agitata  la  questione  se  la  To- 
scana fosse  libera  o  feudo  imperiale,  difese  i  liberi  diritti 
del  suo  paese,  ma  siccome  i  piccoli  stati  devono  esser 
sempre  dalla  parte  del  torto,  gli  effetti  mostrarono  se  più 
poterono  o  l'efficacia  delle  sue  parole  o  la  forza  della 
prepotenza.  Morta  la  Regina  Anna  d'Inghilterra  e  chia- 
mato a  quel  trono  Giorgio  di  Brunswick,  si  portò  a 
complimentarlo  a  nome  del  suo  Sovrano,  e  tornato  in 
patria  nel  1715  fu  nominato  consigliere  di  stato  e  Se- 
gretario di  guerra.  Per  quasi  venti  anni  regolò  in  questa 
carica  le  sorti  della  Toscana  e  si  trovò  di  mezzo  alle 
questioni  delle  potenze  che  si  contendevano  la  prossima 
successione  di  questo  stato.  Destinato  a  questa  succes- 
sione l'Infante  Don  Carlo  figlio  di  Filippo  V  Re  di 
Spagna  toccò  al  Rinuccini  ad  accoglierlo  nella  sua  ve- 
nuta in  Toscana  ed  a  trattare  cogli  Agenti  Spagnoli 
intorno  al  ricevimento  da  farsi  a  questo  futuro  Sovrano. 
Estintasi  la  dinastìa  Medicea  fu  il  Rinuccini  chiamato  a 
far  parte  della  reggenza  del  Granducato,  e  nel  1741  fu 
nominato  dalla  Imperatrice  M.  Teresa  suo  intimo  attuai 
consigliere  di  stato.  Morì  nel  1748  compianto  dai  suoi 
concittadini.  Vittoria  Guicciardini  sua  moglie  erede  di 
un  ramo  di  sua  casa,   portò  nei  Rinuccini  una  ricca  e 


—  1534  — 

pregiata  Biblioteca  che  già  era  stata  dei  Valori  ed 
aveva  riunito  quella  del  celebre  Vincenzio  Borghini. 
Folco  suo  figlio  si  disse  il  Lambiccato  tra  gli  Accade- 
mici della  Crusca  e  nel  1737  dopo  la  morte  di  Giov. 
Gastone  fu  mandato  in  Vienna  dalla  Elettrice  vedova 
Palatina  per  complimentare  in  di  lei  nome  Francesco 
di  Lorena  nuovo  Granduca  di  Toscana.  In  occasione  di 
una  inondazione  nel  1758  per  nove  giorni  a  sue  spese 
supplì  ai  bisogni  della  numerosa  popolazione  della  pia- 
nura Empolese  ch'era  stata  invasa  dalle  acque,  ed  altra 
riprova  del  suo  buon  cuore  fu  la  istituzione  degli  annui 
soccorsi  che  si  danno  ai  poveri  popolani  di  S.  Frediano 
di  pane,  combustibili,  letti  e  vestiti;  beneficenze  per  le 
quali  nella  città  era  per  antonomasia  conosciuto  sotto 
il  nome  di  padre  dei  poveri.  Egli  fondò  la  celebre  bi- 
blioteca di  sua  casa  che  da  Antonio  Cocchi  volle  fosse 
ordinata,  egli  collocò  in  apposita  sala  la  copiosa  serie 
di  pregiati  dipinti  che  costituisce  la  Gallerìa  Rinuccini 
oggetto  d' interesse  per  i  nazionali  e  per  gli  esteri.  Alla 
sua  morte  nel  1761  lasciò  tre  figli  seguaci  delle  paterne 
virtù  in  Carlo,  Giovanni  e  Alessandro.  11  primo  tutto 
intento  allo  studio  aumentò  la  sua  Biblioteca  e  munifico 
protesse  i  virtuosi,  tra  i  quali  sovvenne  l'Antiquario 
Sestini  di  annua  pensione.  Nel  1766  fu  mandato  alla 
Corte  di  Spagna  per  notificare  l'avvenimento  di  Pietro 
Leopoldo  al  trono  della  Toscana.  Giovanni  percorse  in 
Roma  la  carriera  Prelatizia  e  dal  1789  al  1794  coprì 
la  carica  cospicua  di  Governatore  di  Roma  in  tempi 
difficilissimi,  e  nel  1794  fu  eletto  Cardinale;  ma  per 
soli  sette  anni  gode  di  questa  eminente  dignità,  poiché 
mancò  di  vita  il  28  Dicembre  1801.  Alessandro  fu 
maggiordomo  maggiore  del  Re  d'  Etruria  e  da  lui  ebbe 
i  natali  il  vivente  Marchese  Pierfrancesco  Cav.  Gran 
Croce  noli'  ordine  di  S.  Giuseppe  e  Consigliere  onorario 
di  Stato,  Finanze  e  Guerra,  non  degenere  rappresentante 
di  questa   famosa   famiglia,   benemerito    della   città    che 


—  1535  — 

per  oltre  quattro  anni  ha  con  applauso  retto  come 
Gonfaloniere  della  Comunità. 

Il  vicolo  dei  Rinuccini  presso  la  piazza  di  S.  Be- 
nedetto prese  nome  dalla  vicinanza  delle  antiche  abita- 
zioni di  questa  casa,  di  cui  notissima  arme  è  un  filare 
di  picconi  azzurri  posto  in  banda  nel  campo  di  argento 
e  sormontato  da  un  rastrello  scempio  a  tre  denti.  L'im- 
presa è  la  chimera  col  motto  —  humana  cuncta  sic 
vana.  — 

I  Guidacci  sono  a  torto  creduti  consorti  dei  Rinuc- 
cini, non  essendo  bastante  cagione  l'avere  eguale  lo 
stemma  ed  in  qualcuno  dei  loro  antenati  il  nome  di 
R  in  ucci  no.  Essi  si  dissero  più  in  antico  Del  Bene,  e 
quindi  Guidacci  da  Guidaccio  di  Betto  di  Francesco  di 
Guido  di  Bene  di  Spina.  Lapo  di  Rinuccino  di  Volta  di 
Bene  è  stato  creduto  lo  stipite  dei  Rinuccini,  ma  la  più 
forte  tra  le  ragioni  che  ne  convincono  essere  un  perso- 
naggio dal  vero  stipite  di  quella  casa  dei  tutto  diverso 
è  il  trovarsi  ambidue  simultaneamente  segnati  tra  i  mal- 
levadori della  pace  del  Cardinale  Latino  nel  1280.  Eb- 
bero i  Guidacci  le  loro  case  nel  popolo  di  S.  Romolo 
ed  il  Comune  tolse  da  essi  otto  Priori  tra  il  1470  ed 
il  1529.  Vieri  di  Girolamo  Guidacci  fu  uno  dei  depu- 
tati sulle  vettovaglie  durante  l'assedio  e  Raffaello  di 
Francesco  suo  cugino  dopo  aver  difeso  la  cadente  li- 
bertà fu  confinato  nel  1531,  e  nel  1536  dichiarato  ri- 
belle perchè  si  era  unito  ai  fuorusciti  e  con  essi  tro- 
vatosi al  fatto  di  Montemurlo.  Carlo  di  Tommaso  fu 
eletto  senatore  nel  1612.  Questa  famiglia  si  estinse  il 
18  Settembre  1669  nel  dottissimo  Cav.  Canonico  Gio- 
vanni del  Cav.  Antonio,  autore  della  vita  di  Piero  Vet- 
tori. Furono  suoi  eredi  i  Marzimedici  e  i  del  Ruota. 

(21)  Alcuni  documenti  ritrovati  dopo  avere  pubblicala  la 
nota  sui  Bonaparte  mi  hanno  convinto  sopra  il  sospetto 
da  me  in  quella  emesso  intorno  alla   diversità  di  fami- 


—  1536  — 

glia  tra  i  Bonaparte  di  Firenze  e  quelli  di  Sarzana  dai 
quali  ha  avuta  l'origine  l' immortale  Napoleone.  Questi 
documenti  esistono  all'Archivio  delle  Riformagioni  tra 
gli  spogli  dell'Antiquario  Dei  e  sono  appunti  detratti 
da  pubblici  istrumenti  in  cartapecora,  che  il  Del  Migliore 
nel  secolo  XVII,  avanti  che  si  potesse  sognare  alla 
grandezza  cui  dovea  ascendere  questo  cognome,  volle 
estrarre  prima  che  diventassero  coperte  di  libri 
nella  bottega  di  un  legatore  ove  gli  venne  fatto  di  ve- 
derli. Da  essi  pertanto  rilevasi  che  un  Giovanni  di  Mar- 
tignone  da  Cona  possedeva  beni  a  Masseto  nel  1234,  e 
che  da  esso  nacque  un  Bonaparte  che  nel  1241  fece 
acquisto  di  alcune  terre  a  Merula  dell'  Ancisa,  di  altre 
all'Ancisa  nel  1255,  e  finalmente  di  alcuni  mansi  nel 
popolo  di  San  Lorenzo  a  Fontesterre  nella  Corte  di 
S.  Ellero  nel  1265.  Quindi  non  poteva  essere  in  quel- 
l' anno  a  Sarzana  a  farne  parte  del  consiglio,  mentre 
da  questi  documenti  rilevasi  ch'era  in  Firenze.  Di  più 
Giovanni  suo  figlio  segnò  la  pace  nel  1280  e  si  ha 
notizia  che  fino  dal  1290  avea  lite  con  Ubaldino  da 
Volognano  per  un  mulino  nel  popolo  di  S.  Lorenzo  a 
Fontesterre.  Vivea  ancora  nel  1298  in  cui  fu  imposto 
per  quattro  ottavi  di  cavallo,  ma  nel  1301  era  già 
morto,  poiché  Tessa  sua  vedova  ricevè  in  compenso 
delle  sue  doti  alcuni  beni  da  Guccio  suo  nipote  figlio 
di  Lapo  nato  da  essa  e  da  Giovanni  Bonaparte,  e  ad 
esso  Giovanni  premorto.  Per  poco  che  si  ponga  mente 
alle  azioni  di  Giovanni  Bonaparte  che  stava  in  Sarzana 
si  vedrà  che  ei  viveva  ancora  nel  1305  e  che  in  detto 
anno  avea  in  consorte  una  Giovanna  Sacchetti.  Di  Lapo 
di  Giovanni  Bonaparte  di  Firenze  si  ha  notizia  dal  ne- 
crologio di  S.  Maria  Novella,  e  di  Guccio  suo  figlio  dagli 
atti  civili,  essendo  egli  fallito  nel  1328.  Da  Riccio  figlio 
di  Guccio,  di  cui  si  ha  un  testamento  in  data  del  1382, 
derivò  una  famiglia  dei  Bonaparte  che  in  Bartolommeo 
di  Barone  si  estinse   in   Firenze   nel   secolo  XVI,  e  di 


—   1537  — 

cui  ereditarono  i  Delle  Pozze  ed  i  Guidi.  Gli  altri  Bo- 
naparte, ai  quali  appartengono  gì'  individui  nominati  in 
questo  racconto,  discesero  dalla  famiglia  dei  Bonaparte 
da  S.  Miniato  proveniente  da  un  Giacomo  figlio  di  Bo- 
naparte e  fratello  di  Gianni  summentovato  come  notai 
nella  nota  1  del  Cap.  XIV.  Coi  documenti  sincroni  credo 
chiaramente  giustificata  la  non  identità  di  persona  nei 
due  individui  Bonaparte  e  Giovanni,  nomi  comuni  in 
queste  due  diverse  casate,  e  così  schiarita  l' origine 
della  famiglia  di  Napoleone  che  senza  duhbio  alcuno 
deriva  da  Sarzana,  essendo  l'opinione  della  sua  consor- 
terìa coi  Bonaparte  di  S.  Miniato  nata  soltanto  nel  se- 
colo decorso,  quando  Carlo  Bonaparte  profugo  dalla 
Corsica  e  rifugiatosi  in  Toscana,  udendo  essersi  la  fa- 
miglia di  S.  Miniato  ridotta  a  un  sol  fiato  tentò,  facen- 
dosi comporre  un  albero  nel  quale  coi  Bonaparte  di  S. 
Miniato  la  sua  casa  innestavasi,  di  muovere  1'  ambizione 
o  l'amore  agnatizio  del  Canonico  Bonaparte  per  farsi 
lasciare  erede  e  riparare  colla  di  lui  sostanza  all'edu- 
cazione dei  figli  e  al  dissesto  economico  nel  quale  per 
i  guai  della  Corsica  trovavasi  involto. 

(22)  La  famiglia  Cappelli  è  antica  in  Firenze  e  vuoisi  deri- 
vata dai  Baroni,  benché  possa  farne  dubitare  il  vederli 
venire  da  S.  Piero  a  Sieve  nel  Mugello  soltanto  nel 
secolo  XIV.  Si  dissero  più  anticamente  Truffoli,  quindi 
Cappelli  dall'arme  da  essi  usata  di  un  Cappello  prela- 
tizio rosso  in  campo  dorato.  Ottennero  per  diciotto 
volte  il  Priorato  tra  il  1326  ed  il  1515.  Nel  1433 
Giovanni  di  Filippo  fu  deputato  ambasciatore  e  sindaco 
ai  Senesi  per  ricevere  da  essi  alcune  castella  che  dove- 
vano rendere  alla  Repubblica.  Francesco  fu  mandato 
oratore  ad  Ancona  nel  1480  e  a  Roma  nel  1500.  Luigi 
di  Barone  fu  Capitano  di  Volterra  nel  1528  e  Filippo 
di  Barone  dopo  essere  stato  Gonfaloniere  nel  1382  so- 
stenne un'ambascerìa  presso  la  Corte  di  Francia.  Questi 
t.   iv.  4^ 


\ 


—   1538  — 

Cappelli  che  ebbero  le  loro  case  presso  S.  Maria  Mag- 
giore, secondo  i  nostri  Antiquarj  si  sarebbero  estinti  nel 
secolo  XVII,  ma  chiaro  si  scorge  che  questi  Antiquarj 
erano  in  errore  e  ne  sapevano  meno  degli  Antiquarj 
moderni:  perchè  da  non  molti  anni  è  ricomparsa  questa 
famiglia  nei  libri  d'oro  del  Patriziato  Fiorentino.  Molte 
case  di  questo  nome  ottennero  cittadinanza  sotto  il  go- 
verno Mediceo. 

Solo  per  la  somiglianza  dell'  arme,  che  è  un  cap- 
pello di  azzurro  in  campo  di  argento,  si  è  sognato  che 
i  Siginorini  siano  consorti  dei  Cappelli.  Questi  Signorini, 
delti  di  Manno  per  distinguergli  da  una  famiglia  omo- 
nima, da  Manno  di  Signorino  ritagliatore  che  fu  Priore 
nel  1387  a  Piero  di  Antonio  di  Signorino  che  lo  fu 
nel  1510,  conseguirono  per  sedici  volte  il  Priorato.  A 
questa  casa  appartiene  il  Beato  Agnolo  di  Andrea  mo- 
naco Vallombrosano  morto  nel  1509,  come  pure  fu  il- 
lustrata da  Zanobi  di  Piero  difensore  della  patria  durante 
l'assedio  dopo  il  quale  fu  confinato  e  fatto  ribelle,  e 
da  Michele  detto  il  Moretto  famoso  fuoruscito  ucciso  a 
Sestino  nel  1537  nei  tentativi  da  Piero  Strozzi  fatti  per 
rovesciare  il  Trono  Mediceo.  Questa  famiglia  si  era 
divisa  in  due  rami  fino  dai  primi  anni  del  secolo  XV. 
L'  uno  proveniva  da  Andrea  di  Signorino,  ramo  che 
finì  in  Andrea  di  Leonardo  di  Niccolò  morto  il  16 
Aprile  1732  e  di  cui  ereditarono  gli  Stiozzi.  L'altra 
linea  partiva  da  Manno  di  Signorino  che  fu  Capitano 
di  Arezzo  nel  1452,  e  all'estinzione  di  essa  accaduta 
in  Roberto  di  Pierfrancesco,  morto  a  Marsilia  ov'  era 
Console  per  S.  M.  I.  nel  1758,  mancò  affatto  la  fami- 
glia Signorini.  Le  abitazioni  di  questa  casata  furono 
ove  ora  sorge  il  convento  di  S.  Firenze. 

Gli  altri  Signorini  ebbero  Cambino  di  Signorino 
che  fu  Priore  nel  1349,  1353,  1359  e  1363,  e  che 
morì  nel  1365.  Usò  per  arme  un  archipenzolo  turchino 
nel  campo  d'oro. 


—  1539  — 

I  Baroni  poi  da  cui  si  dicono  provenire  i  Cappelli 
furono  originar)'  dell'Inghilterra  e  molto  potenti  nel  se- 
colo XIII  e  capi  della  setta  dei  Paterini.  Perciò  non 
mancarono  ad  essi  persecuzioni ,  talché  la  casa  meno- 
mata di  uomini  per  le  uccisioni  e  di  censo  per  le  multe 
replicate  decadde  dall'avito  splendore.  Ad  essa  apparte- 
neva Bindo  di  Alberto  di  Barone  che  andò  alla  battaglia 
di  Montaperli  nel  1260.  In  seguito  si  dissero  Lupicani 
forse  dall'arme  di  due  lupi  d'oro  affrontati  nel  campo 
azzurro.  Il  Comune  tolse  da  essi  un  Gonfaloniere  e 
otto  Priori  tra  il  1335  ed  il  1394.  Giorgio  di  Barone 
fu  eletto  sindaco  per  trattare  la  pace  coi  Pisani  e  Luc- 
chesi nel  1343,  e  nel  1357  fu  de' Dieci  di  Mare  per 
riparare  agl'inconvenienti  che  giornalmente  nascevano  per 
conto  di  mercanzia  tra  i  Fiorentini  e  i  Pisani.  Questi 
erano  già  spenti  dopo  la  metà  del  secolo  XV. 

Anco  i  Baronci  per  la  contiguità  delle  abitazioni 
sono  da  taluni  stati  creduli  uniti  in  consorterìa  coi  Cap- 
pelli. Questi  provengono  da  un  Giambono  di  Giovanni 
Baronci  testimone  ad  un  atto  celebrato  nel  1197,  esi- 
stente nell'  archivio  del  Capitolo.  Seguirono  le  parti 
dei  Ghibellini,  e  Guido  ed  Ildebrandino  furono  banditi 
nel  1268.  Primo  tra  i  Priori  di  questa  casa,  che  ne 
dette  sedici  al  Comune,  fu  Deodato  di  Baroncio  nel  1330 
che  poi  morì  essendo  nuovamente  Priore  nel  1333. 
Galeotto  di  Tommaso  di  Deodato  fu  Gonfaloniere  nel 
1388.  Mancarono  prima  del  secolo  XV  ed  usarono  per 
arme  due  bande  spinate  d'oro  nel  campo  azzurro.  Que- 
sta casa  Baronci  viene  rammentata  dal  Boccaccio  come 
produttrice  di  uomini  di  una  proverbiale  deformità.  E 
non  potrebbe  da  questo  cognome  dedursi  l'etimologìa 
della  popolar  voce  Broncio,  forse  derivata  dal  dirsi  ad 
un  uomo  deforme  che   avea   un  viso  da   baroncio? 

(23)  Questo  Lorenzo  Bracci  che  militava  tra  i  nemici  di  Fi- 
renze apparteneva  a  una   famiglia    oriunda    del   castello 


—  i:uo  — 

di  Vinci  e  ohe  più  in  antico  si  disse  dei  Bilicozzi.  Sor 
Tornine  di  Mazzeo  di  Braccio  di  Puccino  Bilicozzi  porlo 
il  domicilio  in  Firenze,  dove  la  sua  casa  fu  ammessa 
alle  magistrature  ed  ottenne  per  cinque  volte  il  Priorati» 
tra  il  1478  ed  il  1523.  Antonio  di  Zanobi  fu  Canonico 
Fiorentino  quindi  Vescovo  di  Tullon.  I  Bracci  esistono 
ancora  e  vivono  a  Pisa  in  grado  Patrizio.  Alzano  per 
arme  un  braccio  vestito  di  rosso  nel  campo  d'  oro 
tenente  una  mazza  ferrata. 

(24)  Parlando  della  famiglia  di  Taddeo  Gdidccci  slimo  utile 
il  distinguere  le  varie  casate  di  questo  nome  che  furono 
nei  tempi  andati  in  Firenze.  Più  illustre  tra  le  altre  è 
quella  proveniente  da  Guiduccio  di  Puccio  di  Rosso  da 
Signa  che  dal  1344  al  1531  ottenne  per  trentaqualtro 
volte  il  Priorato  e  per  due  il  Gonfalonierato  di  Giusti- 
zia. A  questa  appartiene  Tommaso  di  Simone  Potestà  di 
Chiusi  nel  1412,  di  Arezzo  nel  1415,  Capitano  di 
Cortona  nel  1416  e  Riformatore  di  Arezzo  nel  1417. 
Ricciardo  di  Tommaso  fu  Capitano  di  Castrocaro  noi 
1462  e  Simone  di  Francesco  Commissario  nel  1453. 
Alessandro  di  Francesco  fu  Commissario  di  Cortona  nel 
1529,  e  uno  degli  arruoli  alla  balìa  che  riformò  il 
governo  dopo  la  caduta  della  Repubblica.  Antonio  affe- 
zionato a  Clemente  VI!  fu  come  Commissario  delle 
milizie  dai  Fiorentini  mandato  a  Roma  nel  1527  in 
soccorso  del  Papa  minacciato  di  assedio  dal  Contestabile 
di  Bourbon.  Rimase  in  Roma  durante  l'assedio  e  nel 
1532  fu  dal  Pontefice  mandato  all'Arcivescovo  di  Capua 
per  fargli  palesi  le  sue  intenzioni  sul  modo  di  compor- 
tarsi nel  governo  dei  Fiorentini,  quindi  dal  Duca  Ales- 
sandro fu  destinato  suo  residente  in  Roma.  Dei  tradi- 
menti di  Taddeo  di  Francesco  Guiducci  pur  troppo 
sovente  accade  di  parlare  in  questo  racconto,  tradirnenli 
pei  quali  raccolse  onta  eterna  nella  istoria,  ma  onori  dai 
Medici.    Fu    eletto  senatore    nel   1532,    e   noi    1530  fu 


—   1541   — 

mandato  Commissario  a  Pisloja  colla  missione  di  ester- 
minare  la  fazione  dei  Cancellieri  che  porgeva  aiuto  ai 
fuorusciti  Fiorentini.  Morì  nel  1555.  Altro  senatore 
ebbero  questi  Guiducci  in  Simone  di  Mariotto  nel  1578 
e  si  estinsero  in  Francesco  di  altro  Francesco  di  Simone 
morto  il  4  Dicembre  1740.  Arme  di  questa  casa  fu  lo 
scudo  diviso  verticalmente,  a  destra  vajalo  di  argento  su 
azzurro  ed  a  sinistra  scacca to  di  rosso  e  di  argento,  e 
nel  cuore  altro  piccolo  scudo  azzurro  con    giglio  d'oro. 

I  Guiddcci  Landi  ebbero  Francesco  di  Guiduccio 
di  Landò  Priore  nel  1364  e  si  distinsero  nell'arnie., 
portando  tre  rose  rosse  nel  campo  di  argento. 

Altri  Guiducci  originarj  di  Montevarchi  conseguirono 
per  quattro  volte  il  Priorato  tra  il  1461  ed  il  1516. 
Ser  Giovanni  di  Guiduccio  fu  Cancelliere  della  Signorìa 
nel  1426  e  nel  1435,  e  Antonio  di  ser  Domenico  fu 
de' dodici  buonomini  nel  1531.  Si  estinsero  nel  Canonico 
Giovanni  del  cavaliere  Antonio  che  morì  nel  1669  il  19 
Settembre.  Due  bande  azzurre  nel  campo  di  argento  ed 
una  fiamma  al  naturale  nella  parte  superiore  del  campo 
composero  l'arme  di  questa  casa. 

II  piccolo  castello  di  Spiccio  dette  nome  ad  altra 
casata  dei  Guiducci  che  trovasi  agli  squittinj  fino  dal 
1391.  Rimasero  estinti  nel  Capitan  Guido  di  Antonfran- 
cesco,  morto  circa  il  1630  e  di  cui  ereditò  la  sorella 
Cassandra  maritata  nei  Borromei.  Arme  di  questi  Gui- 
ducci fu  il  campo  diviso  di  azzurro  su  argento,  avente 
nella  parte  superiore  tre  stelle  d'oro  poste  in  triangolo 
ed  un  fiasco  parimente  dorato,  e  nella  parte  di  sotto 
due  fascie  rosse. 

Varie  altre  case  Guiducci  conseguirono  la  cittadi- 
nanza durante  il  Principato,  tra  le  quali  quella  che  in 
grado  nobile  esiste  attualmente  nella  città.  Questi  Gui- 
ducci vennero  a  Firenze  da  Massa  ed  ottennero  la  cit- 
tadinanza nella  persona  di  Giuseppe  ed  Jacopo  di 
Francesco  di  Bastiano  nel  1636.  M.  Francesco  d'Jacopo 


—   1542  — 

fu  medico  rinomato,  e  Niccolò  suo  figlio  servì  all'Elet- 
trice vedova  Palatina  in  qualità  di  Maestro  di  casa. 
Da  lui  nacque  Francesco  avolo  dei  viventi,  il  quale 
conseguì  la  nobiltà  nel  1755.  Questi  usano  la  medesima 
arme  dei  Guiducci  da  Signa  dietro  la  permissione  otte- 
nutane da  quella  famiglia. 

(25)  Donato  Giamvotti  fu  Segretario*  della  Repubblica  Fio- 
rentina dopo  il  1527.  Uomo  a  questa  estremamente 
attaccato  scrisse  l'aureo  libro  della  Repubblica  Fioren- 
tina, un  trattato  della  forma  della  Repubblica  di  Firenze, 
la  vita  di  Francesco  Ferruccio,  ed  altre  operette,  dalle 
quali  si  rileva  che  era  un  uomo  da  stare  al  confronto 
degli  altri  sommi  ingegni  che  in  ogni  tempo  avevano 
occupato  quel  posto.  Compreso  nella  proscrizione  Me- 
dicea morì  in  esilio. 

(26)  l  Guadagnoli,  dei  quali  fu  Giorgio  Vescovo  di  Faenza, 
sono  consorti  dei  Malpigli,  dei  Romaldelli  e  dei  Chiara- 
montesi. 

1  Malpigli  abitarono  presso  i  loro  consorti  da 
Or-san  Michele  presso  Calimara  ove  ebbero  palazzi  e 
torri.  Furono  famiglia  consolare  e  da  essa  trasse  i  na- 
tali Andrea  di  Ghino  Vescovo  di  Tournai  ed  Arcivescovo 
di  Ragusi,  alle  preghiere  della  corte  di  Francia  eletto 
Cardinale  nel  1342.  Arme  dei  Malpigli  furono  tre  bande 
vajate  d'argento  in  azzurro  nel  campo  d'oro.  Questa 
casa  non  giunse  al  secolo  XV. 

Stemma  dei  Rinaldelli,  detti  più  volgarmente  Ro- 
maldelli, fu  il  campo  d'  argento  con  tre  fascie  tur- 
chine. Lapo  di  Giannino  fu  Priore  nel  1299  e  nel  1305, 
e  M.  Giovanni  giudice  suo  figlio,  dopo  avere  ottenuto  il 
Priorato  nel  1322  e  1329,  couseguì  ancora  il  Gonfalo- 
nierato  nel  1336  e  1347,  dopo  la  qual' epoca  non  si 
han  più  notizie  di  questa  casa.  Dei  Cbiaramontesi  o 
Chermontesi    disse  Dante    «  quei  che    arrossan    per   Io 


—   1543  — 

stajo  »  alludendo  ad  uno  di  essi  che  essendo  (secondo 
ciò  che  dice  il  Landini)  preposto  alle  pubbliche  biade 
e  massime  al  grano,  levò  una  doga  allo  stajo  e  fecelo 
minore:  onde  scoperta  la  frode  fu  punito  di  pena  capitale, 
e  lo  stajo  pubblico  fu  rifatto  di  ferro  perchè  non  si 
potesse  più  fraudare.  Di  essi  fu  Geri  di  Ser  Durante 
Priore  nel  1301  ed  Alessandro  che  bandito  da  Firenze 
dimorava  a  Pistoja,  nominato  da  Boccacio  nella  novella 
prima  della  nona  giornata. 

(27)  I  Tempi  vennero  a  Firenze  da  Querceto  presso  Castel- 
fiorentino.  Ser  Benedetto  di  Tempo  fu  notaro  della  Si- 
gnoria nel  1357,  ambasciatore  a  Gubbio  nel  1349  ed 
a  Pistoja  nel  1350.  Jacopo  suo  figlio  fu  cittadino  molto 
qualificato  che  all'eccezione  del  Priorato  godè  le  prima- 
rie cariche  della  città.  Da  Mariano  suo  fratello  provenne 
una  linea  illustrata  di  Giovanfrancesco  di  Antonio  Do- 
menicano dottissimo  e  famoso  professore  di  lingue 
Orientali,  da  Leonardo  che  ottenne  la  dignità  senatoria 
nel  1657,  e  da  Giovanni  figlio  di  detto  senatore  che  morì 
in  carriera  Cardinalizia  alla  corte  di  Roma.  Giovanni 
ebbe  a  fratello  Luigi  che  nel  1698  fu  eletto  senatore  e 
che  poi  nel  1716  ottenne  titolo  Marchionale  sopra  la 
sua  tenuta  del  Barone.  Da  lui  nacquero  Luca  che  fu 
Arcivescovo  di  Nicomedia,  Nunzio  in  Portogallo  e  Car- 
dinale nel  1753  morto  nel  1762,  e  Benedetto  che  ultimo 
della  famiglia  morì  il  primo  Marzo  1770,  avendo  pre- 
ventivamente adottato  Ferdinando  Marzimedici  coli' onere 
di  assumere  il  cognome  e  l'arme  dei  Tempi  composta  di 
un  campo  dorato,  avente  al  di  sopra  una  quercie  dorata 
ed  al  di  sotto  tre  fascie  rosse.  Ma  anco  i  Marzimedici 
Tempi  vennero  meno  il  6  Luglio  1847  alla  morte  del 
marchese  Luigi  e  ne  ereditò  Maria  Ottavia  Vettori  nei 
Placidi  sua  nipote  di  sorella. 

(28)  Niccolò  di  Piero  Capponi,  di  ventitré  anni  prese  per 
moglie  una  figlia  di  Filippo  Strozzi  il  Vecchio,  cioè  del 


—   1544  — 

padre  di  Filippo  che  fioriva  al  tempo  dell'assedio,  e  da 
questo  matrimonio  ebbe  varj  figli. 

k29)  Poppiano  nella  Valdipesa  è  il  luogo  di  origine  dei 
Gi'icciardim.  Il  più  antico  documento  di  questa  casa  è 
del  1199  ed  in  questo  trovasi  menzionato  Mercatante  di 
Guicciardino.  Tuccio  suo  nipote  fu  colui  che  sulle  basi 
del  commercio  stabilì  la  grandezza  della  famiglia  che 
fece  parte  della  oligarchia  popolana  che  fu  l'arbitra 
della  Repubblica.  Un  Binuccio  forse  suo  fratello  combattè 
sui  campi  di  Montaperli  nel  1260,  ed  Jacopuccio  come 
Ghibellino  fu  bandito  nel  1268.  La  dignità  del  Priorato 
cominciò  nei  Guicciardini  nel  1302  e  Tot'ennero  per 
quarantaquattro  volte,  come  per  sedici  ebbero  quella  di 
Goufalonier  di  Giustizia.  Tuccio  fu  padre  di  Sozzo  Ca- 
pitano di  S.  Miniato  nel  1293  e  Potestà  di  Pistoja  nel 
1298.  Pugnò  a  Montecatini  nel  1315  e  ad  Altopascio 
nel  1325.  Da  Ghino  suo  fratello,  di  cui  il  Manni  nel 
volume  IX  delle  sue  osservazioni  istoriche  illustra  il 
sigillo,  nacquero  Pietro  che  essendo  Gonfaloniere  nel 
1367  fu  per  decreto  pubblico  fatto  solennemente  armar 
cavaliere,  e  Niccolò  che  nel  1328  fu  sindaco  per  trat- 
tare una  pace  coi  Genovesi  e  nel  1343  ambasciatore  a 
Clemente  VI  ad  Avignone  per  notificargli  la  cacciata  del 
Duca  di  Alene.  Ebbe  in  figli  ,  Dardano  oratore  a  Fran- 
cesco Gabrielli  nel  1375  per  notificargli  la  sua  elezione 
in  esecutore  della  giustizia  in  Firenze,  Francesco  padre 
di  Giovanni  che  fu  uno  dei  più  accaniti  nemici  di  Cosimo 
Medici  che  lo  fece  bandire  nel  1434  e  Leoncino  che  andò 
ambasciatore  a  Pandolfo  Malatesta  nel  1388  e  da  cui 
provenne  un  ramo  in  Niccolò  di  Ghino  mancato  nel  1589. 
Luigi  di  M.  Pietro  si  trovò  Gonfaloniere  nel  mo- 
mento difficilissimo  in  cui  nel  1378  scoppiò  la  rivolta 
dei  Ciompi.  Fu  attribuito  alla  poca  energìa  da  lui  in 
tale  occasione  dimostrata  il  trionfo  della  plebe,  e  certa- 
mente le  misure  che  ei  prese  per  tutelare  il  governo 
furono  troppo  tardive  e  si  trovò  costretto  a  liceniiare  le 


—   1545  — 

truppe  per  obbedire  alla  plebe.  Per  bizzarra  combinazione 
tu  armato  cavaliere  mentre  se  gli  ardevano  le  case  e  si 
deliberava  la  sua  esclusione  dalle  Magistrature.  Tornò 
in  carica  nel  1381  quando  le  cose  tornarono  all'ordine 
antico,  e  nel  1382  fu  ambasciatore  a  Bologna  al  Duca 
d'Anjou  per  rallegrarsi  della  sua  venuta  in  Italia,  nel 
1384  tra  i  deputati  alla  compra  di  Arezzo,  e  nel  1388 
ambasciatore  al  Papa  a  Lucca,  e  quindi  a  Milano  per 
rallegrarsi  con  Gio.  Galeazzo  Visconti  delle  conquiste  di 
Padova  e  Verona.  Sostenne  parecchie  altre  missioni  e 
morì  nel  1402  sedendo  nel  magistrato  dei  X  di  guerra. 
Niccolò,  Giovanni  e  Piero  furono  i  figli  che  ottenne 
dalle  sue  nozze  con  Costanza  Strozzi.  Da  Niccolò,  che  fu 
Priore  nel  1399  e  nel  1406,  provenne  un  ramo  che  in 
Giovanni  di  Tommaso  rimase  estinto  nel  1674. 

Giovanni  di  M.  Luigi  dopo  aver  sostenuto  missioni 
a  Forlì  nel  1409  e  a  Braccio  Signore  di  Perugia  nel 
1418,  fu  nel  1424  mandato  Capitauo  a  Pistoja.  Nel 
1426  fu  chiamato  al  Magistrato  de'X  di  guerra  quando 
i  Fiorentini  si  unirono  ai  Veneziani  contro  il  Duca  di 
Milano  e  nell'anno  seguente  andò  Commissario  in  Lom- 
bardia presso  l'esercito  della  lega.  Dopo  la  vittoria  di 
Macalò  ricevè  dal  marchese  di  Monferrato  le  insegne 
cavalleresche  ed  al  suo  ritorno  a  Firenze  fu  ricevuto 
con  molto  onore.  Mandato  Commissario  al  campo  sotto 
Lucca  uel  1430  si  trovò  presente  alla  sconfìtta  dei 
Fiorentini  e  a  lui  fu  fatto  delitto  della  giornata  infelice. 
Accusato  di  avere  non  solo  usato  poca  prudenza,  ma  di 
essersi  ancora  lasciato  sedurre  dall'oro  dei  nemici  dovè 
comparire  avanti  il  Capitano  del  popolo,  ma  non  ostanti 
le  cabale  di  Cosimo  de'  Medici  per  perderlo  fu  asso- 
luto. Il  sincero  amore  che  alla  patria  portava  il  Guic- 
ciardini, e  per  il  quale  era  in  lotta  continua  coll'ambi- 
zione  di  Cosimo,  fu  il  vero  motivo  di  questa  accusa  che 
fu  parto  della  vendetta  del  Medici.  Giovanni  contribuì 
all'esilio  di  questo  ambizioso  cittadino,  e  quando  se  ne 

T.     IV.  49 


—    I&46  — 

trailo  il  richiamo  fu  dall'  Àlbizzi  invitalo  a  secolui 
prendere  le  armi  per  impedirlo,  ma  se  ne  astenne  per 
non  trovarsi  a  fronte  del  fratello  apertamente  amico 
del  Medici.  Non  occorre  il  dire  che  Giovanni  dopo  il 
1434  non  fu  più  considerato,  e  questa  vendetta  Medicea 
si  estese  ancora  ai  suoi  discendenti  che  mai  più  ottennero 
cariche  finché  durò  la  Repubblica.  Questo  ramo  si  estinse 
in  Giovangualberto  del  senatore  Luigi  nel  1726  e  ne 
ereditarono  le  figlie  Caterina  e  Vittoria,  maritata  la 
prima  a  Niccolò  Panciatichi  e  la  seconda  al  senator 
Carlo  llinuccini. 

Piero  fratello  di  Carlo  cominciò  la  sua  carriera 
politica  quando  nel  1410  fu  deputato  oratore  a  Giovanni 
XXIII  per  congratularsi  della  sua  elezione  al  papato. 
Nel  1415  ebbe  l'incarico  di  una  missione  presso  i  Bo- 
lognesi e  nel  1416  di  altra  a  Pandolfo  dei  Malatesti. 
Nell'anno  medesimo  l'Imperatore  Sigismondo  con  diploma 
dato  di  Aquisgrana  conferì  a  lui  ed  ai  suoi  discendenli 
il  titolo  di  Conti  Palatini  col  privilegio  di  creare  notari 
e  legittimare  gli  spuri.  Giova  il  tener  conto  dell'epoche 
di  queste  distinzioni  che  divengono  onorifiche  e  rispet- 
tabili quando  sono  tradizionali  e  si  associano  a  istoriche 
reminiscenze,  ma  che  sono  altrettanto  ridicole  quando  per 
male  intesa  ambizione  servono  a  coprire  la  vergogna  di 
un  nome  volgare  e  spesso  diffamato,  e  ad  iudorare  l'oscu- 
rità di  una  culla.  Nel  1417  Piero  fu  Commissario  a 
Piombino,  Potestà  di  Perugia  nel  1419.  Nel  1427  fu 
ambasciatore  al  Re  dei  Romani  per  notificargli  l'inosser- 
vanza del  Duca  di  Milano  alla  pace  di  Venezia  e  nel 
1430  a  Venezia  per  far  noti  i  molivi  che  avevano  mosso 
la  Repubblica  alla  guerra  contro  il  Signore  di  Lucca. 
Nello  stesso  anno  fu  spedilo  a  Siena  per  ossequiarvi 
l'Imperatore  di  passaggio  per  Roma  ove  andava  ad 
incoronarsi  e  nel  1440  fu  con  Neri  Capponi  mandato 
Commissario  nel  Casentino  contro  le  armate  del  Picci- 
nino. Morì  nel  1441    dopo  avere  goduto    per  tre    volte 


—  1547  — 

il  Gonfalonierato.  Fu  tra  coloro  che  accondiscendendo 
ad  un  componimento  colla  propria  coscienza  si  deter- 
minarono a  favorire  l'ingrandimento  dei  Medici  e  così 
collocarono  i  discendenti  in  braccio  alla  buona  fortuna. 
Tre  furono  i  figli  di  M.  Piero,  cioè  Luigi,  Niccolò  ed 
Jacopo. 

Luigi  fedele  sostegno  dei  Medici  fu  Potestà  a  Fermo 
nel  1435  e  riuscì  ad  avere  nelle  mani  Antonio  figlio  di 
Bernardo  Guadagni  famoso  nemico  di  Cosimo  che  pro- 
fugo cercava  ricovero  in  terra  straniera,  e  che  dal 
Guicciardini  mandato  a  Firenze  vi  fu  decapitalo.  Nel 
1437  fu  Potestà  di  Todi  e  nel  1451  Francesco  Sforza 
lo  chiamò  alla  cospicua  carica  di  Potestà  di  Milano. 
Nel  1458  fu  ambasciatore  di  obbedienza  a  Pio  II,  ed  in 
simile  occasione  mandato  a  Paolo  II  nel  1464  fu  ar- 
mato cavaliere.  Nel  1466  fu  oratore  a  Milano  per  con- 
dolersi della  morte  di  Francesco  Sforza,  nel  1467  ai 
Bolognesi  e  nel  1468  a  Ferrara  per  il  passaggio  di 
Federigo  III  Imperatore.  Nel  1473  tornò  a  Ferrara  per 
assistere  a  nome  della  Repubblica  alle  nozze  del  Duca 
Ercole  e  nel  1476  andò  a  Milano  ad  offrire  agli  Sforza 
le  forze  dei  Fiorentini  per  mantenerli  nel  dominio  dopo 
l'uccisione  di  Gio.  Galeazzo.  Fece  parte  della  balìa  per 
regolare  la  guerra  nata  dopo  la  congiura  dei  Pazzi  nel 
1478,  e  nel  1480  quando  fu  fatta  la  pace  fu  mandato 
a  Roma  a  chiedere  assoluzione  dalle  censure,  quindi  fu 
eletto  Commissario  per  ricevere  dai  Napoletani  le  castella 
che  aveano  tolte  ai  Fiorentini  durante  quella  guerra. 
Morì  nel  1487  dopo  essere  stato  per  tre  volte  come 
Gonfaloniere  al  timone  della  Repubblica.  Ranieri  suo 
figlio  naturale  fu  destinato  al  Clero  ed  impinguato  coi 
benefizj.  Nel  1479  fu  eletto  rettore  della  Università  di 
Pisa  e  nel  1502  Vescovo  di  Cortona,  sede  che  resse 
fino  alla  sua  morte  accaduta  nel  1508. 

Niccolò  contrasse  illustre  alleanza  con  Polissena 
figlia  del  celebre  Braccio  Fortebracci  da  Montone  Signore 


—   154S  — 

di  Perugia,  e  da  Braccio.  Frutto  di  questa  unione  nacquero 
quei  pochi  dei  Guicciardini  che  comparvero  a  difender 
la  patria  durante  l'assedio,  benché  Battista,  uno  di  essi, 
fosse  piuttosto  parziale  pei  Medici  poiché  alla  istituzione 
del  consiglio  dei  CC  fu  scello  a  farne  parte,  e  più 
volte  fu  in  carica  dopo  quell'epoca.  Ma  Niccolò  suo 
fratello  dopo  essere  stato  Commissario  a  Borgo  S.  Se- 
polcro nel  1505  e  Capitano  della  Montagna  di  Pistoja 
nel  1515,  fu  nel  1520  chiamato  a  far  parte  di  un 
magistrato  composto  di  quindici  cittadini  che  fu  in  fretta 
ordinalo  dopo  la  morte  di  Leone  X  per  provvedere  ai 
bisogni  della  Repubblica,  approfittandosi  dell' asseuza  dei 
Medici.  Ma  il  Cardinal  Giulio  tornato  a  Firenze  riacquistò 
l'antico  ascendente  e  fece  sciogliere  quella  magistratura 
perchè  tutta  composta  di  persone  che  sinceramente 
amavano  la  libertà.  Niccolò  dopo  aver  nei  consigli  pe- 
rorato invano  contro  l'alleanza  di  Francia  pronta  sempre 
a  promesse  ma  altrettanto  infedele  nell'adempimento  di 
quelle,  fece  parte  del  Magistrato  dei  Dieci  che  regola- 
rono la  difesa  della  città  durante  l'assedio.  Si  diportò 
in  modo  impareggiabile  nel  disbrigo  di  questo  ufficio, 
talché  dopo  la  resa  doveva  essere  decapitato  se  non  gli 
otteneva  la  vita  il  cugino  Francesco.  Peraltro  lo  giudicò 
pericoloso  alla  causa  dei  Medici  e  lo  fece  relegare. 
Morì  in  esilio  nel  1537.  Braccio  suo  figlio  che  durante 
l'assedio  avea  non  inoperosamente  difeso  la  patria  fu 
condannato  col  padre  al  confine,  che  però  non  volle 
osservare  unendosi  ai  fuorusciti.  Rimasto  prigione  al  fatto 
di  Monlemurlo  fu  condannato  a  perpetuo  carcere  nei 
sotterranei  della  fortezza  di  Volterra.  Braccio  suo  cugino 
che  con  lui  era  stalo  fatto  prigione  ebbe  con  lui  comune 
la  pena. 

Jacopo  di  M.  Piero  servì  da  giovane  sulle  galere 
della  Repubblica,  ma  giunto  ad  età  matura  fu  tenuto 
mollo  in  considerazione.  Nel  1465  fu  mandato  a  Napoli 
per  rallegrarsi  col  Re  delle  nozze  di  suo  figlio  con  Ip- 


—  1849  — 

polita  Sforza,  e  nel  1466  ebbe  missioni  presso  il  Duca 
di  Milano  e  le  Repubbliche  di  Venezia  e  di  Genova. 
Andò  a  Milano  nel  1468  per  condolersi  della  morte 
della  Duchessa  Bianca  e  nel  1469  al  Pontefice  per  fargli 
note  le  intenzioni  della  lega  dal  Comune  fatta  cogli 
Sforza  e  cogli  Aragonesi,  quale  tendeva  alla  pace  gene- 
rale d'Italia.  Nel  1472  fu  dei  venti  preposti  alla  guerra 
contro  i  ribelli  Volterrani,  anzi  fu  in  seguito  spedito 
Commissario  al  campo  sotto  quella  città.  Nel  1478  per 
la  guerra  nata  per  la  congiura  dei  Pazzi  fu  spedito 
Commissario  dell'esercito  della  Repubblica  nel  Perugino 
ove  sconfisse  le  truppe  pontificie.  Nel  1481  fu  spedito 
oratore  al  congresso  di  Cremona  e  fu  Commissario  al 
campo  sotto  Sarzana  nella  guerra  contro  i  Fregosi  nel 
1484.  Dicesi  che  dovè  per  infermità  abbandonare  l'im- 
presa, benché  gli  storici  non  siano  tutti  concordi  sul 
vero  motivo  per  il  quale  dovè  allontanarsi  dal  campo. 
Nel  1487  fu  nuovamente  Commissario  contro  i  Genovesi 
e  nel  1489  uno  degli  oratori  spedili  a  Livorno  per 
onorare  nel  suo  passaggio  Isabella  d'Aragona  che  an- 
dava a  Milano  sposa  del  Duca  Galeazzo  Sforza.  Dopo 
aver  riseduto  per  due  volte  Gonfaloniere  morì  nel  1490 
e  lasciò  da  Guglielmetta  Nerli  un  solo  figlio  di  nome 
Piero  che  fu  non  meno  illustre  del  genitore.  A  costui 
appartengono  i  fatti  seguenti.  Fu  ambasciatore  a  Lodo- 
vico il  Moro  nel  1480  e  nel  1492,  e  nel  1494  fu 
nominato  Commissario  generale  nei  dominj  della  Repub- 
blica quando  Carlo  Vili  minacciava  d'invadere  la  To- 
scana. Cacciato  Piero  dei  Medici  fu  eletto  de'Dieci  di 
libertà,  ma  conosciuto  per  zelante  Mediceo  fu  poco 
considerato  e  solo  nel  1509  potè  ottenere  di  essere 
mandato  oratore  all'Imperatore  Massimiliano  ch'era  al 
campo  sotto  Padova  per  ottenere  conferma  dei  privilegj 
dagli  Imperatori  ottenuti  in  favore  della  Repubblico. 
Nel  1511  fu  Commissario  a  Montepulciano  e  nel  1513 
fece  parte  dell'Ambascerìa  mandata  a  Roma  per  Tesai- 


—   1550  — 

tazione  di  Leone  X.  Fu  eletto  al  Magistrato  di  balìa  con 
straordinaria  autorità  in  quell'anno  istituito,  ma  non  fu 
in  tempo  a  risedervi  poiché  nell'anno  medesimo  mancò 
di  vita.  Da  Simona  di  Bongianni  GianGgliazzi  ebbe  illu- 
stre prole  in  Luigi,  Jacopo,  Girolamo  e  Francesco,  il 
celebre  storico  di  cui  terremo  parola  dopo  che  avremo 
parlato  del  restante  di  sua  famiglia. 

Luigi  pervenne  al  Gonfalonierato  nel  1527  dopo 
aver  coperto  la  carica  di  Commissario  del  Borgo  S. 
Sepolcro  nel  1518  e  della  Romagna  Fiorentina  nel  1525. 
Durante  il  suo  Gonfalonierato  si  trovò  in  posizione 
difficilissima  poiché  fu  il  momento  dei  timori  dell'ar- 
mata del  Contestabile  di  Bourbon  e  della  successiva 
cacciata  dei  Medici.  Toccò  a  lui  affezionatissimo  ai 
Medici  a  mettere  a  partito  il  bando  di  quella  casa  che 
fu  proscritta.  Ma  la  sua  parzialità  per  i  medesimi  fu 
conosciuta,  per  il  che  venne  in  odio  ai  Repubblicani,  co- 
sicché quando  Firenze  fu  assediata  fuggì  a  Pisa  per  non 
essere  carcerato.  Caduta  Firenze,  non  avendo  più  timore 
dei  liberali  Luigi  divenne  implacabile  loro  persecutore  e 
mandato  Commissario  a  Pisa  vi  si  rese  odiato  per  le 
sue  vessazioni.  11  parere  che  dietro  richiesta  del  Papa 
ci  scrisse  intorno  alla  riforma  del  governo  di  Firenze, 
il  quale  pienamente  corrispose  alle  brame  del  Pontefice, 
gli  aprì  l'adito  tra  i  quarantotto  all'istituzione  del  senato 
nel  1532.  Nel  1537  fu  mandato  Commissario  a  Pistoja 
per  sedarvi  le  fazioni  Cancelliera  e  Panciatica  nel  che 
non  riuscì.  Morì  nel  1551.  Da  lui  nacque  Niccolò  pro- 
fessore di  Leggi  all'Università  di  Pisa,  eletto  senatore 
nel  1554  ed  ambasciatore  d'obbedienza  a  Paolo  IV  nel 
1555.  Ei  fu  padre  di  Monsignore  Piero  che  da  Profes- 
sore di  dritto  in  Pisa  passò  a  Roma  avvocato  concisto- 
riale e  morì  nel  1567  auditore  di  Rota,  e  del  senatore 
Lorenzo  che  fu  oratore  di  obbedienza  a  Gregorio  XIII 
nel  1572.  I  suoi  figli  furono  tulli  impiegali  in  Roma 
da  Leone  XI    appena  fu   eletto  Pontefice,  ma    la  imma- 


—  1551   — 

tura  sua  morie  troncò  le  loro  speranze.  Luigi,  uno  di 
essi,  fu  rettore  della  sapienza  di  Roma  ed  ultimo  del 
ramo  morì  nel  1625. 

Iacopo  fu  Commissario  al  Borgo  S.  Sepolcro  nel 
1516,  e  nel  1525  fu  da  Clemente  VII  nominato  vice- 
presidente della  Romagna.  Nel  1529  nell'imminenza  delle 
ultime  sciagure  di  Firenze  fu  spedito  a  Ferrara  per  sol- 
lecitare il  Duca  Alfonso  a  spedire  Ercole  suo  figlio  a 
prendere  il  comando  delle  milizie  Fiorentine,  e  nel  ri- 
torno fu  carcerato  in  Bologna  dal  Cardinal  Cibo.  Poco 
dopo  fu  dell'  ambascerìa  spedita  a  Bologna  a  Clemente 
VII  per  intendere  il  motivo  pel  quale  moveva  guerra 
alla  patria.  Il  Papa  tentò  ogni  via  per  non  ricevere  gli 
Ambasciatori ,  ma  al  Guicciardini  riuscì  d' introdursi 
coi  colleghi  presso  di  lui.  Vivo  e  scortese  fu  1'  alterco 
tra  il  Pontefice  e  gli  oratori,  poiché  Iacopo  rampognava 
a  Clemente  l'ambizione  e  la  inumanità  di  sua  casa, 
mentre  il  Papa  tacciava  di  tirannìa  le  famiglie  oligar- 
chiche che  sotto  nome  di  popolo  governavano.  Dopo  la 
caduta  della  Repubblica  non  fu  perseguitato  in  con- 
siderazione di  suo  fratello ,  ma  ebbe  l' onore  di  non 
essere  dai  Medici  preso  in  considerazione.  Ebbe  in  figli 
il  Senatore  Lorenzo  Ambasciatore  a  Gregorio  XIII  e 
Commissario  delle  bande  Ducali,  —  il  Senatore  Angelo 
autore  di  un  ramo  estinto  nel  1701  in  Gualterotto  del 
Senatore  Francesco,  —  e  Luigi  celebre  scrittore.  Luigi 
sdegnando  di  vivere  sotto  i  Medici,  abbandonò  l'Italia  e 
si  stabilì  in  Anversa  ove  visse  intento  allo  studio.  Ab- 
biamo di  lui  molte  opere  a  stampa,  cioè  i  commentar}' 
delie  cose  più  memorabili  seguite  in  Europa ,  special- 
mente nei  paesi  bassi  dal  1529  al  1660,  pubblicali  in 
Anversa  nel  1565,  la  descrizione  di  tutti  i  paesi  bassi 
edili  nel  1567,  e  due  centurie  l'una  di  precetti  l'altra 
di  sentenze  tolte  dall'  istoria  di  Francesco  suo  zio.  È 
pure  autore  dei  detti  e  fatti  piacevoli  e  gravi  di  varj 
principi  i  e  filosofi  e   di  altra   operetta    intitolata    le   ore 


—   1552  — 

dì  ricreazione,  nelle  quali  due  ultime  produzioni  sarebbe 
stata  desiderabile  più  castigatezza.  Morì  in  Anversa 
nel  1589. 

Girolamo  fu  Priore  nel  1531 ,  oratore  a  Carlo  V 
nel  1537  e  nuovamente  nel  1542  per  ottenere  che  i 
prcsidj  Spagnoli  fossero  tolti  da  Firenze,  Pisa  e  Livorno, 
e  nel  1550  fu  mandato  Ambasciatore  di  obbedienza  a 
Giulio  III  che  gli  conferi  il  cavalierato.  Fu  eletto  se- 
natore nel  1531  e  morì  nel  1555  lasciando  da  Costanza 
Bardi  il  6glio  Angelo.  Questi  fu  degli  Ambasciatori  di 
obbedienza  a  Pio  IV  nel  1559  ed  a  Pio  V  nel  1566. 
Nel  1560  fu  mandato  alla  Corte  di  Francia  per  condo- 
lersi colla  Regina  Caterina  della  morte  di  Francesco  II 
suo  Aglio,  nel  1569  a  Venezia  per  notificare  a  quella 
Repubblica  l'elezione  di  Cosimo  I  in  Granduca,  e  nel 
1571  ebbe  missione  di  andare  a  Roma  a  rallegrarsi 
con  Pio  V  per  la  vittoria  di  Lepanto.  Fino  dal  1565 
era  stato  inalzato  alla  dignità  senatoria.  Morì  nel  1581 
lasciando  molta  fama  di  se  per  la  sua  dottrina,  special- 
mente nella  letteratura  Greca  e  Latina.  Nel  1561  pub- 
blicò la  storia  di  Francesco  suo  zio,  ma  piena  di  mu- 
tilazioni poiché  omise  i  passi  che  potevano  urlare  la 
suscettibilità  di  Cosimo  I  e  per  non  far  note  alcune 
massime  contrarie  al  Principato  ed  al  dominio  temporale 
dei  Papi.  Furono  suoi  figli  Francesco,  Piero  e  Girola- 
mo. Francesco  dopo  essere  stato  Ambasciatore  straor- 
dinario a  Vienna  nel  1592  fu  mandato  residente  in 
Spagna  nel  1593,  ove  morì  nel  1603.  Piero  fu  Amba- 
sciatore ad  Enrico  IV  nel  1609  per  notificargli  la  morte 
del  Granduca  Ferdinando  I,  e  nel  1614  essendo  man- 
dato in  qualità  di  residente  a  Roma  vi  si  trovò  di  mezzo 
a  tutti  gli  affari  del  Galileo  nei  quali  per  lo  meno  mostrò 
debolezza.  Rimase  in  quella  carica  nel  1628  ed  al  suo 
ritorno  fu  eletto  maggiordomo  maggiore  di  Ferdinando  11 
e  marchese  di  Campiglia  in  Val  d' Orcia  senza  facoltà 
però  di  trasmettere  il  privilegio  nei  suoi  eredi.  Girolamo 


—   1553  — 

fu  senatore  e  generò  Loreuzo,  che  nel  1639  fu  eletto 
marchese  di  Montegiovi  sua  vita  durante  in  rimunera- 
zione dei  servigi  prestati  al  Principe  Mattias  nelle  guerre 
di  Germania  e  che  eletto  consigliere  di  stato  e  di  guerra 
figurò  nelle  ostilità  coi  Barberini  nel  1643,  ed  il  sena- 
tore Angelo  da  cui  per  retta  linea  discendono  gli  attuali 
rappresentanti  di  questa  illustre  famiglia. 

Francesco  nacque  nel  1482   ed  ebbe  a  compare  il 
Fieino.   Il  celebre  Decio  fu  il  suo  maestro  in  giurispru- 
denza. Nel  1511  fu  Ambasciatore  in  Spagna  per  rendere 
il  Re  benevolo  ai  Fiorentini  rei  di  simpatìa  per  i  Fran- 
cesi, e  tornato  alla  patria  nel    1515    fu    eletto   Priore, 
quindi  deputato  ad  incontrare   a   Cortona  Leone  X  che 
veniva  a  Firenze.  Incontrò  in    tale   occasione    il    favore 
del    Papa    che   chiamatolo    a    Roma    lo    elesse    avvocato 
concistoriale.  Nel  1516  lo  nominò  Governatore   di  Mo- 
dena e  di  Reggio,  città  che  erano  state  tolte  agli  Estensi, 
ove  ebbe  l'abilità  di  tenere  la  pace  e  di  comprimere  le 
affezioni   per  gli    antichi    padroni.   Nel    1520   fu   eletto 
commissario  generale  dell'  esercito  Pontificio  che  si  era 
unito    a    quvì.Mo    di    Carlo   V   contro  i  Francesi  e  seppe 
respingere    questi    ultimi   da    Reggio,   e   farli    evacuare 
da  Parma  ove  fu  posto  per  Governatore.  Parma  fu  as- 
salita ed  ei  la  difese,  ma  essendosi  il  Duca  di  Ferrara 
impadronito  di  Reggio  con  poca   lode   del   Guicciardini, 
questi  dovè  abbandonare   ogni   impresa    e    tornarsene  a 
Roma.  Clemente  VII  lo  mandò  a  Ravenna   come  presi- 
dente della  Romagna  nel  1524,  e   quando   nel   1526    il 
Papa  contrasse  lega  col  Re  di  Francia  contro  la  Spagna, 
Francesco  fu  nominato  luogotenente  Pontificio  all'esercito 
con  autorità  superiore  agli  stessi   generali.  Da  ciò  prò 
vennero  i  guai  del  Pontefice,  poiché  il  Duca  di  Urbino 
sdegnando  di  obbedire  ad  un  avvocato   non  volle  inse- 
guire Bourbon  che  marciava   sopra   Roma.  Guicciardini 
si  trovò  nel  mezzo  alle  nuovità  di  Firenze   nel   1527  e 
si  affaticò  per  ristabilire  il  governo  dei  Medici,  ma  non 
t.   iv.  5o 


—   J554  — 

guadagnò  che  amarezze  perchè  il  Papa  gli  rimproverò  di 
non  aver  mostrato  bastante  energìa  per  stabilire  il  do- 
minio di  sua  casa,  mentre  dai  Fiorentini  ebbe  rimpro- 
vero perchè  esagerando  le  forze  della  lega  fece  ad  essi 
posare  le  armi.  Mal  ricevuto  dal  Papa  si  ritirò  alla  sua 
villa  di  Arcetri  ove  mise  mano  alle  istorie.  Ma  nel  1529 
intimorito  per  i  rischi  che  correva  presso  Firenze  un 
partigiano  dei  Medici,  abbandonò  quel  soggiorno  e  andò 
a  Roma,  talché  subì  bando  di  ribelle  e  confisca.  Tornò 
in  Firenze  dopo  la  capitolazione,  non  vi  ebbe  carica, 
ma  gli  storici  parlano  in  tale  occasione  molto  male  di 
lui.  Nel  1531  fu  mandato  governatore  a  Bologna,  ma 
nel  1532  fu  richiamato  a  Firenze  per  far  parte  dei 
Dodici  riformatori  ai  quali  era  commesso  di  ordinare  un 
governo  più  di  una  Repubblica  adatto  ai  nuovi  tempi. 
L'incombenza  era  facile  perchè  il  Papa  e  l'Imperatore 
indicavano  ciò  ch'era  da  farsi,  e  perciò  i  riformatori 
soppresso  ogni  elemento  repubblicano  istituirono  il  Prin- 
cipato, ottemperalo  da  un  senato  di  XLVIII.  Primo  tra 
questi  fu  il  Guicciardini  che  si  fece  sgabello  alla  tiran- 
nide del  Duca  Alessandro  che  da  lui  si  lasciò  intera- 
mente regolare,  e  nel  1535  non  ebbe  vergogna  di  difen- 
derlo in  Napoli  dalle  accuse  dei  fuorusciti,  da  esperto 
giureconsulto  cavillando  il  senso  di  tutte  le  parole. 
Ucciso  il  Duca  Alessandro  contribuì  all'elevazione  di 
Cosimo  che  per  renderselo  benevolo  gli  avea  promesso 
di  prendere  in  consorte  una  sua  figlia.  Secondo  una 
lettera  di  Pandolfo  Pucci  scritta  a  Cosimo  I  dal  carcere 
nel  1559,  Francesco  fu  da  lui  forzato  col  pugnale  albi 
gola  a  consentire  nell'  elezione  del  nuovo  Duca.  Questa 
lettera  che  esiste  nell'Archivio  Mediceo  da  una  solenne 
mentita  a  tutti  gli  storici  che  asseriscono  essere  il 
Guicciardini  slato  il  primo  a  proporre  un  nuovo  tiranno  a 
Firenze.  Il  Duca  non  si  ricordò  della  promessa  del  citta- 
dino, e  Francesco  sdegnato  anco  più  con  Cosimo  perchè 
volendo  regnare  da  se  sdegnava  i  lulori  e  non  accettava 


—  1555  — 

pareri,  si  ritirò  ad  Arcetri  ove  continuò  le  sue  storie  e 
di  rammarico  morì  il  22  Maggio  1540.  Molti  lavori 
esistono  del  Guicciardini,  ina  tranne  la  sua  Legazione  di 
Spagna,  per  cura  del  cavaliere  Francesco  Guicciardini 
pubblicata  nel  1825,  e  le  sue  Istorie,  nuli' altro  è  stato 
finora  messo  alla  luce,  benché  sia  da  sperarsi  che  lo 
sarà  quanto  prima  per  cura  dei  benemeriti  di  lui  nipoti 
che  altamente  sentono  di  qual  giovamento  è  per  essere  alla 
storia  Italiana  la  pubblicazione  dei  suoi  lavori.  Dovendo 
dire  qualcosa  della  sua  storia,  non  so  come  meglio  farlo 
che  riportandone  il  giudizio  nella  sua  celebre  opera  delle 
famiglie  illustri  Italiane  emesso  dal  Conte  Pompeo  Litta. 
«  In  questa  (egli  dice)  si  rimproverano  fatti  che  si 
«  perdono  nella  vastità  degli  avvenimenti:  l'importanza 
«  è  però  relativa:  gli  si  rinfacciano  vocaboli  latiniz- 
«  zanti,  modi  forensi:  questi  sono  nei  cancellati  dalla 
«  Crusca.  La  taccia  di  parzialità  sarebbe  molto  grave, 
«  ma  la  pretesa  degli  uomini  di  voler  esser  sempre 
«  lodati  e  di  non  voler  mai  aver  torto ,  diminuisce  la 
«  forza  dell'accusa.  E  particolarmente  i  Francesi  si  adi- 
«  rarono  di  vedersi  dipinti  con  neri  colori,  lagnanza 
«  che  poteva  esser  fatta  altresì  dagli  Spagnoli  e  da- 
«  gì'  Imperiali.  E  però  ben  strana  la  pretensione  de- 
ce gli  oppressori  di  volere  essere  lodati  dagli  oppressi. 
«  L'osservazione  più  importante  è  per  altro  quella  di 
«  Montaigne  che  accusa  il  Guicciardini  di  aver  sempre 
«  attribuito  le  azioni  degli  uomini  all'interesse  ed  a\- 
«  l'ambizione.  Forse  in  Francia  la  virtù  sarà  più  general- 
«  mente  il  cardine  delle  azioni  umane,  ma  il  Guicciardini 
«  quando  scriveva  non  la  pensava  così.  Gli  avvenimenti 
«  dei  suoi  tempi  lo  avevano  convinto  che  l'oro  e  le 
«  cariche  erano  uno  scoglio  sempre  funesto  alla  fragi- 
«  lità  degli  uomini  civilizzati,  e  certamente  parlava 
«  per  la  verità,  giacché  egli  stesso  ne  era  stato  vittima. 
k  Professando  questa  massima,  negò  il  progresso  sociale 
«  e  fece   un   torto    all'  orgoglio    o    per    meglio    dire    al 


—   1556  — 

«  ciarlatanismo  delle  nostre  operazioni;  ma  1' esperienza 
«  ci  insegna,  che  dopo  tre  secoli  il  Guicciardini  non 
«  era  cieco,  o  almeno  io  non  mi  accorgo  eh' ei  lo  fosso. 
«  Non  si  nega  nulladimeno  che  la  virtù  possa  esser  guida 
«  all'uomo  nella  vita,  ma  con  pace  dei  potenti,  gli 
«  uomini  virtuosi  non  hanno  mai  tanta  celebrità  quanta 
«  ne  occorre  per  essere  ricordati  nella  storia.  Malgrado 
«  tante  critiche  la  storia  del  Guicciardini  per  la  sua 
«  importanza  e  per  la  istruzione  che  se  ne  può  trarre 
«  è  tale,  che  la  lettura  di  essa  riesce  una  delle  più 
«  grandi  soddisfazioni  della  vita.  » 

L'arme  dei  Guicciardini  sono  tre  cornetti  da  caccia, 
di  argento  orlati  d'oro,  legati  insieme  con  cordoni  rossi 
e  pendenti  nel  campo  turchino. 

(30)  I  Nomi  da  Niccolò  di  Nome  vinattiere  che  fu  Priore 
nel  1344  ed  Alessandro  d' Jacopo  che  lo  fu  nel  1433, 
ottennero  per  undici  volte  il  Priorato.  Si  estinsero  in 
Benedetto  di  Marco  morto  il  3  Maggio  1657  e  la  loro 
eredità  pervenne  nei  Dazzi  e  con  essa  il  loro  palazzo 
in  Via  Chiara,  ora  Strozzi-Alamanni.  Due  Leoni  rossi 
affrontati  rampanti  ad  una  rosa  rossa  in  campo  di  ar- 
gento formarono  l'arme  di  questa  casa. 

(31)  I  Del  Benino  originarj  della  Valdelsa  abitarono  Oltrarno 
nel  popolo  di  S.  Felice  e  si  dissero  più  anticamente 
Ridolfini  e  Neldi.  Rinaldo,  Albertesco  e  Tuccio  di  Cambio 
di  RidolOno  combatterono  tra  le  file  dei  guelfi  a  Montaperti 
nel  1260.  Cominciarono  a  godere  il  Priorato  nel  1330 
nella  persona  di  Stefano  di  Benino  di  Neldo  (Guinel- 
do)  e  lo  conseguirono  per  trentuna  volta,  e  per  cinque 
il  Gonfalonierato  di  Giustizia.  Francesco  di  Benino  fu 
ambasciatore  a  Volterra  nel  1364  ed  al  Legato  di 
Bologna  nel  1366.  Andrea  fu  oratore  ai  Senesi  nel 
1410,  e  Niccolò  suo  figlio  andò  pure  alla  medesima 
Repubblica  nel   1411.  Francesco  di  Niccolò  fu  Capitano 


—   1557  — 

di  Volterra  nel  1456,  Console  di  mare  nel  1464.  Gio- 
vanni di  Francesco  figurò  Ira  i  fuorusciti  dopo  l'assedio, 
e  caduto  nelle  mani  di  Cosimo  nel  1538  fu  decapitato 
nel  Cortile  del  Bargello  il  quindici  Gennajo.  Carlo  di 
Filippo  intervenne  sotto  Piero  Strozzi  alla  difesa  di 
Siena,  per  il  che  fu  fatto  ribelle.  Un  unicorno  rosso 
rampante  nel  campo  di  argento  fu  l'arme  di  questa  casa 
che  finì  nel  Febbrajo  1679  nel  cavaliere  di  Malta  Fra 
Alessandro.  Alla  eredità  di  questa  famiglia  furono  chia- 
mati i  Malevolti  di  Siena,  ed  a  questa  celebre  Ira  le 
Senesi  casate  appartiene  l'attuale  rappresentante  della 
famiglia  Del  Benino. 

Spesso  nei  libri  pubblici  e  nei  Prioristi  trovatisi 
coi  Del  Benino  confusi  i  Benini  dei  quali  furono  quattro 
casate  in  Firenze. 

I  Bemni  Formichi  portarono  le  catene  rosse  decus- 
sate nel  campo  d'oro,  come  tuttora  può  vedersi  alla 
chiesa  della  Calza  da  essi  edificata.  Casella  Formichi  si 
trovò  a  Montaperti  nel  1260.  M.  Vanni  di  Benino  For- 
michi fu  il  primo  Priore  di  questa  casa  nel  1321  e 
Paolo  di  Giovanni  fu  l'ottavo  ed  ultimo  nel  1494.  Piero 
di  Bindo  fu  fatto  cavaliere  dai  Ciompi  nel  1378,  e 
confinato  quando  finì  il  dominio  della  plebe  nel  1381. 
Fra  Bartolorameo  di  Lapo  cavaliere  di  Rodi,  fu  Priore  di 
Roma  e  di  Pisa,  e  Fra  Giuliano  di  Onofrio  che  ottenne  il 
Priorato  di  Pisa  nel  1448,  fu  ambasciatore  del  Gran 
Maestro  a  Genova  nel  1438,  quindi  Luogotenente  del 
detto  Gran  Maestro  in  Italia  fino  alla  sua  morte  acca- 
duta nel  1453.  Questa  famiglia  ch'ebbe  le  sue  abitazioni 
nel  chiasso  di  M.  Bivigliano  rimase  per  avventura  estinta 
in  Giovanni  di  Paolo  che  per  delitto  di  stato  fu  deca- 
pitato il  27  Ottobre  1535,  non  trovandone  da  quel- 
l'epoca fatta  ulteriore  menzione. 

I  Benim,  detti  Gucci  da  Benino  di  Guccio  che  fu 
il  primo  Priore  nel  1402,  abitarono  nel  popolo  di  S. 
Pier  Maggiore  ed  ottennero  per  cinque  volte  il  Priorato, 


—  1558  — 

Fu  loro  armo  il  campo  tagliato  di  azzurro  su  oro  con 
una    tigre  andante  nella  parte  superiore. 

I  Benini,  delti  Da  Tignano  dal  luogo  di  origine, 
ebbero  Feo  di  Benino  Priore  nel  1365  e  nel  1375,  e 
Giovanni  di  Zanobi  di  ser  Piero  nel  1477.  Si  eslinsero 
in  Girolamo  di  Zanobi  di  Giovanni  morto  nel  1619  ed 
usarono  per  arme  un  leone  d'oro  rampante  nel  campo 
azzurro  e  diviso  da  una  banda  azzurra  accostata  da  due 
fregi  rossi  e  caricata  di  tre  spighe  di  grano  dorate, 
col  capo  dello  scudo  azzurro  col  lambello  rosso  e  coi 
gigli  d'oro  della  casa  d'Anjou. 

Finalmente  altra  famiglia  Benini  ebbe  Jacopo  di 
Niccolò  di  Onofrio  Gonfaloniere  di  compagnia  nel  1506 
e  1509  e  Niccolò  suo  figlio  nel  1518.  Slemma  di  questi 
Benini,  che  forse  tuttora  sussistono,  fu  una  coltella 
dorata  sottoposta  a  delle  bilancie  parimente  dorate  nel 
campo  turchino. 


A     000  020  090     7